Nuove abitudini, costruite giorno per giorno quasi per caso. Nuove familiarità con volti, nomi, gesti. E con la nuova, fragile vita che emerge cominciano a sfumare la confusione sul suo rapporto con il nuovo ambiente, i pensieri cupi sulla propria solitudine, le angosce della nostalgia; tutto il prima viene assorbito in un sfondo sempre più distante, sempre meno prominente, sempre meno doloroso.

Ed un pomeriggio Nana la raggiunge in camera, si siede sul bordo del letto, e le ricorda qualcosa di spaventosamente banale, e che in un altro contesto quasi non le avrebbe fatto effetto.

Ed invece lì, ora, sboccia in un dramma. Perché? Perché io, perché questo, perché ora? Perché? Fermate tutto, fatemi scendere, fatemi scappare via, lasciatemi in pace. La sensazione che prova la bambina è quella di ingranaggi che si inceppano, di risvegli improvvisi, di urti contro invisibili pareti di vetro. Tutto metaforico, ma non meno reale.

Il tablet da cui l'ha appena distratta l'arrivo della donna le scivola di mano, le urta il ginocchio, e la gamba improvvisamente è muta, indolenzita, formicolante.

«Perché!?» esclama finalmente a voce alta. Eppure è una cosa talmente ovvia, talmente prevedibile … e ciononostante, prendere coscienza del dover riprendere ad andare a scuola è doloroso.

Non è la scuola in sé a farle paura, o a darle fastidio, o a minacciarla di noia: è la sensazione della nuova, fragile vita che torna a sfuggirle di mano; è l'attrito con la crudezza della realtà, la presa di coscienza del fatto che quella vita spensierata che ha appena abbozzato in quelle settimane, di cui ha appena cominciato a godere, era poco più che un sogno, una breve parentesi, una inaspettata vacanza che giunge al termine.

Troppo presto.

E torna, potente, la sensazione di essere sballottata in giro per il mondo, strattonata dalla vita. Ed inevitabilmente torna il dolore, sopito in quelle settimane, della lontananza dalla famiglia, quella vera. Qui ora c'è solo Nana, che la tira a sé, la abbraccia, le carezza il capo, le bacia i capelli, mormora qualcosa di consolatorio che la bambina non riesce nemmeno a sentire, immersa nell'angoscia del nuovo spaesamento.

E con l'angoscia torna, aggressivo, l'odio per quell'uomo che si è impossessato della sua vita, che sembra divertirsi a farla soffrire, a metterla a disagio, ad illuderla con promesse di serenità da cui strapparla poi improvvisamente; e con l'odio, una rabbia che la aggredisce da dentro, che la fa accartocciare su sé stessa come le prime notti.

La pazienza infinita di Nana, le sue lente, continue carezze, il suo pacifico silenzio aiutano la bambina a riemergere da quel tunnel di dolore e angoscia e rabbia, ritrovare un po' di calma, almeno abbastanza da sentire il bisogno di giustificare la propria reazione. E Nana la ascolta, senza dire nulla, fino alla fine. Ed infine, senza smettere di carezzarla, le chiede:

«Pensi che ce l'abbia con te?»

«Sì.» borbotta la bambina in risposta, ma allo stesso tempo la domanda della donna la fa riconsiderare «No. Non lo so. Ogni volta che fa qualcosa mi …» rovina la vita, ma le parole non le escono dalla bocca. Deglutisce a vuoto, volta le spalle alla donna «Vorrei solo che mi lasciasse in pace.»

Non è nemmeno vero, sta pensando. Sto bene qui, sto davvero bene. Sono felice. Ero felice. Sono stata meglio qui che … no, non vuole nemmeno pensarlo, perché l'idea la fa ancora stare male, non è giusto che sia così, anche se è vero, ed è questo forse più di tutto a metterla a disagio.

Vorrebbe essere prigioniera, prigioniera come sono prigionieri gli eroi delle storie che legge, con un fuoco interiore alimentato dal desiderio di evadere, di tornare alla vita fuori dalla prigione, nel mondo. E lei invece si ritrova a godere della sua permanenza in quella casa, senza più nessun desiderio di scappare, senza più nemmeno una nostalgia della sua vita di prima, solo una piccola fitta per la lontananza da casa, dai suoi, una fitta che si fa sentire solo in quei momenti in cui si ritrova a pensarci, momenti che sono sempre più radi, sempre meno intensi.

Nessun desiderio di evasione, come se fosse quella l'evasione, una fuga al contrario, dal mondo di fuori verso quella vita tranquilla e senza pensieri; e l'unico sentimento che la brucia dentro ancora è l'odio, la rabbia verso quell'uomo, la sua freddezza, la sua indifferenza, la sua distanza, fin all'assurdo di pensare che si sentirebbe tanto meglio, lei, se almeno l'uomo l'avesse portata lì per qualcosa, avesse fatto qualcosa, qualunque cosa, per farsi odiare veramente, se l'avesse insultata, picchiata, se avesse abusato di lei. E invece, la cosa peggiore che sta facendo, dopo averla strappata alla sua famiglia, è soltanto mandarla a scuola.

Ed improvvisamente Nana le suggerisce, sottovoce, come se non fosse una cosa troppo importante, che volendo potrebbe anche andare a parlarne direttamente con lui, se ha qualcosa da ridire sulla questione. Che quando c'è un disaccordo, uno screzio, parlarne con la persona interessata è il primo passo per spianare, per chiarire.

«Non c'è niente da chiarire.» la bambina si ritrova a rispondere secca, imbronciata. Di cosa mai dovrebbe parlare con l'uomo, lei? Andare a dirgli che lo odia, prenderlo a calci, a pugni? È questa l'unica cosa che le viene in mente.

Si alza di scatto, scende dal letto, corre fuori dalla stanza.