Da anni rimando di buttar giú queste note, principalmente perché desideroso di complementarle con una simpatica interfaccina per “giocare” sull'effetto di varî sistemi di tassazione. Dopo l'ennesima difesa della presunta equità della famigerata flat tax ho deciso però infine di mettermi a scrivere.

Introduzione

Per pararmi da alcuni possibili interventi da parte di anarchici e libertari premetto subito che tutti i discorsi che seguono partono dal presupposto che la tassazione è una necessità: lo Stato (o chi per lui) offre un certo numero di servizi, che hanno un costo, per coprire il quale lo Stato ha bisogno di soldi, e la tassazione è il meccanismo primario con cui lo Stato se li procura. Ammesso e non concesso che esistano meccanismi alternativi, tale discussione va condotta indipendentemente (ed in separata sede) dalle questioni circa l'equità dei vari sistemi fiscali e del loro impatto socioeconomico, che intendo invece affrontare qui.

Mi concentrerò inoltre principalmente sulla tassazione del reddito, anche se non escludo qualche commento o future estensioni di questa pagina per parlare di altre forme di tassazione.

Nel discorso che segue supporrò che ciascun soggetto tassabile abbia un proprio reddito annuo lordo (RAL) R, su cui pagherà una certa quantità di tasse T. Il valore D=R-T rappresenta il reddito disponibile, ovvero quello che il soggetto potrà effettivamente spendere, ovvero ancora quella parte del reddito del soggetto che potrà direttamente contribuire all'economia. Distingueremo inoltre dalle (potenziali) spese del soggetto quelle essenziali (o imprescindibili, ovvero che il soggetto non può non sostenere) E, identificando il rimanente S=D-E=R-T-E come reddito discrezionale.

Un aspetto importante da considerare è che l'importo delle spese essenziali E non dipende dal reddito, ma esclusivamente dalla natura del soggetto e dalle sue circostanze; per esempio, se il soggetto è un singolo individuo questi avrà un certo minimo di spese da sostenere per nutrirsi, vestirsi, avere un tetto sopra la testa, raggiungere il luogo di lavoro, etc; se il soggetto è una famiglia con 4 persone, questo minimo sarà ovviamente diverso (ed in genere piú elevato, viste le maggiore necessità di cibo e di vestiario, anche se probabilmente inferiore a 4× il minimo del singolo individuo). Tutto il resto può essere considerato parte delle spese discrezionali.

(Volendo, ci si potrebbe anche dilungare su come minimizzare le spese essenziali nel breve termine abbia in realtà un costo maggiore sul medio/lungo termine, per cui bisognerebbe prestare attenzione a quanto si debba considerare essenziale e quanto discrezionale, ma tutto questo merita a sua volta un discorso a parte.)

Una nota semantica

Il principale problema dell'analisi presentata in questo testo risiede nella scelta del significato da dare alla parola “equo”: quando è equo un sistema fiscale?

L'idea generale che si vuole rispettare è che si abbia diritto a godere dei beneficî della propria produttività —qualcosa su cui, a livello puramente concettuale, possono trovarsi d'accordo il veterocomunista Marxista piú convinto (dopo tutto, è da questo che parte la famosa teoria del plusvalore) con l'anarco-capitalista libertario dell'ultim'ora. Le differenze, ovviamente, risiedono nella proposta strategica per il raggiungimento di questo ideale, ma ancor prima, e forse soprattutto, nella scelta (metodologica) di come quantificare in concreto quanto ci si stia distaccando dall'ideale.

Cosa va rapportato con cosa, nel decidere quanto si sta godendo della propria produttività? Le scelte sono innumerevoli (lo sforzo al reddito? il reddito proprio a quello altrui? il reddito lordo a quello netto?)

