Scopro in questi giorni che lo stipendio annuo minimo (lordo) per qualcuno con le mie competenze tecniche (non specialistiche) si aggira (nel resto del mondo civilizzato) intorno ai novantamila euro l'anno: al netto di tasse e contributi, più del doppio del mio stipendio annuale da assegnista di ricerca, con in più il vantaggio di contributi per la pensione seri, e non evanescenti come quelli del precariato universitario. Se a questo aggiungiamo le mie competenze specialistiche, si va tranquillamente ad uno stipendio almeno doppio.

Ed in tutto questo non si considera il fattore forse più importante (nonché più difficile da quantificare), ovvero quello della ricerca, il cui valore va ben oltre quello di qualunque competenza tecnica, pur non potendo non essere considerato un “investimento ad alto rischio”, data la non sempre certa ottenibilità del risultato sperato. Il fattore che, in campo universitario, dovrebbe essere quello maggiormente tenuto in considerazione.

Ed in certi campi (come ad esempio in quello in cui la svolge il sottoscritto) più che in altri, condurre ricerca richiede una sana commistione sia di competenze tecniche alquanto specifiche, sia di quella fantomatica attitudine alla ricerca che dovrebbe essere valutata, ad esempio, durante l'esame d'ingresso per il dottorato.

Ricordo ancora un professore americano che nell'introdurre il suo corso sulla fluidodinamica computazionale diceva, tra le altre cose, che per poter svolgere bene ricerca in tale campo occorreva essere dei bravi fisici, dei bravi analisti numerici e dei bravi programmatori.

Certo è che se lo stipendio di chi conduce ricerca è commensurato al valore e delle competenze tecniche impiegate e della ricerca condotta, l'unica conclusione cui si può giungere è che nel nostro contesto il valore della ricerca toglie a quello delle competenze.

La ricerca, in Italia, ha un valore negativo. Sarà per questo, forse, che la stanno affossando, cercando in tutti i modi di sopprimerla definitivamente.