Seguiamo la moda del momento e parliamo delle politiche di febbraio 2013 (non è detto, dopo tutto, che quest'anno siano le ultime). Parliamone a caldo, prima che le grandi decisioni siano prese. Scrivere un articolo serio, argomentato e tutto servirebbe solo a far andare avanti le cose prima che l'articolo stesso sia finito.

(No, niente, non ce la faccio, devo scrivere sempre e comunque troppa roba, come si fanno a buttare lì semplici appunti senza nemmeno un briciolo di considerazioni? È già due ore che scrivo ed ancora ne avrei …)

I risultati

C'è gente che si sorprende del fatto che Berlusconi (con l'appoggio della Lega) riesca ancora a prendere il 30% circa dei voti, come se la memoria corta degli italiani e le capacità mediatiche di Berlusconi fossero una sorpresa. A mio parere gli è anzi andata peggio di come gli poteva andare.

C'è gente che si sorprende del fatto che Grillo riesca già a prendere il 25% circa dei voti, come se l'entusiasmo per il nuovo che promette di essere diverso e mandar via il vecchio sia una novità. (Ricordiamo a tal proposito i risultati di Berlusconi nel 1994, sempre per la suddetta questione della memoria storica.) Il fatto che il suo Movimento abbia anche solide basi qualunquiste, populiste e (non tanto cripto)fascistoidi aiuta anche a far presa, soprattutto tra i giovani. (Ma un'analisi più dettagliata del M5S sarà rimandata ad altra sede.)

Da un punto di vista puramente numerico, la maggioranza relativa dei votanti ha optato per la coalizione che appoggia Bersani (32% a senato, contro il 31% per Berlusconi e il 24% per Grillo, con risultati alla camera che danno un 30% a Bersani, 29% a Berlusconi e 26% a Grillo).

Ovviamente, a queste (risicatissime) maggioranze numeriche nazionali non corrisponde una identica distribuzione dei seggi, grazie all'intervento dei premi di maggioranza in entrambe le Camere, e della natura regionale delle ripartizioni al Senato. Il risultato effettivo è che nessuna delle tre maggiori forze politiche ha i numeri per formare un governo (stabile) da sola.

A complicare la faccenda interviene la scadenza a maggio del mandato del Presidente della Repubblica: Napolitano non ha quindi la possibilità di sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni, strategia che si sarebbe potuta altrimenti attuare nel caso in cui le suddette forze politiche non siano in grado di accordarsi su un governo; in tal caso, l'Italia rimarrebbe senza governo fino ad elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Le prospettive

L'impossibilità per una sola forza politica di appoggiare un proprio governo in Parlamento implica di necessità una qualche forma di intesa tra diverse forze politiche (da sottolineare qui è che l'intesa va cercata soprattutto perché il governo trovi l'appoggio del Senato: in teoria, la coalizione di Bersani, con 340 seggi grazie al premio di maggioranza, non dovrebbe avere problemi alla Camera).

(Nel seguito, per brevità, coagulerò la coalizione che appoggia Bersani in PD e quella che appoggia Berlusconi in PDL.)

Le possibilità che si possono prefigurare (a parte quella dello stallo fino all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica) sono almeno tre (ricordiamo che con la maggioranza alla Camera possiamo assumere che sia il PD a ‘guidare’ la cosa):

  • un governo di “unità nazionale” formato da PD e PDL (potenzialmente almeno 229 voti al Senato);
  • un governo di “larghe intese” che veda associati PD e M5S (potenzialmente almeno 167 voti al Senato);
  • un governo PD con l'appoggio esterno del M5S

(Escludo il caso del PD con l'appoggio esterno del PDL perché dubito sinceramente che il PDL sia disposto ad appoggiare il governo senza una fetta della torta. Nelle suddette considerazioni non è incluso Monti perché il solo suo appoggio sarebbe insufficiente.)

PD e PDL

Questa è la soluzione prevista da Grillo (“Faranno un governissimo pdmenoelle - pdelle.”). Direi piuttosto auspicata, e non dovrebbe sorprendere che sia quella su cui lui speri: la soluzione sarebbe infatti il tipo di suicidio politico (soprattutto per il PD) che darebbe al suo Movimento la spinta necessaria per sperare di vincere, da solo, le prossime elezioni.

Anche per il PDL questa sarebbe certamente la soluzione migliore, in quanto l'unica che potrebbe dare loro un ruolo attivo, non limitato a mettere i bastoni tra le ruote ad ogni iniziativa degli altri.

