Senza più la fretta della fame, la bambina giunge a quello che riconosce facilmente come ingresso principale, dal lato opposto alla rimessa da cui è uscita. Ad accoglierla è una doppia coppia di porte a vetri, che isolano il clima di fuori da quello di dentro, che si aprono su un grande atrio diviso in due da un singolo scalino che stacca la piastrellatura in ceramica del tratto più esterno dal rialzo in legno che conduce ai corridoi interni.

Lungo lo scalino, una filiera di scarpe le indica silenziosamente cosa fare. La bambina arriva fino allo scalino, cercando un buco nella filiera, si toglie le scarpe, si sfila le calze, e rimane quindi esitante sullo scalino, conscia del fatto che anche i vestiti che indossa portano la polvere di fuori. Con un sospiro di rassegnazione, si toglie anche maglietta e pantaloni, avvolgendoli in un imbarazzante fagotto, sperando di potersene disfare quanto prima.

Passando davanti la porta della cucina, scorge le Custodi indaffarate a rassettare dopo il pranzo, e riprende quindi a camminare con più cautela, per non farle accorgere della sua presenza. Invano, perché un paio di secondi dopo sente Nana che la chiama. La bambina si ferma, si volta, mentre Nana la raggiunge per chiederle se ha mangiato.

La bambina sente le guance che le si infiammano per l'imbarazzo, si aggrappa con disperazione al fagotto che tiene in mano, e balbetta: «Ho … ho preso la frutta … quella del pozzo.» e poi d'un fiato, per scusarsi «Ma poi ne ho messa altra! Ho riempito di nuovo il secchio …»

Ma l'unica cosa che Nana le chiede è: «Ti basterà un po' di frutta?» e la bambina rimane un attimo interdetta; poi, chinando il capo, mormora: «Non era solo un po',» la voce è tesa «mi sono abbuffata.»

«Ma era solo frutta, ti verrà fame di nuovo tra dieci minuti. Senti, facciamo così. Io stavo per portare qualcosa da mangiare a Lena. Faccio un vassoio un po' più grande, e glielo porti tu, così se ti viene fame c'è qualcosa anche per te, va bene?»

La domanda è retorica, Nana torna in cucina per riemergerne poco dopo con un carrello che spinge fino alla bambina rimasta ferma, un po' sbalordita, in corridoio.

«Ecco qua. Oh, sono i vestiti quelli? Come ti sei trovata?» «Bene, ma sono tutti sporchi ora. E non so …» «Dalli a me, li porto in lavanderia.»

Con un gesto automatico, la bambina le porge i vestiti, per poi poggiare le mani al manubrio del carrello. Nana prende il fagotto, accenna ad allontanarsi, ma lo sguardo ancora confuso della bambina la trattiene.

«È tutto a posto?»

Adele scuote il capo, si riprende. Afferra più saldamente il manubrio, e comincia a spingere il carrello, con vaghe parole di diniego, un vago gesto di saluto, senza voltarsi a guardare Nana che la osserva mentre si allontana.

Non se la sente di parlare, per ora, della sensazione di non sapere cosa fare in cui si imbatte ogni volta che ha davanti situazioni che dovrebbero essere normali, quotidiane. Non se la sente di parlarne ora, un po' è perché il tempo —con un pranzo che aspetta— il luogo —in mezzo al corridoio— non sono adatti, ma in larga misura è per l'imbarazzo.

È come essere una bambina nei primi anni di vita, quando nulla ancora è pratico, abitudinario, ma senza quella continuità di direttive, consigli, sorveglianza anche, cui i bambini sono sottoposti —e da cui imparano— nei primi anni di vita. E lei, invece, è senza nulla di tutto ciò; ignorante, innocente, ma senza guida: sarà perché non è una bambina nei primi anni di vita, biologicamente, e quindi da lei ci si aspetta che possa destreggiarsi usando l'intelligenza, la logica, le conoscenze pregresse.

E se quel piccolo mondo lì dentro fosse come quel mondo là fuori, la cosa avrebbe anche un senso. Ma tutto qui dentro sembra guidato da leggi diverse, e per quanto possano essere naturali a lei appaiono sul momento aliene, sorprendenti. Dove può trovare un metro di paragone? L'unico pensiero che può avere è «cosa farei io in questa situazione?» Un paradosso senz'altra via d'uscita che chiedere a persone sconosciute, con cui non ha familiarità.

Non sa nemmeno quali siano le fondamenta della convivenza delle Custodi. Come si organizzano per mantenere quel posto così pulito, così ordinato, così funzionante? Le regole non possono essere semplicemente “fai quello che vuoi”, “rispetta la privacy delle altre”.

Bussa alla porta di Lena.