Dopo aver bussato due volte senza risposta, la bambina raccoglie il coraggio necessario e sprova la maniglia. La porta si schiude, e la bambina si affaccia nell'oscurità, finché alla luce che trapela dalla porta socchiusa non riesce ad identificare Lena stesa sul letto, con un'alta pila di cuscini a sorreggerle il capo, lo sguardo perso nel vuoto.

«È permesso?» bisbiglia la bambina. Lena si volta verso di lei, si riscuote, ed un sorriso stanco le tende le guance. «Piccola …», la invita.

«Ho portato qualcosa da mangiare.» mormora la bambina, facendosi strada nella semioscurità trascinandosi dietro il carrello con cautela, per non fare troppo rumore.

«Che cara che sei.» la voce di Lena ha qualcosa di distratto, sognante, come se non fosse del tutto cosciente, e la bambina sente crescere dentro di sé una strana paura per questo suo modo di parlare.

«Vuoi … vuoi che apro un po' la finestra?» chiede esitante, a disagio in quella mancanza di luce che sente quasi morbosa. «Ma sì, un po' sì.» le risponde la voce sognante.

La bambina trova quasi a tentoni la finestra, fa scorrere le dita sullo stipite sinistro, lasciando che la luce del pomeriggio filtri appena, proiettandosi sul pavimento, quanto basta perché nella stanza si possa finalmente dire che c'è luce. Nel compiere quel gesto, non può fare a meno di sentire un po' di orgoglio per il semplice sapere come far funzionare la finestra; e nello stesso momento, accorgendosi di non sapere come aprire i vetri senza spalancare le persiane che vi sono incorporate, si sente di nuovo piccola e ignorante.

«C'è un sacco di roba …» sta commentando intanto Lena, che sembra essersi risvegliata, tirandosi a sedere sul letto, sporgendosi verso il carrello. «Nana ha aggiunto qualcosa anche per me,» spiega la bambina, arrossendo «nel caso mi venisse fame.» «Non hai mangiato?»

E così la bambina le racconta la sua mattina, della frutta nel pozzo, della lunga passeggiata nella pineta e tra i castagni, dell'orto e del giardino, delle angoscianti cariatidi, delle spaventose finestre chiuse; ma soprattutto del silenzio e della pace tra gli alberi, e della voglia di tornare lì e lasciarsi scorrere addosso e l'aria e il sole e il tempo. Lena annuisce, conferma, mentre la bambina continua, e conclude con la sua perplessità, se tutto quello che quello che ha mangiato finora sia prodotto lì.

La donna ride, scuote il capo e le spiega che no, non sono autosufficienti, anche se probabilmente al padrone piacerebbe; ma che là vicino c'è anche una fattoria, una delle poche a non essere caduta nella trappola della produzione industriale, di quelle con terreni a pascolo, galline che razzolano, e pochi selezionati clienti disposti a pagare un sovrapprezzo per avere prodotti sani, naturali. «E al padrone piacciono i cibi naturali.»

«All'uomo» ripete la bambina «piacciono le cose naturali.» «Sì.» risponde con semplicità Lena. «Al gan'ka.» insiste la bambina «Sì!» reitera la donna, senza comprendere il motivo di quello stupore. Poi improvvisamente capisce, ride.

La bambina distoglie lo sguardo, mormora «Lo so, non è per nulla come penso che siano, non è per nulla come ci insegnano. Ma in realtà non mi interessa.» pausa, capo chino «Non voglio averci nulla a che fare.» solleva lo sguardo, sgambetta, seduta sul bordo del letto «È un bel posto qui, ci sono un sacco di belle cose da fare, un sacco di cose da imparare.» torna a guadare Lena «Penso che starò bene con voi.» E la donna capisce che quel voi si riferisce alle Custodi, che esclude espressamente il padrone di casa. Guarda con tenerezza quella povera piccola che ha deciso di amare la sua nuova vita, di goderne pur continuando a odiare, a disprezzare, chissà, colui che l'ha causata. Si sporge in avanti, la abbraccia, le carezza il capo.

«Sono sicura che ti troverai benissimo, piccola cara.» le mormora.