Il 10 marzo 2013, intorno alle 20:15, Beppe Grillo ha pubblicato su Twitter queste parole:

Qualora ci fosse un voto di fiducia dei gruppi parlamentari del #M5S a chi ha distrutto l'Italia, serenamente, mi ritirerò dalla politica

Come sempre quando un personaggio di potere se ne esce con una frase del genere, la prima domanda che viene in mente è: ma è una minaccia o una promessa? (Ricordiamo a tal proposito una tavola del Girighiz di Enzo Lunari del lontano 1982.)

Nel caso di Grillo, vi sono però altri interessanti fattori (lessicali e non solo) che meriterebbero di essere analizzati.

Essere in politica

Per potersi ritirare dalla politica, Grillo dovrebbe prima entrarci, in politica. Ma cosa significa ‘essere in politica’? Dopo tutto, ci sono vari modi di partecipare alla vita politica di una società, che vanno dall'ignorare completamente tutto e tutti all'impegnarsi personalmente nelle attività decisionali in cui sono coinvolte le nostre comunità, a qualunque livello (dal quartiere allo Stato e oltre), passando per una serie di gradazioni intermedie più o meno attive, quali il semplice discutere di politica (o, se vogliamo, fare ‘filosofia politica’) all'organizzare movimenti.

Uno che parla di politica è in politica? Uno che spinge altri ad occuparsi di politica è in politica? Il leader di un movimento presente nel panorama elettorale è in politica, anche se non si presenta mai personalmente per alcun ruolo attivo?

Ed infine, uno che è in politica è un politico?

Grillo finora ha potuto giocare serenamente sull'ambiguità della questione, coagulando attorno a sé un Movimento che ha riscosso un discreto successo trovando il supporto di circa un quarto della popolazione elettorale, ma non si è mai impegnato personalmente in alcun ruolo attivo, preferendo fare il burattinaio —pardon, il portavoce— del suddetto Movimento, per il quale non fa altro che insistere con sospetta tenacia su quello che lo differenzia (in teoria) dalle altre figure politiche: non è un partito, non ha uno statuto (ha un ‘non statuto’), non è fatto da politici, e lui personalmente non è il leader, il capo, il dittatore assoluto, ma soltanto ‘il portavoce’.

Ma è davvero così?

Ruoli e strategie

È quasi comico vedere gente che va a scavare nel vicinato di Grillo per cercare di metterlo in cattiva luce; è comico perché basterebbe una semplice analisi della sua persona, del suo ruolo (e di quello di Casaleggio) all'interno del Movimento, e delle idee che il Movimento stesso starebbe portando avanti, nonché del come.

Ovviamente, una tale analisi non avrebbe nessun effetto sui grillini, per i quali tutto ciò che non è un osanna del Grillo è solo propaganda della vecchia politica, menzogne buttate in pasto agli stupidi per fare sfigurare l'essere perfettissimo che li guida. Poco importa che siano vere o meno.

Mi piacerebbe parlare in dettaglio della cosa (come ho fatto già a proposito di Berlusconi), ma in questo contesto mi limiterò a parlare del problema dei ruoli, anzi —per brevità— del ruolo.

Il portavoce

Grillo sostiene di essere soltanto il portavoce del Movimento 5 Stelle, di esserne il megafono. In effetti di più, sostiene di dover essere l'unico portavoce, da cui la sua versione dell'“editto Bulgaro” per cui nessun (altro) rappresentate del M5S può parlare in televisione in nome del M5S.

Qual è il ruolo di un portavoce? Il portavoce è colui che rende pubbliche le decisioni, le opinioni, la volontà di ciò che rappresenta. Non prende decisioni di propria iniziativa, non esprime le proprie idee. Possiamo essere d'accordo con Grillo su quanto lui sostiene circa il suo ruolo nel M5S? (Alternative: è il portavoce di qualcun altro, ed il M5S è solo un paravento; oppure ancora il suo ruolo ha una portata molto più vasta di quella di semplice portavoce, ed il suo insistere su quel termine fa parte di una strategia di ridefinizione della lingua.)

La risposta alla domanda sul ruolo di Grillo non può prescindere da qualche osservazione sulla natura del Movimento 5 Stelle, e sui (presunti e reali) meccanismi decisionali in uso al suo interno.

