I suoi nuovi compagni la notano, infine, qualcuno le si avvicina. «Ciao, sei la nuova?»

La nuova, sempre la nuova. Sempre in un altro posto, senza conoscere nessuno, senza sapere cosa fare. La bambina annuisce, l'espressione sul suo volto ancora sconvolta dalla paura. I compagni che la circondano sorridono invece, curiosi. La invitano a entrare, le mostrano il suo banco —quello disposto diversamente dagli altri— e qualcuno ha persino la gentilezza di scusarsi per la posizione.

La bambina riesce finalmente a sorridere, imbarazzata, ed è con sollievo che accoglie l'arrivo dell'insegnante, non gradendo troppo l'attenzione rivoltale dai compagni, che spinti dalla curiosità stavano già lanciando le prime domande sul trasferimento.

L'ingresso della professoressa, in concomitanza con il suono della campana, porta un'istantanea, per quanto tesa, pace nella classe. I ragazzini tornano ciascuno al proprio posto, aspettano in silenzio ed in piedi che la professoressa raggiunga la cattedra, rispondono in coro al saluto della donna, quindi si siedono in un gran fracasso di sedie che si spostano, al quale la professoressa risponde con uno sguardo indignato, ma silenzioso.

È solo a questo punto che la donna sembra accorgersi della bambina. La fissa intensamente, con un cipiglio che ad Adele pare minaccioso e che presto si scioglie in quello che dovrebbe forse essere un sorriso, ma che alla bambina sembra piuttosto un ghigno malevolo, forse per le rughe che l'età ha inciso sul volto della donna.

Le parole con cui la professoressa la introduce alla classe sono brevi, anonime, e se pure vorrebbero suonare accoglienti, (incluso l'augurio «che tu possa ambientarti velocemente») finiscono quasi con il risuonare come una minaccia, dovesse Adele ritrovarsi troppo indietro con gli studi, piuttosto che un incoraggiamento.

Sbrigata la formalità, la professoressa procede quindi con l'appello. Sentirsi chiamare per nome e cognome è per la bambina una sgradevole sorpresa. Quel ricordo della sua famiglia d'origine le sembra fuori luogo, memoria dolorosamente inutile della cesura ancora fresca. È come se il mondo insistesse sadicamente su quell'indesiderato distacco, per riportarglielo alla mente nei momenti più inopportuni dopo settimane in cui distrazioni le avevano portato sollievo, seppur superficiale. Nuovamente quel nodo allo stomaco.

Nel rispondere “presente”, alzando la mano, nonostante sia inutile, vista l'introduzione, sente lei stessa la voce che le trema, nell'angoscia del ricordo, sensazione amplificata dalla sensazione di avere su di sé non solo gli occhi vigili della professoressa, ma anche quelli curiosi di tutti i suoi compagni.

Sanno? Non sanno? Quanto o cosa sanno? La bambina prova quasi orrore all'idea di doversi trovare a fronteggiare un torrente di domande sui come e perché del suo trasferimento, ed il timore di venirne sommersa, così come il dolore per i ricordi riaffiorati, le rendono difficile concentrarsi sulla lezione, finalmente incominciata.

La voce della professoressa le rimbomba nella testa, senza per questo trovarvi appiglio, dandole quasi un senso fisico di fastidio, che non fa altro che metterla ancora più a disagio. Vorrebbe potersi alzare per correre in bagno a sfogare in pianto la tensione che le cresce dentro; si agita sulla sedia, sentendosi sempre al centro dell'attenzione, nonostante i compagni siano in realtà molto più presi dalle domande che la professoressa inframezza a sorpresa nelle proprie spiegazioni, come a saggiare quanto la classe abbia dimenticato delle lezioni precedenti.