Non dovrebbe fare così male, come se fosse qualcosa di adesso. È passato tanto di quel tempo, il tempo dovrebbe attutire il dolore, smorzare. E invece no, mi invade la sensazione di essere sul punto di rivivere le stesse cose di allora. E la cosa assurda è che non posso rivivere le stesse cose di allora, perché questa bambina non è nessuno per me, nient'altro che una crudele eco di vite passate.

Non dovrebbe fare così male. Ho vissuto per anni da solo, in quelle stesse stanze in cui avevo vissuto con loro, fino a perdere completamente la sensibilità, finché ciascuno di quegli ambienti, di quegli oggetti, non aveva smesso di essere un nervo scoperto, un richiamo, una memoria.

Ed ora una cosa talmente banale, che non dovrebbe preludere a nulla, che non può finire nello stesso modo, è una fitta al petto, uno spillone conficcato nel cuore, un dolore fisico, lacrime che non riesco a trattenere.

Piangere mi dà un po' di sollievo, mi fa riguadagnare serenità, mi porta a riflettere sulla sciocchezza della cosa, nonostante la necessità di trovare sfogo. Vorrei poter dire che la mia preoccupazione è anche legittima, che notizie che possano consolidarla non mancano, ed invece mi dico che è tutto dentro di me. Mi trovo persino quasi a ridacchiare, pur senza ilarità, pensando a quello che succederebbe se alla bambina dovesse succedere qualcosa. Ma è una risata che sa di rabbia, e non serve ad altro che a ricordarmi vendette passate.

Farei davvero come allora? Sono gesti in cui non mi sono mai riconosciuto, pur avendoli compiuti; e tutt'ora, anche adesso in cui il dolore ritorna quasi fresco come allora, li rivivo come un'esperienza extracorporea, e senza alcun coinvolgimento emotivo.

Quando la porta si apre, sono ormai quasi sereno. Sono in poche a potersi permettere di venirmi a trovare quando ho chiesto di essere lasciato solo, e non apro nemmeno gli occhi per vedere chi sia. Quando mi copre con un lenzuolo, come a proteggermi dal freddo del pomeriggio che avanza, penso che possa essere Nana, o la Prima: ma non si stende al mio fianco, e non esce silenziosamente dalla stanza; invece, la sento che si accomoda sul pavimento, a fianco del letto.

Sospiro, immaginandola inginocchiata lì accanto, che mi volge le spalle, in silenzio, eppure non in attesa; e trovo persino sorprendete quanto mi possa consolare, senza motivo, sapere che Hiromi veglierà sul mio incipiente riposo.