Per l'analisi che segue faremo una scelta ben precisa, con la coscienza che tale scelta pone in maniera naturale dei limiti sulla validità dell'analisi stessa, e che porre obiettivi diversi porterebbe per necessità a conclusioni diverse. D'altra parte, riteniamo che la scelta in sé sia ben fondata, almeno nella misura in cui si stia analizzando un sistema fiscale caratterizzato da una certa semplicità: l'equità del sistema sarà per noi la misura in cui quello che rimane in tasca al soggetto sia quanto piú proporzionale possibile al suo reddito lordo, tolte le tasse e le spese essenziali.

Analisi dell'equità della flat tax

Con il termine flat tax si intende un sistema fiscale con singola aliquota k<1. Dato il reddito lordo R, le tasse da pagare saranno kR, indipendente dall'ammontare di R, e possibilmente anche da altri fattori (quali la fonte del reddito stesso).

L'idea di base di molti suoi sostenitori è che tale sistema fiscale, oltre ad avere il vantaggio della semplicità, sia anche “piú equo” di altri (in cui le aliquote variano a seconda del reddito stesso) perché tutti pagano la stessa percentuale del proprio reddito lordo, ed hanno pertanto la stessa percentuale di reddito disponibile: DR=1-k.

Se però guardiamo al reddito discrezionale, le cose cambiano; il rapporto SR si riduce infatti a 1-k-ER, ed essendo le spese essenziali E indipendenti dal reddito (e quindi in particolare uguali a parità di natura del soggetto e sue circostanze), il rapporto ER tende a zero al crescere di R, aumentando il rapporto SR.

Facciamo un esempio con dei numeri. Prendiamo tre soggetti che abbiano le stesse spese essenziali, mettiamo E=5¤ (l'anno) e che vi sia un'unica aliquota fiscale k=20%=0.2. Supponiamo che i RAL siano 10¤, 50¤ e 100¤: i redditi lordi stanno in rapporto 1:5, 1:2 e 1:10. Di tasse pagano rispettivamente 2¤, 10¤ e 20¤ (mantenendo gli stessi rapporti), con redditi disponibili rispettivamente 8¤, 40¤ e 80¤ (ancora con gli stessi rapporti).

Tolte però le spese essenziali, i redditi discrezionali rimanenti sono 3¤, 35¤ e 75¤: tra il primo ed il secondo vi è un rapporto di 1:11.67 (piú di due volte il rapporto tra i RAL), tra il secondo ed il terzo di 1:2.14, e tra il primo ed il terzo di 1:25, due volte e mezzo il rapporto tra i RAL.

Al di là dei numeri specifici, rimane la realtà dei fatti: con un'aliquota singola, il rapporto SR cresce al crescere del reddito, risultando quindi (proporzionatamente) piú favorevole a chi ha RAL piú elevati, tanto piú quanto piú è alta la discrepanza tra i RAL.

La soglia d'esenzione

La flat tax piú rudimentale presenta anche un altro problema: nel momento in cui vengono considerate le spese essenziali, la combinazione di queste (fisse) e delle tasse (proporzionali al reddito) porta i redditi piú bassi addirittura in negativo, anche supponendo che non vi siano redditi inferiori alle spese essenziali.

Per evitare questa idiosincrasia, la soluzione piú semplice è l'introduzione di una soglia d'esenzione (no tax area), che chiameremo N. In un tale sistema, i redditi lordi verranno tassati solo nella misura in cui superano tale soglia d'esenzione (ed in particolar modo, i redditi inferiori alla soglia d'esenzione non saranno tassati). L'importo delle tasse sarà quindi T=k(R-N), per R>N. (Ovviamente, per evitare la criticità dell'andare in negativo con le tasse, è necessario che N sia non inferiore ad E.)

La presenza di una soglia d'esenzione, oltre a risolvere la criticità, aiuta anche ad “equalizzare” la sproporzione tra redditi lordi e redditi discrezionali presente con l'aliquota singola, essendo SR=1-k(1-NR)-ER.

