Tornando verso la casa, la bambina sente la lieve pendenza del viale, nella fatica che comincia a farsi sentire, e nell'imponenza della casa che pur distante, pur parzialmente nascosta dall'agrumeto, troneggia sopra di lei.

Nel guardare l'edificio, la bambina è morbosamente attratta dall'innaturale, persino terrificante effetto creato dalle larghe finestre che ne interrompono le mura con cavità che sembrano assorbire ogni colore, cancellare completamente la luce, apparendo nere e profonde come pozzi senza fondo.

La bambina distoglie lo sguardo con un brivido, ed accoglie quasi con un sospiro di sollievo lo slargo che si apre davanti la rimessa e da cui si diparte un secondo vialetto che costeggia la casa in un anello e che presto la riporta al punto di partenza, dopo averle mostrato ulteriori possibilità, con stradine che puntano verso un giardino visibile poco lontano, un orto, un bosco. Ed ognuna di quelle vie la chiama, le chiede di esplorare.

Prima il giardino, con le sue aiuole multicolori e le sue basse siepi, che la portano fino ad un gazebo sotto cui alcune custodi parlano, ridono; la bambina scappa via, timida, prima che quelle abbiano il tempo di chiamarla.

Poi l'orto, dal quale la saluta a gesti la gigantessa delle cipolle del giorno prima. La bambina si avvicina curiosa, la segue un po' in giro, la guarda lavorare, con la gigantessa che ogni tanto si ferma, le mostra le piante, le offre uno degli ultimi pomodori della stagione.

La bambina comincia ad avere conferma dei sospetti, e commenta quasi in un mormorio «Avete tutto, qui, vero?». La donna sorride, dondola il capo, sbuffa con u sorriso «Eh, tutto tutto no, ma a frutta e ortaggi siamo combinati bene.» «Ho visto le arance, e l'uva.» commenta la bambina; e la donna continua «E tutto il resto? Ciliege, pesche, susine, fichi …» e allo sguardo interdetto della bambina, al suo scuotere il capo, indica il gazebo che si intravede anche da lì «Sono lì, attorno al gazebo.» «Non ci sono stata ancora.» si schermisce la bambina, arrossendo, ma la donna non indaga ulteriormente, anzi continua: «E al bosco? In questa stagione è meraviglioso, e tra qualche mese ci darà anche le castagne.»

Il bosco è più lontano di quanto alla bambina non sembrasse inizialmente, e la pendenza della strada ora si fa sentire di più. Sul sentiero Adele incontra un'altra custode che corre nella direzione opposta e che la saluta con un cenno del capo e un breve gesto della mano passandole accanto. La bambina risponde al saluto, e si ritrova perplessa a cercare di ricordare chi sia quella donna; sa di averla già vista, o forse si sta facendo confondere dai suoi tratti orientali? E subito, per la prima volta in vita sua, la bambina si preoccupa di aver pensato qualcosa di razzista; è razzista pensare che i cinesi sembrano tutti uguali? E sarà cinese, poi, o sarà giapponese?

Ma non ha il tempo nemmeno di approfondire quei dubbi, che subito le viene in mente che dovrà imparare i nomi di tutte quelle donne, ed ora si spaventa di questo. Come si fa? Quante sono? A scuola c'è l'appello tutti i giorni, e dopo un po' si imparano tutti i nomi, anche di quelli con cui normalmente non parli; ma qui?

La coglie improvvisamente la sensazione che tutte quelle domande nella sua testa, tutti quei pensieri, stiano facendo troppo rumore. O forse sono i suoi passi. Si ferma, unisce le gambe, trattiene il respiro. Intorno, silenzio. È entrata nel bosco quasi senza accorgersene. Si guarda intorno. Indietro, riesce a vedere gli alberi più radi nella direzione da cui è venuta; intorno a lei, l'ombra più fresca, più densa, sotto la luce dorata delle foglie di castagno. Anche il terreno, sotto i suoi passi, le sembra diverso, più scuro, più ricco, ma anche meno ordinato, meno pulito.

Avanza lentamente, misurando i passi, senza smettere di guardarsi intorno affascinata, curiosa. Non tutti gli alberi sono uguali. Ci sono molti castagni, e vecchi ricci aperti, vuoti, rinsecchiti a terra a mostrarne la diffusione; ma addentrandosi tra gli alberi la bambina riesce anche a distinguere qualche quercia, ed alberi che con qualche difficoltà riconosce come platani.

