«Non ti ho mai visto così.»

La voce della prima. Sobbalzo. Sono steso sul letto, a fissare il soffitto. Mi sono perso in qualche sorta di trance. A cosa stavo pensando? Un passato che non è stato, un futuro che avrebbe dovuto essere.

Non ne vale la pena. Ecco com'era. Non ne vale la pena. Da tempo non più per gli altri, ora nemmeno per me stesso. Una chiusura senza soddisfazione. Ed improvvisamente una macchina a vapore senza più pressione, che si muove solo per inerzia. Ecco com'era, com'ero.

È di nuovo così? Non ha senso. È l'ombra del ricordo di allora.

La prima sale sul letto, si inginocchia dietro di me, lasciandomi poggiare il capo sulle sue cosce. Mi carezza la fronte, alternando le due mani in un movimento lento, ripetuto, infinito, un sottile invito al sonno.

«Non sarebbe dovuto cambiare niente.» dice improvvisamente. È un rimprovero, a modo suo, quel tanto che basta perché io lo percepisca, senza calcare la mano. Ma abbiamo capito entrambi ormai che quelle parole, che dovevano servire a tranquillizzare lei, a segnalare una direttiva generale per il comportamento delle altre Custodi, per me erano poco più che una speranza. Ed è proprio questo che sta dicendo lei: «È buffo, se ci pensi. In questi due giorni, per le altre non è davvero cambiato praticamente nulla. E tu invece sei stravolto.»

Stravolto.

Non è il termine che userei io. Ma è anche evidente che il ritmo sul quale conducevo la mia vita è stato interrotto. E non è tanto il fatto in sé che mi dia fastidio —perché è fastidio quello che sento— quanto che alla radice vi sia qualcosa per il quale non sarebbe dovuto cambiare niente. E non riesco neanche a dirmi che avrei dovuto, o anche solo potuto, prevederlo, perché è solo dopo l'altra notte che è cominciata questa percezione di stare rivedendo, rivivendo la fine di quella parte della mia vita, senza averne potuto rivivere il resto.

Era questo che speravo inconsciamente quando ho accettato, solo il preponderante desiderio di non avere più nulla a che fare con quel meschino? La possibilità di rivivere l'allora, con un finale diverso? Sarebbe piuttosto ironica allora, l'imprescindibile legge del contrappasso, questa sensazione da cui adesso non riesco a liberarmi, la sensazione di stare rivivendo il finale senza aver rivissuto il resto.

«Andrà a finire male.» Ecco quello che penso.

«Perché dici questo?» «Perché è quello che penso, è la sensazione che ho.»

Tace, la prima, continua la sua infinita carezza. Riflette. I suoi gesti rallentano. Ed infine:

«Sai, penso di poter capire perché tu ti senta così. Non … non pretendo di … di sentirlo anche io, ma posso capirlo, da quello che mi hai raccontato. Penso di … di vederne le ragioni. E penso che … sia diverso, ora. Tu senti questo parallelo perché è qualcosa che ti ha segnato, ed è … non so se dire giusto, normale che sia così. Ma non è la stessa cosa.»

Fa una pausa, come se si aspettasse che io le chiedessi qualcosa, forse di dimostrarmi in che modo e perché ora non è come allora, ma non ho nulla da dire. Sappiamo entrambi cosa sta per dire. E così lei continua:

«Non sei solo.» ok, non era quello che mi aspettavo «Non siamo qui, noialtre, solo per il tuo piacere o per tenerti la casa. Siamo tante, e siamo attente le une alle altre.»

So cosa sta dicendo, e mi fa piacere sentirglielo dire; ma allo stesso tempo so che farò l'avvocato del diavolo, e so già cosa le risponderò su questo, ma lei intanto continua.

«E poi, lo dovresti sapere meglio di me, ha il braccialetto.» ecco, era questo che pensavo avrebbe detto; e stavolta davvero pensiamo alla stessa cosa: «E funziona.» conclude.

Lo so da me che non c'è motivo per cui le cose debbano andare come allora; nessuno conosce meglio di me la rete che protegge me e le mie Custodi, rete della quale anche la nuova arrivata fa ormai parte. Se bastassero questi ragionamenti a mettere a tacere questa sensazione che mi perseguita, questa si sarebbe già estinta. Ed è troppo facile trovare scuse per cui la sensazione debba permanere, scuse come: è solo formalmente che la bambina è una di noi, come: la rete non è, non può essere, perfetta. Ed io non riesco a non dirlo:

«La bambina non è una Custode. Non è come voi. La sua presenza qui non è volontaria.» «Nemmeno la mia, tecnicamente.»

Mi sorprende la rapidità con cui ribatte. La fisso negli occhi, lei fa spallucce.

«Non stai seriamente paragonando la tua situazione alla sua.» «No, ovviamente no. Ma mi sembra importante puntualizzarlo. Abbiamo tutte storie diverse, ma siamo tutte qui.» «Quasi tutte.» «Quasi tutte. Va bene, non sappiamo se deciderà di rimanere o meno, quando avrà la possibilità di scegliere; ma saranno passati più di dieci anni da ora, e non è di quel momento che tu ti stai preoccupando, o sbaglio?» scuoto la testa «Appunto. E prima di allora, cambia molto se la sua presenza, la sua partecipazione qui è volontaria o meno, ai fini della sua sicurezza? Di cosa hai paura, che decida di mettersi intenzionalmente in pericolo? O che sia il suo stesso essere una di noi a metterla potenzialmente in pericolo?»

