La strada per la pineta è lunga e stancante. Ansimante, la bambina si ferma infine a prendere fiato sul limitare del bosco di castagni, dove il sentiero attraversa quello che sembra il greto di un torrente, oltre il quale finalmente comincia la nuova vegetazione.

Fra un affannoso respiro e l'altro la bambina comincia a chiedersi quale follia la stia spingendo a questa estenuante camminata. L'idea di essere immersa in una realtà virtuale le appare ora assurda, perché nemmeno il più pazzo dei pazzi spenderebbe tante risorse per ricreare un mondo virtuale tanto uguale a quello reale. A che pro il caldo, la stanchezza, il sudore, la fatica? Eppure sono proprio queste le cosa che sta vivendo, che sta cercando lei stessa, e che nel pesarle le danno una sensazione di vitalità, la fanno sentire viva e reale dopo la confusione, il soffocante vuoto del giorno precedente. Con cipiglio, la bambina riprende la strada. Per lei c'è solo il rinnovato entusiasmo, ora, la rinnovata curiosità.

E quando infine arriva al centro della pineta, ad attenderla è un largo spiazzo, grandi tavoli con panche in legno, e leggermente in disparte una grande tettoia, a proteggere un grande forno a legna, ed accanto un lungo ripiano sopra una struttura a muretto nel quale, in alcove semicircolari ad altezza del terreno, è ammassata legna da ardere; il ripiano stesso termina in grandi scanalature su cui poggiano solide griglie metalliche, sopra fornacelle scavate nella struttura stessa.

La bambina non ha difficoltà ad immaginare pranzi e cene condotte lì, sotto l'ombra dei pini e della tettoia, con un gran daffare a preparare pizze, bruschette, carni per le grigliate. Si chiede se anche il pane è fatto in casa, se anche la carne è, in qualche modo, locale. Quanto ancora di quel piccolo mondo deve scoprire?

Si siede all'angolo di un tavolo, a riprendere fiato. Le panche sono larghe, invitanti. Si sdraia, le gambe penzoloni, a contemplare il cielo, oltre lo spigolo del tavolo, tra gli aghi dei pini, tra le connessure del tavolo, tra i pali di sostegno della tettoia, tra le dita delle sue mani.

Riprende coscienza improvvisamente, con un sobbalzo, senza nemmeno essersi resa conto di essere scivolata in un dormiveglia durato un paio d'ore. Si rende conto del tempo trascorso dal nuovo angolo della luce, dalle nuove ombre, e più di tutto dalla nuova fame. Si alza, si guarda intorno. È sempre sola, immersa in quello splendido silenzio, con solo il leggero soffio del vento, il ronzio di qualche insetto a tenerle compagnia; e già pianifica di tornare a passare altro tempo lì, magari portarsi una coperta, stendersi a terra a leggere un libro. E ricordandosi di portare qualcosa da mangiare.

Con uno sbadiglio da slogare le mascelle, la bambina si alza, si guarda intorno con più attenzione, per ritrovare la strada; l'idea di dover riaffrontare il lungo cammino dell'andata la scoraggia, ed è ben magra consolazione pensare che, almeno, è tutta discesa.

Ma anche qui ritrova il palo, e le indicazioni, con le ARNIE, stavolta alla sua destra, e le CASTAGNE, da quel che si capisce, nella direzione da cui è venuta, ed infine il CENTRO, verso un nuovo sentiero. Fiduciosa del fatto che nessuno indicherebbe la via più lunga, la bambina si avvia infine ad attraversare la pineta riscendendo a valle per la nuova strada.

In discesa, la bambina cammina spedita, quasi precipitosa, finché la pineta non finisce, bruscamente, quando il sentiero nuovamente incrocia il greto del torrente. Guardandosi intorno per orientarsi, la bambina crede di riconoscere, un po' distante su un lato, il retro del capannone degli attrezzi che aveva intravisto in fondo all'orto; ma il sentiero la conduce oltre, e finalmente Adele si ritrova in mezzo agli alberi da frutto di cui le aveva parlato la gigantessa.

I suoi passi rallentano, il suo sguardo punta desideroso i rami, i frutti che ne pendono. Si chiede se può prenderne qualcuno, per placare la fame. La ferma il timore di venire scoperta, si immagina occhi sgranati che la fissano, stupiti, mentre le sue mani, il suo viso, i suoi vestiti sono ricoperti del succo di quelle susine, di quelle pesche, come un bimbo sporco di marmellata.

Attraversa stoicamente il frutteto costringendosi ad ignorare i gemiti del suo stomaco. Ha appena mangiato, e mangiato in abbondanza, non può essere passato tanto tempo! Quanto a lungo avrà perso coscienza nella pineta? Da quanto tempo è fuori?

A distrarla dalla fame, dai dubbi, è un pozzo, un vero pozzo, con muro a secco, ponte di metallo, carrucola, catena. La bambina è stupita, entusiasta; non ne ha mai visto uno dal vivo, finora, e trovarselo così davanti. Tira su la catena, bracciata dopo bracciata, sentendo il peso del secchio pieno, e quando infine riesce ad afferrarlo ed a poggiarlo sul muretto —operazione che si dimostra più difficile di quello che pensasse— lo scopre pieno non di acqua ma di frutta.

È come se qualcosa le si spezzasse dentro; senza quasi accorgersene si ritrova la bocca, le mani piene, ed è solo quando ormai il secchio è quasi vuoto, e la fame placata, che emergono i rimorsi per il gesto compiuto. Torna a riempire il secchio, raccogliendo la frutta dagli alberi, e lentamente lo accompagna giù per il pozzo, fino a sentire il tonfo che segnala il raggiungimento dell'acqua. Lega la catena come l'ha trovata, e spera di non aver fatto troppo danno.