Se nell'esempio già considerato aggiungiamo infatti una soglia d'esenzione di, mettiamo, 6¤, otteniamo che il reddito di 10¤ sarà tassato solo su 4¤, e dovrà quindi pagare 0.8¤, il reddito di 50¤ sarà tassato su 44¤, e dovrà quindi pagare 8.8¤, mentre il reddito di 100¤ sarà tassato su 94¤, e dovrà quindi pagare 18.8¤. In questo caso, in proporzione, il reddito piú alto dovrà pagare piú tasse (tra il minimo ed il massimo il rapporto di quanto pagato è di 1:23.5 a fronte di un rapporto di redditi lordi di 1:10), ma benché i rispettivi redditi discrezionali (4.2¤, 36.2¤, 76.2¤) rimangano sproporzionatamente in favore dei redditi elevati (1:8.62, 1:2.1 ed 1:18.14 rispettivamente), la discrepanza è inferiore al caso senza soglia d'esenzione.

La soglia d'esenzione è quindi una misura (anzi l'unica, se l'obiettivo è la semplificazione del sistema fiscale) per limitare l'effettiva iniquità (e soprattutto il conseguente impatto sull'economia reale) dell'aliquota singola.

(Il discorso in realtà non è cosí semplice nel momento in cui si osserva che, all'interno della no tax area non vi è alcuna proporzionalità dei redditi discrezionali, essendo SR=1-ER. L'unica soluzione in questa prospettiva è l'eliminazione di tutte le spese essenziali, possibile solo nel momento in cui lo Stato fornisca tutti i servizi essenziali a titolo interamente gratuito per gli utenti, ovvero senza altre spese che le tasse.)

Trovare un equilibrio

Possiamo riscrivere la formula del rapporto tra reddito discrezionale e reddito lordo come:

SR=1-k(1-NR)-ER=1-k-E-kNR

mettendo quindi in evidenzia come il contributo della soglia d'esenzione abbia segno inverso ad E e ne possa quindi compensare l'effetto.

{ Studio del segno del termine nelle condizioni di esistenza RNE) }

Volendo considerare il carico fiscale “massimamente equo” laddove tale rapporto sia costante (ovvero nella condizione in cui, indipendente dal RAL, si abbia la stessa percentuale di reddito discrezionale), è necessario annullare E-kN, ottenendo la condizione N=Ek (osserviamo che essendo k<1, si avrà sempre N>E, come voluto). Per N<Ek si ottiene un sistema che favorisce i redditi piú alti, mentre N>Ek dà un sistema che favorisce i redditi piú bassi.

La relazione ci dice in particolare che riducendo l'aliquota occorre alzare la soglia di esenzione per preservare l'equità. Viceversa, aumentando l'aliquota si può ridurre la soglia d'esenzione, fino ad un minimo teorico di E nel caso di tassazione al 100%. E vale ovviamente la relazione inversa, per cui piú è bassa la soglia d'esenzione piú alta dev'essere l'aliquota per mantenere equo il sistema.

Un corollario interessate a questo è che una riduzione dell'aliquota che mantenga equo il sistema (alzando proporzionatamente la soglia d'esenzione) porta ad un decremento del gettito fiscale complessivo da due fronti: meno tasse dai contribuenti, e meno contribuenti.

(Nell'esempio numerico preso in considerazione sopra, la soglia d'esenzione ottimale sarebbe N=5¤0.2=25¤, portando il reddito da 10¤ nella no tax area. Il reddito da 50¤ verrebbe tassato su 25¤, per un totale di 5¤, portando il reddito discrezionale a 40¤; il reddito da 100¤ verrebbe tassato su 75¤, con 15¤ di tasse, portando il reddito discrezionale a 80¤, e mantenendo quindi il rapporto 1:2 dei RAL anche nei discrezionali. Il fisco riceverà da questi contribuenti un totale di 20¤, contro i 28.4¤ della soglia a 6¤ ed i 32¤ dell'aliquota singola pura. Mantenere lo stesso gettito fiscale nell'esempio in questione sarebbe ad esempio possibile con un innalzamento dell'aliquota al 28% con un conseguente abbassamento della soglia d'esenzione ai 17.87¤ circa, che lascerebbe comunque fuori il reddito piú basso.)

