Potrei chiederle scusa. C'è una piccola parte di me che esprime questo flebile pensiero, facendosi forza del fatto che questo è un momento che potrebbe non capitare più, un momento in cui, forse per la prima volta, stiamo parlando, sebbene senza guardarci, sebbene voltandoci le spalle, per essere più liberi di comunicare. E davvero c'è da stupirsi che io pensi così poco di questa forma di comunicazione?

Potrei chiederle scusa, ma davvero, sarebbe un pensiero sincero? Ci sarebbe qualcosa da dire oltre ad un “mi dispiace”, soprattutto se mi dispiace più per me che per lei, se quello che veramente mi turba non è l'effetto sulla sua persona, ma quello sull'equilibrio della mia vita? Quanto sincere possono essere le mie scuse quando penso che la vita che le viene offerta ora è migliore di quella che aveva prima?

Potrei chiederle scusa, ed invece quello di cui vorrei parlare è quanto la stia accecando il dolore per lo strappo dei precedenti legami affettivi; ma so che non riuscirei a parlarne senza sembrare un automa insensibile. E forse è questo che sono, o quello che ero diventato, prima che la sua presenza tornasse a far riemergere in me dolorose memorie.

Vorrei tornare a casa. Non puoi. Perché? Perché tuo padre ti ha giocata a carte, e ha perso: ora sei di mia proprietà. Che te ne fai di me, se la mia presenza è solo un fastidio, una spina nella memoria?

Ecco, a questo non saprei rispondere. O forse l'ho già fatto, dando alla cosa un valore catartico, un riscatto per quello che non ho potuto fare per loro. O forse invece è perché questo dolore è l'unica cosa che riesco a provare, e tornare a sentirlo è l'unico modo che mi rimane per sentirmi vivo. O forse posso smetterla di fare psicologia spicciola, ed ammettere che mi sono lasciato trascinare dagli eventi, e tenerla qui è solo una inutile questione di principio, un riprendere il controllo della mia vita per andare fino in fondo a qualcosa, pur non avendola scelta.

Sì, potrei restituirla ai suoi. Sarei persino curioso, non lo nego, di sapere che reazione avrebbero, come si sentirebbero, come si sentirebbe lei stessa a tornare lì; ma è una curiosità talmente accademica, talmente superficiale, da lasciarmi sostanzialmente imperturbato. No, non lo farò. E non farò nemmeno lo sforzo di cercare una giustificazione per le mie scelte.

È a questo punto che la bambina interrompe i miei pensieri. «È vero» chiede «che la Prima non è libera?»

La sua voce è talmente bassa che stento a sentire la domanda; e la prima cosa che mi viene in mente è: che cosa le hai raccontato, Valentina? Non che possa averle raccontato molto, non conosce la nostra storia; ma quel poco che sa può essere servito, in qualche modo, a tranquillizzare la bambina.

«Vieni.» mi volto un momento, per assicurarmi che lei si alzi per seguirmi, mi immagino la sua reazione quando passiamo davanti alla mia camera, ma è alla porta accanto che ci fermiamo. Quando la apro, la Prima, seduta alla scrivani, sobbalza, si volta a vederci entrare. Non dico nulla, faccio un breve cenno di saluto, torno ad uscire.