Le afferro i polsi, la tiro a me con uno strattone; al suo improvviso strillo, più di stupore che di paura, le soffoco la voce spingendole il viso contro il materasso. Con le gambe ancora flesse, il sedere per aria, è nella posizione ideale: le monto sopra, facendo aderire il mio corpo al suo, inchiodandola sotto il mio peso, bloccandola in quella posizione.

Smette di dibattersi, il battito inferocito del suo cuore viene sostituito dai sussulti del singhiozzo. La libero, mi ritraggo, ma lei non cambia posizione. Rimane immobile finché il pianto non trova pace, quindi si solleva lentamente, prima a quattro zampe, poi tornando a sedersi sui talloni.

Alzo lentamente un braccio verso di lei, il suo busto si ritrae. «Questo» spiego «era per darti un'idea di cosa significa essere violentate.» il suo sguardo corrucciato mi guarda ancora con sospetto, sfiducia.

«Avrei potuto farti parlare con qualcuna delle Custodi,» continuo «qualcuna di quelle che ha effettivamente subito una violenza; magari persino con qualcuna di quelle che l'ha subita da piccola, magari ripetutamente, magari persino da familiari. Ma non ti avrebbe spiegato nulla. Ti avrebbe fatto impressione, magari, ti avrebbe fatto sviluppare ancora più rabbia, più odio, ma non ti avrebbe spiegato nulla.»

Il suo sguardo è ora indecifrabile, forse è ancora sotto shock e non riesce a seguire esattamente quello che dico, ma non importa, non ho intenzione di ripetermi né di aspettare. «Quando ti dicevo che non avevi idea di cosa parlavi, era a qualcosa come questo che mi riferivo. Un'esperienza del genere non è semplicemente l'essere obbligati a fare qualcosa controvoglia. È … ogni volta che io sarò troppo vicino,» dimostro, sporgendomi verso di lei, che si ritrae lentamente; le premo un indice sulla fronte «il tuo corpo avrà un sussulto, ricorderà l'assalto; e non ti ho nemmeno fatto alcunché. Quello, quello ti avrebbe davvero lasciato una cicatrice indelebile nello spirito.»

Mi distraggo un attimo, lei china il capo, forse in un gesto di assenso, forse in un gesto di accettazione, forse per cercare di guadagnare maggiore tranquillità.

«Ma quello,» riprendo «mi … ti auguro di non farne mai esperienza.» mi guarda di traverso, senza sollevare il capo. Passano lunghi secondi. «Ti ho detto che non hai motivo di avere paura qui.» le ricordo. Lei annuisce, continua a tenere il capo chino.

Odio parlare così tanto. Torno a stendermi, il braccio a coprirmi gli occhi.

«Che cosa vuoi da me?» mi chiede improvvisamente. La sua voce è fragile e tremante, ancora sull'orlo del pianto. «Niente.» la mia risposta è immediata.

«Perché sono qui allora?» «Ti ho fatta chiamare per farti avere il bracciale ed il tablet, ma soprattutto perché ci conoscessimo.» «Non qui qui, qui in questa … in questo posto, in questa casa.»

Sospiro. Impiego qualche secondo a trovare una risposta che non sia una menzogna, pur suonando meglio di “tuo padre ti ha perduto al gioco”. «Perché la tua famiglia non aveva i mezzi per mantenerti.»

«E cosa devo fare io?»

«Fare?» mi libero gli occhi, sollevo il busto puntellandomi sulle braccia «Cosa mai dovresti fare? Vivere. Oh be', in quanto tuo mentore dovrò occuparmi di cose come la tua educazione, andrai comunque a scuola, farai i compiti e tutto quello che è formalmente richiesto che si faccia fare ad una bambina di dieci anni,» «undici» «whatever; ma al di là di quello … non c'è nulla che tu debba fare. Crescerai. Imparerai cose. Imparerai a fare cose. Scoprirai cose che ti piace fare, e su quello costruirai la tua vita. Come tutte le altre.»

Quando smetto di parlare, lei è perplessa; sta per formulare qualche obiezione, ma improvvisamente mi ricordo di aver dimenticato la cosa più importante.

«Oh, tranne quando avrò voglia che tu faccia qualcosa per me. Nel qual caso farai quello che ti chiederò di fare. Qualunque cosa sia. Almeno fino all'esaurimento del mentoraggio, ovvero il giorno dopo il compimento del tuo ventunesimo anno d'età. Dopo di allora potrai anche dirmi di no, e potrai scegliere di andar via di qua. Definitivamente.»

Passa ancora qualche secondo mentre lei assimila quello che le ho appena detto. «Oh,» torno a sdraiarmi, a coprirmi gli occhi con il braccio «adesso, per esempio, vorrei che tu mi raccontassi una storia.»

«Una storia? Non so … non ho storie da raccontare.»

«Hai undici anni. Dovresti avere una fantasia tale da non riuscire nemmeno a distinguere tra la realtà e l'immaginazione. Raccontami qualcosa —qualsiasi cosa.»