Considerazioni sparse

  • poiché le spese essenziali dipendono dal soggetto e dalle circostanze, il calcolo della soglia d'esenzione (che ad essa è legata nel rapporto di equità) dovrebbe avere un'analoga dipendenza, con notevoli implicazioni (ed una discussione a parte meriterebbe a questo punto l'equità di questa soglia d'esenzione variabile);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú è elevata la disparità tra RAL (es. forbice salariale);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú sono elevate le spese essenziali;

    un interessante corollario è il seguente: piú è bassa l'aliquota, piú essa è (indirettamente) iniqua; la motivazione è la seguente: (parte del)le spese essenziali può essere assorbita dallo Stato e dai servizi che esso offre; meno sono i servizi offerti dallo Stato, e minore è la loro qualità, maggiore sarà l'importo delle spese essenziali; e poiché servizi di qualità costano, anche nell'ottimistico caso teorico di uno Stato massimamente efficiente, minore è il gettito fiscale dello Stato, minori saranno i servizi e la loro qualità; ad aliquote piú basse corrispondono gettiti fiscali inferiori, e quindi meno servizi (e di qualità inferiore): maggiori saranno pertanto le spese essenziali, e pertanto maggiore sarà l'iniquità dell'aliquota;

    poiché le spese essenziali dipendono dal gettito fiscale, abbiamo un sistema fortemente non lineare in cui il gettito fiscale dipende dalla soglia d'esenzione che dipende (tramite la propria dipendenza dalle spese essenziali nel rapporto d'equità) anche dal gettito fiscale stesso.

Quale reddito libero?

Evoluzione dell'iniquità

Dal discorso fatto sopra sulla flat tax dovrebbe essere evidente che la principale difficoltà nel definire aliquote e soglie d'esenzione per un sistema fiscale affinché questo possa essere considerato equo (nella misura usata, ovvero la proporzionalità tra RAL e reddito discrezionale) è la determinazione delle spese essenziali.

Assumendo che il problema sia in pratica irrisolvibile (salvo, come già accennato, l'annullamento di tutte le spese essenziali, tramite servizi offerti dallo Stato a titolo interamente gratuito) occorre scegliere tra quella che potrebbe essere una sovrastima di tali spese (e quindi in conseguenza anche della soglia d'esenzione) o se sia preferibile una sottostima degli stessi. Come già detto, la differenza principale è che l'uno “favorisce” (lascia proporzionatamente piú reddito discrezionale a) i RAL piú bassi, mentre l'altro “favorisce” i redditi piú alti.

Si potrebbe inquadrare questa questione nel piú generico dibattito dell'economia supply-side vs demand-side, supponendo che (statisticamente) i redditi piú elevati siano quelli “imprenditoriali”, ma è anche possibile fare un'analisi delle due scelte limitandoci al campo delle riflessioni fatte finora.

Partiamo dall'osservazione che il reddito discrezionale è quello che il soggetto può utilizzare per i proprî scopi (al di fuori della soddisfazione dei bisogni essenziali), ed in particolar modo è quello che il soggetto può utilizzare per migliorare la propria condizione, inclusa qui anche la possibilità di trovare un lavoro migliore, o di investire sul proprio lavoro per renderlo piú efficiente, e quindi in generale anche di innalzare il proprio RAL.

Avere piú reddito discrezionale disponibile dà piú opportunità in questo senso, ovvero maggiori o migliori possibilità di passare ad un RAL superiore, almeno a parità di RAL di partenza. (Non faremo in questo senso alcuna ipotesi di relazione tra queste possibilità ed il RAL di base, ovvero non ipotizziamo che passare ad esempio da 10¤ a 20¤ sia intrinsecamente piú o meno facile che passare da 20¤ a 30¤ o da 20¤ a 40¤.)

