Sul momento, l'incontro con la Prima lascia alla bambina un senso d'angoscia; non tanto per non aver trovato sollievo o conforto per la propria posizione in un'eventuale affinità con la Custode, quanto per la discrepanza tra il susseguirsi degli eventi come la donna li ha raccontati, e quello che la donna stessa sembra averne derivato, questo suo sembrare pazza —la bambina non trova un termine migliore— per il gan'ka, nonostante la di lui manifesta —a detta della diretta interessata— crudeltà prima ed indifferenza poi.

La bambina si ritrova a rimuginare su questo, seduta alla propria scrivania, mentre contempla il cielo che scurisce fuori. Continua a dominarla la sensazione che manchi qualcosa, in quel racconto, qualcosa che potrebbe rivelarle la chiave di quell'attaccamento —attaccamento che non sembra unicamente della Prima: pur non conoscendone la storia, ad esempio, la bambina non può dimenticare la deferenza che Hiromi mostra nei confronti dell'uomo.

Ed è tutto così spontaneo, naturale, come se non si potesse non provare una qualche forma di ammirazione, di gratitudine per quell'uomo, nonostante il suo comportamento. La bambina si chiede se ci sia una qualche forma di ipnosi con cui il gan'ka tiene sotto controllo le sue Custodi, o qualche artificio più tecnologico, come il bracciale che le orna il polso.

Eppure, se fosse questo, non dovrebbe anche lei sentirsi attratta dal gan'ka? È passato un mese da quando l'ha indossato, e non l'ha mai tolto; si è ormai abituata talmente alla sua presenza, da doverlo contemplare con i proprio occhi per essere certa della sua presenza. Forse la sua azione è ancora più lenta, o forse ci sono persone su cui non ha effetto, ed è per questo che alcune donne sono riuscite a decidere di andarsene?

La bambina non è estranea al concetto di controllo mentale, e ricorda la morbosa fascinazione con cui divorava romanzi e racconti ‘proibiti’ in cui questo era uno degli elementi chiave della narrativa. L'idea di trovarsi ora a vivere qualcosa del genere le dà un brivido di eccitazione e di paura. Stavolta, la sensazione di essere capitata in qualcosa di più grande di lei le dà un senso di esaltazione, come se fosse diventata l'eroina di un romanzo.

Ed ecco, il suo ruolo là dentro sarà quello di mostrare alle Custodi la loro condizione, aiutarle a liberarsi del controllo che il gan'ka esercita su di loro. E se fosse a questo che si riferiva la Prima, con le parole con cui l'ha congedata?

Eppure, affinché lei possa liberare le altre, è innanzi tutto necessario assicurarsi di non cadere ella stessa vittima di quella ipnosi, e se davvero il braccialetto ne è lo strumento, deve trovare un modo per neutralizzarlo senza dare nell'occhio.

La bambina comincia a perdersi nei proprî sogni ad occhi aperti, vivendo da eroina avventure in cui ora combatte un despota crudele infiltrandosi tra le fila delle sue seguaci e liberandone le prigioniere, ora sconfigge un mago cattivo spezzando l'incantesimo con cui questi aveva asservito un'intera nazione; ed il nemico è sempre troppo potente per essere affrontato frontalmente, e sotterfugio, simulazione e dissimulazione sono le uniche armi che possono sconfiggerlo: apparire deboli, o amichevoli, ingraziandoselo persino, per poi colpire rapidi e decisi alle spalle dopo averne guadagnata la fiducia.

A distoglierla dall'illusione è Lena, che bussa cauta alla porta. Appena dentro, la donna le rivolge la più ingenua delle domande, «come va?» ed improvvisamente la bambina si ricorda dei compiti per l'indomani, dello studio che la aspetta per recuperare il mese che la separa dai compagni di classe. «Oddío,» l'angoscia si stampa sul suo volto «che ore sono?» Le sue fantasie muoiono definitivamente, soffocate da quelle insignificanti incombenze.