Ho perso il mio equilibrio, dice; e quando parla di equilibrio lei non è di quello fisico che sta parlando, o non solo. Tecnicamente, non è nemmeno che me lo dica, in questo caso, non direttamente; piuttosto, mi propone quest'idea con uno di quei lunghi, tortuosi discorsi, che toccano tre lingue ed altrettanti registri, perché non può dirmi direttamente qualcosa che potrebbe offendermi.

Ho perso il mio equilibrio, dice; perché alla fine, per quanto possa esere tortuosa la via, per quanto possa essere indiretta la proposta, il messaggio alla fine è chiaro.

La mia risposta, per contro, è un breve gesto d'assenso; null'altro, ed è lei ora a non sapere come reagire.

Non sono offeso. Perché mai dovrei sentirmi offeso? Perché mai avrei dovuto, potuto offendermi? Rassegnato, piuttosto, questo sí. Rassegnato, non foss'altro perché so, sapevo già, prima che me lo dicesse lei, perché me lo sono detto io stesso, senza tuttavia riuscire, pur con la presa di coscienza, a recuperare l'equilibrio perduto, a trovare un nuovo equilibrio.

Carezzo distrattamente la lunga cicatrice che le segna il fianco, un gesto che pochi possono permettersi impunemente, e prendo coscienza di come il reiterare quel gesto sia un modo per affermare il mio dominio su quella persona.

Oppure sono io a leggerlo così, con il riemergere di pensieri passati. Due sono le Custodi sulle quali —dovesse un giorno esserci un esodo— posso scommettere rimarranno comunque al mio fianco: la Prima, della quale sono informalmente in possesso per averla comprata —formalmente, per averne acquisito i debiti da lei accumulati nei confronti del protettore e precedente padrone— ed Hiromi, legata a me da un debito di riconoscenza che ha più valore per lei che per me.

Ed ora una terza, la bambina, comprata anche lei, nuovamente per debiti, ed è per questo —per questa— che mi ritrovo a pensare nuovamente in questi termini le altre due, come non succedeva da anni.

Non ha mai avuto importanza, allora come ora, eppure è sempre stata una differenza tra loro e le altre —tutte le altre— una differenza che trova unica manifestazione nella chain of command che raramente, se mai, ha avuto modo di essere esercitata.

Eppure ora, con la bambina, torna alla ribalta, ed è inutile negarlo, ma è proprio per la sua età, non foss'altro perché altrimenti non sarebbe stata una costrizione. Ma non è questo che mi ha fatto perdere l'equilibrio. Non direttamente, almeno.

È stata una mia scelta, dopo tutto. Avrei potuto dire di no in qualunque momento. Non l'ho fatto.

Ed ora l'età del soggetto comporta delle nuove obbligazioni nei confronti del mondo esterno, obbligazioni alle quali non posso permettermi di mancare. Questo turba l'equilibrio, ma se è la ragione, lo è solo ora, non certo nelle settimane trascorse. E l'osservazione di Hiromi non è certo all'ora che si riferisce, o non solo.

No, la perturbazione viene da prima, da subito, con il suo ingresso nella nostra vita, nella mia vita, a fare da eco ad un altro periodo in cui l'equilibrio era stato perso, poi riguadagnato —con entusiasmo— poi perso di nuovo —in un crollo improvviso. Un periodo di cui —ora mi viene in mente— Hiromi —come tutte tranne la Prima e Nana a cui io stesso l'ho raccontato solo un mese fa— non sa.

Non sa? Provo a ricordarmi se ne ho mai parlato con lei, nelle nostre conversazioni a distanza che precorrono di anni persino il mio incontro con la Prima. Ho i log da qualche parte, potrei fare una rapida ricerca. A mano? Troppo tempo, o troppo facile farsi sfuggire un breve accenno, troppe possibilità di falsi negativi a rivederli troppo di fretta. Parole chiave? Non abbastanza sofisticate, quali termini avrei usato in quel periodo? Qualcosa di contestuale, analisi del linguaggio, motori d'inferenza? È il momento di ripescare qualcuno dei vecchi codici dei bei tempi andati.

Ecco, questo già mi piace di più, questo sono io, problemi deterministici da affrontare, risposte univoche —sì, no— da cercare, analisi razionali che prescindono —sostanzialmente— dall'elemento umano. Codice. Logica. Algoritmi. Computer. Queste sono le acque in cui mi trovo a mio agio.

Mi alzo a sedere, il corpo di lei —sempre attenta alle mie reazioni, benché non partecipe dei miei pensieri— che si scioglie dal mio. Non mi viene in mente subito che potrei semplicemente chiedere a lei, e quando finalmente ci penso, è alla condizione di riuscire a chiedere senza dirle qualcosa (perché poi?), senza rivelarle nulla che già non sappia, ma senza nemmeno farle intende di cosa si starebbe parlando, in caso di risposta negativa. Crittografia asimmetrica: puoi darmi la risposta senza conoscere la domanda?

No, più semplice senza contatto umano. Certo, è un po' che non mi aggiorno sui progressi nel campo; forse è il momento di rimettersi in pari, per quanto sia una cosa che odio. Secoli di informatica, ed ancora nessuno che abbia trovato un modo per imparare le cose senza studiare. Metto su qualcosa con i vecchi codici, e mentre si studiano i miei log vedremo se ci sono novità.