«Ora di pranzo.» Poche parole improvvise, che fanno tornare bruscamente Adele nel mondo reale, facendole sentire la fame, la stanchezza mentale e fisica che la concentrazione, l'esercizio fino ad allora hanno esatto dal suo corpo, che per una piccola finestra di tempo ha sentito solo la propria postura, la propria respirazione, il proprio , e sfere immaginarie di tutte le dimensioni attorno a cui muoversi, in una bolla fuori dal mondo, in un ritmo cadenzato dagli «ancora» di Hiromi, dalle sue poche altre parole.

«Di già?» la bambina è sorpresa, guarda al cielo, si volge in quella che dovrebbe essere la direzione della casa, invisibile oltre gli alberi; ma la donna si sta già incamminando, con passo rapido, e Adele si affretta a seguirla, fermandosi solo a raccogliere il tablet abbandonato tra le radici di un albero.

La bambina è affascinata da quella donna, le sue poche parole, i suoi gesti misurati; si scopre ad imitarla, nel rientrare in casa, nel modo di togliersi le scarpe sorpassando il piccolo scalino; si scopre a seguirla fino al bagno.

C'è qualcosa che ancora la sorprende nella frequenza con cui si fanno il bagno, in quella casa; una, due volte al giorno, tutte quelle donne, quanta acqua useranno? E però è innegabile quanto la sensazione di freschezza, pulizia, generale benessere con cui si esce ogni volta da quei bagni sia superiore alla frettolosa attenzione dedicata all'igiene personale che sembra regnare là fuori, anche nei momenti di riposo, nei periodi di vacanza.

Persa in questi pensieri, la bambina si ritrova anche qui ad imitare la donna, svestendosi nell'antibagno, piegando i vestiti, seguendola poi nella sala da bagno. Anche il corpo di Hiromi richiama la sua attenzione, dalla sua piccola statura —è appena più alta di lei— alle forme femminili appena accennate; ed ogni gesto della donna, attento, misurato, mostra muscoli ben definiti, ma non esagerati, guizzanti sotto la lucida pelle. Una piccola statua vivente, che Adele si trova a guardare con desiderio, invidia: mi piacerebbe diventare così.

Ed improvvisamente lo sguardo di Adele viene attratto dalla lunga cicatrice che corre dietro il fianco destro della donna, dalla scapola giù fino alla fossetta sopra il bacino. La bambina distoglie subito lo sguardo quando Hiromi si volta, ma sa di averla fissata troppo.

«Katana.» si limita a commentare la donna. Sposta il braccio in avanti, come a scoprire ulteriormente la cicatrice, poi afferra il polso di Adele con l'altra mano, le fa scorrere le dita lungo il segno. «Taglio molto pulito.» spiega «Molto fortunata in mio unico errore.» E con questo si volta nuovamente, e torna a lavarsi.

Come se fosse sufficiente, mentre la bambina si ritrova mangiata dalla curiosità. Quelle poche parole, quanta vita nascondono dietro? Adele scava nella memoria, immaginandosi fantasiosi scenari da antico Giappone, duelli all'arma bianca, classici samurai. Non certo roba di questo secolo. Che cosa faceva Hiromi prima di venire a vivere qui? Cosa fa adesso?

Persa nelle sue domande, nelle sue fantasiose ricostruzioni, la bambina non si accorge quando la donna le si affianca. Sobbalza, scoprendosi osservata, arrossisce, vergognandosi senza nemmeno sapere il perché. «Più energia.» dice la donna. Prende la spugna, la passa sul corpo di Adele con decisione; la bambina chiude gli occhi, si lascia insaponare, fare lo shampoo, sciacquare.

«Sei stanca?» La bambina annuisce. «Vieni.» la donna la conduce alla vasca, ed appena sono entrambe dentro, le comincia a massaggiare le spalle, la base del collo, le braccia, i fianchi, le gambe. È la seconda volta che la bambina si ritrova così sotto le mani di una Custode, ma il tocco di Hiromi è completamente diverso da quello della sera prima; con Stella, Adele si era ritrovata completamente rilassata, pronta a stendersi per dormire: il massaggio di Hiromi, invece, le rivitalizza i muscoli, e la bambina sente una sensazione come di calore diffondersi per il corpo.

«Grazie.» mormora Adele quando la donna finisce «Ne avevo proprio bisogno.»

«Primi giorni sempre molto difficili.» spiega Hiromi. «Dopo sarà peggio.»

La bambina alza il capo, sorpresa, chiedendosi se la donna abbia sbagliato attributo, ma quando incontra il suo sguardo Hiromi le fa l'occhiolino, e Adele si ritrova a ridacchiare come una scema.

Rilassandosi nel tepore del bagno, la bambina si ritrova ad affrontare quella sorta di ammirazione, di desiderio di emulazione, che la donna le ha suscitato. E non è solo quel modello di perfezione fisica, ad attirarla, ma anche la sua indole composta, discreta, persino riservata, quasi pacifica; e quel tocco magico, che fa da contrappeso a quello di Stella. E Priyā, con i suoi tessuti e i suoi colori. E quella (chi?) che suonava il pianoforte la scorsa sera. E ciascuna delle altre, probabilmente, il proprio talento. È una piccola epifania che la fa sobbalzare: «le Custodi!»

Ritrovarsi davanti lo sguardo curioso, forse perplesso di Hiromi la ammansisce. Senza che la donna dica una parola, Adele si ritrova a giustificare quel piccolo scatto, chinando il capo, arrossendo, perdendo le parole «Ho … ho solo pensato che tutte, voi, siete … siete così brave, avete qualcosa che …» ed improvvisamente il suo pensiero non è più sull'appellativo di quelle donne, e si sente come schiacciata da un inesistente paragone; che cosa mai è, che cosa mai potrà essere lei, in confronto a loro?