«In questa casa, vi sono tre regole molto semplici. La prima, la più importante: mai, per nessun motivo al mondo, interrompere il mio sonno. Mai. Per nessun motivo.» mi fermo, per aspettare che la bambina mi dia segno di aver compreso l'importanza di quelle parole.

Ora che la roscia si è allontanata, l'atteggiamento della bambina è cambiato, fin nella postura, irrigidita nella paura. Ansia, lotta o fuga. Mi chiedo se sono condizioni psicoemotive adatte a recepire quello che dico. Il suo sguardo, che finora mi ha evitato, è fisso nel mio.

«Secondo: se chiedo che venga fatta una cosa, la si fa. Non gradisco ripetermi.» lei china lo sguardo, sa a cosa mi riferisco «Evita di farmi ripetere le cose tre volte, non vuoi vedermi arrabbiato.» lei annuisce, senza sollevare il capo «In mia assenza, è la prima Custode a tenere le redini.»

Silenzio.

«Sai chi è?» Lei scuote il capo. Prendo il tablet dalle sue mani, le mostro come aprire l'elenco dei contatti. Le indico la Prima, lei annuisce. Mi chiedo se la riconosca per la donna che ci ha accolti quando siamo arrivati.

«Ultima regola. Le porte nere sono off-limits. Per il resto puoi girare liberamente —ma cerca di rispettare la privacy delle altre.» La bambina risponde con un altro cenno di assenso, lo sguardo fisso sul tablet, tornato in suo possesso.

Quei brevi momenti in cui i suoi occhi sono stati fissi sui miei, come a tentare di indovinare le mie intenzioni, sono passati; alla sensazione di pericolo immediato si è sostituita quella di sconfitta e sottomissione: eppure ancora, mentre le sue mani scorrono sullo schermo del tablet come a provarne le funzioni più elementari, il suo sguardo nascosto ogni tanto si solleva a spiarmi di sguincio.

Mi volto sulla schiena, coprendomi gli occhi con un braccio. La bambina sobbalza al mio movimento, quindi rimane immobile, tesa. Nel silenzio e nell'oscurità che seguono cerco di abituarmi alla presenza della nuova ospite, di percepire i suoi movimenti, le sue intenzioni. La sento nuovamente pronta alla fuga, ma in attesa della manifestazione delle mie intenzioni. Ed io lascio che il tempo passi.

È lei ad alzarsi, infine, ed in un mormorio mi chiede: «Posso andare?» Ed io mi accorgo che è solo la terza volta al più che sento la sua voce, brevi spezzoni minimalisti.

«No.» la fermo mentre compie i primi cauti passi per allontanarsi dal letto «Vieni qui, sdraiati accanto a me.» Rimane immobile, con il fiato sospeso; poi i suoi passi leggeri tornano indietro, completano il giro del letto, ed infine l'onda del suo peso sul materasso mi raggiunge il fianco.

Scosto il braccio dagli occhi quel tanto che basta per gettarle uno sguardo; supina e tesa, lo sguardo fisso davanti a sé, aspetta.

«Hai paura.» constato, tornando a coprirmi gli occhi; questo mi dà la sensazione di parlare più per me stesso che per lei, ma non importa «Eppure non ne avresti motivo, perché hai molto meno da temere qui che in qualunque alto contesto; ma non puoi saperlo, né avrebbe importanza.»

Potrei chiederle quale pensa che sia la cosa peggiore che le possa capitare, quale quella che le sarebbe potuta capitare altrimenti, ma a che servirebbe? Quali possono essere le paure di una bambina nel proprio contesto famigliare? Fuori da storie di violenza o soprusi particolari, il peggio con cui si convive, il peggio che può conoscere e temere, sono ordini, litigi, piccoli disagi.

Il mondo da cui viene lei è un mondo che, qualunque problema le abbia potuto creare, le era vicino, di supporto. Come potrebbe non avere paura così, proiettata fuori da quel mondo, senza più rete di sicurezza? Non era un mondo da cui sentisse voglia di scappare, non era un contesto come quello da cui venivano …

Odio la facilità con cui questa bambina mi riporta alla mente quei due; odio come non riesco a non tracciare paralleli, questa è la verità, nonostante l'infinità che separa l'allora e l'ora, come fossero due vite diverse; penso alla situazione di questa bambina e la raffronto con quella da cui venivano quei due; penso al destino che avrebbe potuto avere questa bambina e lo raffronto con quello che hanno avuto quei due.