L'unico a perderci, con questa soluzione, sarebbe il PD. Peraltro, un governo del genere difficilmente avrebbe lunga durata: più che altro, potrebbe fungere da governo ponte fino all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ed eventualmente alla proposizione di una nuova legge elettorale (anche se non può non venire il dubbio che una tale coalizione potrebbe venir fuori con una legge elettorale anche peggiore della presente).

Purtroppo, è proprio per la sua potenziale brevità che questa soluzione potrebbe allettare Bersani, nel caso in cui il M5S rifiuti ogni altra soluzione: l'unica alternativa sarebbe infatti il vuoto governativo fino a nuove elezioni, una soluzione che per horror vacui, stupidità, o insistenza di Napolitano, il PD si potrebbe trovare a scartare nonostante il vuoto governativo sia, per loro, una soluzione migliore dell'alleanza con il PDL.

PD e M5S

Più interessante, sana e produttiva sarebbe una soluzione che veda il PD con il M5S, in una delle due configurazioni possibili: con un semplice appoggio esterno, oppure direttamente coinvolti nel governo. Una soluzione del genere rischierebbe di essere utile quasi a tutti: al PD, al M5S, ma soprattutto agli italiani. Proprio per questo non mi illudo sul fatto che possa essere seriamente presa in considerazione.

Il principale ostacolo a questo tipo di soluzione viene (non stranamente) dal M5S: è una soluzione di compromesso, ed un movimento il cui leader punta al tutto per tutto, alla sostituzione della ‘vecchia politica’ con la propria, difficilmente avrebbe la saggezza di gestire la cosa, ed ancor meno di sceglierla.

Per di più, al M5S fa molto più comodo stare all'opposizione che rischiare responsabilità dirette: un equivalente nazionale del caso Pizzarotti sarebbe abbastanza disastroso. Il M5S non ha nessuna fretta di imparare sulla propria pelle che mettere in pratica le belle idee del Movimento è più problematico di quanto si possa sperare, o che gli effetti saranno meno gradevoli di quelli auspicati. Meglio lasciare che gli elettori rimangano nella loro bolla di ideali finché possibile.

(Non che io pensi che sia facile tirarli fuori dalla bolla: da quel che si vede in rete, i supporter del M5S —o quanto meno i più vocali tra loro— hanno lo stesso tipo di approccio fideistico, da tifoseria calcistica, dei sostenitori di Berlusconi, che continuano a votarlo nonostante l'esperienza degli ultimi vent'anni.)

Come ho già detto, nonostante questi (a mio parere insormontabili) ostacoli, sono dell'opinione che la soluzione che veda un appoggio del M5S al PD, o un suo coinvolgimento nel governo, sia la migliore. Non è difficile capire perché: da un lato il M5S ha effettivamente ancora quella freschezza che può aiutare il PD a ricordarsi cosa significa ‘essere di sinistra’ e, perché no, ‘essere onesti’; dall'altro il PD può insegnare al M5S che gestire un Paese è un po' più complesso che succhiare le matite, lavarsi con le biowashball e indagare sulle scie chimiche.

La seconda idea, ovvero che il PD possa insegnare qualcosa al M5S, farà ovviamente ribrezzo a larga parte degli elettori del M5S, che la vedrà come una ‘corruzione’ della loro pulizia con il marcio della vecchia politica; ma è purtroppo tristemente vero che, nelle poche effettive idee che il Movimento ha in programma, alcune sono semplicemente pericolose; non per la ‘casta’, non per la ‘politica’, non per il ‘Potere’, ma per tutti: non sono ‘rivoluzionarie’, non sono ‘sovversive’, sono semplicemente idiote, e senza un freno (che in questo caso sarebbe appunto il PD) sarebbero deleterie per ogni singolo italiano.

Purtroppo, come ho già detto, il M5S non avrebbe comunque la forza psicologica di gestire una situazione del genere: è attualmente in assetto di marcia, e sarebbe capace di silurare anche le migliori proposte semplicemente per la necessità, che sente primaria, di affondare il PD ed andare al governo.

(Sarei ben lieto mi si provasse che ho torto, ma è altresí innegabile che accettare di appoggiare il PD significa già sporcarsi le mani con il vecchio modo di fare politica: il M5S dovrà quindi scegliere tra un'integrità all'ideale e la prima ‘prova del fuoco’ nazionale. Buona fortua, e che scegliate la cosa più giusta.)

