L'uomo è sdraiato sul letto, prono, le braccia incrociate, il capo poggiato sopra. La Custode seduta cavalcioni sulla sua schiena si volta di scatto verso la porta quando la bambina irrompe nella stanza, e Adele subito si ferma, fulminata da quello sguardo. Non riesce nemmeno a chiedere scusa: deglutisce a vuoto, mentre la porta si chiude alle sue spalle, e si chiede perché le due Custodi fuori non l'abbiano fermata.

«È la bambina?» la voce dell'uomo è bassa, quasi un mormorío, ma chiaramente udibile. La Custode distoglie lo sguardo da Adele, si china appena in avanti, bisbiglia una risposta affermativa. L'uomo sospira. La Custode torna a voltarsi verso la bambina, che non può fare a meno di notare l'ostilità che cova dietro quegli occhi. Per la prima volta Adele sente un brivido di paura al cospetto di una Custode, come se quella giovane donna fosse una leonessa pronta a saltarle addosso; retrocede di un passo, involontariamente.

«Che c'è?» il tono dell'uomo è neutro, quasi indifferente. Adele sente nuovamente il fastidio che sempre le suscita quel distacco, ma non riesce a rispondere, intimorita dallo sguardo della Custode, imbarazzata da come le sembra banale, infantile la sua rimostranza.

Nel silenzio che segue, la Custode torna a voltarsi in avanti, ma l'uomo scioglie le braccia, le picchetta un ginocchio; la giovane donna si alza, con uno sbuffo mal represso, a lunghe falcate si dirige verso la porta, passando accanto alla bambina che si scansa impaurita.

Quando la porta si chiude alle spalle della Custode, la bambina torna a guardare verso il letto, da dove l'uomo non si è mosso.

«Avvicinati.»

La bambina avanza con cautela, a piccoli passi. Arriva all'altezza del letto, ma se ne tiene a debita distanza, quasi contro la parete di fronte.

«È per la scuola?» L'uomo guarda davanti a sé, nel vuoto, come se non stesse veramente prestando attenzione alla bambina, come se stesse conversando con un ente incorporeo la cui voce potrebbe giungere da qualunque punto.

«Sì.» No. Non solo. Non lo so più.

L'uomo sospira di nuovo, annuisce.

«Non ha senso che tu vada a scuola.»

La bambina è interdetta. Non era questa la discussione che si era preparata ad avere.

«Non c'è nulla che tu possa imparare lì che non potresti imparare anche qui, anzi probabilmente meglio.»

La bambina china il capo di lato, sporgendosi, cercando di vedere meglio il viso dell'uomo, sperando di capire che senso abbiano quelle parole, se sono una presa in giro o cosa. L'uomo si volta appena verso di lei, poi torna a guardare davanti a sé.

«Fosse per me, non ti ci manderei.»

La bambina ha intravisto qualcosa di strano in quello sguardo, qualcosa che potrebbe essere dolore, tristezza.

L'uomo stende un braccio, tamburella sul ripiano di legno che sporge da sotto il letto. «Purtroppo, non è una mia scelta. Sei ancora nell'età della scuola dell'obbligo, e qui non siamo attrezzati per questo. Ma come tuo mentore sono obbligato a garantirti un'istruzione formalmente riconosciuta.»

Confusa, la bambina si siede a terra. C'è una strana tensione sul viso dell'uomo, e le sue parole non hanno senso. Di cosa sta parlando? «Non … non vuoi che io vada a scuola?»

L'uomo sospira di nuovo, smette di tamburellare, si volta verso la bambina. «No. Preferirei di no.» distoglie lo sguardo, torna a guardare davanti a sé, nel vuoto. «C'è ben poco che potresti imparare a scuola che non potresti imparare qui. Personalmente, penso non ci sia proprio nulla. Ma la legge prevede che tu debba andarci, e purtroppo non posso farci nulla. E c'è, effettivamente, qualcosa che puoi avere a scuola, ma non qui.»

Nel silenzio che scende, la bambina non può fare a meno di chiedersi a cosa si stia riferendo l'uomo, ma è evidente che c'è qualcosa che lo mette a disagio, lo turba, lo trattiene dal rispondere. E così è la bambina a trovarsi infine costretta a chiedere: «che cosa?»

«Interazioni sociali con tuoi coetanei.» sbuffa l'uomo.

Tutto qui? Ma no, non può essere semplicemente quello, ed il viso dell'uomo non le sembra più sereno. C'è qualcos'altro, qualcosa di cui l'uomo non sta parlando.

«I miei coetanei sono stupidi. E noiosi.» borbotta la bambina, lo sguardo chino.

L'uomo si volta verso di lei, abbozza un sorriso che a lei sfugge, torna ancora una volta a guardare davanti a sé, ed il suo viso è un po' più sereno. «Magari stavolta avrai compagni più interessanti.»

La bambina risponde facendo spallucce, senza alzare lo sguardo. Ha altro per la testa, adesso. Si sta chiedendo se è la sua presenza a mettere l'uomo a disagio, se è per qualcosa legato all'espressione di astio nello sguardo della Custode con cui l'ha trovato; e potrebbe capire una reazione di fastidio, nell'uomo, ma non quella che sta vedendo.

«Mi … mi dispiace avervi disturbato.» riesce a mormorare infine.

«Eh.» l'uomo sorride di nuovo, con un piccolo sbuffo. «Mi sa che è soprattutto a Vale che dovrai chiedere scusa.»

Torna a scendere il silenzio tra loro, e la bambina si dice che dovrebbe alzarsi, andarsene; l'impeto con cui ha fatto irruzione in quella camera si è esaurito, al punto che ormai anche le emozioni che vi erano dietro ora le sembrano esagerate, forse persino immotivate. C'è qualcosa nel turbamento dell'uomo che la impressiona, forse addirittura la spaventa. E proprio per questo non riesce a muoversi da dove si trova: non perché l'uomo in sé le faccia paura, ma al contrario perché attratta da questa crepa nella quasi crudele freddezza che l'uomo ha manifestato con lei finora.

Ed è l'uomo, infine, ad allontanarla. «Vattene,» dice «per favore.» e la bambina sente che la voce è tirata, fragile «Lasciami solo.»

Ha gli occhi chiusi, la mascella ora contratta. La bambina si alza, raggiunge la porta senza distogliere lo sguardo da lui, ma non riesce a nascondere un piccolo sospiro di sollievo appena fuori.

«Vuole essere lasciato solo.» dice alle due guardie, e si incammina mesta per il corridoio.