L'indomani, la bambina si sveglia molto presto, ma sentendosi fresca e riposata come non le succedeva da chissà quando. Scende dal letto carica d'energia, pronta per una giornata di ozî e piaceri.

Ieri, ieri è stata una bella giornata, pensa. E dopo i giochi, quel bagno prima di cena: la Custode aveva proprio ragione, ci si sente gloriosamente dopo. (Ma esisteva davvero, poi, quella parola?) Sarebbe bello se tutti i giorni fossero così, d'ora in poi. Portarsi un libro da leggersi in un angolino del bosco, tornare a casa per pranzo, passare un pomeriggio in compagnia delle Custodi.

Tablet in mano, la bambina si avvia pimpante verso la cucina, pregustando la gloriosa colazione che la aspetta. Eppure c'è qualcosa di diverso, questa mattina, come se la casa fosse più tranquilla, più silenziosa, meno … viva. Sulla soglia della cucina, la bambina si ferma, perplessa: ci sono solo un paio di Custodi, e la differenza con la folla della mattina precedente stronca per un momento il suo entusiasmo.

Non c'è qualcosa di cattivo nell'aria, ed i saluti sono gli stessi del giorno prima; solo … di meno. La bambina si muove guardinga, quasi con la paura di risvegliare qualcosa o qualcuno, preparandosi un posto vicino alle Custodi —ma non troppo. «Oh, è presto ancora.» mormora a mezza voce, accorgendosi finalmente dell'ora. «O tardi …» allusiva, le giunge la voce della Custode seduta accanto che, vedendo il suo sguardo confuso, completa «È lunedì, quelle che lavorano fuori sono già andate.»

«Pensavo che …» la bambina si interrompe. Non è un piccolo mondo isolato. Prendere coscienza di questo, improvvisamente, le insinua un sottile disagio, senza tuttavia che il motivo di questa sensazione le appaia chiaro. Scuote il capo, per rimarcare di non voler finire la frase, di non volersi soffermare su quei pensieri, e completa la colazione.

Respirare la fresca aria del mattino la aiuta a sentirsi meglio. Con la salita verso il bosco ritrova il buon umore del risveglio, i grandi, pacifici piani per quel giorno, per i giorni futuri. La sua attenzione viene assorbita dalla ricerca di un buon posto dove sistemarsi, un albero comodo contro cui poggiarsi, un angolo tra le radici dove arrivi il sole, e possibilmente senza vista sulla casa, sulle sue minacciose finestre, delle quali già il semplice ricordo le dà un brivido.

Esplorando, provando, la bambina comincia ad allontanarsi dal sentiero, attirata ora da quella nicchia alla base di un castagno, ora dalla biforcazione del tronco di quell'altro. Alla fine, scoraggiata, si ferma a riprendere fiato; si siede in terra, butta indietro il capo, rimane a guardare il cielo, ad ascoltare i piccoli, saltuari rumori che interrompono il silenzio del bosco.

C'è qualche suono particolare che le giunge alle orecchie di tanto in tanto, come se qualcuno pestasse il terreno, o strisciasse i piedi. La bambina si fa più vigile, attenta; tende le orecchie, sorpresa dalla natura inusuale di quei rumori, confusa tra curiosità e paura. Si alza con cautela, cercando di non fare rumore lei stessa, di non perdere traccia di quei radi tonfi, strusciamenti, di capirne l'origine.

Infine, superata la paura, decide di avviarsi, lentamente, nella loro direzione, pronta a voltarsi e fuggire alla minima impressione di pericolo.

Ed è solo una Custode. La bambina riprende fiato, continua ad avvicinarsi, con rinnovata curiosità, fermandosi infine sotto un albero, quasi nascondendosi dietro il suo tronco, a spiare. Rimane così a guardare, come ipnotizzata, quel corpo minuto che passa da una figura alla successiva senza soluzione di continuità, con movimenti morbidi, pacati, fluidi, in una sorta di lenta danza; e tuttavia dietro ogni gesto la bambina indovina una grande energia, dominata ma non sopita.

La donna non dà segno di accorgersi della presenza della bambina nemmeno quando le due si ritrovano l'una di fronte all'altra, nemmeno quando i loro sguardi si incrociano, e la bambina si sente più imbarazzata dal proprio essere quasi nascosta dietro l'albero che dall'essere stata vista. È solo quando quella sua strana danza giunge all'attesa conclusione che la Custode si ferma, torna a voltarsi verso la bambina e la saluta con un sorriso e un piccolo inchino, gambe unite, busto in avanti, la mano sinistra a coprire il pungo della destra.

Scende il silenzio sulla distanza che le separa, mentre le due si guardano negli occhi; la bambina rimane aggrappata all'albero, incerta, timorosa, pur sotto il pacato sorriso con cui la donna risponde al suo sguardo. Ed infine, Adele trova il coraggio di mormorare: «Era molto bello.» per poi aggiungere, dopo una lunga pausa «Cos'era?»

«太極拳» risponde la donna «Vuoi imparare?»

«Oh no, io non … non sono capace, con queste cose.» si schermisce la bambina.

«Nessuno sa fare, prima di imparare.»

«Sì, ma no, davvero, non è … non sono cose per me. Io non sono … non ho …» lo sguardo della donna persiste, fisso, la voce della bambina si fa più debole, le parole svaniscono.

«Vieni,» conclude la Custode, sorridendo, offrendole una mano, invitante. Con uno sbuffo, la bambina esce dall'ombra dell'albero, copre i pochi passi che la separano dalla donna, le sfiora la mano.