Può darsi semplicemente che io sia andato al cinema con troppe pretese, pur sapendo del film (anzi, dell'animazione in 3D) solamente che la protagonista sarebbe stata una giovane figura femminile ‘forte’; e può darsi che anni di Miyazaki mi abbiano abituato a tutt'altra classe di ‘giovani figure femminili forti’. Fatto sta che Brave, tradotto in italiano in Ribelle — The Brave, mi ha sinceramente un po' deluso.

Per chiarire meglio la questione, comincio dalla seguente piccola osservazione.

Prima di andare a vedere il film, ho profondamente disprezzato, come al solito, la fantasia dei traduttori di titoli: brave, dopo tutto, significa coraggiosa, non ribelle; e poi, perché ripetere poi il titlo inglese, stavolta aggiungendo l'articolo? (L'articolo in realtà si spiega con il fatto che altrimenti sembrava che dicesse qualcosa tipo “brave ribelli”, con brave plurale femminile dell'aggettivo italiano.)

All'uscita dal cinema, il titolo italiano aveva invece persino più senso di quello inglese: benché la protagonista non manchi certo di coraggio, la sua caratteristica principale non è tanto quella, quanto la sua attitudine alla ribellione alle pressioni della madre; e com'è noto, non si sa mai bene quanto lo spirito di ribellione venga dal coraggio, quanto dall'incoscienza, quanto dall'esasperazione: tutte e tre caratteristiche che non mancano alla protagonista. Viene da chiedersi se la Pixar non avrebbe fatto meglio a mantenere il titolo originale, L'orso e l'arco.

Ma al di là delle eventuali elucubrazioni sul titolo, la cosa che più dispiace del film è che praticamente non succede niente. Davvero. L'italianissima abitudine di interrompere il film a metà con l'intervallo mi ha fatto pensare: ma come, siamo già a metà? e il film deve ancora cominciare?

Per carità, è apprezabile che si sia deciso di perdere un po' di tempo all'inizio per introdurre bene i personaggi e svilupparli, cercando di dare loro uno spessore che non derivasse solo dalla visione stereoscopica, ma non è molto corretto sacrificare poi la storia per rientrare in certi tempi prefissati: il secondo tempo dà infatti un'idea di sviluppo precipitoso, quando invece illustra la parte di storia che avrebbe dovuto essere predominante.

Anche su questo può darsi che il già detto Miyazaki mi abbia abituato male: il regista giapponese non si è infatti mai fatto problemi a realizzare, con il suo Studio Ghibli, cartoni animati interminabili. La domanda che viene spontanea è: questi cento minuti stentati di animazione stereoscopica sono una scelta, o è mancata agli autori la fantasia per arricchire la parte centrale del film?

Purtroppo, il mio sospetto cade sulla seconda possibilità, osservando l'eccessiva frequenza con cui i personaggi si soffermano a dibattere, fin dall'inizio, su quella che vorrebbe essere la morale della storia. Tre volte nel corso del film? Davvero? Non avevate altro da fargli fare? Poi non so, forse è solo che a me le morali esplicite danno molto, ma molto, ma molto fastidio.

E per non chiudere con una nota negativa, c'è una cosa che si può certo dire: il film è rilassante, e soprattutto divertente: è innegabile che qualche spontanea risata riesce a chiamarsela, forse meglio quando l'intento non è esplicitamente quello di suscitare ilarità. Ed è altrettanto innegabile che la realizzazione è eccellente, sia nell'animazione sia nell'uso suggestivo —ma non esagerato— della stereoscopia (ovviamente, chi va a vedere i film in 3D per avere la sensazione di roba che gli finisce addosso potrebbe rimanere deluso anche in questo.)