«Dài, scendiamo giù.» Sarà un invito, sarà un ordine, ma il fatto stesso che io mi ritrovi a seguirlo così, passivamente, senza entusiasmo, senza obiezioni, semplicemente perché lei l'ha proposto ed ora mi guida fino al salotto, mi mostra quanto io mi stia sentendo improvvisamente vuoto.

E le custodi sono già lì, a preparare i tavoli, il té, i biscotti. Non ho nemmeno voglia di giocare, mi butto sul divano della stanza accanto, e la Prima, che mi ha condotto fin qui, si siede in modo da permettermi di poggiare nuovamente il capo sulle sue gambe. Non ho nemmeno visto chi è che sta suonando il pianoforte: chiudo gli occhi, e lascio che la musica dirompente mi inondi il cranio.

È uno di quei momenti in cui vorrei soltanto che fosse già dopo, senza aver attraversato tutto il tempo in mezzo. Da quanto tempo non mi sentivo più così? I primi esami all'università? I primi colloqui di lavoro? I primi problemi hardware di un mio computer?

No, non è nulla del genere, non c'è nulla da aspettare, stavolta, nessuna angoscia nell'attesa di affrontare un esame, un giudizio, nessuna preoccupazione nel sapere cosa si riuscirà a recuperare, cosa no. Stavolta c'è solo da aspettare di uscire da questa sensazione; è più l'attesa del malato: quando mi passerà la febbre? quando non avrò più questo malessere diffuso?

“Non cambierà niente,” avevo detto, avevo deciso. Come se fosse una cosa che si delibera; ma va bene, l'ho detto sapendo io per primo che qualcosa, tutto sarebbe cambiato. Wishful thinking. Mi credevo al di sopra di questi piccoli giochi psicologici di autoinganno. Ma l'unica cosa che non sapevo veramente era come le cose sarebbero cambiate.

Sono proprio conciato male, e nemmeno la violenza del pianoforte riesce a farsi abbastanza spazio; mi posso ancora sentire pensare. E quando il pezzo finisce, sento la perplessa tensione nell'aria, ed un bisbìglio, per non disturbare, per non disturbarmi: «quelque chose plus douce Héloïse. Avrei potuto indovinare. Scuoto il capo. Preferisco venir aggredito dalla musica di Liszt che trovare il sottofondo giusto per i miei pensieri. Non ho più niente da pensare, non voglio aver più niente da pensare. Meglio godermi un po' di sano virtuosismo, una musica vivace che tiri su di morale, che comunichi forza allo spirito. Ma Héloïse fa di testa sua, e trova un compromesso nella Campanella. Sorrido. Mi piace, è una buona scelta, con quel delicato inizio, e la crescente foga.

Sospiro. Questo è il mio mondo. Un grembo su cui poter poggiare il capo a riposare, dita fatate che corrono su una tastiera, la presenza silenziosa di Hiromi, spuntata dal nulla, silenziosa come un fantasma, come sempre, per sedersi sul pavimento accanto al divano, volgendomi le spalle, le gambe incrociate, a meditare.

Ed improvvisamente, oltre le note del pianoforte, oltre le chiacchiere nella stanza accanto, la voce della bambina. Sperduta in quel caos di suoni, la percepisco appena. Apro gli occhi, il mio sguardo incrocia quello della Prima, la cui figura mi sovrasta. Le sue mani continuano lente, imperterrite, a scivolare tra i miei capelli, pacate; ed io leggo negli occhi della Custode che è anche un modo per trattenermi. Di sguincio, guardo verso la porta, ma della stanza accanto si vede solo un angolo di divano.

Dalle parole che riesco a sentire capisco che le stanno facendo provare un gioco. Potrei alzarmi, andare di là a giocare anch'io, sedermi a un tavolo, anche non lo stesso, fare la mia piccola scenetta del campione invincibile e un po' sborone, quel piccolo vizio che non mi passa mai. Non lo farò. Rimarrò qui, ad ascoltare la musica, a farmi carezzare i capelli; la lascerò in pace, la bambina, da sola, minimizzando le occasioni di contatto; le darò il tempo di acclimatarsi, di ricostruire la sua vita qui. Di entrare, venire assorbita, infine, nel mio piccolo mondo.