Nel silenzio che la circonda, rotto solo dal rumore dei suoi passi e saltuariamente dal lieve stormire delle foglie al passare del vento, la bambina comincia a sentirsi osservata. I passi le si fanno guardinghi, lo sguardo ora intento a cercare indizi di umanità, forse tecnologia. Si ferma sotto un albero, aspetta, ascolta. Si guarda il braccialetto, come nella speranza che le segnali in qualche modo un eventuale pericolo, ma il metallo rimane inerte.

Con un sospiro, senza sapere se sentirsi scoraggiata o rincuorata, e pur senza riuscire a scrollarsi di dosso quella sensazione, la bambina riprende il cammino, fino ad incrociare un palo conficcato nel terreno al centro di una piccola radura che le si apre davanti. Nel palo, in legno, sono conficcate tre frecce, ugualmente in legno, su cui sono scolpite parole che la bambina decifra con qualche difficoltà.

La freccia che punta alla direzione da cui lei è venuta dice qualcosa come CENTRO, e la bambina immagina che sia un modo per indicare la casa. Alla sua sinistra un'altra freccia indica ARNIE, e la bambina rimane per qualche secondo a fissare il sentiero che si diparte in quella direzione; è da lì che viene il miele che ha consumato a colazione? La terza freccia dice PINETA, ed il sentiero da essa indicata è decisamente in salita. La bambina rimane perplessa a guardare in quella direzione, poi il sentiero delle arnie, poi di nuovo quello della pineta.

Siede su uno dei tronchi abbattuti posati intorno alla radura, aspetta un'ispirazione. Non ha nessuna intenzione di finire in mezzo alle api, ma nemmeno ha alcuna fretta di affrontare un'ulteriore salita. Si ferma a riposare, guarda sorridendo la fetta di cielo che si apre tra gli alberi, cerca di ricordare l'ultima volta che ha fatto una passeggiata del genere. Se non conta la gita con il parco-zoo l'ultimo anno delle elementari, l'unica volta che ha fatto qualcosa del genere è stato quando sono saliti in montagna con la famiglia, ed ora, a ripensarci, prova quasi dolore.

Ricorda distintamente le interminabili ore di macchina, lo spiazzo affollato in cui si sono fermati, pochi metri nel bosco, tavolini in mezzo a tanti altri, ed i richiami ogni volta che lei curiosa si allontanava, finché i cugini che erano con loro, più grandi, non riuscirono a convincere i genitori a portarla un po' in giro.

Nostalgia. È questo, si dice, quello che prova, quello che dovrebbe provare. Sono passati solo due giorni. E la nostalgia c'è, c'è il desiderio di rivederli, di riabbracciarli; ma il resto è vuoto, e una rabbia sorda, e un senso soffocante di abbandono, di tradimento.

Stizzita, la bambina si alza, cammina nervosa da un tronco riverso all'altro, si siede, si rialza, gesticola, scalcia la terra. Sarebbe tutto immensamente più semplice se non fosse così bello qui, così libero, se non ci fossero quelle buonissime colazioni, quell'immensa casa, questo bellissimo bosco, quest'immenso desiderio di prendersi un libro, no, una pila di libri e di sedersi tra le radici di quell'albero a leggerli uno dopo l'altro, fuori dal mondo. E già la sola idea di poterlo fare …

È come se l'avessero strappata via alla vita reale e, prima che il dolore per il distacco potesse superare la confusione, l'avessero infilata nel sogno di qualcuno, a dirle: questo sogno è migliore da vivere. Ma se fosse un sogno, soprattutto se fosse il sogno di qualcun altro, non farebbe così male dentro, non si dovrebbe sentire la corteccia degli alberi, la puntura del riccio.

Forse non è un sogno, è una realtà virtuale, l'hanno attaccata ad una delle macchine del gan'ka, l'hanno ridotta ad un vegetale la cui mente vaga tra i circuiti, a rendere più realistico il suo mondo inesistente, dove l'intelligenza artificiale non basta più?

Come si fa a capire se si vive nel mondo reale o in una realtà virtuale? È per questo che il gan'ka sembra una persona normale, anche se un po' pazza? È per questo che i sapori, gli odori sembrano più vivi, più veri? È per questo che il gan'ka le dice che lì sarà al sicuro?

«Io non ci sto, capito? Non ci sto!» grida a nessuno in particolare.