Si sente scioccamente orgogliosa di sé, Adele, nel raggiungere trotterellando i cancelli della scuola. È lieta che la giornata scolastica sia finita, ed è fiera di essere riuscita a chiedere alla compagna di banco le ultime cose da studiare e i compiti assegnati per le materie che non ha ancora avuto. È lieta del fatto che la compagna abbia accettato di attardarsi per darle le informazioni necessarie, ed è ancora più lieta del fatto che il tutto sia successo senza ulteriori imbarazzanti domande.

Si ferma appena fuori dai cancelli, perlustrando con lo sguardo la piazzuola antistante la scuola. Chi sarà venuta a prenderla?

Nel grumo di macchine e persone che affollano la strada e che giusto adesso sta cominciando a sciogliersi sembrano non esserci volti o veicoli familiari. L'espressione speranzosa della bambina si sgonfia in una più preoccupata; Adele comincia a temere di non riuscire a riconoscere la Custode o la macchina venuta a prenderla: e se è una di quelle con cui ha meno dimestichezza?

La risposta le giunge quando finalmente identifica un volto familiare. Ed improvvisamente la bambina vorrebbe sprofondare, sparire. Valentina le viene incontro, sorridendo, agitando un braccio teso in aria per farsi notare, e Adele vorrebbe poter fingere di non averla vista. Arrossisce, in preda all'imbarazzo, anche se la Custode sembra aver già dimenticato il loro breve incontro di qualche giorno prima. In pieno effetto Lakoff, cercando disperatamente di togliersi dalla mente l'immagine di Valentina sulla schiena dell'uomo (con l'effetto opposto), la bambina quasi non sente il saluto della Custode.

«Scusa il ritardo, ho dovuto parcheggiare qui dietro. Vuoi una mano a portare lo zaino?»

La bambina scuote il capo, silenziosa; si sistema meglio lo zaino sulle spalle, come ad indicare che sta bene così, e segue la giovane che intanto si è incamminata.

«Com'è andata la giornata?» le chiede la Custode, quando finalmente raggiungono la macchina.

«Orribile.» la bambina ritrova finalmente la voce.

«Così brutto, eh?»

La bambina non risponde subito, come a rimarcare quanto la giornata le sia pesata. Se l'imbarazzo di essere con Valentina sta ormai passando, ripensare alla scuola non la fa necessariamente sentire meglio. È solo quando la macchina è ormai immersa nel traffico che Adele trova le parole.

«È stato bruttissimo, tutto difficile, e poi i compagni nuovi, e i professori nuovi, e non riuscivo a seguire la lezione, e poi …» e la bambina si ferma, non sapendo come parlare del proprio disagio di fronte alla curiosità degli altri.

La Custode annuisce, ma il suo gesto non viene colto da Adele, il cui sguardo è fisso sul vano portaoggetti. È stanca, la bambina, ha fame. L'idea di giorni dopo giorni che si susseguano in quella maniera la spaventa. Ed è proprio mentre si ritrova a pensare a questo che la donna interviene:

«Andrà, meglio, vedrai. Le novità fanno sempre un po' paura, ma è solo da prenderci l'abitudine. Non è mai bello trovarsi in mezzo a persone che non si conoscono completamente, ma magari …» «Non è questo il problema.» la interrompe cupa la bambina. Valentina tace, finché nel silenzio che segue Adele non riesce più a trattenersi:

«Sono le domande!» sbotta «dover spiegare che … non lo so nemmeno io! Odio essere la nuova, odio essere … diversa.»

Passano alcuni secondi, prima che la Custode intervenga. «Ti vergogni della tua situazione.» Non è una domanda, più una costatazione. Adele risponde subito «No, non è …» si ferma a metà frase, come a rifletterci; non ha nemmeno il coraggio di parlare, il suo sguardo si abbassa ancora, si guarda le mani nervose, e quando finalmente parla di nuovo la sua voce è un mormorìo «Sì.»

Valentina fa spallucce, sorride «Ti vergogni persino del fatto che ti vergogni, figuriamoci.» Sbuffa. «E ovviamente ti mettono in imbarazzo le domande dei tuoi compagni. Brutta bestia, la curiosità.»

