Dalla scuola all'appartamento sono poco meno di quaranta minuti a piedi, alla fine dei quali sarò un bagno di sudore, vestigia evolutive di quanto permise ai nostri antenati di sviluppare le tecniche di caccia per esaustione. Quaranta minuti i cui primi cinque, dieci forse, li passo a liberarmi dell'immotivata ansia che mi opprime, fino ad avere la mente finalmente libera, focalizzata univocamente sul ritmo serrato della camminata, sugli ostacoli da evitare; ed infine, a piú di un quarto d'ora dalla destinazione, la mente che torna a divagare, a ripescare le fila di pensieri mai completamente pensati, di fantasie mai digerite.

Attraverso con fastidio il traffico urbano, e non posso fare a meno di tornare a considerare la stupidità di questo secolo, dove la cultura sociale è stata portata ad una ipocrita tecnofobia che non si traduce in altro che in un rigetto degli strumenti migliori in favore di una disastrosa inefficienza, una cultura costruita con fine saggezza in lunghi decenni, sottolineando la sociopatia del progresso della tecnologia, la pericolosità dell'intelligenza artificiale, salvo poi appoggiare nascostamente (presentato quando manifesto come “male necessario”) ciò che meglio permette il controllo dei singoli e delle masse, la loro manipolazione.

Vorrei poter dire che la cosa mi dispiace, mi turba, offende il mio senso di giustizia sociale, ma no, la verità è molto piú fredda: ho perso da una vita ormai ogni interesse nell'affrontare tali questioni, se non nella misura in cui disturbano la mia serenità.

Non ne valgono la pena.

Potrei costruire poetiche metafore, scrivere donchisciotteschi romanzi, sperimentare con qualunque forma d'arte per esprimere le mie riflessioni sull'inanità di certe lotte, su come gli utili idioti finiscono con il fare il gioco opposto di quello a cui credono di giocare, ma no, non ne valgono la pena al punto di non valere nemmeno il tempo di una giustificazione. La mia vita, i miei pensieri, le mie azioni, hanno come scopo precipuo null'altro che la mia serenità. E come potrebbe essere altrimenti?

Sollevo lo sguardo, uno sguardo automatico alla ricerca delle finestre dell'appartamento. Sono arrivato. Mi soffermo un attimo lí, sul marciapiede di fronte, e finisco con il chiedermi se poi è davvero sempre cosí.

È solo un momento. Attraverso la strada, apro il portone, salgo le scale, apro la porta di casa, lascio che si richiuda alle mie spalle mentre con rapidi gesti mi spoglio dei vestiti impregnati di sudore. Sono a casa.

Ed ora, sotto la doccia, mi trovo a pensare a quanti posti diversi possa essere un medesimo posto. Questo appartamento, sostanzialmente immutato dalla ristrutturazione cui lo sottoposi nel prenderne possesso, è stato per lunghissimi anni un piccolo angolo isolato dal resto del mondo, con me come unico residente, pur avendo spazio per una vita ben piú ricca di quella che avessi intenzione di viverci: perché la mia vita era pensata per essere una vita isolata quanto solitaria, e nonostante questo mi ero aperto alla possibilità di ricevere qualche rara visita dai miei consimili, e avevo voluto prevedere una stanza per gli ospiti, nonché una trasformista sala ricreativa, da palestra a sala proiezioni, da sala da gioco a sala da pranzo in quattro rapide mosse; ed il fatto che restassero vuote, inutilizzate, quelle stanze, era quasi per me un volontario memento del fatto che io volevo che lo restassero.

La parte piú semplice della mia vita, una routine di cui ancora, a volte, sento la mancanza, nonostante ora possa ben dire di vivere in agio ben piú che allora.

E poi quella folle scelta, quegli ospiti tutt'altro che miei consimili, e quello stesso appartamento che non era piú lo stesso, nonostante lo fosse. E tutto perché? Perché ogni stanza potesse diventare un nervo scoperto, una dolorosa fitta cui doversi abituare per ottundere, per non sentire piú nulla a ritrovarsi nelle stanze nuovamente vuote: la terza vita di quell'appartamento immutato, nuovi lunghissimi anni che cercavano di tornare ad essere quelli di prima della breve distrazione, senza poterci riuscire piú di quanto un foglio accartocciato possa tornare ad essere liscio.

