Dicono che gan'ka si diventa quando la paura o il disprezzo o l'odio per gli esseri umani ci porta ad allontanarci dalla nostra specie per legarci alle macchine. Nell'immaginario collettivo i gan'ka sono tutti delle sorte di cyborg, quando non degli ammassi ormai informi di carne incapace di muoversi, alimentati da sofisticati macchinari e la cui vita è ormai solo virtuale; pare inoltre che i gan'ka diano di matto in presenza di esseri umani, fuggendo in preda al panico o reagendo con pericolosa, possibilmente mortale, violenza.

La realtà è molto più banale, benché sia incontestabile che in maggioranza noi si conduca una vita piuttosto riservata, circondati per la più parte della giornata più da macchine che da esseri umani. Ma la maggior parte della gente incontra gan'ka quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto. Non so quanto l'élite prema per il persistere di questo immaginario, magari come misura difensiva; dopo tutto, se loro governano come sovrastruttura, è nostra la mano che controlla e mantiene l'infrastruttura tecnologica della vita quotidiana di questo angolo di universo.

Fuori dai centri urbani, la notte è più nera e più greve, la strada quasi spettrale sotto i fari bluastri della mia automobile. Momenti come questi mi riportano a riflettere su come la società sembra regredita, tornando in piena fanfara ad una condizione socioculturale quasi medievale: una scenografica vernice stesa a nascondere un contesto dove spesso la vita di una persona ha meno valore di ciò che la persona stessa porta con sé, dove il crimine è un'allettante alternativa al lavoro di fatica per chi non può fare la guardia del corpo dell'élite, dove il sesso è spesso l'unica chiave per la sopravvivenza per una donna. Un mondo dove le uniche vie di fuga sono spirituali, alcune vecchie, altre nuove.

Anche per questo ho preso residenza così lontano dai centri abitati. La bambina seduta accanto a me si ostina a combattere il sonno nonostante la tarda ora. Ma sono io a sospirare di sollievo quando i fari dell'automobile illuminano finalmente i cancelli della abitazione: la mia casa, il mio rifugio, la mia fortezza.

Le cariatidi che li tengono aperti si apprestano a chiuderli appena la mia automobile le sorpassa, e quando infine spengo il motore dell'auto ormai ferma nella rimessa, trovo ad accogliermi, come sempre, la prima delle mie Custodi.

«Bentornato.»

Una parola sola, non diversa da quelle altre volte, e come le altre volte è la parola che mi scioglie dal mondo di fuori, per accogliermi a casa. È la parola del riposo.

Giriamo intorno alla macchina per far scendere il passeggero, e vedo gli occhi della Custode spalancarsi per lo stupore nel vedere la bambina in piedi davanti a sé. La sua bocca si apre per la sorpresa, quindi il suo sguardo cerca il mio. So cosa vorrebbe dirmi, sento crescere la sua voglia di protestare, di rimproverare, di contestare, ma la sua bocca si apre nuovamente senza emettere suono. È alla nostra nuova ospite che si rivolge infine, con voce dolce:

«Quanti anni hai?»

La bambina non risponde. Continua a guardare ad occhi bassi un punto non meglio determinato di fronte a sé, ed insiste con il suo sguardo nascosto anche quando la Custode le solleva delicatamente il mento.

«Dodici.» un mormorìo, giunge infine la risposta; poi ancora più basso, quasi impercettibile «A marzo.»

Chiudo gli occhi per un momento. Altre Custodi sono giunte intanto. «Preparatele una stanza» chiedo a quella più vicina a me, indicando la bambina. La Custode prende la bambina per mano, la porta via con sé; le altre svaniscono silenziose come sono apparse, lasciandomi nuovamente solo con la prima.

Mi avvio per rientrare in casa, ma la mano di lei cerca il mio braccio. Mi fermo, mi volto.

«Mio signore, vi sono sempre stata accanto, fedelmente. Quando avete cercato la mia opinione, ve l'ho detta senza timore anche quando sapevo che non sareste stato d'accordo. Ma vi ho sempre seguito, in ogni vostra scelta, anche quando il mio consiglio è andato inascoltato. Ma stavolta … undici anni! Non posso …»

La interrompe uno scatto improvviso del mio braccio, che ella para con gesto istintivo. Quindi i suoi occhi si riempiono di paura, ed ella si lascia colpire, manrovescio schiaffo manrovescio schiaffo. I primi due sono uno sfogo per l'ira che provo contro me stesso, gli ultimi per punire il suo precedente tentativo di fermarmi.

Non sono fiero di me.

È la prima volta che colpisco la Custode in uno scatto d'ira. Non mi piace essere giunto a tal punto di stanchezza e nervosismo. Vado a dormire.