Non è l'ora a cui deve svegliarsi, quasi la stessa a cui si era ormai abituata per raggiungere Hiromi nel bosco. Non è la presenza dell'uomo, che pur non allietandola le è sempre meno greve, ed ancor meno ormai che ha visto l'ombra di qualcosa dietro la sua freddezza. Non è nemmeno l'idea di stare andando a scuola, che dopo il primo, sproporzionatamente traumatico impatto al momento della notizia, l'ha ormai avvolta nella sua ottusa inevitabilità. A sconvolgerla è il caos.

Rumori, luci, aria irrespirabile. Un tuffo improvviso, drammatico, senza progressione, senza acclimatamento.

Dalle brevi fermate nella discesa verso la città, con qualche Custode che saltava già dal minipullman, chi salutando appena con un rapido cenno, chi dispensando baci alle vicine di posto, si è arrivati improvvisamente in città, strade non più isolate, traffico, come creato dal nulla, e il fluido moto del mezzo che si fa quasi singhiozzante.

La bambina si distacca quasi con disgusto dal finestrino contro cui fino ad allora ha tenuto poggiata la fronte, lo sguardo distratto dai rapidi cambiamenti di scena durante la discesa, ed è con sollievo che vede il minipullman imboccare infine una strada laterale che li porta rapidamente lontano dal traffico.

Scendono tutti. La bambina rimane a guardarsi i piedi contro le basole del marciapiede mentre saluti ed accordi si intrecciano sopra la sua testa, qualche mano affettuosa le carezza i capelli in un gesto di congedo. Un arido «Andiamo.» mentre il gruppo si disperde richiama la sua attenzione, e mentre il minipullman riparte, con a bordo solo due Custodi, la bambina si incammina, lo sguardo fisso sulle scarpe dell'uomo, il passo affrettato per tener dietro alle sue lunghe falcate.

Pochi incroci dopo sono di nuovo nel caos. Rumori, luci, aria irrespirabile. Un'opprimente senso di angoscia avvolge la bambina, come se le passate settimane di vita di campagna —isolata, silenziosa, pulita, tranquilla— l'avessero resa aliena alla confusione, agli spazi ristretti in cui è nata, in cui ha vissuto per anni. Un nodo le stringe lo stomaco, e la bambina si trova ad accelerare il passo per accorciare la pur breve distanza che la separa dall'uomo, fermo ad attenere il verde al semaforo.

«Vuoi che ti porti lo zaino?»

La bambina solleva un attimo lo sguardo ad incontrare quello dell'uomo, torna ad abbassarlo quasi di scatto. Scrolla le spalle, come ad aggiustarvi sopra meglio lo zaino, scuote il capo in segno di diniego.

In condizioni diverse, con una mente piú serena, la bambina si sarebbe interrogata, perplessa, su quell'offerta, quella inusuale manifestazione di gentilezza, avrebbe forse ponderato il mese passato, come a filtrare quell'evento, a valutarlo contro l'atteggiamento che l'uomo ha tenuto con lei fino ad allora; ma al momento la sua mente sta combattendo altre battaglie, cercando familiarità in un ambiente che —inesplicabilmente, per lei— non gliene offre: ed è cosí con sollievo che la bambina accoglie il loro arrivo davanti ai cancelli della scuola, l'ondata dei coetanei che la trascina dentro, dandole appena il tempo di rispondere con un cenno di assenso all'avviso con cui l'uomo si congeda da lei:

«Ti verranno a prendere all'uscita.»

Il temuto rientro nelle costrizioni della vita precedente le è ora una distrazione quasi anelata.