«Sto bene qui,» mormora «sto veramente bene qui. È un posto bellissimo, straordinario, e … e voi siete sempre così gentili, così affettuose con me, ed io mi sento pure in colpa, perché nonostante tutto continuo a sentirmi così … così lontana, perché non sono cose mie, non riesco a sentirle come cose mie,» un lieve tremolio si insinua nella sua voce, mentre continua: «ogni volta che mi viene da pensare che non sono … che sono stata portata qui così all'improvviso, senza … senza che mi chiedessero niente, senza che mi dicessero niente. Ed io mi sento così male, perché questo è un posto dove mi piacerebbe tanto vivere, e però non ci voglio vivere, non così, non in questo modo; vorrei … vorrei scegliere di vivere qui, e invece non posso, non posso scegliere, e continuo a pensare a dove dovrei essere, a dove sono sempre stata, ed è tutto così stupido perché è la cosa più bella che mi sia capitata, ed il modo più brutto in cui mi potesse capitare.»

Sembra prendere fiato, deglutisce, per liberare la gola da un ostacolo che non c'è. E continua, la voce sempre più disperata:

«E poi penso che non so nemmeno se voglio tornare a casa, perché non capisco, non capisco come possa essere successo, come se non fossero più loro, e non riesco a pensare cosa succederebbe, come la prenderebbero,» ed infine non riesce più a trattenere le lacrime «e mi immagino di tornare e mia mamma che piange appena mi vede, e mi abbraccia, ed è contentissima, e poi penso che invece no, mi guardano malissimo, mi trattano come … come un'estranea, mi insultano, mi gridano dietro “che ci fai qui?!”, perché non sono più nemmeno i miei, non come me li ricordo io, non possono essere come li ricordo io, ed io non so più cosa fare.»

Ed io vorrei poterti aiutare, pensa la Custode, vorrei poterti far stare meglio, vorrei poterti rasserenare, vorrei poterti far vedere, capire, vorrei liberarti da questa angoscia, da questo dilemma, scioglierti i dubbi, ma non so come fare, perché nulla nella mia vita potrà servirti da esempio, perché l'unica cosa che ti tiene indietro sono le tue radici, radici che io non avevo; non so cosa fare, se non abbracciarti, se non sperare che il tempo possa aiutare te come ha aiutato me, a uscire dalla nebbia, a ritrovare la tua vita.

Rimangono a lungo in silenzio, la donna seduta sul pavimento, a gambe incrociate, la bambina seduta in grembo alla donna, avvolta nel suo abbraccio, mentre la luce che trapela dalla finestra si affievolisce. E proprio quando la Custode ha la sensazione che Adele si sia addormentata, la bambina sembra riprendersi, si tira su.

«Scusa,» chiede, il suo tono è mesto, rassegnato «continuo a piangere sempre, per ogni cosa.» E la Custode vorrebbe consolarla, vorrebbe chiederle scusa per non esserle potuta essere maggiormente d'aiuto, ma non riesce nemmeno a dire questo, ed è invece la bambina a ringraziarla: «Mi sento meglio, ora.» si volta, pur rimanendo seduta tra le gambe della donna, fino a darle la schiena. Prova ad appoggiarsi così contro il petto della Custode, chiude gli occhi, sorride «È bello anche stare qui, così. Ti dispiace se rimaniamo così un altro po'?»

La donna le carezza i capelli, torna ad abbracciarla, poggiandosi lei stessa contro il muro: «Ogni volta che vuoi.» Il silenzio torna a scendere tra loro, mentre i loro sguardi si perdono nel riquadro di cielo incorniciato dalla finestra.

«Piangere fa bene.» la Custode trova finalmente le parole «Ti libera l'anima, la mente, lava via il dolore. Se non sapessimo piangere, le nostre angosce ci consumerebbero da dentro, ci ridurremmo a dei gusci vuoti, incartapecoriti sulle nostre sofferenze, o ci faremmo divorare dalla rabbia, dalla frustrazione, fino a uscirne pazzi.» E mentre parla, la Custode pensa alla singola persona che non ha mai visto piangere, o esprimere commozione, nemmeno nel raccontare le cose più atroci che gli siano capitate, una persona che preferisce ogni volta restare sola con il proprio dolore, una persona che rifugge dal trattare coloro che la circondano come fossero persone, e che tuttavia non riesce a tenere completamente nascosto l'affetto che prova per loro.

«Stai pensando a qualcuno, vero?» chiede la bambina.

«Cosa te lo fa pensare?» «Ti batte forte il cuore.»

Seriamente?

«È il gan'ka?»

La donna sospira.

«Sei innamorata di lui?»

La donna sbuffa, quasi irridente. «Innamorata.» Seriamente, innamorata? Innamorata. Sarebbe bello fosse così semplice, adolescenziale. Il fuoco della passione. Non può negare che era a lui che stava pensando, non può negare la profondità di ciò che prova per lui, ma non può ridurne la complessità ad un banale innamoramento. «È una persona molto importante nella mia vita.» si ritrova a dire, come se questo potesse essere una risposta. E nel silenzio che segue, la Custode sente come un'attesa, e si ritrova ad aggiungere spiegazioni: «Non puoi vivere vent'anni con una persona e rimanerci estranea.»