Sappiamo ad esempio che il Movimento si è raccolto attorno alla persona ed alla figura di Grillo, e quindi alle sue idee —o a quelle di chi per lui (leggi Casaleggio). In questo senso, quando Grillo esprime(va) le sue idee esprime(va) implicitamente anche quelle del Movimento stesso.

Sappiamo anche che all'interno del Movimento ci sono (o ci sono state) voci ‘dissidenti’, e che questi elementi hanno una certa tendenza a venire espulsi o ad andarsene spontaneamente, disincantati dalla discrepanza tra le promesse della natura del M5S e la sua realtà interna. Finché a rimanere nel Movimento saranno solo (o preponderantemente) i fanatici del Grillo-pensiero, Grillo potrà continuare a dire —a buon titolo— di essere il portavoce del Movimento anche quando non esprime altro che le proprie idee —o quelle di chi per lui (leggi Casaleggio).

Per inciso, tra i fuoriusciti (espulsi o delusi) del M5S non mancano quelli che hanno criticato la mancanza di vera democrazia interna, nonostante il tanto sbandierato “uno vale uno”, nonostante la tanto sbandierata trasparenza: mancherebbe a tutt'oggi la famosa piattaforma che dovrebbe permettere a tutti gli iscritti del M5S (da almeno due anni) di partecipare attivamente alla democrazia interna, le decisioni importanti riguardanti il M5S e la direzione che dovrebbe prendere continuano ad essere prese da una cerchia molto ristretta di persone (Grillo, Casaleggio & co.), spesso a porte chiuse (anche per gli iscritti al M5S).

Per finire, sappiamo che lo stesso nome e simbolo del M5S sono marchi registrati di Beppe Grillo. Dovremmo scrivere MoVimento 5 Stelle®, mi sa.

Queste osservazioni hanno una moltitudine di interessanti implicazioni.

Ad esempio, sembrerebbe che Grillo sia portavoce del MoVimento 5 Stelle® solo nella misura in cui il MoVimento stesso è dominato dai fanatici del Grillo-pensiero; in altre parole, Grillo è portavoce di sé stesso e di chi per lui (leggi Casaleggio), ed il MoVimento non ha un'anima propria, ma esiste in quanto ‘appoggio di massa’ al Grillo-pensiero.

In quest'ottica, ha senso che Grillo possa voler uscire di scena nel momento in cui il MoVimento dovesse arrivare ad esprimere in pratica un pensiero diverso dal suo. Qualunque portavoce probabilmente si troverebbe in difficoltà ad annunciare proposte, atti che sono in contrasto con le proprie scelte.

Ma la minaccia di Grillo ha una portata molto più ampia: dovesse uscire dalla politica, il MoVimento si troverebbe probabilmente a dover cambiare nome e simbolo, registrati da Grillo stesso (e dubito che Grillo darebbe loro permesso di usare ancora il suo simbolo, decaduta la natura di ‘appoggio di massa’ al suo pensiero.)

Conclusioni

Vi sarebbe molto altro da dire sui ruoli all'interno del M5S, ma per amor di brevità e pertinenza al tema concluderò qui. Come ho già detto altrove, il MoVimento 5 Stelle si trova in questo periodo in una fase interessante (per chi guarda da fuori) quanto importante (per chi vi sta dentro): l'opportunità di dimostrare di essere un vero MoVimento con delle proprie idee, maturo e pronto a portare avanti le proprie istanze ogni volta che ne abbia la possibilità, piuttosto che semplicemente un'accozzaglia di fanatici pronti a seguire il loro Non Leader senza curarsi di come il suo pensiero cambi opportunisticamente con le situazioni (l'ultima, di cui qui non ho ancora parlato: articolo 67 sì quando Fini sega Berlusconi, articolo 67 no quando i suoi possono segare lui).

In questo contesto, la minaccia/promessa di Grillo di dimettersi da ciò che finora ha sostenuto di non aver mai fatto, oltre ad essere un importante spiraglio sulla realtà della sua posizione, potrebbe anche diventare una splendida occasione per rendere il MoVimento ciò che dovrebbe essere, almeno sulla carta.

Ci sarebbe quasi da sperare che lo prendano in parola e lo mettano alla prova. Non sarebbe male poter finalmente parlare del MoVimento e delle sue idee senza doversi preoccupare di come Grillo le stia cavalcando per sé —o per chi per lui (leggi Casaleggio).