Non sono fiero di me.

Il mio passeggero, imbronciato e silenzioso, fissa il cruscotto davanti a sé. Non so cosa stia pensando, ma so cosa sta tormentando me in questo momento.

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero è una ragazzina; no, una bambina; una ragazzina; non so. Prepubere. L'ho vinta giocando d'azzardo contro suo padre.

Non sono fiero di me.

Mi dico che non è colpa mia, che è colpa del padre, ma so bene che avrei anche potuto, no, dovuto rifiutare. Anche quando mi dico che vista la situazione è persino meglio per lei che adesso sia in mano mia, ma non mi sembro molto convincente.

Non sono fiero di me.

Non lo sono perché gioco d'azzardo, perché vinco, perché vinco giocando contro persone per cui l'azzardo è una droga, che insistono a giocare anche quando non hanno né la capacità né la fortuna necessari per vincere.

A quest'uomo ho vinto tutto, prima tutti i soldi, poi ogni altro suo possesso, fino alla casa in cui vive con la sua famiglia. L'ho lasciato continuare a vivere lì, senza nemmeno chiedergli l'affitto, per pena. Poi lui ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, la sua figlia maggiore contro tutto quello che aveva perso.

Avrei potuto rifiutare; non l'ho fatto. Avrei potuto incassare la vittoria come avevo fatto per la casa; non l'ho fatto.

Non sono fiero di me.

Continuo a dirmi che mi lascio trascinare da chissà che cosa a fare cose che non vorrei nemmeno fare, ma la cosa non mi fa sentire meglio.

L'uomo si è presentato con sua figlia al seguito, questa bambina goffamente vestita e truccata da o per sembrare più grande della sua età, ed io mi sono scoperto innervosito da ciò, e disgustato. Ho provato per quell'uomo, per la sua mania, per la sua ottusa costanza nella sua debolezza, un ribrezzo che non avevo mai provato prima per nessun essere umano.

Forse quando avevo accettato la proposta del tutto per tutto avevo sperato che l'uomo non potesse trovare la forza di fare veramente una cosa del genere. Ritrovarmelo davanti questa sera mi ha fatto ricordare con il peggiore degli esempi la radice della mia misantropia.

La bambina è rimasta seduta su una sedia contro la parete, lontana dal tavolo, fino alla fine, facendo oscillare le gambe per passare il tempo. Dopo qualche minuto mi ero quasi dimenticato della sua presenza, e l'unica cosa che me la teneva a mente era la crescente sudorazione dell'uomo, con il procedere della sconfitta.

L'uomo ha pianto in silenzio abbracciando in ginocchio la figlia in piedi accanto alla porta, quindi se n'è andato, lasciandomi ad affrontare lo sguardo corrucciato di lei.

Non ho ancora sentito la sua voce; solo qualche sbuffo infastidito quando le ho passato ripetutamente sul viso lo spugnone da doccia per levarle quell'orrido trucco e ridurre il fastidio della sua presenza a quegli assurdi vestiti per i quali non potevo proporre un cambio.

Non sono fiero di me.

Non sono fiero di me anche perché non temo ripercussioni. Non temo ripercussioni legali, perché da anni ormai quest'angolo di mondo non ha più una legge che possa raggiungermi. Non temo vendette da parte della famiglia, se anche la moglie dell'uomo dovesse provare in tutti i modi a convincerlo a riprendere indietro sua figlia (ma non avrà già cercato di dissuaderlo? e lui l'avra picchiata), se anche offrisse se stessa in cambio … forse divorzieranno, ma sicuramente per quell'uomo non vedo altro modo di mettere a tacere la propria coscienza che il suicidio.

Non voglio più avere nulla a che fare con loro, non mi sarà difficile.