Percepisco la sua silenziosa presenza accanto al letto, so che attende conferma della mia veglia. Faccio un vago gesto con la mano, senza abbandonare la mia posizione prona. Ho dormito il mio bastante, ma non ho ancora voglia di affrontare il mondo alzato. È lei, come consuetudine, a sedersi cavalcioni sulla mia schiena, scivolando poi indietro fino a potervi poggiare il petto.

«Sono venuta a chiedere scusa.» parla con calma «Ho avuto paura. Ho ancora paura. Non so … non ho idea di come … gestire questa situazione. Non siamo … non siamo attrezzati per ospitare una … bambina. Non abbiamo vestiti, non abbiamo nulla, non sappiamo …»

«Enough.» Accenno a voltarmi, lei si solleva quanto basta per permettermi di completare il movimento, poi torna a sedere. «Non cambierà nulla. La mia vita, la nostra vita, non verrà sequestrata dalla presenza di questa persona. Le condizioni per la permanenza di chiunque qua dentro rimangono invariate.» la guardo fisso negli occhi, e lei sa che le sto ripetendo che può andar via, per sempre, quando vuole, e che le sto confermando che potrò fare quello che vorrò con la nostra nuova ospite.

Perché alla fine sappiamo entrambi che è questa la sua paura, l'aura di sessualità che sottende la presenza delle Custodi, la nudità non scevra di una certa carica erotica.

Avrei giustificazioni. A dodici anni non è più una bambina. Il bombardamento mediatico, la pubertà precoce (non tanto, a guardare la figura del soggetto specifico). Ma la verità è che non mi interessa. Non mi interessa giustificarmi, non mi interessa lei come corpo, non mi interessa lei. Punto.

Ma è qui, ed è la prima inserzione casuale nella compagine delle Custodi, la prima a non essere cercata o trovata. La prima imposta, benché il termine sia improprio giacché in qualunque momento avrei potuto (dovuto?) rifiutare.

E nel mio sguardo fisso si riflette intanto lo sguardo angosciato della mia prima Custode, che infine abbassa gli occhi.

«Lo so. È per questo che sono venuta a chiederti scusa. Scusa per la mia paura, perché è una mancanza di fiducia, perché è una reazione … intestinale? isterica? emotiva? E mi fa paura perché pensavo di esserne libera. Ma non ne sono. Ed è una reazione stupida, perché lo so che il corpo non è … Nana, per esempio …»

Dalla porta arriva mormorìo di voci, una domanda «dorme?» una risposta non udibile, forse un gesto di diniego. «Entra» dico. Si affaccia dalla porta, Nana, come per assicurarsi di non stare disturbando. Mi sollevo a sedere, la prima scivola via da me, mi si siede accanto.

«Dorme.» incisiva, tranquillizzante «Al ciliegio.» E segue un momento di silenzio «Le ho detto che saresti stato il suo mentore.» Altro momento di silenzio «Si è tranquillizzata.»

Lei. Io molto meno. E si vede. Quando mi alzo, spostandomi verso il balcone, Nana mi segue, senza fretta.

«Il mentoraggio.» mi limito a dire, guardando oltre la balaustra il campo che ci si stende davanti.

«Anche dal punto di vista legale, è la soluzione migliore.» mi ricorda. È vero, e lo so, e lei sa che lo so; come sa che è tutto perfettamente inutile, che è solo pro forma; come sa che se ne occuperanno altri, che io mi limiterò a porre una firma, perché non mi interessa fare di più, perché mi disgusterebbe incontrarmi con chiunque per affrontare la burocrazia e la meschinità che orbitano attorno a questa pratica.

«Spero solo che vada meglio dell'altra volta.» è il mio ultimo commento, e la mia voce esce più malinconica e deprimente di quanto sperassi. E loro mi guardano sorprese, si guardano sorprese, ma anche la prima non sa.

Mi accomodo sulla sdraio. La prima esita, poi mi siede in braccio. Ed ascoltano il mio racconto.