«Non lo so. Non lo so, va bene? Non lo so. Se lo sapessi, saprei anche cosa fare, ma non lo so. Non so da dove viene questa sensazione. O meglio, lo so, ma so anche di non poter fare nulla per scrollarmela di dosso.» pausa «Devo solo aspettare che maturi, che passi da sé.»

«E nel frattempo? Resterai qui sdraiato sul letto a fissare il soffitto, con la mente chissà dove? Da quanto tempo eri così? Hai mangiato? Hai lavorato? Quanti cicli di sonno hai saltato?»

Sbuffo. Le sue domande mi renderebbero rabbioso, ma nonostante l'insistenza, la ferocia quasi con cui me le rivolge, la sua infinita carezza mi mantiene più calmo. «Non lo so. Non so nemmeno questo. Ma non ho sonno, e sono ancora lucido.»

«Ho i miei dubbi in proposito.» mormora lei. E dopo qualche secondo di silenzio, nuovamente a voce normale, serena, come se stesse raccontando un fattoide senza importanza, riprende: «La rossa mi ha raccontato delle loro chiacchiere, ieri. È rimasta colpita, la rossa, da come la bambina percepisce questa storia, questa casa, la nostra stessa presenza qui.» di nuovo inquisitiva «È a questo, che ti riferisci? Al fatto che lei lo senta come una prigionia, che veda il braccialetto come quelli per la sorveglianza elettronica degli arresti domiciliari? Hai paura che tenti la fuga?»

Scuoto il capo stancamente. No, non ho paura di questo. Ma lei ha già ripreso, e sta parlando d'altro:

«E mi ha raccontato, la rossa, che la bambina è convinta che ci siano telecamere di sorveglianza dappertutto.» si sporge in avanti, costringendomi a incrociare il suo sguardo «“Buffo, vero?”» e so che sta scimmiottando la rossa «Ne sai niente tu?» insiste, con un ironico sorriso a cui non posso fare a meno di rispondere con la stessa espressione.

«È sveglia, la bambina,» riprende «acuta. Si troverà bene qui.»

«Si troverà molto meno bene là fuori.»

La prima sospira. Probabilmente si sta stancando anche lei di sentirmi fare il menagramo. «Fuori si sarebbe trovata comunque allo stesso modo. E qui possiamo offrirle qualcosa che altrimenti non potrebbe avere.»

Lo so; è quello che continuo a dirmi io stesso. Ma ha in realtà poca importanza, perché non è di lei o per lei, in realtà che sono sommerso da questa sensazione. È per quelli che sono stati. E forse è questo che mi devo chiedere, cosa sarebbe stato per loro, di loro, altrimenti. Come avrebbero vissuto, se non li avessi incontrati? Che fine avrebbero avuto?

Alla fine è questo il punto: avrebbero avuto una sorte diversa, se non li avessi incontrati? E da un lato razionalmente mi posso anche dire che non sarebbe finita meglio, che magari in tempi e in modi leggermente diversi avrebbero fatto la stessa fine; ma rimane un'eco in fondo ai pensieri, la coscienza che non potrò mai sapere veramente come sarebbe andata altrimenti, il dubbio che in realtà sarebbe potuta andare diversamente, meglio per loro, se non li avessi incontrati.

Ma in realtà non importa nemmeno davvero il come avrebbe potuto essere; ciò che importa è che nel momento in cui sono entrati nella mia vita, sono diventati una mia responsabilità, e che tutto quello che è loro successo dopo è sulle mie spalle, anche se sarebbe comunque successo a prescindere.

E adesso la sorte di questa bambina è anche mia responsabilità; e non riesco a sentire che lo sia come per le altre Custodi, ma solamente come allora, e tuttora, avevo cominciato a sentire che era per gli altri due.

È nel lungo silenzio in cui mi perdo in questi pensieri che improvvisamente mi ricordo dell'altra obiezione al discorso che la prima mi ha fatto per tranquillizzarmi. «Lena.» dico soltanto, ed è la mia stoccata finale, ed ovviamente non mi dà nessuna soddisfazione darla.

La prima annuisce, china il capo. Sapeva che sarebbe arrivata.

«Lena.» pausa «Lena è … una situazione diversa. Non so … non so più nemmeno cosa. Non so nemmeno più se è “semplicemente”» e fa il gesto delle virgolette con le dita «depressione nel suo caso. È una cosa che ha colpito tutte, quando fu, e che era inevitabile che colpisse lei più di altri; e l'ha colpita dove era particolarmente fragile.»

Si ferma, deglutisce, riprende.

«A volte mi chiedo se sarebbe stato più semplice se fosse stata improvvisa, la sua reazione. Se si fosse improvvisamente isolata da tutto e da tutti, senza più voler vedere o sentire nessuno. Invece è stato tutto così lento, progressivo … come se avesse spento il motore, ma stesse continuando ad andare avanti, per inerzia. Da quanto tempo ci siamo accorte che non era soltanto “un po' giù”?»

Da un bel po', avrei voluto dire, ma non è il momento di rivangare quella discussione. Anche lei fa una pausa, come a riprendere fiato, o forse anche lei a darsi la risposta che le avrei dato io. Poi, quasi con rassegnazione:

«Sì, lo so cosa stai dicendo. Non vediamo tutto, non possiamo tutto. Non vediamo tutto quello che succede, non possiamo tutto contro quello che può succedere, non possiamo tutto nemmeno nel venirci in aiuto le une alle altre. Ma continua a non essere la stessa cosa.»

E poi, improvvisa.

«Sai cosa? Ti stai riducendo come lei. Ieri Lena è uscita dalla stanza, ha pranzato con noi, ha persino fatto le analisi del sangue senza fare storie. E oggi tu sei qui, completamente spento, fuori dal mondo. Avete fatto cambio?»