«È presto,» la donna nemmeno alza lo sguardo, il suo orecchio allenato ha distinto subito l'arrivo di persone che si accomodano per mangiare «manca ancora un'ora.»

«Veramente qui c'è gente che ancora dovrebbe fare colazione.» spiega Lena, nel silenzio che è sceso attorno a loro.

«Allora è già tardi.» la donna si volta infine, il suo sguardo si sofferma sulla bambina, che china lo sguardo con fare colpevole. «Se proprio non potete resistere, prendete qualcosa di leggero, uno yogurt, un po' di frutta. Mangerete con il primo turno. Forza ragazze, rimettiamoci al lavoro.»

La cucina torna in movimento mentre Lena aiuta la titubante bambina a preparare una piccola macedonia. «Non ti preoccupare,» la tranquillizza «abbaia, ma non morde. Mangia con calma.»

Nonostante l'invito di Lena, la bambina cerca di mangiare rapidamente; la donna, accanto a lei, continua a sbucciare frutta. «Basta per me.» mormora la bambina, temendo che la sua macedonia con yogurt sia destinata a crescere indefinitivamente. Ma Lena sta tagliando ora la frutta in un altro recipiente: «Questa è per il pranzo.»

La bambina si guarda intorno; le donne sono tutte variamente indaffarate, chi taglia, chi lava, chi bada ai fornelli; e mentre lei rimane lì a pensare quanto si stia sentendo inutile, una immensa montagna di carne le si siede accanto, facendola sobbalzare.

«Sai sbucciare le cipolle?» le chiede la gigantessa, mentre la bambina guarda preoccupata i bulbi rossastri che la donna sta spargendo sul tavolo. «Oh, non ti preoccupare, sono da insalata queste, non bruciano gli occhi. Ecco qui,» le offre un coltello, le mette davanti un tagliere, sbuccia una cipolla dimostrativa «metti qui le bucce, taglia la cipolla in due, così, poi ancora in due, così, e poi la affetti così.»

La donna passa alla seconda cipolla mentre la bambina si cimenta, impaurita, con la prima. La donna la ferma ben presto: «quanto tagli, ricorda di tenere le dita piegate così,» le mostra come progettere i polpastrelli «altrimenti rischi di tagliarti via una falange.» e le mostra, non si capisce quanto con orgoglio e quanto come avvertimento, la cicatrice che troneggia sul suo pollice.

La bambina ha appena cominciato a prendere dimestichezza con l'arte di affettare i cipolloni che l'ultimo sparisce nell'insalatiera, mentre la gigantessa si alza a mescolare. Pochi secondi dopo, dal tavolo è sparito tutto, ed altre due donne passano degli stracci e stendono una cerata, per poi riporvi rapidamente piatti, posate e bicchieri per una ventina di persone.

La sala si riempie quasi improvvisamente, e la bambina viene sommersa da un'ondata di nomi, piatti che passano avanti e indietro, domande che la sorprendo, risposte che a volte arrivano troppo tardi. «Peperoncino?» «No, grazie.» «Vino?» «No, gra…» «Oops, troppo tardi,» la gigantessa alza il braccio «un altro bicchiere per la signorina.» «Non era necessario, potevo anche bere da lì.» ma il nuovo bicchiere è già arrivato.

La bambina mangia lentamente, guardandosi intorno, intimorita dal caos che la circonda, le facce nuove, le voci che si inseguono. Nella marea dei visi riesce solo a pescare dettagli, la carnagione di quella, i tratti orientali dell'altra, i capelli lunghi, quelli pazzi.

I corpi, tutti nudi o quasi nudi, mostrando chi un tatuaggio su una mammella, chi piercing ai capezzoli, chi collane, chi bracciali. La bambina cerca di non soffermarsi su nessuno, e nel frattempo si chiede quanti di quei tratti siano solo ornamentali, quanti siano strumenti come quelli di cui parlava la dottoressa.

Ma c'è un corpo su cui il suo sguardo continua a cadere, quello di una donna dalla carnagione dorata, dagli immensi occhi scuri e lucidi, dai capelli corvini raccolti in una treccia che frusta la vicina di posto ogni volta che la donna si volta. Dal viso fino a sparire sotto il tavolo, il corpo della donna è marcato dal disegno di una pianta, lunghe foglie colorate, steli serpentini, infiorescente saltuarie.

Ed ogni volta lo sguardo della bambina si incanta a contemplarlo, per distogliersi improvviso quando gli occhi della donna incrociano i suoi. Persino Lena se ne accorge. «Bella, vero?» «Ma è un tatuaggio?» «No, è body painting.» «È dipinto

La donna si alza, si accuccia alle loro spalle, le chiede «Ti piace?» «È … molto bello.» «Ne vuoi uno anche tu?» la bambina vorrebbe rispondere sì, ma non ci riesce, ed è la donna stessa a rispondere «Sì, ne vuoi uno anche tu. Oggi pomeriggio se vuoi vieni nella mia stanza, ti insegno come si fanno, cerchiamo un bel disegno anche per te, ok?» La bambina trova solo la forza di annuire, la donna torna al suo posto, le fa l'occhiolino, e quella parentesi svanisce nella portata successiva.

C'è qualcosa, nel modo in cui quelle donne comunicano, parlano, scherzano, si insultano persino che fa pensare ad una grande famiglia. E questo pensiero la fa sentire improvvisamente piccola, sola, separata e distante dalle altre, nonostante l'imponente figura che le siede accanto, nonostante i sorrisi stanchi di Lena, nonostante l'invito dell'indiana.

È come se una immensa campana di vetro le fosse stata improvvisamente calata sopra: non più con la propria famiglia d'origine, e troppo lontana da queste donne che ora le siedono accanto per poter sperare di entrare nella loro, di venir da loro accolta come una pari.

Eppure, la pienezza della tristezza di questo pensiero non riesce a raggiungerla, ad emergere; è come se le sue sensazioni fossero al momento ovattate, forse dalla vivacità dell'ambiente intorno a lei, forse al contrario per la pacata, silenziosa vicinanza di Lena, alla quale la bambina sente che si potrebbe poggiare in qualunque momento di debolezza, nonostante Lena stessa non sembri solida sulle proprie gambe, o forse proprio perché questa sua incertezza, questa sua immensa stanchezza o fatica la avvicina a lei, almeno nella sua mente.

Così, alle donne sedute intorno al tavolo la bambina sembra solo timida, sopraffatta dalla novità, magari persino spaventata, ma non certo sconvolta da quell'improvvisa sensazione di solitudine che l'ha colpita.