Bersani, il Partito Democratico e la sinistra

Per finire, qualche riflessione sul PD e su Bersani. È interessante notare quanti, nel PD, stiano criticando l'operato di Bersani, chiamando a gran voce per le sue dimissioni. È interessante, dicevo, ma non sorprendente: Bersani è in questo momento il capro espiatorio della propria ala politica, ed in quanto segretario del proprio partito non può non esserlo.

Si assegna in sostanza a Bersani la principale responsabilità per la mancata vittoria, o sconfitta che dir si voglia, di queste elezioni; a riprova del fallimento di Bersani si porta non solo la sua incapacità di ottenere una maggioranza stabile, ma anche il dato grezzo (8 milioni e mezzo di voti), nettamente inferiore a quelli di Veltroni (12 milioni di voti), dimenticando, a quanto pare, che nonostante i suoi 12 milioni Veltroni perse, senza alcuna ambiguità, le elezioni.

In realtà, qualunque confronto tra Veltroni e Bersani è pesantemente invalidato dalla presenza, in questa tornata, di un M5S che cavalca pesantemente lo scontento politico (non diversamente da come fece Berlusconi con la sua discesa in campo). Purtroppo, chi fa nota di questa cosa è generalmente anche chi sostiene che il PD avrebbe avuto maggiori speranze proponendosi esso stesso come ‘nuovo’, per esempio dando maggior risalto a Renzi e ai suoi ‘rottamatori’.

Sinceramente, mi permetto di dubitare fortemente che il PD avrebbe potuto fare di meglio in queste elezioni, chiunque avesse avuto a capo. È facile stare lì a trovare cose da criticare, nel messaggio, nei modi, nella qualunque, ma la verità è molto più semplice: il PD ha un bagaglio storico di errori, sconfitte ed occasioni perdute da cui non si può liberare semplicemente cambiando segretario.

Per di più, a prescindere da quanto gli errori e le occasioni perdute siano stati sinceri e da quanto siano stati intenzionali, è un dato di fatto che l'elettorato “di sinistra” è sempre stato sostanzialente nelle proporzioni che abbiamo visto anche stavolta. Piaccia o non piaccia, la sinistra senza il centro in Italia non ha mai avuto speranza di salire al governo da sola, e l'unica cosa che il PD è riuscito a dimostrare, nel 2008 con Veltroni e stavolta con Bersani, è che la strategia di fondersi con l'ala mancina della vecchia Democrazia Cristiana non è stata nemmeno una soluzione vincente, in quanto i voti guadagnati con la fusione sono stati praticamente uguali a quelli persi da chi non condividea l'idea di allargarsi così al centro (cosa che solo Veltroni con il suo ‘sogno americano’ poteva non prevedere).

Volendo usare l'ormai lisa metafora della coperta, la “sinistra” italiana è sempre stata troppo corta, perdendo a sinistra quando si sposta al centro e perdendo al centro quando si sposta a sinistra. Nel disperato tentativo di stiracchiarsi verso il centro, l'unico risultato che ha ottenuto è stato di perdere per strada pezzi sembre più sostanziosi della sinistra reale, e Renzi, in questo senso, avrebbe rappresentato semplicemente l'ennesimo allontanamento da una posizione di sinistra già molto remota; è possibile, non lo nego, che una sua candidatura al posto di Bersani avrebbe almeno parzialmente arginato l'esodo dal PD al M5S, ma è altrettanto probabile che questo arginamento sarebbe stato bilanciato da una ulteriore perdita della base esistente.

C'è qualcosa di grottesco nel vedere gente lamentars perché il PD non è più il vecchio PCI, ed allo stesso tempo sostenere che avrebbe preferito Renzi, perché almeno avrebbe vinto. Se il PD non piace perché non è abbastanza rappresentativo della sinistra, che senso ha auspicare un suo ulteriore spostamento a destra, nella speranza di una vittoria? Non è proprio questo il tipo di pensiero che ha portato il PD alla sua attuale lontananza dalla sinistra?

No, non credo proprio che il problema del PD sia Bersani. Il problema del PD è proprio l'eredità storica della sua migrazione: è grazie ad essa, ed alla proria ‘verginità politica’, che il M5S ha potuto raccogliere facilmente i consensi di giovani e delusi (peraltro, tanto da una parte quanto dall'altra).