Dopo la prima ora, Adele comincia a riguadagnare la calma, proprio quando i suoi compagni cominciano invece ad entrare in tensione, nella breve pausa che la professoressa concede loro prima di procedere con le interrogazioni.

Persino il cambio di professore nell'ora ancora successiva, pur mettendola leggermente a disagio per la novità, non la stravolge. È invece con il suono della campanella della ricreazione che esplode nuovamente il panico. Mentre i compagni si alzano con immenso trambusto, Adele si restringe quanto più può nel suo banchetto isolato, aggrappandosi ai quaderni che si ritrova davanti, senza vedere via di scampo.

Potrebbe uscire in cortile, evadere dalla classe e dalla minaccia degli interrogatori dei compagni, ma significherebbe affrontare l'intera scuola, e questo la spaventa ancora di più, come se tutti i ragazzi fossero lì fuori ad aspettarla, per spiarla, incuriositi alla novità, pronti a interrogarla, a guardarla di sbieco, lei, la nuova, la strana, la diversa.

Sono invece i suoi compagni, o almeno la maggior parte di loro, ad abbandonare la classe, preferendo, nel quarto d'ora loro concesso, l'aria del cortile alla soddisfazione della curiosità circa la nuova arrivata. Solo un paio di sparuti gruppetti rimangono in classe, seduti ad angoli opposti, a chiacchierare fitto fitto, ad un volume sospettosamente basso. Sollevata dallo svuotamento della classe, Adele si dedica a consumare il proprio spuntino, pur non potendo fare a meno di pensare che sia di lei che quei gruppetti stanno parlando.

È solo sul finire della ricreazione, con il lungo stillicidio del rientro dei compagni, che la bambina si trova a dover fronteggiare le prime domande. Una delle ragazzine che può legittimamente chiamare ‘compagna di banco’, nel prendere posto, le chiede:

«Non sei uscita completamente?»

Adele scuote il capo, mormora «no», indecisa persino se voltarsi verso la compagna, come vorrebbe cortesia, o continuare a fissare il proprio banco, per non incoraggiare la conversazione.

«Ancora confusa dal trasferimento, eh?» la compagna sorride, ride quasi.

Confusa. Mi piacerebbe essere solo confusa, pensa la bambina. «Eh.» si ritrova a ripetere, come per conferma «Un po'.»

Lo sguardo attento, quasi entusiasta della compagna la mette un po' in imbarazzo, ma allo stesso tempo la invita a continuare.

«È tutto … troppo nuovo, ancora.» giocherella con le dita «E siete pure un po' più avanti per me.»

«Oh, vedrai che ti ambienterai presto,» la incoraggia la compagna «e approfittane finché puoi! Fossi in te,» e qui il sorriso della ragazzina si trasforma in un ghigno intrigante, mentre si china in avanti per sussurrarle all'orecchio: «cercherei di usarla come scusa il più possibile per non farmi interrogare.» le fa l'occhiolino.

Adele sorride, rasserenata anche dal fatto che la conversazione non stia prendendo la piega sbagliata. E puntualmente, con l'arrivo dell'altra compagna di banco, anche la temuta domanda:

«Ma come mai?»

Ed in quel momento salvifica risuona la campanella, mentre gli ultimi studenti rientrano rumorosamente in classe, subito seguiti dall'insegnante dell'ora successiva.

«È … una storia complicata.» riesce a mormorare la bambina, sperando che come risposta basti a placare la curiosità delle compagne, ed immediatamente pentendosene, temendo che la genericità della risposta, e persino il mistero che sembra svelare, sortiscano piuttosto l'effetto opposto.