La Custode torna a sedere alla scrivania. «Mi sono lasciata un po' andare. Scusa. Ti ho annoiato. O spaventato, forse.» sorride.

E la bambina non può fare a meno di chiedersi come possa sembrare così sereno, così spontaneo, così genuino quel sorriso. Il racconto della donna le ha dato un profondo senso di angoscia, di terrore, al punto da indurla a valutare l'opportunità di scappare dal racconto stesso. E quella donna, che l'ha vissuto in prima persona, ora sorride. Si chiede, la bambina, cosa abbia portato la Custode a rimanere con quel mostro così a lungo, se la disperazione, la sensazione di non avere altra possibilità, o quella cosa, come si chiamava, sindrome di Stoccolma?

La bambina sobbalza all'improvviso sospiro di esasperazione della donna. La Custode afferra lo schermo che ha davanti, lo piega quasi con violenza verso di sé, finché tutto l'apparato che ingombrava la scrivania non vi sparisce dentro; quindi si alza, e si butta a letto, prona, con le gambe dal lato dei cuscini, in modo da essere più vicina alla bambina, per poterle parlare con più calma.

«Ti starai facendo un'idea orribile del gan'ka, adesso, o ti starai chiedendo come abbia potuto rimanere con lui fino ad ora. Ma devi capire che per me è stato un salto di qualità. Non che ci volesse molto, visto le condizioni in cui ero prima, ma improvvisamente mi sono davvero ritrovata ‘libera’, pur non essendolo materialmente. Sì, è vero, dovevo occuparmi delle faccende di casa, ed ogni tanto lui mi chiedeva di tenergli compagnia, ma non ero mai stata così … serena, prima di allora. Non ho mai avuto tanto tempo a disposizione per me stessa. È vero, sono rimasta per paura, e gli inizi sono stati terrificanti, terribili, ma mi è difficile pensare che le cose per me sarebbero potute andare meglio altrimenti

Solleva lo sguardo, verso un punto indistinto della parete di fronte a sé, come cercando qualcosa. «Ti faccio un esempio. Il fatto che lui non mi trattasse come una persona era l'unica cosa che mi pesava davvero, nonostante venissi da una situazione in cui non potessi nemmeno immaginare una cosa del genere. Ma il fatto che i nostri rapporti fossero così ‘personali’ aveva improvvisamente cambiato anche le mie aspettative.» la sua voce si abbassa, come se tornasse a parlare a sé stessa «Che poi se ci pensi era abbastanza assurdo, visto come mi aveva trattata fino a poco prima.» per poi tornare normale «Ma ovviamente non è stata così,» schiocca le dita «istantanea, la cosa. Sono … emersa a questa percezione della nostra situazione, come tornare a galla dopo essere rimasta troppo a lungo sott'acqua: prima annaspi per riprendere fiato, poi finalmente cominci a renderti conto della tua situazione; magari ti cominci a preoccupare di essere dispersa in alto mare, nonostante fino a poco prima fosse l'ultimo dei tuoi pensieri, perché tutta la tua mente era concentrata su una sola cosa: trovare un modo per tornare a respirare. Ecco, per me il gan'ka è stato come tornare a respirare. E se magari all'inizio mi sembrava pure di essere in alto mare, durante una tempesta, poi mi sono accorta che non era vero nemmeno quello, ero già approdata.»

La Custode non può fare a meno di notare lo sguardo perplesso della bambina, ma dubita dell'utilità di continuare a raccontare i vent'anni o quasi che sono passati da allora, e come tutto sia cambiato nel frattempo. Ma non era nemmeno una spiegazione, ciò che quella bambina aveva chiesto: perché, allora, lei si è sentita spinta a raccontare tutto questo?

«Comunque, per tornare alla tua domanda, tecnicamente è vero che sono proprietà del gan'ka; ma sinceramente, è solo una questione formale. Potrei andarmene? Sì; ma è un'idea che non ho contemplato nemmeno di sfuggita da … praticamente da allora.»

Cade il silenzio tra loro, mentre la Custode pensa che ci sono talmente tante cose ancora che si potrebbero dire, sul rapporto tra lei e il gan'ka, o tra lui e le altre Custodi … avrebbe persino voglia, in questo momento, di suggerire alla bambina di dargli una possibilità, di non tenerlo così lontano, nonostante il distacco con cui lui stesso la tratta: ma sente di non avere ancora guadagnato sufficiente confidenza; e come a confermare che soprattutto quelle ultime parole hanno anzi forse sortito l'effetto contrario, la bambina finalmente spezza il silenzio tra loro con un mormorìo quasi disperato:

«Quindi in realtà non sei nella mia stessa condizione.»

Quelle parole preoccupano la Custode. La bambina, ora, come lei allora: la sensazione di essere prigioniera, il timore di venir perseguitata in caso di fuga.

«Adele.» la voce della Custode è ferma, quasi un rimprovero. Poi si addolcisce «Tu non sei prigioniera qui.» Vorrebbe poterlo dire meglio, vorrebbe poter dire di più, altro. Vorrebbe saper dire meglio.

Eppure non ha tutti i torti, la bambina: non sono nella stessa condizione, non erano nella stessa condizione; questa bambina non ha nemmeno dodici anni, mentre lei aveva già passato i venti; ma soprattutto, la bambina avrebbe una famiglia da cui tornare, non un mondo come quello che aspettava lei. Quanto sei fortunata, piccola; tanto fortunata da non renderti nemmeno conto di quanto tu lo sia.

«Ma non posso tornare dai miei.» è persino imbronciata, la bambina, nel dire questo. Ha la sensazione che vi sia qualcosa che le sfugge, di cui tutti gli altri sono a conoscenza, senza renderla partecipe nonostante sia la diretta interessata; ma anche al contrario, ha la sensazione di trovarsi davanti ad un muro insormontabile, un muro che lei vorrebbe attraversare, ma che solo lei riesce a vedere, un muro che invece le Custodi evitano con tale naturalezza, pur non vedendolo, da non potersi nemmeno rendere conto della sua presenza.

Una dissonanza, questa tra la propria percezione e quella delle Custodi, che la mette profondamente a disagio, frustrando ogni tentativo di comunicazione. Anche ora, la risposta della Custode, sembra essere su un piano completamente diverso: «Vorresti?»

Come fa ad essere genuina una domanda del genere? Certo che vorrebbe! «Sì!» risponde quasi con rabbia. Eppure, subito dopo, la sua certezza sfuma: «No, non lo so.» nasconde il viso tra le mani, sentendosi sull'orlo del pianto «Mi mancano, ma non so, non so più niente, non so più niente.»

La Custode si alza dal letto. «Posso abbracciarti?» chiede, sommessa. La bambina annuisce, senza scoprire il viso. Sente il calore del corpo della donna che la circonda, mentre la Custode le si siede accanto, attorno, avvolgendola con le gambe, con le braccia, premendola a sé. È un corpo così diverso da quello morbido ma ormai invecchiato di Nana, da quello quasi spigoloso di Lena; è un corpo solido, ma tenero; caldo; accogliente; profumato. La bambina scopre il viso, lascia cadere le braccia, lascia che quelle della donna la circondino completamente, poggia la testa contro quel florido petto, ad occhi chiusi, per tornare, lentamente, a respirare con calma.