Buongiorno. Una parola tanto semplice, un saluto tanto comune, eppure ogni volta che se lo sente dire, incrociando una Custode nei corridoi, la bambina si sente più felice. Prova sempre a rispondere, almeno con un gesto della mano quando la timidezza le serra la voce in gola, e quando arriva finalmente all'ingresso della cucina, riesce persino a prendere l'iniziativa, con un «buongiorno a tutti» di cui si pente quasi immediatamente, avendo sbagliato il genere del pronome; ma nel coro di «buongiorno» che le risponde, sembra che nessuna delle Custodi abbia fatto caso all'errore.

Nel contemplare quella sala affollata, con gente che entra, esce, si alza dal tavolo, si siede al tavolo, apre e chiude sportelli, sorveglia pentole sul fuoco, la bambina si chiede quante siano le Custodi, come facciano ad organizzarsi, come può imparare —lei personalmente— ad integrarsi nelle dinamiche di quel piccolo popolo.

Si rende conto di non sapere nemmeno come comportarsi in quel momento; si pente di non aver prestato abbastanza attenzione il giorno prima, quando era stata Lena a prepararle la colazione, ma anche così non ha idea nemmeno di dove potersi mettere a sedere. Quante cose dovrà reimparare?

Una Custode sembra notare la sua esitazione, richiama la sua attenzione con un gesto del braccio, indica un posto vuoto accanto a sé. La bambina entra finalmente in cucina, e scavalcando la panca ringrazia la Custode, che le risponde strizzando gli occhi su un larghissimo sorriso; anche senza parole, la bambina non ha problemi a leggere quell'espressione in un “non c'è di che”.

Appena accinge a sedersi, la bambina si sente fermare da una mano poggiata solidamente contro la schiena; è un'altra Custode, seduta accanto a lei dall'altra parte, che le chiede «non hai un'asciugamano?» Perplessa, confusa, Adele non sa cosa rispondere. «Ci penso io.» interviene una terza Custode, in piedi dietro di loro, e a passi veloci si allontana.

«Le schegge nelle chiappe non sono il massimo.» mormora intanto all'orecchio di Adele la donna che l'ha fermata, strizzandole un occhio «Se stai nuda ti conviene sempre avere un asciugamano a portata di mano.»

La terza Custode è già tornata, e stende un piccolo asciugamano bianco sulla panca, al posto della bambina. Adele ringrazia, arrossendo; si era persino dimenticata di essere nuda, e le parole della Custode l'hanno resa cosciente della propria condizione, imbarazzandola.

Si è appena seduta, e già si rende conto di essersi dimenticata di prendere una tazza. Si alza, guardandosi intorno, ed è la Custode che l'ha invitata a sedere ad indirizzarla, nuovamente con un semplice gesto, senza parole, semplicemente puntando il dito in direzione di uno degli armadi.

Ringraziando la Custode, imbarazzata, confusa, la bambina si alza, scavalca la panca, sentendosi incapace, ignorante, goffa, nuda. Ma nessuno sembra prestare attenzione alla sua condizione, alla sua goffaggine, alla sua ingenuità, alla sua inesperienza, se non per venirle incontro. E tutto questo, se pure appena, le dona un minimo di sollievo.

Tornata al suo posto con tazza e cucchiaino, la bambina vi trova davanti un bricco pieno di latte caldo, un barattolo di miele. Il tavolo è pieno di contenitori che cambiano continuamente posizione, pieni di biscotti, fette biscottate, tozzi di pane; e marmellate, confetture, burro, bevande, frutta.

La bambina comincia a servirsi, si riempie la tazza di latte, ci scioglie dentro del miele, prende una manciata di fette biscottate, chiede alla Custode che finora è stata tanto generosa di silenziose direzioni se può avvicinarle qualche marmellata.

Alla mancata reazione della Custode, la bambina si ritrova per un attimo perplessa; raccoglie il coraggio, e poggiando delicatamente una mano sul braccio della Custode mormora nuovamente «scusa …» per interrompersi sorpresa quando la Custode si volta verso di lei, sentendosi imbarazzata dal suo sguardo attento. «Potresti … potresti avvicinarmi la marmellata?» la bambina riesce a concludere, indicando con un gesto i barattoli al centro del tavolo.

La Custode si alza, poggia la mano su uno dei barattoli, voltandosi verso la bambina come a chiedere consenso; al cenno affermativo di Adele prende il barattolo, e quello accanto per buona misura, e li dispone entrambi davanti alla bambina, concludendo con quel suo tipico strizzare gli occhi sopra un largo sorriso in risposta ai ringraziamenti.

E la colazione ha finalmente la meglio su Adele, imprigionandola nella sua ricchezza, nei suoi profumi, nei suoi sapori. Già assaggiando il latte la bambina rimane sorpresa; ricco, denso, con un sapore netto di cui lei non riesce ad avere memoria, come se quello che ha bevuto fino ad allora non fosse stato altro che acqua. E le fette biscottate, che si lasciano sgranocchiare schiette nella loro fresca croccantezza, prima ancora di essere arricchite dal gusto delle marmellate. E la confettura di more …

Come fa tutto ad essere così buono? Quei sapori, che dovrebbere esserle familiari, sembrano ben più reali, più solidi di quelli di cui lei ha avuto esperienza finora; e lei si sente mossa dal desiderio di assaggiare tutto, di perdersi in quei sapori, di continuare a sentirli per sempre. Non mangia in fretta, ma non riesce a smettere di servirsi. E mentre mangia con calma, gustandosi quella ricchezza, si guarda intorno, a scoprire quel piccolo frammento di quotidianità che è la colazione delle Custodi.

Ci sono quelle che arrivano e sembrano sveglie da ore, con il corpo che profuma fresco di sapone, i capelli avvolti in un turbante di asciugamani; pimpanti, afferrano tazze e biscotti e si servono colazioni pantagrueliche.

Ci sono quelle che arrivano muovendosi come zombie, gli occhi appena socchiusi, le mani protese in avanti, e invece di «buongiorno» riescono solo a dire «ca-ffé», prima di crollare a sedere sul primo posto libero, accasciandosi sul tavolo, in un tentativo di nuovo sonno, finché qualche anima pia non porge loro una calda tazzina della droga richiesta.

Quando finiscono, le Custodi si alzano, raccolgono tazzine e cucchiaini e li portano ai lavabi, per ripulirli. Talvolta qualcuna si sofferma, prende le stoviglie lasciate ad asciugare, le passa eventualmente con uno strofinaccio, e le ripone nella dispensa.

La cucina è un ronzio di chiacchiere; ci sono quelle che si lamentano delle disavventure del giorno precedente, quelle che pianificano il nuovo giorno; qualcuna legge le notizie del giorno sul tablet, ed ogni tanto ne commenta qualcuna.

È da quel continuo parlare che la bambina, più di ogni altra cosa, si sente aliena: nomi, eventi, luoghi, tutto ciò che viene citato è riferito a contesti, interni ed esterni a quella casa, che a lei sono completamente ignoti, salvo per il suono familiare di qualche nome o situazione di cui aveva già vagamente sentito nella vita precedente.

Vorrebbe sapere, capire, ma le manca il coraggio di interrompere, di chiedere. Si accontenta, per il momento, quando finalmente la sazietà supera la gola, di alzarsi e seguire i gesti imparati dalle altre: porta la propria tazza al lavabo, la lava, la lascia ad asciugare; tornata, al tavolo, prende l'asciugamano su cui era seduta, e salutando si allontana, sentendosi scioccamente soddisfatta dall'aver saputo cosa fare.