Dicono che gan'ka si diventa quando la nostra anima, il nostro spirito, o per lo meno la nostra mente si trasferiscono dal loro naturale supporto biologico alla circuiteria elettronica delle macchine con cui conviviamo, perdendo con ciò i più profondi legami con la nostra umanità.

Ma se smetto di raccontare non è per mancanza di materiale, perché ricordi ce ne sono ancora a valanghe, le immagini e le sensazioni di allora, freddo e impassibile come una statua, un unico lungo solco nel cristallo della mia vita, le ricerche, le mie implacabili reazioni, senza sollievo, senza chiusura.

No, è la forza a mancare, perché non pensavo che facesse ancora tutto così male, un colpo secco da mozzare il fiato. Ed il mio silenzio è abbastanza lungo, abbastanza pregno. Le mie ascoltatrici sanno lasciarmi da solo, finché la porta si chiude e la statua si sbriciola ed io posso ancora piangere, inconsolato, ad ogni istante vissuto e perduto.

Solo l'indomani, a mente fredda, tornerò a sapere che è l'infrazione di quel sogno non voluto, utopico eppure concretizzato, a farmi sentire la sua mancanza, non le persone in sé, e non solo perché persone per me non erano nemmeno state, fintanto che il cerchio del loro orizzonte finiva lì dove io l'avevo fatto cominciare; ed è proprio quella la mia vita irrecuperabile. Perché è della mia vita, alla fine; è per ciascuno della sua, e di quella degli altri nella misura in cui questa incide sulla propria, che si sente il peso: tutto il resto sono solo riflessi di ombre di simulacri, ancora più astratti dal nostro che la percezione del vero nella caverna di Platone.

Sono tornato me stesso, e della mia vita e di tutto ciò che la circonda ho il pieno dominio.

La prima Custode mi raggiunge qualche ora dopo nella stanza delle macchine. Si affaccia alla porta, attende un mio cenno per entrare ed avvicinarsi, quindi nuovamente attende, in silenzio, in piedi alla mia destra. Le carezzo distrattamente l'interno coscia, dall'incavo delle ginocchia alla fessa, mentre finisco di studiare la nottata della bambina, una notte che dal sonno in cui l'aveva lasciata Nana si è interrotta bruscamente, con un cuore impazzito di paura ed una breve veglia, seduta al centro del letto, aggrappata alle coperte, ad ascoltare la stanza in attesa di chissà cosa, prima di tornare a raggomitolarsi in posizione fetale e scivolare infine dal pianto ad un nuovo sonno, che perdura tutt'ora.

«Dorme ancora?» chiede la Custode quando smetto di far scorrere il cursore e le immagini a schermo si fermano. So che la sua domanda va oltre, è solo una primitiva interpretazione di ciò che ha visto, in attesa di ulteriori delucidazioni. «A quanto pare.» è la mia sintetica risposta. Non sazio la sua curiosità, non torno con il cursore al momento dell'improvviso risveglio, non le spiego i grafici che contornano l'immagine della bambina aggrappata alle lenzuola al centro del letto, non le evidenzio il sistema di sorveglianza che controlla ogni camera della villa, né quello posto a monitorare l'appartamento in città.

«Le carte sono pronte.» mi porge i fogli, le strisce per la firma digitale. Scorro il testo, “io sottoscritto” blah blah sapendo di essere morto di fame e disperato (“cosciente delle ridotte possibilità educative offerte dalla condizione economica” eccetera eccetera) “affido mia figlia” blah blah “alla custodia di” blah blah “nella convinzione che il mentore designato sappia educare e crescere” blah blah “secondo sani principî” eccetera eccetera ed il mentore scelto “per la pregressa e comprovata disponibilità” a venire incontro “al disagio economico della famiglia”.

«Formulazione standard?» «Formulazione standard.» a dire che la vendita di figli per debito è praticamente diventata norma. Smetto di leggere per evitare che mi venga la nausea, conosco già i termini del contratto; siglo ogni pagina, firmo in fondo, strippo ogni mia sigla e firma, restituisco i fogli alla Custode.

«Quando si sveglia» la fermo mentre si allontana «prima che faccia colazione, fatele una visita medica completa.» la Custode annuisce «E prendetele le misure, poi manderemo qualcuno a farle un minimo di guardaroba decente.»