La stanza è più piccola di quelle che la bambina ha visto finora, persino il letto è una singola piazza, quando tutti gli altri sembrano essere matrimoniali. Dalla scrivania emergono uno schermo, una tastiera, ma la Custode che ha davanti, la Prima, è ora concentrata interamente su di lei.

Che sporco trucco, pensa la bambina, sbolognarmi così alla diretta interessata. Con quale faccia posso farle la domanda ora? Come posso chiederle una cosa del genere? Come fa la gente a ficcare il naso nella vita degli altri?

E la Custode è lì che aspetta, una Custode la cui ombra è su tutta la casa, ma con la quale lei non è mai entrata, nemmeno superficialmente, in confidenza; per quella sua vicinanza all'uomo, forse? Sarebbe tanto più semplice parlare con Lena, con Nana, forse persino con Hiromi —no, con Hiromi no, nonostante quella sensazione di leggerezza c'è qualcosa di duro, forte dentro di lei che la rende irraggiungibile, lontana.

«C'era qualcosa che dovevi chiedermi?» indaga la Prima. La bambina abbassa lo sguardo, travolta dall'imbarazzo; e quando finalmente trova il coraggio di parlare si pente subito della sua prima parola: «Valentina» come se fosse uno scarica barile, non una spiegazione, una scusa per l'intimità della domanda «Valentina mi ha … Valentina dice che sei in una condizione come la mia. Che anche tu non sei libera di andartene quando vuoi. Che …»

«Il gan'ka mi ha comprata.»

«No, non questo!» la bambina solleva lo sguardo di scatto «Dice …» La Custode scuote il capo, interrompendola di nuovo: «Era una risposta.»

Allo sguardo esterrefatto della bambina, la donna riprende: «Il gan'ka mi ha comprata. È quello che è successo. Prima di … prima che esistesse tutto questo.» allarga le braccia in un gesto che vorrebbe indicare la tenuta in cui si trovano. «Ha riscattato il debito che avevo con il mio protettore —e credo anche qualcosa di più, anche se non ho mai saputo. Mi ha comprata, e mi ha tenuta come sua schiava.»

La Custode si interrompe, ponderando la reazione della bambina, i suoi occhi spalancati dalla sorpresa; poi riprende, quasi con noncuranza:

«E non era nemmeno un padrone gentile. Non è che fosse violento, anche se …» fa un gesto come a cancellare quella deviazione dal suo racconto «no. Ma era come se … come se non fossi una persona, come se fossi solo un corpo; era questa la sensazione che dava: e per me, che per sfuggire alla condizione in cui ero stata fino ad allora mi ero rivolta a …» di nuovo quel gesto, poi uno sbuffo «è un po' paradossale, se non avessi avuto quella pittura facciale probabilmente non mi avrebbe nemmeno dato retta.» il suo sguardo vaga, perso nel ricordo; continua a raccontare, ma senza più quasi accorgersi della bambina «Aveva un'aria così reclusa, quasi timida; pensavo fosse uno di quegli sfigatelli che passavano di là perché era l'unico modo che avevano per trovarsi una donna.»

Gomito puntellato sulla scrivania, mento sul palmo della mano, la Custode si picchetta la punta del naso con il mignolo. Sorride. «Accidenti quanto tempo è passato.» il suo sguardo è perso oltre i vetri della finestra, la sua mente è lontana «Mi ero persino dimenticata quanto fosse un periodo buio, per me. C'era questa forma di … non lo so, religione, misticismo, un'àncora per gli sperduti, o forse per gli sprovveduti, che chiamavano “la torre dell'Io”, che andava in voga allora; aveva i suoi simboli, il suo credo, persino la sua lingua. J'thur. Immagino si fossero ispirati al francese, o qualcosa del genere. Non ne sai niente tu, vero?» si rivolge alla bambina che la guarda con gli stessi occhi sbarrati di prima, incredula «Era una cosa talmente diffusa, ai tempi.» torna a guardare fuori dalla finestra «Quanti anni fa era? Se non sono venti poco ci manca. C'ero dentro in pieno, era il mio modo per scappare dalla mia vita, ed ora non so nemmeno se esiste ancora. Le Quattro Vie … eh» sbuffa «forse quello era solo il suo modo di farmi comprendere che la Via che intendevo perseguire era quella sbagliata.»

Il silenzio scende tra loro, mentre la Custode si perde nel ricordo.

«Ho avuto paura, sai?» riprendere improvvisamente «La prima notte. Doveva essere semplicemente un cliente come un altro, nemmeno dei più impegnativi. E invece. Dodici ore in preda alla sua follia. Era tutto così strano. Una tortura, ma non fisica; o almeno, non particolarmente fisica. Era più il fatto che fosse tutto insensato. Non c'era quasi nulla di … di erotico, che era invece quello che mi aspettavo. Era come se stesse semplicemente facendo sfoggio del proprio dominio sulla mia persona, ma senza alcuna relazione con i canoni del …» scuote il capo, l'ennesima deviazione da non prendere. «Non c'era nemmeno una vera cattiveria, nel suo modo di fare, era più come se fosse … infantile forse, ma soprattutto alieno

La donna si copre gli occhi con le mani. «E quando sono passate le dodici ore, lì è veramente stato … lì ho veramente avuto paura. E quel … dolore.» respira a fondo, per riprendere il controllo. «Un attimo, un tocco, ed è stato come se l'intestino mi bruciasse da dentro.» scuote il capo, si morde il pollice «Mi ha tenuta rinchiusa in una stanza per una settimana, e non era nemmeno una stanza normale: una specie di piccola palestra, dormivo sui tappetini, e per andare in bagno dovevo aspettare che venisse lui ad accompagnarmi.»

