Vorrebbe poter smettere di pensare, ora, la bambina. Hiromi non ha più parlato, e le asciuga i capelli, massaggiandole lentamente il capo. E lei si sente stupida, o quanto meno confusa, con la mente affollata di pensieri, di idee, e vorrebbe che tutto questo facesse silenzio, la lasciasse in pace.

Non una prigione, ma una fortezza; anzi, qualcosa ancora di più, con quella ricchezza, con quella varietà: è un piccolo mondo fuori dal mondo. Fantasia: se il mondo finisse domani, se domani l'umanità dovesse estinguersi, potrebbe ripartire da lì.

È questo che sta facendo quell'uomo? Collezionare persone, talenti? Non sono delle semplici custodi, non sono delle semplici guardie del corpo, un piccolo esercito. Sono Custodi con la C maiuscola, ed è come se fossero loro stesse il tesoro che dovrebbero proteggere, custodire.

E daccapo la invade quella sensazione di essere un'estranea; anche lì, anche in quel posto che sembrava potesse accoglierla, torna, aggressiva, quella sensazione di non appartenere che tanto spesso la prendeva lì fuori, senza punti di contatto con gli altri bambini: il topo di biblioteca, la secchiona, noiosa, fuori dal mondo, con quei suoi amori, quelle sue passioni che venivano dai libri, e che agli altri erano tanto alieni. E ora, lì, si sente la piccola cosa inutile, insignificante, quella che può solo ricevere, che non ha nulla da dare, e questo è improvvisamente importante, una mancanza di reciprocità che la schiaccia.

Senza altro motivo, peraltro, che la sua stessa coscienza, verso quelle donne sempre presenti, sempre disponibili, sempre pronte a venirle incontro, ad aiutarla, ad insegnarle, a mostrarle. E lei adesso vorrebbe imparare tutto, da tutte, ma allo stesso tempo vorrebbe sparire, non essere più lì, in un posto che non le spetta, senza un ruolo, ed anzi sentendosi un peso, un ostacolo, un granello di sabbia che non può altro che dare fastidio.

Occhi chiusi, la bambina li sente gonfi, pesanti di pianto, seppure senza lacrime; non ancora, non subito.

«Bambina.» e Hiromi improvvisamente parla, e quella parola non ha un tono dolce, ma nemmeno sofisticato, o crudele. E potrebbe essere, da sola, una spiegazione, ma la donna continua, con quel suo accento strano, quelle consonanti anomale «Seme nella foresta, circondato da alberi, pensa: cosa sono io? Cosa faccio qui, piccolo, insignificante, sotto questi alberi alti e forti?»

La bambina sospira. Se quello è un antico proverbio cinese, o qualcosa del genere, è piuttosto deludente; ma se non altro, quelle parole le danno un po' di sollievo. «Vorrei essere già grande.» mormora.

Le mani di Hiromi si fermano, ma la donna non dice niente.

«E no,» continua la bambina, con una rabbia soffocata, soffocante, che non è diretta a nessuno in particolare «non voglio sentire le storie dei grandi che vogliono tornare bambini: sono solo storie di persone che dell'essere bambini ricordano solo gli altri che si prendono cura. Non serve essere bambini per quello. Ma essere grandi significa essere qualcosa, significa essere. I bambini non sono niente, non sanno niente, non sanno fare niente, e la vita non è la loro, ma dei grandi che decidono per loro. E io sono stufa di non essere niente, sono stufa di avere altri che decidono cosa potrò essere, cosa dovrò essere, che cosa posso e non posso fare.»

Si ferma, travolta dalla valanga dei suoi stessi pensieri, troppe cose da dire. Quanto quel posto le stesse cominciando a piacere, quanto le fosse cominciato a sembrare che ci si potesse trovare bene, a suo agio. E quella follia, quell'assurda sensazione di essere libera lì, dove era obbligata a stare. E di tutto questo, alla fine, le esce solo un grido di frustrazione.

Nel silenzio che segue, la donna continua imperterrita a massaggiarle il capo. Poi prende una spazzola, e con la stessa immutabile pacatezza comincia a stenderle i capelli, con movimenti morbidi e lenti come carezze. Con un immenso sospiro, Adele comincia a ritrovare la calma, e con questa a provare un po' di vergogna per lo sfogo, sentendosi una bambina capricciosa. Non saprebbe nemmeno cosa farsene, lei, della libertà. Non sa cosa fare, non sa nemmeno cosa pensare, in questo momento.

«È possibile?» chiede mestamente «È possibile che mi senta più libera qui, dove sono costretta a stare, che … che prima?»

Hiromi non risponde alla domanda, ma le lascia finalmente liberi i capelli, le si siede accanto, sciogliendo i proprî dall'asciugamano in cui erano avvolti, e comincia a ripetere per sé le azioni che aveva compiuto per Adele.

Nel silenzio che segue, la bambina aspetta una risposta, vorrebbe sentirle dire qualcosa, qualsiasi cosa, foss'anche solo per avere una scusa per parlare ancora, non essere lasciata ai proprî pensieri. Ed è in quell'attesa, sollevando finalmente lo sguardo verso la donna, che comincia a rendersi conto di cosa sia fatta la trama più fine di quella impalpabile rete che lega le Custodi tra loro.

Si alza. «Vuoi … vuoi che ti aiuti?»

La donna si ferma, le braccia ancora sollevata; la guarda negli occhi, sorride. Lascia i capelli, si inchina appena in avanti. «はい。 おねがいします。 Grazie.»

È con timore che la bambina comincia a prendersi cura della chioma di Hiromi, sentendosi goffa, impacciata, incerta sul da farsi; ma la donna si lascia asciugare i capelli in silenzio, con gli occhi chiusi, senza perdere il sorriso.

Quando i capelli le sembrano sufficientemente asciutti, la bambina raccoglie la spazzola, con quel lieve profumo che ancora non sa riconoscere, e rimane affascinata da come questa passi senza intoppi in quei capelli lisci, folti. Tutto è bellissimo in quella donna.

Adele affonda le dita in quella pesante cascata nera, non nasconde di esserne affascinata «Che bei capelli …» e poi, un'idea improvvisa, un ricordo «Posso farti una treccia?». La stessa risposta, gli stessi gesti, come un rito, e la bambina si perde nella massa di capelli, nell'alternanza delle ciocche, trovando nella concentrazione dell'attività manuale una distrazione dai pensieri, dal loro tormento.

Ed improvvisamente la donna chiede: «Cosa significa essere liberi?» Le mani della bambina si fermano. Hiromi afferra le code delle ciocche, le lega tra loro per chiudere la treccia ormai finita, insiste: «Perché è importante essere liberi?»