E sia pietosa coltrice l’onda spumosa e ria
Belgrado Petrini, Schiavi (1967)

È questo un verso della poesia Schiavi di Belgrado Petrini, composta durante la reclusione scontata dall'anarchico negli anni del dopoguerra.

La poesia è famosa soprattutto nella sua versione rimaneggiata e musicata (sul tema della canzone popolare romana Se tu ti fai monaca) da Paola Nicolazzi, con il titolo Il galeone.

Con tutto il rispetto che si possa portare a Paola Nicolazzi c'è però una cosa che mi dà un immenso fastidio nella sua versione: l'accento sbagliato sulla parola coltrice (cantata coltríce invece del corretto cóltrice). E sí, non mi sfugge l'ironia di fare il grammar nazi su una canzone anarchica.

Ma ancor peggio dell'errore di Paola Nicolazzi c'è il fatto che molti di coloro che si sono cimentati con il brano hanno pedissequamente seguito l'errore dell'autrice.

Non è peraltro nemmeno possibile addurre la metrica come scusa, giacché è perfettamente possibile cantare il verso con l'accento corretto e senza nessuna forzatura; invero, a dimostrarlo, esiste almeno una dozzina di versioni in cui la parola è pronunciata correttamente, tra cui quelle di Cinzia La Fauci, Mara Redeghieri, Rocco Rosignoli, Révolte Ensemble, Cesare Basile1, All Middle Fingers Up, Storie d'alabastro e d'anarchia, Montelupo2, Anonima coristi, Friser, Gli Impopolari, La leggera, Acoustic Vibes (?), Voci di mezzo (?), Giovanna Marini, ed un'illustre sconosciuta.

(Una menzione speciale merita la versione dei Surgery, in cui riescono a piazzare nella parola entrambi gli accenti, sicché non si capisce se la pronunciano correttamente o meno.)

Queste versioni (con l'eccezione di quella di Giovanna Marini, in cui il verso corrispondente manca del tutto) hanno però un altro difetto: nel verso

spezziam queste carene, o chini a remar morremo

la parola carene è sostituta da catene. Questo non solo fa perdere un importante nesso con i versi che seguono, in cui l'autore incita a mandare la nave sugli scogli, ma stravolge anche profondamente il senso della canzone: spezzare le catene è un semplice invito a conquistare la libertà, ma nella metafora dell'autore sono le carene a dover essere distrutte, ovvero il galeone stesso, che altro non è che (fuor di metafora) la società stessa.

Cantare «catene» invece di «carene» “smonta” il valore anarchico della canzone.

Verrebbe da chiedersi da dove nasca questa interpolazione, visto che la versione della Nicolazzi dice ben chiaramente carene, cosí come il testo della poesia originale del Pedrini, fugando ogni dubbio che possa trattarsi di un errore (come l'accento errato in «coltrice»). A peggiorare le cose, esistono parecchie versioni in cui sono sbagliati entrambi: l'accento su «coltrice» ed il termine «catene» invece di «carene». Mentre per il primo errore è assodata la responsabilità di Paola Nicolazzi, per il secondo sospetto una (co)responsabilità del sito AntiWarSongs, che riporta il testo errato.


È stato infine con immensa gioia che sono riuscito a trovare una versione giusta della canzone, in cui si invita a spezzare le carene, e «coltrice» è pronunciata correttamente: quella di Marco Rovelli dal vivo con l'accompagnamento di Lara Vecoli. Posso risparmiarvi la tortura di sentire me che canto solo per donare all'universo una versione corretta della canzone.


  1. che però l'ha anche cantata con l'accento sbagliato. ↩

  2. anche se sembra che dica «morir tra i frutti». ↩