La Custode si volta verso la bambina, che nel frattempo si è seduta lì, sul pavimento, davanti la porta. Non è difficile leggere il terrore che le si è stampato sul volto.

«Senza parole, senza spiegazioni, ed io per prima ero troppo spaventata per chiedere, per fare alcunché. Ero in un totale stato di confusione, e quando mi ha lasciata libera di circolare —per casa, ovviamente, senza poter uscire— è stato di nuovo senza spiegazioni, senza parole. Ho cenato con lui, ho lavato i piatti, mi sono stesa sul suo letto e lui mi ha lasciata dormire. Il giorno dopo è uscito con una valigetta, ed è tornato con una semplice carpetta di cartone, chiusa a proteggere i documenti della transazione con cui mi aveva comprato. Non riesco nemmeno ad immaginare con quale coraggio si sia potuto presentare dal mio protettore, dopo avermi tenuta sequestrata per una settimana. Il potere del denaro, immagino. Mi sorprende che non l'abbiano fatto secco, tenendosi i soldi per poi venirmi a ripescare. Avrà avuto i suoi mezzi.»

Sospira.

«E improvvisamente è cambiato tutto, senza che fosse cambiato nulla. Mi sono ritrovata … libera, senza essere libera. Le stesse regole di ora, fare ciò che dice di fare, non disturbare il suo sonno. Regole molto semplici, e che sul momento non ero nemmeno sicura di aver capito correttamente —mi sembravano folli come il resto del suo comportamento. Mi lascia uscire di casa ‘per fare la spesa’, e per comprarmi dei vestiti, ed io esco, per comprarmi i vestiti: esco con i suoi vestiti addosso, perché i miei erano introvabili, e la prima cosa che faccio è proprio andarmi a comprare i vestiti. E appena fuori da quel negozio sono rimasta … vuota.»

Si prende la testa tra le mani, premendosi le tempie: «Mi dicevo che dovevo approfittare di quell'occasione per scappare, era la mia unica possibilità di fuga, avevo abbastanza soldi con me —soldi suoi, ovviamente— da poter sparire completamente dalla circolazione, non farmi più trovare, ricominciare una nuova vita da qualche altra parte. Ma avevo paura.» si volta nuovamente verso la bambina «Paura che mi ritrovasse, che mi riportasse indietro, che mi facesse nuovamente provare quel dolore, che mi tenesse nuovamente rinchiusa per una settimana legata in quella palestra.» La sua voce, che era salita in un crescendo, crolla di colpo, e la donna sembra parlare quasi a sé stessa: «Non che rimanendo non ci fosse la stessa possibilità; era tutto così folle, imprevedibile, insensato: rimanere significava affidarsi completamente alla sua pazzia.»

Riprende un tono normale, quasi distaccato: «Sono rimasta ore a riflettere su cosa fare. Che in questi casi è una cosa stupida da fare, perché più esiti meno possibilità hai di fuggire, sparire. Esitare significa scegliere di rimanere. È quello che ho scelto alla fine, comunque. Sono tornata a casa.»

Nuovamente un lungo sospiro. «Quando mi ha vista, sembrava quasi deluso. “Sei tornata.” mi fa, e io non avevo nulla da rispondere. “Hai avuto paura.”. Che cosa potevo dire? Non avevo nemmeno il coraggio di parlargli. Poi mi volta le spalle —era ancora sdraiato a letto, ora a pancia in giù— poggia il mento sulle braccia incrociate, e mi fa: “Mi dispiace.”»

La donna si alza, si stiracchia, poi si accoscia davanti alla bambina, che sobbalza al movimento repentino della Custode:

«Era deluso, vedi? Mi aveva messo alla prova, ed avevo ‘fallito’, perché voleva che me ne andassi. Non mi sarebbe nemmeno venuto dietro, se me ne fossi andata, era proprio quello che sperava che io facessi, che scegliessi di essere libera. Ed invece io avevo perso la mia occasione, perché avevo troppa paura di cosa sarebbe potuto succedere se la fuga fosse fallita —cosa che in realtà non poteva nemmeno succedere

Il suo sguardo si alza, fissa lo spazio tra la bambina e la porta. «Sarebbero dovuti essere altri i miei timori, in realtà. Con il senno di poi … Ma il mio pensiero era ancora troppo legato a quella settimana di clausura, a quel dolore impossibile, tutto il resto era solo nebbia. Mi c'è voluto un anno, per tornare a ragionare con chiarezza su tutto. Un anno in cui sono stata praticamente poco più che una ragazza alla pari, e l'unico vero problema era questo distacco, questo suo modo di interagire con me come se non fossi una vera e propria persona