La stanza in cui Lena la introduce sa di ospedale, nella sua natura luminosa e candida, acroma, tutta in bianco e chiare tonalità di grigio, come nel mobilio, pratico, accessibile. La donna che le accoglie con un sorriso appena percettibile sulle labbra è giovane, carica di energie, ma pacata.

«Oh, benvenute, finalmente. Ciao Lena. E tu come ti chiami?»

Lena si siede in un angolino, con un'aria stanca. La bambina si ritrova spontaneamente a rispondere alle domande della dottoressa, il proprio nome, la data di nascita, ci sbrigheremo presto, vediamo quanto pesi.

La dottoressa la conduce al centro della stanza, su un simbolo che sembra disegnato sul pavimento, stai un po' più dritta, vediamo, le sue dita esercitano leggere pressioni sulla schiena, sul petto, la dottoressa controlla la statura della bambina, allarga le braccia, le misura la circonferenza del petto, l'apertura delle braccia, girati un attimo verso di me, voltami le spalle.

Ogni volta che ruota su sé stessa la bambina scopre che l'ambiente in cui si trovano si apre come lo sbocciare di un fiore su altri ambienti, alcuni simili, altri diversi, altri appena indovinabili oltre un séparé divisorio.

La visita continua, le domande a volte sono strane, ti piacciono i dolci, ti piace mangiare salato; altre volte sono le solite domande e richieste di tutti i dottori, siediti, sdraiati, respira, inspira, trattieni, espira, tossisci; le sue mani sono leggere ma ferme, altre volte più pesanti, quasi dolorose, ti fa male qui? e qui? le sente il polso, le preme il basso ventre, le tempie, la fronte, le chiede delle malattie esantematiche, esantiche? varicella morbillo rosolia? e gli orecchioni? altre malattie dell'infanzia?

La bambina risponde quello che può, quando può. Si ricorda la varicella, si ricorda anche gli orecchioni. Si ricorda alcune febbri che ha avuto, i cibi che le danno nausea, quando ha sofferto il mal d'auto, quando ha battuto la testa sullo spigolo di un mobile. La dottoressa le guarda la cicatrice tra i capelli, le guarda gli occhi, le orecchie, il naso, a volte è quasi imbarazzante, più spesso la bambina si sente un po' ridicola.

«Ora vediamo di che colore è il tuo sangue.»

«Cosa?»

La dottoressa le prende un dito, le punge il polpastrello, raccoglie una goccia di sangue su quella che sembra una linguetta di plastica che sparisce in un piccolo macchinario, disinfetta un batuffolo di cotone e lo poggia sul polpastrello indolenzito. La bambina ha appena avuto il tempo di dire «ahi», ed è già tutto finito.

«Tieni premuto.» La dottoressa lascia il batuffolo di cotone mentre la bambina lo ferma con il pollice, e si volta ad armeggiare con dei cilindretti di plastica. La bambina prova a sporgersi per guardare oltre la schiena della dottoressa, tra la curiosità ed il timore per quello che la aspetta.

«Cos'è quello?» la bambina si tira indietro quando la dottoressa si volta.

«Questo?» la dottoressa lo brandisce minacciosamente «Questo è uno sfigmomanometro.» «Sfigoche?» «Serve per misurare la pressione del sangue. Metti il braccio qua.» la bambina infila titubante il braccio nella larga fascia tenuta aperta dalla dottoressa.

È la bambina ad interrompere il minuto di silenzio che segue, proprio mentre la dottoressa si prepara a ritirare lo strumento. «Perché tutte queste cose?»

«Abbiamo quasi finito.»

«Ma perché?»

«Per sapere come stai. Tutte quante abbiamo fatto una visita medica completa quando siamo arrivate. E controlli periodici. A proposito, Lena, sbaglio o in questi giorni dovevamo fare un'analisi del sangue.»

La bambina sente sbuffare alle proprie spalle, Lena che si lamenta: «ecco, lo sapevo che finiva così.»

La dottoressa si china a bisbigliare all'orecchio della bambina: «Lena ha paura della puntura.»

