Il risveglio è accompagnato da un'onda di panico, improvvisa quanto momentanea, per l'estraneità dell'ambiente. La bambina giace supina per qualche momento, lo sguardo perso nelle ombre appena distinguibili della stanza.

Al panico segue la sensazione di vuoto abissale della presa di coscienza del distacco definitivo dalla sua famiglia, e da tutta la sua vita di prima; ma se anche tutto il suo corpo si prepara al pianto, non una lacrima esce.

La bambina si solleva a sedere, raccoglie le gambe al petto e rimane a fissare le pieghe delle coperte davanti a sé, appena percepibili nell'oscurità, e lascia che quella sensazione di immane solitudine la affoghi, mozzandole in gola anche l'unico singhiozzo.

Le parole consolatorie della matrona, che pure la notte prima le avevano donato un momento di serenità, vengono travolte nuovamente dai dubbi, si confondono con gli incubi che hanno accompagnato il sonno, corse per labirinti sotterranei inseguita dal nulla, grida d'aiuto senza risposta.

Eppure la bambina sente l'aria pacifica di quella casa, fin nel buio della stanza in cui aspetta non si sa bene cosa, quello stesso buio che la notte aveva portato ansia, dopo la sensazione di vita che le avevano dato i corridoi di quella casa.

La bambina finalmente si alza, e la stanza si illumina un po' di più, di una luce fioca e diffusa che ricorda quella di prima dell'alba, quando si riesce già a vedere, ma non si capisce ancora da dove sorgerà il sole. La luce la segue in gabinetto, attende che lei finisca di espletare le necessità organiche del mattino, poi la segue di nuovo in camera.

Ora la bambina ha fame e sete e paura, e pensa che deve ritrovare la matrona. Schiude piano la porta che dà sul corridoio, spiando timorosa l'ambiente. Non sa nemmeno di cosa dovrebbe avere paura, o perché averne. Ed in realtà è il suo stesso modo di fare ad amplificare il suo disagio.

Il corridoio è luminoso e deserto. La bambina vi avanza esitante. Si ferma davanti alla porta del bagno, crede di sentire voci ridere dall'altra parte, ma non raccoglie abbastanza coraggio per entrare, per chiedere. Si ferma alla porta successiva, bussa esitante, e quando una voce da dentro chiede «Sì?» apre piano la porta.

La bambina si ritrova davanti un viso sconosciuto, occhi grandi, vivi, con uno sguardo interrogativo che subito diventa sorridente.

«Tu sei la nuova.» la donna, seduta sul letto con la schiena contro la testiera, abbandona accanto a sé l'oggetto che teneva in mano.

«Io … mi dispiace, non volevo … non volevo disturbare, ce… cercavo la …» la bambina sta affogando nell'imbarazzo, aggrappata alla porta come pronta a farsene scudo, senza sapere nemmeno come concludere la frase.

«Oh, Nana, sicuramente, è lei che ti ha accompagnato, vero? Eh, non saprei dov'è ora. Ma forse posso aiutarti io?» la donna si solleva a sedere, spostandosi fino al bordo del letto, le gambe fuori.

La bambina rimane sorpreso dalla magrezza della donna, dalla lentezza dei suoi movimenti che nulla ha a che vedere con la pacatezza della matrona della notte scorsa, ma sembra piuttosto causata da un'infinita stanchezza. La donna le sembra persino barcollare, e la bambina le si affretta incontro.

«Stai male?»

«Eh, chissà. Grazie, comunque, camminiamo insieme.»