La cucina è grande, spaziosa, con un largo tavolo di legno, grezzo nella fattura, segnato da un uso prolungato, ma dalla solida apparenza. La donna fa accomodare la bambina, le chiede cosa preferisce per colazione, le versa un bicchiere d'acqua.

La bambina beve, ancora troppo intimorita per esprimersi. L'acqua ha un sapore tagliente, con un retrogusto quasi frizzante.

«Buona.»

La donna le versa un altro bicchiere. Poi torna ad insistere: «Allora?» ed al persistere dell'esitazione della bambina, per darle ispirazione, enumera latte, tè, orzo, yogurt.

La lista viene interrotta dal sopraggiungere di nuove persone, i cui discorsi sui piani culinari del pranzo naufragano con il trovarsi davanti la nuova ospite, risolvendosi in una confusione di domande e commenti che la bambina non riesce a seguire, dai quali si sente travolgere.

«Lasciatela in pace.» la voce maschile è imperativa, pacata, inconfondibile. Si fa subito silenzio, le ultime arrivate tornano a quello che avevano interrotto.

«Avevo chiesto di farla visitare prima di colazione.»

La donna troppo magra china lo sguardo. «L'ho dimenticato.»

«Mi fa piacere vederti in piedi.»

I due si scambiano un sorriso che la bambina, con il suo sguardo intensamente fisso sul bicchiere nuovamente vuoto davanti a sé, non può vedere, anche se nella voce dell'uomo si può sentire una nota diversa.

«Grazie.»

«Te la riporto subito. Andiamo.» l'uomo poggia una mano sulla spalla della bambina, la sente irrigidirsi ulteriormente.

«L'accompagno io, non ti preoccupare.» interviene la donna.

L'uomo si sposta, la bambina si affretta a raggiungere la donna, senza mai sollevare lo sguardo, per timore di incontrare quello dell'uomo, per l'imbarazzo di poter vedere la sua nudità.

E mentre si allontanano l'uomo manda loro una raccomandazione: «Di buona Lena.» e nuovamente la bambina può sentire quel tono diverso nella voce, quel tono che non capisce, che non ha nulla di serio, di imperativo, di infastidito.

«Scemo!» è la risposta che la donna si butta dietro le spalle, di nuovo con un sorriso. Ed allo sguardo perplesso, forse persino preoccupato con cui la bambina ha assistito allo scambio, chiarisce: «Lena è il mio nome.»