Ricordo lo sternuto di lei che mi rivelò la loro presenza mentre attraversavo il vicolo, la mia esitazione iniziale, ignorarne la presenza o tornare indietro. Ricordo il ragazzino, dodici anni, forse meno, che mi fronteggia armato con qualcosa raccolto dai rifiuti in mezzo ai quali avevano celato la loro presenza. Ricordo la bambina, qualche anno meno, nascosta dietro il fratello, visibilmente ammalata. Ricordo come erano sporchi, magri, ed io che non sapevo se fosse pietà quella che provavo per loro, o semplicemente un disagio troppo vicino al ribrezzo.

Ricordo le prime parole, poche, secche, rabbiose, con cui il ragazzino cerca di cacciarmi, ricordo la sorella che quasi sviene, che solo per questo finiscono per seguirmi a casa, lei sostenuta prima dal fratello poi dal mio braccio. Ricordo l'attimo di perplessità davanti al sopralzo che separa l'ingresso di casa dal resto dell'appartamento, alla mia richiesta di togliersi le scarpe. Ricordo la mia improvvisa preoccupazione su come mi sporcheranno la casa, l'inevitabile reticenza con cui accolgono le mie disposizioni sullo spogliarsi nudi per fare subito un bagno.

Ricordo il pudore, il timore, la tensione soprattutto di lui, sempre disposto tra me e la sorella. Ricordo gli occhi bassi, le schiene voltate, le vertebre, le costole, le mani a coppa, e poi il sapone, lo shampoo, la schiuma ed infine la grande vasca da bagno, e con essa il sopore del calore.

Ricordo la stanchezza, la rassegnazione, che andavano oltre la fiacchezza della malattia, con la quale lei accettava ogni cosa. Ricordo la tensione che dilaniava lui, tra la malattia della sorella e l'incognita me.

Ricordo le primissime notti, le ore di sonno in cui il petto di lei trovava finalmente riposo dallo squasso della tosse, le ore di veglia di lui, il respiro lento ma controllato di chi vuol sembrare dormiente mentre invece veglia, attento.

«So che stai fingendo. Vieni.» un bisbiglio appena. Lui prova ancora, ma si accorge che non mi muovo. Apre gli occhi, scivola giù dal letto, mi segue in camera mia. Ci sediamo sul mio letto, a due angoli opposti.

«Non puoi rimanere sveglio in eterno per vegliare su tua sorella. Morirai di stanchezza. E chi la proteggerà allora?» Il suo sguardo rimane chino. «Hai paura che possa fare qualcosa a tua sorella?» Non risponde «Non hai paura che possa fare qualcosa a te?» Scuote appena il capo. Poi qualcosa dentro di lui si spezza, e lui sbotta: «no, no, non ho paura io, ma non fare niente a Laura, non farle niente. Fai a me, fammi qualsiasi cosa, ma per favore non le fare niente.» e comincia a piangere, piangere a dirotto, come piangono i bambini di sei anni.

Faccio una delle mie tante cose stupide, vado a cercare le manette. Quando le vede si spaventa, ma sono io a mettermene una, gli porgo l'altra, gli porgo la chiave. «Ecco.» Lui si lega a me, incredulo «Così non potrò allontanarmi senza svegliarti.» Mi sdraio, con la tavoletta in braccio per poter continuare a lavorare, e prima che lui scivoli nel sonno, gli rammento l'unica regola: non disturbare mai il mio sonno.

Ricordo i suoi sonni sempre più tranquilli, dopo, raggomitolato sul mio braccio fino a farmi perdere la sensibilità. Ricordo il suo entusiasmo quando gli faccio vedere la sala d'intrattenimento, palestra, proiezioni, lettura, gioco. Ricordo la guarigione della sorella, ricordo i film, i silenzi dei libri. Ricordo le notti senza più manette, e lui che adesso si addormentava accucciato contro di me, senza più svegliarsi di soprassalto ai miei movimenti, al mio abbandonare il letto.

Ricordo meste serate in cui emergono brandelli del loro passato, famiglia sommersa di debiti, padre disoccupato e violento, qualche abuso o tentativo di abuso sulla bambina, mesi di fuga. Ricordo lacrime liberatorie, sempre più dolci, sempre più poche.

Ricordo una casa in ordine, pulita e noi suoi abitanti sempre più astratti dal mondo e dal tempo nel nostro edonismo.

Ricordo quando infine, qualche anno dopo, rimango folgorato dalla constatazione che ho vissuto, sto vivendo tutto ciò non come una famiglia di qualche tipo, ma come se i due ragazzini non fossero altro che grossi giocattoli, bambole di dimensione umana. Ricordo la lenta maturazione della concordata scelta di tornare a dar loro una vita esterna.

Ricordo l'immonda burocrazia per ottenere il mentoraggio, la ricerca di scuole che fossero non dico sopra ma almeno vicine alla soglia della decenza. Ricordo la sensazione, i primi tempi, che tutto ciò ne fosse valsa la pena, la loro nuova vivacità, i loro nuovi orizzonti.

Ricordo il repentino cambiamento, quel grumo di dolore raggomitolato sul letto al ritorno da scuola, racchiuso inarrivabile nella sua sfera di disperazione che escludeva amici e nemici, il suo pianto silenzioso che diceva tutto ma non abbastanza, la sua rabbia sfogata con violenza nella piccola palestra.

Ricordo quando a casa non tornarono, nessuno dei due; quando vennero ritrovati qualche giorno dopo, a pochi passi l'uno dall'altra, nudi, lui legato mani e piedi, riversi, sventrati. Segni di violenza ed abusi. Morte sopraggiunta per dissanguamento.