Sdraiata sul letto della propria camera, la bambina contempla il tablet, fermo ancora alla mappa del suo percorso della mattina. Non riesce a scrollarsi di dosso quella sensazione di essere in prigione, una prigione in cui le piace stare, una prigione in cui può fare quello che vuole, a patto che qualcuno o qualcosa possa sempre sapere dov'è, forse anche cosa fa. Può leggere i libri che vuole, mangiare quello che vuole, andare dove vuole, quando vuole. Potrebbe persino scappare, probabilmente, ma la verità è che ormai lei per prima non è più tanto sicura di voler tornare alla vita di prima.

Pensare questo la angoscia. Si sente una traditrice nei confronti della sua famiglia, ma allo stesso tempo non riesce a trovare un motivo per cui dovrebbe preferire quella vita a questa nuova che le si sta parando davanti, se non quella nostalgia che le stringe il cuore. Pensa che se deve scappare è quello il momento giusto, prima che la nuova vita diventi un'abitudine, avvinghiandola in un'inestricabile rete di legami affettivi; ma non è una decisione che vuole prendere.

Non che ci siano decisioni che lei voglia prendere; non si è mai nemmeno posta la questione del prendere decisioni. Decisioni, decisioni, spetta ai grandi prendere decisioni, non ai bambini. Come fanno i bambini a scegliere, a scegliere bene? Se potesse scegliere, un bambino chiederebbe di mangiare solo biscotti, dolci, cioccolato; ma solo il bambino potrebbe pensare che questa sarebbe una buona scelta, e solo fino a non avere la nausea o il mal di pancia per i troppi dolci.

Per questo sono gli adulti a scegliere, pensa la bambina, e allo stesso tempo si chiede se scelgano poi meglio, gli adulti. Tutta la sua vita finora è stata scelta dagli adulti, e nessuna delle scelte le è mai piaciuta: cosa mangiare e cosa non mangiare, come vestire, cosa imparare, cosa leggere e cosa non leggere; e poi improvvisamente questo. E nuovamente la bambina si sente travolgere dall'orrore, dal disgusto, dal senso di abbandono, e dalla voglia di ritornare a prima, e dalla repulsione di ritrovarsi da capo a subire le stesse scelte che a questo hanno portato.

Questo. Vivere da sola in mezzo a questa gente, in questa splendida prigione da cui nessuna vuole andare via, dove ha mangiato le cose più buone della sua vita, dove nessuno sembra aspettarsi che lei faccia qualcosa, dove toccherà a lei, ora, prendere decisioni, ma l'unica decisione che lei vuole prendere è quello che leggerà domani, seduta sotto un albero, o su uno dei tavoli del barbecue, magari con accanto un pacco di biscotti. Chi mai le dirà qualcosa?

La bambina torna a guardare la linea rossa sulla mappa. Con le dita, fa scivolare la mappa a destra, a sinistra, in alto, in basso; scopre che c'è molto ancora da scoprire, che il ‘centro’, quella casa, occupa solo un misero angolino in basso a sinistra, che il percorso da lei seguito copre una minima parte della proprietà. Forse invece di starsene a leggere girerà un altro po', domani; potrebbe provare a vedere cosa c'è in quella casupola all'altro estremo della proprietà, per esempio. Quanto sarà distante? Cosa si dovrà portare?

È incredibile quanti posti sembrano esserci, lì, per potersene stare un po' da soli; ed allo stesso tempo, tanto poco bisogno; semmai, al contrario. È così che vanno le cose lì, ognuna se ne sta rinchiusa nella sua stanza, o c'è un posto, una stanza dove si incontrano? Si organizzeranno in qualche modo per usare quel piccolo cinema che la rossa le ha mostrato. Ci sarà qualcuno in palestra. Ci sarà qualcuno in biblioteca. È lei, Adele, piuttosto, a rimanersene tappata in camera.

Perché poi?, si chiede la bambina trovando il coraggio di uscire di nuovo per i corridoi, incamminandosi verso la biblioteca. Le Custodi sono simpatiche, gentili, disponibili, soprattutto quando ci si trova a parlare a tu per tu; ma ogni volta che le vede tutte insieme —tutte?— come durante i pasti, si sente così lontana da loro, così estranea.

Ed ora saranno tutte là. Sente le voci già dal corridoio —ed i suoi passi si fanno più esitanti— poi ancora più nitide quando entra in biblioteca: si sente pure un pianoforte che suona. La bambina si ferma, ascolta, e lentamente, un cauto passo dopo l'altro, arriva ad affacciarsi alla porta che dà sul salotto.

C'è chi è seduta in poltrona, chi su un divano, chi sdraiata con la testa in grembo ad una compagna, e la maggior parte è però seduta ai tavoli al centro della sala: chiacchierano, ridono, prendono il té, e giocano. È questo che fanno le Custodi la domenica pomeriggio? Mangiano torte e pasticcini col té, e giocano. Giocano a carte, giocano a Mikado, giocano a giochi che la bambina non ha mai visto prima. Qualcuna suona il pianoforte, in una stanza attigua.

A richiamare la sua attenzione è la stessa Custode che a colazione l'aveva invitata a sederlesi accanto. Come allora, la saluta agitando la mano con il braccio teso verso l'alto, e la bambina si incammina verso il tavolo a cui la Custode è seduta; la sua comparsa non desta particolari reazioni, come se la sua presenza lì fosse ormai normale. E di questo la bambina ne è lieta, perché la fa sentire più rilassata, anche se sente allo stesso tempo una punta di delusione, perché proprio ora che è più serena non le dispiacerebbe un po' di curiosità da parte di quelle donna: ma l'unica cosa che le chiedono, quando infine arriva al tavolo, è: «vuoi giocare con noi?»

La bambina guarda i pezzi, i dadi, le carte, confusa. «Non lo conosco, questo gioco.» «Se è solo per quello, te lo spieghiamo.»