E poi la nuova breve parentesi, la Prima, sempre in quella casa, almeno finché la sua presenza non è stato stimolo sufficiente, impulso a dare realtà al progetto delle Custodi, dando cosí inizio a quella che avrebbe dovuto essere l'ultima incarnazione dell'appartamento, un'appendice di celata importanza alla mia —nostra— nuova residenza.

Ed ora, senza che la bambina vi abbia messo piede, io mi ritrovo a viverlo in una sua quinta incarnazione che troppo riflette la sua terza, con ogni stanza che torna ad offrirmi i suoi fantasmi, al cui riemergere non so rispondere in altro modo che chiudendo gli occhi, fermandomi per respirare a fondo, con calma. Non succederà di nuovo, mi dico, non succederà di nuovo, per calmare la rabbiosa violenza che sento montarmi dentro. È passato troppo tempo, come possono questi ricordi riemergere cosí vivi da ridarmi le stesse sensazioni di allora?

Eppure l'appartamento rimane immutato, nella sua configurazione, nei suoi automatismi, come il servo meccanico —uno dei primi prototipi, senza ancora nulla di antropomorfo— che ora raccoglie i miei vestiti sudati per portarli a lavare, o come la spazzola meccanica che ripulisce il pavimento, lontana antenata di quelle che aiutano a tenere pulita la casa in montagna.

Mi tengo in disparte, a guardarli lavorare, e questo mi dà sollievo, conforto. Con un po' d'attenzione e quel tanto di manutenzione richiesta dall'inevitabile degenerazione dell'usura, questi macchinari sopravvivono praticamente da quando ho preso possesso dell'appartamento, invidiabili nella loro immutata operatività.

(Be', d'accordo, non immutata, il servo meccanico ha ripetutamente subíto miei interventi di raffinamento, di ‘educazione’ —dopo tutto, la sua manipolabilità fu proprio uno dei principali motivi che mi portarono a scegliere questo prototipo.)

L'equivalente tecnologico del contemplare un paesaggio da cartolina: lí ci si perde a contemplare come il caso, il caos della natura, abbia prodotto un'armonica associazione di elementi piacevoli allo sguardo, un angolo di mondo dove l'intervento umano non abbia —ancora— lasciato la sua indelebile e distruttiva traccia; qui, una tiepida eleganza, una apparente semplicità, un funzionale minimalismo che incarnano la speranza che lo stesso intervento umano si possa spingere oltre il distruttivo.

E c'era un periodo in cui questa era una delle poche cose che mi interessasse fare: rendere operativi, animare, questi meccanismi piú o meno complessi, dotarli di una intelligenza che permettesse loro di agire con grande autonomia nel raggiungimento di specifici obiettivi funzionali. Un appassionante passatempo, trattato seriamente come seriamente si dovrebbero sempre trattare i giochi, che al giorno d'oggi è invece per altri un estenuante lavoro, i cui benefici sono goduti principalmente da una ristretta, facoltosa élite e dai pochi che, come me, hanno con questa attività uno storico legame.

Quando, e perché, mi sono fatto distrarre dall'astratta serenità che ero riuscito a costruirmi intorno? No, non è nemmeno questa la domanda che mi dovrei porre, giacché la serenità di allora, nella sua semplicità, non poteva darmi la soddisfazione che ho raggiunto con il progetto delle Custodi, e mentirei a negare di preferire la mia vita di ora a quella di allora.

Di ‘ora’. Meglio: di prima che decidessi di minarne la serenità portandovi dentro questa bambina. La decisione impulsiva di allora, la decisione impulsiva di ora. E sempre, in mezzo, queste piccole vite insignificanti. Perché lo faccio? Che cosa mi porta a dimenticare, in momenti cosí critici, il mio mantra?

Mi ritrovo a fissare il vuoto, senza una risposta, senza pensieri, per un tempo interminabile.

Noia.

È per noia che mi ritrovo in queste condizioni? Non ho piú un'idea, un progetto che mi occupi la mente, che mi impegni, che mi dia uno scopo, che diriga i miei pensieri, le mie azioni, che focalizzi la mia attenzione, la mia intenzione. È cosí che si scivola nella stupidità, o meglio nella stoltezza: con la mancanza di un obiettivo.