È a questo punto che la bambina comincia a rilassarsi, ad aprirsi. «È che mi sento che non so fare niente.» borbotta. Lena stringe l'abbraccio «Oh piccola, ma è normale. Sei appena arrivata, e nessuno ti ha spiegato come funzionano le cose qui. Certo non è bello trovarsi proiettate così in un mondo tutto nuovo,» la bambina scuote il capo in segno di diniego, a conferma «ma vedo che ti sei già data da fare. Hai scoperto da sola come aprire la finestra?» la bambina annuisce, in un piccolo scatto d'orgoglio: è una cosa talmente sciocca, un motivo talmente futile per essere orgogliosa, ma ne va comunque fiera.

«Sei una ragazzina sveglia, sono sicura che ti saprai dare da fare.»

«Ma come avete fatto voi ad imparare?»

«Oh be', la maggior parte di noi è stata … sponsorizzata da qualcuno che c'era già, e quando stai molto con qualcuno impari; per emulazione, se vuoi. E poi puoi sempre chiedere al tablet.» La bambina solleva il capo, dubbiosa, al che la donna trova spontaneo chiederle «Dov'è il tuo tablet?»

«L'ho lasciato in camera.» la bambina distoglie lo sguardo «Non mi piace.» china il capo, pronta a ricevere un inevitabile rimprovero sulla stoltezza di quella reazione, rimprovero che non arriva; ed è la bambina stessa a continuare, come se dovesse giustificarsi: «E poi c'ha quella strana sensazione quando lo tocco, come se … come se fosse qualcosa di vivo, una pelle.» la bambina ha un brivido a ripensarci.

«Ma quella è qualcosa che puoi cambiare. Se vuoi ti mostro come.» pausa; i loro sguardi si incontrano «Ma non è solo per questo che non ti piace, vero?» insiste la donna. La risposta è secca: «No.» mentre la bambina torna a distogliere lo sguardo, sentendosi nuovamente stupidamente capricciosa. «Vallo a prendere, su.» la invita Lena; e mentre la bambina si allontana, trascinandosi via come a fatica, la donna le manda dietro, a mo' di esortazione: «non lasciare mai che la rabbia, il dolore ti rovinino la vita.»

Quando la bambina torna, il tablet in braccio, il capo chino, sta ancora pensando alle parole della donna, sentendole come un rimprovero, senza rendersi conto di a chi fossero veramente rivolte. «Oh, su, piccola, non fare quella faccia,» Lena le solleva il mento con un dito «non era un rimprovero …» la donna esita, poi tace, non gradendo la piega che sta prendendo il suo stesso discorso.

La bambina si arrampica sul letto, sedendosi nuovamente accanto a lei, la schiena contro la testiera, il tablet sulle ginocchia sollevate. La donna si sporge verso di lei, poggiandosi ad un gomito; con la mano libera, le indica i passi da seguire per modificare le proprietà tattili dello schermo stesso, e la bambina si trova davanti una quantità sorprendente di opzioni.

Carta. La reazione è quasi istantanea, ma la sensazione di rattrappimento che la finta pelle dello schermo comunica alle sue dita la costringe a staccare la mano, disgustata. È solo per incitamento della donna che la bambina ritrova il coraggio di sfiorare lo schermo. E le sembra davvero, al tatto, come la pagina di un vecchio libro, ruvida e saggia.

«E ora?» le piace la sensazione di quella superficie, le fa persino tornare la voglia di andarsene in biblioteca a prenderne uno vero, ma si aspetta che la donna ora le possa spiegare perché quel coso sia così importante. E la donna le mostra la rubrica, che lei aveva già visto quando l'uomo le aveva consegnato il tablet; le mostra la mappa, che la rossa le aveva già mostrato portandola in giro per la casa: ma stavolta è diversa, sembra una di quelle mappe del tesoro nei video dei pirati.

«È perché hai scelto la carta come superficie. Alcune funzioni cercano di adattarsi.» «Mi piace di più così.» «Anche a me. E poi guarda questo. Il tuo percorso di stamattina.» Con rapidi tocchi la donna le mostra come vedere la strada fatta quel giorno: la vista sulla mappa si allontana, mostrando anche parte del terreno attorno alla casa, ed un tracciato rosso segue il cammino fatto dalla bambina quella mattina.

Ma Adele non è contenta. Con un sospiro, solleva il polso con il braccialetto. «È questo, vero? È come pensavo. È per questo che non vuole che ce lo togliamo? Per sapere sempre dove siamo?»

«Pensi davvero che il padrone si passi il tempo a spiare gli spostamenti delle sue Custodi?» Lena vorrebbe che la situazione fosse comica, per poterci ridere su; e invece è angosciante «No, ha altro a cui pensare. C'è solo un caso in cui la tua posizione diventa importante, ed è se ti dovesse succedere qualcosa; allora sì, questa viene comunicata tempestivamente, ma non solo a lui, anche a tutte noi.» Lena abbraccia la bambina, le deponde un bacio sulla fronte «Lo so, è brutto, pensarci ti fa sentire meno libera, come se fossi continuamente spiata. Ti consola un po' sapere che a ‘spiarti’ normalmente è solo un computer?» «È un gan'ka. Probabilmente vive più col computer che con una qualunque di voi.»

Passano lunghi minuti di silenzio, ed è la donna a romperlo. «Vedi, è di questo che parlavo. Tu ti senti in prigione, vorresti essere altrove, vorresti che nulla di tutto questo fosse mai successo, e quel braccialetto per te è solo un indizio della sorveglianza che ti è imposta. Per noi … be', dipende ovviamente. Io non ci penso nemmeno per la maggior parte del tempo, al limite è una piccola cosa ornamentale che tengo sempre con me; ci sono quelle che lo usano per controllare il battito cardiaco in palestra, o per sapere quanti chilometri di corsa hanno fatto. E lo stesso per il tablet: ci puoi leggere libri, ascoltare musica, guardare video, giocare, scrivere, disegnare. O tenerlo in disparte perché te l'ha dato il padrone. Ma loro sono solo strumenti, è il tuo modo di viverli che li rende quello che sono per te.»

Nel silenzio che nuovamente scende tra loro, Lena si tormenta, conscia di quanto le sue parole possano continuare a suonare come un rimprovero. «È come con i vestiti, con il cibo. Ti ho visto mangiare con entusiasmo, i vestiti ti sono piaciuti. Il braccialetto, il tablet, è perché sono elettronici? Più … vicini al padrone?»

«Non lo so. Forse. È che a me non piace essere qui, ma non è un brutto posto. E allora se non penso al gan'ka sono anche felice di stare qui. E queste cose mi fanno pensare a lui, e quindi le odio. Ma in realtà è bello stare qui, e mi trovo bene con voi. Almeno quelle di voi che conosco.»

«È per questo che non te ne sei scappata via subito? Ti togli il bracciale, te ne scappi via.» «Mi lascerebbe andare via? Mi farebbe inseguire e riportare qui. E sarebbe arrabbiato.»

«Tu pensi? Io penso che ti lascerebbe andare via. E penso anche che ti farebbe seguire da qualcuna di noi, a distanza, discretamente, giusto per essere sicuro che non ti succeda niente.» La bambina non risponde subito, come per riflettere su cosa dire. «Non penso che gli interessi di me fino a questo punto.» conclude infine. «Ma pensi che gli interessi al punto di seguire dove vai, cosa fai, o farti riacchiappare se dovessi scappare?»