Fuori dal centro, il traffico ormai scorre fluido. La Custode si rilassa un po' alla guida, e finalmente continua: «Non so, magari gli potresti dare una risposta un po' più evasiva, tipo che ti sei trasferita.»

«È quella la domanda: perché ti sei trasferita?»

«No, intendevo …» la donna fa un gesto, come a scacciare la frase che aveva in mente «ma sì, ho capito, non cambia nulla.»

«“Sì, ho cambiato casa perché mio papà mi ha dato via.”» la bambina scimmiotta una ipotetica risposta «È … è una cosa senza nemmeno senso!» nella sua voce, la disperazione delle prime risposte ha ormai lasciato completamente il posto alla rabbia. «E non so nemmeno perché! Che senso ha?» solleva le braccia, e subito dopo le lascia crollare, in un gesto di disperazione «Eravamo troppo poveri. Qualcosa del genere. Di colpo, così, troppo poveri per mantenermi. E quindi troviamo qualcuno che mi può mantenere. È così che funziona? “Oggi vai con papà, ma ti devi vestire bene, perché …”» la voce le si spezza, con la fitta del ricordo. Stende le gambe improvvisamente, tirando involontariamente un calcio al vano portaoggetti, quindi le ritrae al petto, vi nasconde il volto per lasciarsi piangere.

La Custode stringe i denti, si morde il labbro inferiore. Non era questa la piega che doveva prendere la discussione, dovevano solo essere chiacchiere, parlare del più e del meno. Ed ora non sa nemmeno come agire, se cercare di consolarla o lasciarla sfogare. Forse è il caso di fermare la macchina?

Il pianto della bambina si esaurisce improvvisamente come era cominciato. Soffiatasi il naso, Adele torna a sedersi più composta, lo sguardo perso sulla strada che ormai corre libera davanti a loro. Quando riprende a parlare la sua voce ha ancora un tono nasale.

«E non saprei nemmeno come parlare di … di voi. Se almeno fossi finita in … in una casa normale; invece no, è tutto … è tutto difficile, troppo difficile.» E imbarazzante.

Scende nuovamente il silenzio, ed è nuovamente la bambina ad interromperlo, poco dopo: «Cosa siete, voi?»

La Custode sbuffa con un sorriso. Riflette, prima di rispondere: «Siamo donne che abbiamo scelto di vivere insieme in una piccola comunità, per aiutarci a vicenda ed essere …» più libere «e vivere meglio. O almeno, questa è come la vedo io, è possibile che le altre abbiano la loro personale idea sulla cosa.»

«E il … l'uomo in tutto questo cosa c'entra?»

La Custode ride: «Probabilmente realizza il suo sogno di vivere circondato da belle donne.» Torna improvvisamente seria «Non lo so, ma l'idea è sua. O è da lui che è partita. È lui che ha messo su tutto, e non so sinceramente quale sia il suo progetto. Ma non … non so nemmeno se è importante. Gli interessa più il come che il perché del nostro vivere lì. Credo.» Si ferma, come per riflettere. «Ma forse non sono la persona giusta a cui chiedere. Sono l'ultima arrivata,» guarda la bambina di sguincio «ero l'ultima arrivata, sono quella che sa di meno. Dovresti chiedere a qualcuna più …» ridacchia «alla Prima, probabilmente.»

«Da quanto tempo sei qui?»

«Tre anni. Quattro.» il suo sguardo si perde un attimo, come a rifare i conti «Oh bene, non mi ricordo nemmeno se questo è il quarto, o se il quarto è passato da poco.» si agita sul posto, e non si capisce se per un disagio mentale o per correggere la propria posizione. «A volte ho la sensazione che il tempo passi più lentamente, da quando sono lì.»

«Sei felice di essere una Custode.» non è proprio una domanda. E subito la bambina continua «Siete tutte felici di essere lì, altrimenti ve ne sareste andate. Non siete obbligate a rimanere.»

La Custode torna a guardarla di sguincio, non le piace la piega che sta prendendo nuovamente il discorso. «Non è … esattamente vero.» intercala.