Confrontiamo adesso due sistemi fiscali iniqui (ovvero in cui il reddito discrezionale non sia proporzionale al RAL) in senso opposto: un sistema A che favorisca i redditi piú alti, ed un sistema B che favorisca i redditi piú bassi. Per quanto appena osservato, nel sistema A i redditi piú alti saranno favoriti (rispetto agli stessi redditi del sistema B) nel migliorare la propria condizione, mentre i redditi piú bassi si troveranno svantaggiati; nel sistema B sarà ovviamente al contrario.

Il sistema A migliora quindi le possibilità dei redditi alti per diventare ancora piú alti, limitando quelle dei redditi bassi, laddove il sistema B migliora le possibilità dei redditi bassi di sollevarsi, limitando quelle dei redditi alti. Il primo tenderà quindi ad allargare la disparità tra RAL, mentre il secondo tenderà invece a ridurla.

L'inquità dei due sistemi ha quindi una caratteristica strutturale che le differenzia: l'inquità a favore dei RAL piú alti tende ad amplificare l'iniquità stessa (aumentando la forbice), laddove l'inquità a favore dei RAL piú bassi tende a ridurre l'iniquità del sistema favorendo la riduzione della forbice.

{ Analisi sull'eventuale RAL di “equilibrio” nel sistema B; occorrerà probabilmente considerare anche il comportamento dei redditi sotto la soglia d'esenzione }

Il limite dell'analisi

Ovviamente, poiché queste operazioni di (de)stabilizzazione operano sulla distribuzione dei redditi, si potrebbe obiettare che il costo di questa equità fiscale è l'omogeneizzazione dei RAL, condizione nel quale tutti i meccanismi fiscali basati puramente sul RAL diventano automaticamente fiscalmente “equi”, spostando di fatto l'iniquità altrove, ad esempio con una effettiva disincentivazione del raggiungimento di RAL piú elevati, se non addirittura “punendo” il guadagno “eccessivo”: producendo il doppio, pur portandomi ad un RAL doppio, non mi darà il doppio di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevole ai redditi bassi sarà il sistema.

D'altronde, se di equità stiamo parlando, non è nemmeno equo che chi riesce ad ottenere solo un RAL basso debba per questo essere “punito” per avere un guadagno “insufficiente”: per quale motivo produrre la metà, pur portandomi ad un RAL dimezzato, dovrebbe darmi meno della metà di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevoli ai redditi alti è il sistema?

Azzarderei quindi che, pur con i suoi limiti, l'analisi fatta finora gode di un certo “bilanciamento”, non superabile senza l'introduzione di ulteriori elementi di valutazione.

Si potrebbe ad esempio riflettere su quanto il RAL sia frutto effettivamente dell'impegno del soggetto (nel qual caso si potrebbe voler premiare il maggior impegno che ha portato ad un RAL piú elevato, e quindi prediligere il sistema A), e quanto invece delle circostanze (nel qual caso sarebbe quasi sadico impoverire ulteriormente chi non avrebbe potuto fare altrimenti, e quindi prediligere il sistema B). Oppure, adottando un'ottica “calvinista”, o quanto meno weberiana, si potrebbero considerare le circostanze dominanti, ma prediligere comunque il sistema A, che per sua natura “premia” il successo e “punisce” l'insuccesso, vedendolo quindi, in maniera forse un po' blasfema, come una manifestazione terrena della Grazia di Dio.

Sull'utilità marginale del reddito

Un aspetto a cui si può guardare con un occhio forse piú oggettivo è l'effetto che la distribuzione dei redditi (ed in particolare del reddito discrezionale) ha sull'economia in particolare, e sulla società in generale.

Sostanzialmente, dovendo scegliere tra due sistemi fiscali entrambi iniqui nei confronti dei singoli contribuenti, vogliamo andare a vedere quale dei due sistemi possa dare un beneficio complessivo all'economia (ed alla società), pur operando a discapito di una delle due categorie (quella dei redditi alti o quella dei redditi bassi).