Sono io a poter immaginare per lei un futuro ben peggiore del vivere qui, perché ne ho visti vissuti da altri. Ma lei, cosa mai potrebbe immaginare che le sarebbe potuto succedere di grave? La morte di qualcuno caro? Perdere la propria famiglia?

Eh.

Se la sua presenza è per me una spina nel fianco, un'inceppatura negli ingranaggi della mia vita e una dolorosa memoria che torna alla luce, per lei è forse la realizzazione del suo peggiore incubo.

Mi volto verso di lei; il suo sguardo incrocia subito il mio, e c'è qualcosa dietro la paura, qualcosa che non riesco a capire. Quando allungo la mano per toccarla, il suo corpo ha un brivido, un sussulto, una breve convulsione; mi chiedo se si aspetta qualcosa di specifico, e cosa.

Seguo con le dita i tratti del suo corpo, la morfologia del viso, il collo, il torace, le gambe, per impararne consistenza, forme, reazioni. La pelle ha ancora la consistenza dell'infanzia; le forme sono ancora quelle magre e lisce delle fisicità ingenue; le reazioni sono ancora quelle della paura, del corpo che si scopre in balía di sollecitazioni esterne in risposta alle quali non sa come reagire.

Avevo dimenticato tutto, non avevo dimenticato niente. Per ciascuna delle Custodi saprei dire esattamente quale funzione assolva, quale mio desiderio o volontà esaudisca. Ma cosa mai posso volere da questa creatura? L'unica cosa che riesco a volere da lei, per ora, è che cessi di essere questa continua sollecitazione della memoria, che sia talmente diversa dalle vite con cui ho giocato da smettere di ricordarmele.

Ed ora, quel corpo ha perso la tensione dell'ansia, si lascia manipolare né più né meno di quello di una bambola articolata, un oggetto senza anima né pensiero.

Posso piegarle la gamba, ruotarla finché il ginocchio torni a poggiare sul letto, e le mie dita le faranno solo il solletico scorrendo poi lungo la coscia. Posso alzarle il braccio, poggiare la mia fronte contro il palmo della sua mano in attesa che i ricordi scorrano via, e lei non saprà mai perché; e forse nemmeno se lo chiederà, nella sua passiva attesa che tutto finisca, che io la lasci libera di costruirsi la propria nuova vita.

«Non hai più paura.» i suoi occhi, che finora mi hanno seguito, si distraggono. Potrebbe evitare di dire alcunché, ma si vede che sta cercando le parole. Esita, ed infine «No. Non ho paura. Non avevo paura nemmeno prima. Non puoi farmi nulla di peggio di quello che mi hai già fatto.»

«E cosa ti ho fatto di così grave?» mi chiedo come abbia interpretato il mio esplorare il suo corpo, ma è ad altro che sta pensando: «Hai distrutto la mia vita. Mi hai tolto la famiglia.» dopo tutto, è come pensavo; ma lei continua: «Cosa puoi farmi di peggio? Mi potrai fare male, fisicamente male, poi basta. Non è paura, la mia, è attesa.»

Ora capisco anche cosa c'è nel suo sguardo: quello che non riuscivo a decifrare è odio, ma è anche sfida: “violentami pure, se credi di potermi fare qualcosa.” Scuoto la testa. «Tu non hai la minima idea di cosa stai parlando.»

«Sì invece.» ed al mio sollevare un sopracciglio perplesso, sbuffa «Neanche la mamma ci credeva.» «Che c'entra tua madre?»

«Mi ha detto … mi ha detto che avresti voluto “fare delle cose” con me» con entrambe le mani virgoletta gestualmente l'espressione «e di non opporre resistenza, perché mi avresti fatto ancora più male. Ma ne parlava come se io non sapessi di cosa parlava, come se fosse meglio che non sapessi.»

Mentre parla mi siedo a gambe incrociate, puntello i gomiti contro le ginocchia, poggio il mento contro le dita incrociate. «Ma tu invece sapevi. Sai.» la invito a continuare, ma lei non risponde, distoglie lo sguardo, labbra corrucciate. «Mettiti a sedere.» Esegue, alzandosi sulle ginocchia, sedendosi sui talloni, quindi aspetta, pazientemente; sembra persino più rilassata.

«Quando ho detto che non avevi la minima idea di cosa stessi parlando … non mi riferivo al sesso. Non mi interessa nemmeno sapere se quello che sai l'hai imparato dai libri, giocando con i tuoi amici, o cosa; non è a quello che mi riferivo.» il suo sguardo è ora perplesso «Almeno, non direttamente.»