«Anch'io.» risponde la bambina, sempre sottovoce.

«Facciamo uno scherzo a Lena? Le facciamo vedere che invece tu non hai paura?» la bambina è titubante «Dài, così poi riesco a farle anche a lei.»

«Ma io ho paura!»

«Che cosa state complottando voi due?» interviene Lena, alzandosi dalla sedia.

«Niente.» la dottoressa si gira, prende tre dei cilindretti che aveva preparato prima.

La bambina tende il braccio, tremante. «Fa male?»

«Ti sentirai come se ti stesse cascando il braccio.» La bambina getta un urlo, nasconde il braccio dietro la schiena. «Sto scherzando.»

«Io non ho paura dell'ago!» Lena si è ora seduta accanto alla bambina.

«Mai detto nulla del genere.» la dottoressa è talmente serie nel negare, da essere evidentemente troppo seria. La bambina cerca di non ridere.

«Fa un po' male,» spiega Lena «ma è come un pizzico sul dito. Abbiamo un'infermiera molto brava.» «E chi è.» «Uh … lei?»

«Oh.» la bambina si sente un po' stupida «Certo.» torna a porgere il braccio, timorosa. L'ago punge entrando, il braccio indolenzisce un po', la dottoressa alterna le tre fialette cilindriche, quindi toglie l'ago e nuovamente disinfetta con un batuffolo di cotone.

«Tieni premuto. Lena, vuoi che faccia pure te mentre che ci siamo?»

La donna è rassegnata, aspetta pazientemente che la dottoressa prepari di nuovo l'armamentario, e nel frattempo confessa alla bambina, sottovoce, «Il realtà io ho il terrore dell'ago.» La bambina finge sorpresa.

Mentre la dottoressa le preleva il sangue, Lena chiude gli occhi strizzando le palpebre e voltandosi dalla parte opposta. La bambina trova che la scena sia un po' esagerata. Poi nota che le fialette del sangue di Lena sono solo due.

«Perché a me tre?»

«Perché per te è la prima volta,» spiega la dottoressa «e dobbiamo vedere più cose. Se sei umana o rettiliana, se …»

«Certo che sono umana!» esclama la bambina. Poi perplessa: «che è un rettiliano?»

«Ma non insegnano più nulla ai bambini, oggigiorno? I rettiliani sono una specie di uomini-rettile, extra-terrestri, i veri padroni del mondo, poteri occulti dietro quelli che vediamo.»

«Mi state prendendo in giro.» «Be', sì.» «E poi quelli non erano i gan'ka?»

Lena e la dottoressa si guardano, una breve risata.

«Cos'è un gan'ka, secondo te?» chiede, incuriosita, la dottoressa.

«Sono uomini bionici, sai, di quelli che hanno pezzi di computer invece di … non lo so, del cervello, del cuore. E sono collegati alla Rete e vivono in queste specie di vasche che li alimentano, e possono controllare tutti i computer collegati alla Rete, e così in realtà controllano il mondo.»

Lena è costretta ad alzarsi ed allontanarsi, tornandosene all'angolo accanto alla porta, per nascondere le risate. Anche la dottoressa fallisce nel tentativo di rimanere seria.

«Be', immagino che qualcuno stia sperimentando i potenziamenti neuronali.»

«Uffa. Non ho detto che ci credo. Però è quello che dicono dei gan'ka.» c'è qualche attimo di silenzio, prima che la bambina continui «E io non sono un gan'ka. E nemmeno un … coso, quelli dei serpenti.»

«No, anche perché i rettiliani non esistono.» «E i gan'ka come sono invece?» «Tendenzialmente cicciottelli. Per la scarsa attività fisica, non perché vengano coltivati in vasche idroponiche.»

La dottoressa riflette qualche secondo.

«Sai, l'uomo che ti ha portata …»

«Lo odio!» esplode la bambina, tra rabbia ed improvvise lacrime «È … è cattivo, mi ha … mi ha portato via da … non ho più i miei, e non ho più la … tutte le cose che avevo, non ho più niente, sono qui, non so nemmeno dove sono, io non voglio …»

«Sh,» la dottoressa la abbraccia «sei ancora spaventata, è ancora troppo presto, sh, calma, sh, fa ancora male, scusami, sh, scusami, scusami, scusami.»