Partiamo con l'osservare che, a parità dell'ammontare della variazione, l'effetto di una variazione di reddito discrezionale cambia in base al reddito di partenza: un incremento o un decremento di 1¤ su un reddito discrezionale di 1¤ e molto maggiore dello stesso su di un reddito di 10¤, per il quale è comunque superiore allo stesso incremento su di un reddito di 100¤ (in un certo senso, il denaro stesso segue la legge dell'utile marginale decrescente).

L'impatto di questa variazione non è solo intrinseco, legato alla proporzione fra variazione e valore di riferimento, ma ha anche implicazioni sulle modalità in cui l'economica da tale variazione può beneficiare (o essere danneggiata). Eppure già solo il valore relativo della variazione dovrebbe far riflettere, in particolare sull'opportunità che, a parità di gettito fiscale, il carico sia “spostato” sui redditi piú alti.

Ragioniamo per questo in termini della utilità complessiva legata alla particolare distribuzione di reddito.

Data una certa distribuzione di soggetti, ciascuno con il proprio RAL e con le proprie spese essenziali, la scelta del sistema fiscale (aliquota e soglia d'esenzione) comporta variazioni sul gettito fiscale complessivo (somma di tutti gli importi pagati dai contribuenti) e pertanto di reddito discrezionale complessivo (somma di tutti i redditi discrezionali). Tuttavia è anche possibile variare il sistema fiscale mantenendo invariato il gettito. In tal caso, scelte diverse di aliquota e soglia d'esenzione porteranno ad una diversa distribuzione del medesimo reddito discrezionale complessivo (osserviamo che se il gettito fiscale non cambia, con esso non cambia la somma dei redditi discrezionali).

Per quanto osservato sull'utilità marginale del reddito discrezionale, sotto opportune condizioni, una variazione del sistema fiscale che, a parità di gettito fiscale, benefici i redditi piú bassi a danno di quelli piú alti risulta in un incremento complessivo dell'utilità dello stesso ammontare di reddito discrezionale.

Supponiamo ad esempio che vi siano 10 redditi discrezionali da 10¤ l'uno e 10 redditi discrezionali da 100¤ l'uno. Un variazione del sistema fiscale che incrementi di 1¤ i redditi discrezionali da 10¤ e riduca dello stesso ammontare i redditi discrezionali da 100¤ risulterebbe in una distribuzione di reddito con una maggiore utilitià complessiva (l'utilità marginale acquisita dai redditi piú bassi è superiore a quella persa dai redditi piú alti).

In quest'ottica, un sistema iniquo di tipo B (piú favorevole ai redditi bassi) sarebbe preferibile ad un sistema iniquo di tipo A (piú favorevole ai redditi alti) nella misura in cui porterebbe ad una maggiore utilità complessiva del reddito discrezionale.

Vi sono ovviamente dei limiti entro cui tale meccanismo è ammissibile: se ad esempio supponiamo che vi siano 99 redditi discrezionali da 10¤, ed un solo reddito discrezionale di 100¤, un incremento di 1¤ per tutti i redditi bassi comporterebbe una perdita di 99¤ del reddito discrezionale alto per mantenere il gettito fiscale: a fronte di un incremento contenuto per l'utilità dei redditi bassi si avrebbe un crollo drammatico per quello alto. Anche nel caso in cui l'utilità complessiva dovesse risultate maggiore, questo incremento dovrebbe essere pesato contro la notevole iniquità del sistema.

Non di facile soluzione è in questo determinare i limiti concreti di ammissibilità di questa forma di redistribuzione del reddito discrezionale.

Impatto economico e sociale

{ Miglioramento dell'economia legato alla maggiore utilità del reddito redistribuito; impatto sociale dell'innalzamento dei redditi piú bassi; potrebbero essere necessarie riflessioni (e dati) sulla distribuzione percentuale dei RAL }