Premessa

Si è fatto un gran parlare di “extraprofitti” in questi anni (soprattutto in questo anno, il 2022) in cui la speculazione delle aziende in posizione dominante nella fornitura di servizi essenziali ha portato loro massicci incrementi nei profitti, nonostante l'effetto drammatico che la recessione ha avuto sui redditi piú bassi.

Questa focalizzazione sulla “eccezionalità” di questi “extraprofitti” come giustificazione per la necessità di tassarli in maniera “eccezionale” mi ha dato “eccezionalmente” fastidio, perché fin da subito mi è stato evidente che non fosse altro che uno specchietto per le allodole messo in atto specificamente per distrarre l'attenzione da una banalità cruciale per i sostenitori del neoliberismo: che la situazione corrente non è altro che l'inevitabile (ed attesa, voluta) strada del capitalismo.

Ben lungi dall'essere una situazione eccezionale, la concentrazione del potere economico e la conseguente forbice tra i profitti di chi ha in mano i capisaldi dell'economia ed il crollo di tutti gli altri è la normalità del capitalismo, ostacolata nel secolo scorso solo dalla credibilità della “minaccia comunista”, che ha portato (almeno in alcune regioni geografiche) ad uno stemperamento di tale potenziale, dirottato verso iniziative atte alla riduzione delle sperequazioni proprie del capitalismo.

Il crollo della credibilità di tale minaccia è stato come sciogliere le briglie ad una bestia ombrosa, ora finalmente libera di dimostrare la propria pericolosa natura.

Concentrarsi sugli “extra”profitti in un regime socioeconomico che, con la connivenza della politica, da mezzo secolo ormai e sempre piú sfrontatamente favorisce la speculazione e lo sfruttamento, premia il narcisismo egocentrico ed individualista, protegge il potente e punisce la vittima, significa perdere di vista il quadro generale.

Discorso analogo vale, ad esempio, per le voci che si alzano di nuovo a favore di un salario minimo, in concomitanza con l'abolizione di quel “reddito di cittadinanza” pentastellato che, pur essendo una porcata mal fatta, ha avuto l'indubbio merito di far venire allo scoperto lo sfruttamento e l'ipocrisia di quegli imprenditori che piangono miseria lamentando l'assenza di lavoratori per nascondere la loro scelta di non offrire compensi congrui.

Ma come per gli “extraprofitti”, il discorso sul salario minimo finisce con il distrarre dalle ragioni di fondo del contesto che rende tali discorsi necessari, e trasforma la discussione da un'analisi di tale contesto ad un'analisi della (ed una guerra alla) soluzione proposta, analisi sostanzialmente inapprocciabile data la divergenza di fondo sul valore e sul significato delle transazioni (economiche e non) che sottendono i rapporti di potere. (Vedere i dibattiti in Francia sullo SMIC e sul suo aumento come esempio.)

Piuttosto che continuare ad insistere sull'adozione di misure ad hoc per questo o quell'angolo del problema (tassazione “eccezionale” sugli “extraprofitti”, salario minimo, salario massimo, forbice massima dei salari, e via discorrendo), non sarebbe meglio insistere perché gli strumenti che lo Stato ha già a disposizione vengano calibrati perché facciano quello per cui sono intesi?

La prospettiva su cui rimugino già da qualche tempo (in verità da prima di buttar giú i primi appunti su questa serie di articoli), infatti, è che lo Stato ha già in mano tutti gli strumenti necessari per bilanciare la naturale propensione capitalista alla concentrazione del potere ed all'amplificazione delle diseguaglianze, ma che (ovviamente, essendo la faina a guardia del pollaio) tali strumenti siano intenzionalmente stati “spuntati”. Insistere per la creazione di nuovi strumenti (altrettanto facili da “spuntare”) non può infatti che farmi pensare alla discussione sull'(in)utilità delle “grida” nei Promessi Sposi. Sarebbe piú utile lavorare per tornare ad avere una sinistra degna di tale nome in parlamento.

Introduzione

Come si può facilmente immaginare dal titolo di questo articolo, lo strumento principale su cui mi interessa concentrarmi qui è il regime fiscale. Non credo che sia l'unico (vi includo ad esempio anche il reddito di base incondizionato), ma è uno strumento che potrebbe essere di estrema efficacia se impostato correttamente. In questo senso questo articolo si inquadra nella discussione già cominciata dalle mie precedenti note sulla “flat tax”, benché per molti versi il cardine sarà l'opposto di quello del precedente articolo. Ed anche in questo caso si tratta di una bozza incompleta (per questo negli appunti per ora piuttosto che tra le riflessioni), ma che se non comincio a scrivere non finirò mai.