La bambina affoga il tormento in un immenso sospiro. «Lo odio. E voi non sarete mai come i miei. Anche se siete così … così buone, così …»

«Se non vuoi che noi si sia la tua nuova famiglia, possiamo almeno renderti più felice la nuova vita?»

«Sì.» mormora la bambina, tirando su col naso. La dottoressa le porge un fazzoletto, in cui la bambina si soffia rumorosamente.

«Prendi questo.» la dottoressa le porge un bicchiere.

«Cos'è?» «Una medicina.» «Non sono malata.» «No, ma questa è una medicina speciale. Serve per curare gli incubi.» «Non ho …»

La bambina ricorda la notte, prende il bicchiere, beve. «Sembra acqua.» «E invece è una pozione magica.»

«Sai,» continua la dottoressa «per una bambina della tua età parli molto bene. E sai un sacco di cose.» la bambina fa spallucce «Ti piace leggere?»

«Un po'.» la risposta è titubante. «Non è una cosa di cui vergognarsi,» osserva la dottoressa «anche a me piace leggere, anche Lena legge un sacco. Lena passa tutto il giorno a leggere, praticamente. Quando non è troppo stanca anche per quello, ovviamente» Dal suo angolino, Lena fa una linguaccia alla dottoressa.

«È diverso, voi siete grandi e potete fare quello che volete.»

«Oh, tu leggevi invece di fare i compiti?» «No! Ho sempre fatto i compiti, io. Leggevo solo quando avevo finito.» «Di notte, di nascosto.»

La bambina arrossisce. «Solo quando leggevo le cose che i miei non volevano che leggessi.»

«Oibò, e perché mai non volevano che le leggessi?»

«Perché “non sono adatte per la tua età”. Oppure “ti annoierai”. È vero, a volte era vero, erano noiosi.»

Mentre parlano, la dottoressa la fa scendere dal lettino, la porta in uno degli altri ambienti su cui si apre l'infermeria. «Dovresti toglierti le mutandine e sdraiarti qui, con le gambe qui e qui.»

«Perché?»

«È l'ultima visita che dobbiamo fare oggi.»

«Ma è …»

La dottoressa la fa sedere, le spiega come presto non sarà più una bambina, come comincerà a diventare una donna, le illustra brevemente la maturazione del corpo femminile, l'opportunità dei controlli, anche se sarà un po' imbarazzante, ma sarà veloce, non si accorgerà di nulla.

«E nel frattempo puoi decidere se vuoi una collana, un braccialetto o una cavigliera.» «Per cosa?» «Te lo spiego nel frattempo.»

La bambina acconsente, a malincuore, aspetta che la dottoressa si giri per prepararsi, si stende con le gambe aperte. «Penso di volere un braccialetto, ma per cosa?»

«È un piccolo strumento per raccogliere dati sul nostro corpo. Come quelli che usano gli atleti professionisti durante gli allenamenti, per sentire il battito cardiaco, o la respirazione, o la pressione del sangue.»

«E perché dovrei portarlo?» «Oh, l'abbiamo tutte. Alla fine scopri che è molto comodo, e non hai bisogno di venire fino a qui per fare molti dei controlli. È come i microfoni e le telecamere nascoste delle spie, ma è tutto per te.»

«Ma Lena non ce l'ha.» «Lena ha scelto un tatuaggio. Ma per te è presto.»

«Un tatuaggio? Come fa un tatuaggio a fare queste cose?»

La dottoressa la fa scendere dalla sedia, la bambina ha già scordato l'imbarazzo della breve visita ginecologica.

«Be',» fa la dottoressa, togliendosi e scartando i guanti in lattice «è un tatuaggio speciale, ovviamente. Ma se vuoi conoscerne i dettagli dovrai chiederli al nostro padrone di casa.»

La dottoressa accompagna la bambina alla porta, saluta Lena con un buffetto sulla guancia, e conclude.

«Lo sai che è un gan'ka, no?»