La porta non si è ancora chiusa alle sue spalle, che la bambina si trova davanti la donna con i capelli rossi. Un sussulto, un pensiero lampo sulle mutandine dimenticate in quella camera, poi la bambina riesce a balbettare: «Ha … ha chiesto di … lasciarlo dormire.»

«Era te che aspettavo.» un tentativo di sorriso si affaccia sulle labbra della donna. «Perché me?» la bambina si sente ancora spaventata, confusa. «Perché temevo che …» la donna si ferma, chiude un attimo gli occhi, porta due dita alla fronte, come per concentrarsi, sospira «niente, lascia perdere. Andiamo, così eviteremo di svegliarlo.»

Perplessa dalla preoccupazione mostrata dalla donna, la bambina la segue lungo il corridoio, ed è come se allontanandosi dalla camera del padrone di casa il respiro le si alleggerisse, la mente le si schiarisse. Si chiede se questa donna sia una di quelle Custodi di cui parlava l'uomo, una di quelle che …

La bambina solleva lo sguardo verso la donna, spinta da una morbosa curiosità. Si chiede se c'è qualche segno esteriore, qualche indizio della sua storia, nella rigidità dei movimenti, nella tristezza nascosta dietro il sorriso con cui la donna risponde al suo sguardo curioso.

La bambina distoglie lo sguardo imbarazzata, torna a guardare davanti a sé. «Che c'è?» le chiede la donna. «Niente.» risponde la bambina, ed il suo sguardo si abbassa ancora, verso il pavimento. «Sei una Custode?» trova infine il coraggio di chiedere.

La donna sbuffa. «Siamo tutte Custodi. È così che ci chiama. Mai capito il perché. Forse del suo … stile di vita. Avrai già notato, immagino, che è un po' … eccentrico.» «Avrei detto pazzo.» bisbiglia la bambina.

La donna scoppia in una improvvisa risata, che spaventa la bambina e termina altrettanto improvvisamente. «Capita, sai, quando il tuo punto di riferimento sono le macchine piuttosto che gli esseri umani.» «È vero che è un gan'ka, allora?»

«Come lo chiami uno che si monta i computer a mano?» la donna fa un gesto verso il tablet con cui la bambina si nasconde il pube. «Non lo so,» la bambina solleva il tablet come per guardarlo meglio «ma ho sempre pensato che i gan'ka fossero … boh, tipo dei … degli ibridi.» «Non si attacca alla corrente per ricaricare le batterie mentre dorme, se è questo che vuoi sapere.» la risposta della donna suona un po' sarcastica, la bambina scrolla le spalle «ma sì, è abbastanza imprevedibile.» e dopo qualche secondo «Anche per questo ero un po' preoccupata.» aggiunge.

La bambina si chiede se raccontare o meno quello che è successo; e soprattutto si chiede come raccontarlo, non sapendo lei per prima come interpretare il modo in cui l'uomo l'ha toccata, o l'assalto che l'ha lasciata senza fiato. Nel dubbio, tace.

Ma è la donna stessa a riprendere a parlare. «No, non è per questo. La verità è che nonostante tutto, continuo a non avere … fiducia in lui, ecco. Mi ha … be', non so nemmeno se sia il caso di raccontartelo, ma … diciamo che mi ha rieducato alla presenza di … degli uomini, a non averne paura senza però essere … Lascia perdere.» tronca improvvisamente.

La donna si rabbuia, e la bambina ne vede solo il cambiamento d'umore, senza riuscire a indovinarne il motivo. «C'è … c'è qualche problema?» chiede timidamente. La donna scuote il capo in senso di diniego, ma poi risponde «sì, c'è qualche problema, ed il problema è che pensavo di essere più … adatta per questa cosa. Ma non puoi insegnare a correre se sei zoppo. Scusa un attimo.» La donna si ferma, si volta contro il muro, ad occhi chiusi, premendo i dotti lacrimali con indice e pollice della mano destra.

La bambina le guarda le spalle sussultanti, le si avvicina, le gira intorno fino a metterlesi davanti, le carezza timidamente un braccio. La donna crolla in ginocchio, scoppiando in singhiozzi, abbracciando disperatamente la bambina, che non trova altro da fare che ricambiare l'abbraccio e lasciare che la donna si sfoghi sulla sua spalla.