Ancora silenzio, come se la risposta non fosse stata soddisfacente. È quasi spazientita, la Custode, quando infine chiarisce «Comunque no, non ne sono innamorata. Ma è una persona a cui tengo. Molto.» E nonostante questo, la donna continua a sentirsi sulla difensiva, come se quelle domande fossero delle accuse da cui difendersi, o motivo di imbarazzo.

«Lo so, per te magari è difficile da … da comprendere, la cosa, perché la tua esperienza è stata molto diversa dalla … dalla mia,» e stava per dire ‘nostra’, invece, benché quella di ciascuna di loro sia stata diversa da quella delle altre «ma il gan'ka non è un mostro.» il suo sguardo si fissa un attimo su un punto indefinito del paesaggio fuori dalla finestra, in un'improvvisa epifania «O meglio, è un mostro, ma non è malvagio. Non so spiegartelo, non sono brava con le parole. Ha un modo tutto suo, e certe volte … discutibile di … di fare le cose, di trattare le persone, ma in vent'anni che sono con lui non l'ho mai visto fare una cosa per cattiveria. L'ho visto arrabbiato, feroce, disperato; l'ho visto perdere le staffe, l'ho visto anche freddo, indifferente, insensibile, ma non l'ho mai visto godere della sofferenza altrui, o agire mirando a causarne.»

«Nonostante il modo in cui ti ha trattata all'inizio.»

La donna sospira. «Lo so. Me lo sono chiesto anch'io, in questi anni, il motivo di quel comportamento, quei primi giorni, che senso avessero. Era come se fossero … non lo so, un esperimento.»

«Sono anch'io un esperimento?»

«No. Non sono il gan'ka, non sono mai riuscita a entrare nella sua testa, a capire come ragione, cosa prova, ma su questo non ho dubbi: non sei un esperimento.»

«Cosa sono, allora? Perché sono qui?»

La donna sospira nuovamente, il suo sguardo si perde sul soffitto. «Non lo so. Un caso. Ti confesso che il tuo arrivo ci ha sorpreso tutte. Quando ti ha portata qua …»

«Ti ha picchiata.»

La Custode rimane sorpresa del fatto che la bambina ricordi quei due schiaffi, che persino lei aveva quasi dimenticato. Sospira nuovamente, china il capo. «È vero. È raro che sia violento. Chissà cosa l'ha portato al punto di rottura; rabbia, stanchezza; posso solo immaginare cosa sia successo quella sera.»

«Cerchi sempre di giustificarlo.»

La Custode torna a guardare il soffitto. È la prima volta che si ritrova a parlare così di lei e del gan'ka con qualcuno, e tutto sembra andare nella direzione opposta a quella da lei pensata. Ridacchia. «Può darsi.» Il suo sguardo torna a perdersi sul soffitto «Credo … credo sia per … coprire la differenza tra il tuo modo di vederlo ed il mio. Mi dispiace, forse non è nemmeno corretto nei tuoi confronti, ma sento il bisogno di … bilanciare l'impressione negativa che ti ha fatto.»

«Perché è sbagliata.»

«Sbagliata? No, per quanto sia diversa dalla mia, per quanto io possa aver vissuto con lui molto più a lungo di te, non posso dire che la tua impressione sia sbagliata. Ma è … parziale, incompleta. E vorrei semplicemente aiutarti a … no, vorrei mostrarti come lo vedo io.»

La bambina non risponde, non commenta. La donna assume un tono più sereno: «Ognuna di noi, qui, ha avuto la propria esperienza, e con essa ha modellato la propria idea sul gan'ka, e non tutte sono necessariamente positive come ti può sembrare la mia. Non saresti certo l'unica ad avere le tue perplessità sul … sul suo modo di operare, persino sulle sue intenzioni. Ma anche la più scettica …»

La Custode si ferma, per evitare che il discorso torni a prendere una piega che potrebbe riportare la bambina al disperante pensiero sulla propria condizione. A che pro servirebbe menzionare la gratitudine che anche le Custodi più distanti dal gan'ka hanno verso l'uomo che ha dato loro la possibilità di vivere lì?

La bambina solleva il capo in cerca dello sguardo della donna. «Anche la più scettica?» «Niente, non importa.» sorride la Custode in risposta. La bambina sembra annuire, quindi improvvisamente si alza. «Devo andare in bagno. E ricominciare a studiare.» La donna rimane seduta lì, contro il muro, limitandosi ad alzare lo sguardo verso la sua interlocutrice.

«Grazie.» conclude la bambina, aprendo la porta.

«Anche a te.» le risponde la Custode, con uno stanco sorriso.

«Che c'entro io?»

«Sei una ragazzina sveglia, osservatrice, intelligente. Che tu ci creda o no, parlare con te aiuta anche noi.»

La bambina arrossisce, si volta, chiude la porta alle proprie spalle, scappa giù per il corridoio.