Parleremo stavolta dei sistemi fiscali progressivi, ovvero di quelli che impongono aliquote crescenti al crescere della base imponibile. In Italia (come, a quel che mi risulta, nella maggioranza dei Paesi), la progressività tributaria è implementata con un meccanismo a scaglioni, con ciascuna aliquota applicata a quella parte della base imponibile che rientra nei limiti (minimo e massimo) dello scaglione1.

La prima cosa che vorrei far notare è che negli anni non solo sono diminuiti gli scaglioni IRPEF, ma è anche stata ridotta l'aliquota massima. Questo è interessante per due motivi, con una medesima radice: il primo è che la progressività è tanto piú “raffinata” tanto piú sono gli scaglioni; il secondo è che il sistema tributario è tanto piú iniquo quanto piú è bassa l'aliquota massima. La radice comune a questi motivi è legata ai discorsi già fatti sulla “flat tax”: all'interno di ciascuno scaglione si è infatti sostanzialmente in regime di “flat tax”, e piú sono “ampî” gli scaglioni maggiore è la diseguaglianza all'interno dello scaglione e tra l'uno e l'altro; in particolare, piú è bassa l'aliquota massima, maggiore è la diseguaglianza generale, poiché superata la soglia massima (abbassato dal 2022 a soli 50K€) la proporzione di reddito disponibile dopo la tassazione può crescere indefinitivamente.

I grafici nella pagina WikiPedia sono illuminanti: l'evoluzione nel tempo degli scaglioni, delle aliquote marginali e dell'aliquota media mostrano chiaramente lo spostamento del carico fiscale dalle fasce piú ricche a quelle piú deboli, che andando ad aggravare la perdita del potere d'acquisto degli stipendi è una delle concause della regressione dell'economia italiana a causa dello schiacciamento verso il basso della classe media.

Ancora piú interessante è che laddove ora sarebbe impensabile avere aliquote sopra il 50%, l'IRPEF al momento della sua istituzione arrivava ad aliquote massime superiori al 70%, ed anche prima, nel periodo del cosiddetto Miracolo economico italiano, le aliquote dell'imposta complementare progressiva sul reddito arrivarono a superare (con le dovute differenze sul metodo del calcolo della base imponibile) il 60%.

Leggere la Gazzetta del 1962 ci mostra in realtà un'altra gemma: l'uso di una formula continua per descrivere l'aliquota in funzione del reddito invece degli scaglioni: con questo approccio, l'imposta viene calcolata direttamente dall'imponibile con una particolare formula (o, come nel caso descritto, due) che definiscono l'aliquota “milione per milione”. Anche questa è un'idea che terremo in considerazione nel nostro discorso.

Senza limiti d'(ali)quota

Dovrebbe essere chiaro già ora che piuttosto che parlare di stipendi massimi o extraprofitti sarebbe piú importante tornare ad un sistema tributario in cui l'aliquota massima non si ferma sotto il 50%, ma continua a crescere per basi imponibili molto elevate. Idealmente, l'aliquota massima potrebbe tranquillamente tendere al 100% per basi imponibili infinite.

L'idea potrebbe sembrare scandalosa ai sostenitori di un mercato piú liberale, ma proseguendo il discorso già fatto per la “flat tax” giova ricordare che l'economia beneficia piú da una maggior quantità di reddito disponibile nelle fasce piú povere della popolazione che da una spropositata concentrazione nelle mani di pochi (che è, dopotutto, il punto centrale di questa discussione); a questo proposito segnalo un notevole articolo che spiega come anche il piú semplice dei modelli economici di libero mercato (senza redistribuzione e senza “aiuto di stato agli imprenditori”) porti comunque inevitabilmente all'amplificazione e fossilizzazione delle diseguaglianze, ed alle creazioni di oligopoli ed oligarchie. (Lo stessa tema è stato trattato da SciAm, e nasce da un articolo scientifico del 2002.)

