La donna che viene loro incontro lungo il corridoio ha nelle forme e nei gesti la morbidezza di una bellezza un tempo prorompente ed ora pacatamente sfiorita. Sorride alla bambina, la saluta con un «ciao cara, benvenuta», le porge la mano, il palmo rivolto verso l'alto, accogliente.

La bambina lascia la mano della donna che l'ha accompagnata fin lì, e si sente già meno triste, meno spaventata, meno arrabbiata; segue la nuova materna signora giù per un corridoio, cullata dalla sua morbida voce, che le spiega come ora troveranno una stanza per lei, faranno un bel bagno ed andranno a dormire, che sicuramente sarà stanca morta.

La bambina, il cui sguardo non si è mai sollevato da terra se non per pochi brevi momenti, nota i piedi nudi della donna, in contrasto con i sandali a tacco alto dell'altra; nota la gamba morbida e libera, in contrasto con lo scultoreo tono avvolto da lacci di pelle dell'altra; si ferma un attimo, si toglie le scarpe, i suoi piedi poggiano sul pavimento nudo, tiepido.

Il sorriso della donna si allarga, la sua morbida mano le carezza il capo. «Vieni», la invita a seguirla ancora; la bambina perde un po' il senso dell'orientamento nei corridoi sempre più illuminati, è sorpresa da come quella casa sia grande, viva ancora a quell'ora; combattuta tra la stanchezza e la novità, è comunque lieta quando finalmente si fermano.

«Ecco,» la donna apre una porta «questa andrà benissimo.»

La bambina si guarda intorno timorosa, è colpita dal colore rossastro del legno del perlinato alle pareti, dei mobili, del letto. È stupita poi quando la donna le mostra il controllo per la luce, non il solito interruttore ma una manopola con cui regolare l'intensità.

La donna la guida nella stanza. «Qui puoi tenere i tuoi vestiti …» i loro sguardi si incrociano «se vuoi puoi toglierti quelli che hai adesso, ma non abbiamo qualcosa per la notte della tua misura.»

«Mi vergogno.»

«Non ti preoccupare. Qui» la donna apre l'altra porta della camera «c'è il gabinetto. Per fare il bagno, però, dobbiamo andare di là. Ora tu ti sistemi un attimo, ed io ti aspetto qui fuori in corridoio, appena sei pronta. Va bene?» La bambina annuisce a capo chino, la donna le carezza il mento, sorridendo.

Da sola, la bambina ha di nuovo paura. Usa il gabinetto in fretta, si spoglia restando con i soli slip, quindi si precipita alla porta. La donna le carezza il capo, spegne la luce nella stanza, e la conduce alla porta successiva.

L'ambiente in cui entrano sembra quasi uno sgabuzzino, con spazio forse per tre persone al massimo, due pareti con scaffali a nido d'ape. Qui la donna la invita a togliere le mutandine, quindi la introduce, attraverso la porta di fronte, al bagno vero e proprio.

C'è una grande vasca, ed una doccia fuori da essa, con stupore della bambina; ci sono due sgabellini, qualche bacinella, spugne, saponi. La donna le spiega come funzionano i bagni giapponesi, la aiuta ad insaponare la schiena, a fare lo shampoo; infine, quando entrambe si sono lavate e sciacquate, entra nella vasca e la invita a seguirla.

«Ed ora ci rilassiamo un minuto prima di andare a dormire, va bene?»

L'acqua è molto calda, ma non scotta. La bambina si siede di fronte alla donna, e rimane lì rigida, ancora incerta. La donna la invita ad avvicinarsi, la fa girare, la avvolge in un abbraccio, la fa poggiare al proprio petto, le carezza i capelli e lascia che la tensione e la paura della bambina trovino finalmente sfogo nel pianto.

I singhiozzi della bimba trasportano la disperazione dell'abbandono, la sua voce rotta insiste sui perché interrogativi, sui dubbi dell'affetto famigliare. La donna tace, le sue carezze continuano ininterrotte finché il pianto della bambina non si estingue.

Allora la donna la aiuta ad uscire dalla vasca, a soffiare il naso, ad asciugare il corpo ed i capelli, ed intanto le racconta che in molti luoghi, in molti tempi, una famiglia che avesse delle difficoltà affidava i figli a qualcuno che potesse prendersene cura meglio, e che proprio perché era la cosa più preziosa per suo padre lei ora si trovava qui.