Un'aliquota crescente senza altro limite che il 100% per imponibile infinito ha come obiettivo proprio quello di disincentivare mire (anche involontarie) multimiliardarie e regolamentare la redistribuzione dei profitti per mantenere l'economia (e con essa la politica) in condizioni “sane”.

Faccio notare da subito che in un sistema tributario di questo tipo qualunque discorso sugli “extraprofitti” non avrebbe senso, poiché profitti spropositatamente alti sarebbero automaticamente tassati spropositatamente di piú, senza bisogno di interventi ad hoc. Lo stesso strumento può inoltre essere calibrato per incentivare una riduzione della forbice salariale, come discuteremo nel prossimo paragrafo2.

Note: questo articolo fa uso di MathML, lo standard XML per le formule matematiche. Purtroppo, questo non è supportato correttamente in alcuni browser sedicenti ‘moderni’ o ‘ricchi di funzionalità’. Se le formule non hanno senso nel tuo browser, segnala il problema agli sviluppatori (del browser), o passa ad un browser che supporti questi standard.

Ma facciamo intanto un esercizio matematico: come dovrebbero essere scelte le aliquote in funzione della base imponibile (es. del reddito) in un sistema del genere? Come già anticipato, scaglioni meno ampî possono aiutare a ridurre l'iniquità del sistema fiscale, sicché idealmente sarebbe opportuno che ad ogni base imponibile x corrisponda un'aliquota α esprimibile sotto forma di funzione continua dell'imponibile α=α(x).

Tale funzione dovrebbe godere delle seguenti proprietà:

  1. la funzione dovrebbe avere valori in [0,1] per ogni imponibile:

    0α(x)1x0;

  2. il limite della funzione al tendere dell'imponibile all'infinito dovrebbe essere 1:

    limx+α(x)=1;

  3. la funzione dovrebbe essere strettamente crescente:

    x1<x2α(x1)<α(x2);

  4. l'applicazione dell'aliquota non deve fare diminuire il reddito disponibile (se A ha un imponibile piú alto di B, non può ritrovarsi con meno soldi di B dopo aver pagato le tasse):

    x1<x2(1-α(x1))x1<(1-α(x2))x2.

Per semplicità conviene mirare ad una funzione α(x) che sia sufficientemente regolare (diciamo almeno C1, quindi derivabile con derivata continua), sicché le condizioni 3 e 4 si possono riscrivere in termine delle derivate, portando a:

0<α'(x)<1-α(x)x.

essendo la derivata di (1-α(x))x la funzione 1-α(x)-α'(x)x.

Se consideriamo l'eguaglianza invece che la maggiorazione a destra, otteniamo una soluzione α(x)=1-kx per arbitrari k>0, che in qualche modo rappresentano le (famiglia di) “funzioni limite” per la nostra aliquota.

Curiosamente, la condizione α(x)>0 implica x>k, per cui, fissato k, viene definita automaticamente la zona d'esenzione. Il parametro k definisce inoltre quanto velocemente cresce α(x), con il caso limite k=0 corrispondente ad una tassazione costante al 100%, mentre a k maggior corrispondono aliquote piú piccole per ogni fissato x.

{ Altre funzioni con crescite piú lente 1-(kx)p,(1-kx)1p o forme diverse, e.g. arctan(x) normalizzato è dello stesso ordine, ma può essere calibrato meglio con due parametri: (2π)arctan(x-x0k), o addirittura 3 con ((2π)arctan(x-x0k))p }

Fiscalizzazione regressiva (alla mediana)

Togliere il limite superiore alle aliquote può disincentivare la creazione di redditi “spropositatamente” alti, ma fa poco per incentivare l'innalzamento degli stipendi. Inoltre, rimane sempre “interpretabile” il concento di stipendio “spropositatamente” alto, anche se, almeno intuitivamente, è apparente che questo vada definito per rapporto agli altri stipendi.

Uno degli strumenti classicamente applicati per imporre una riduzione della forbice salariale è fissare un limite superiore al rapporto tra lo stipendio massimo e minimo. { esempi; ricordo male io o il pubblico in Francia è cosí? ; materialmente siamo passati da un rapporto dell'ordine di 20:1 negli anni'60 del XX secolo a oltre 350:1 in questi anni }

Questo approccio è molto incisivo, soprattutto se accoppiato con una legge sul salario minimo, ma oltre alla discrezionalità sulla scelta del rapporto massimo (ed eventualmente del salario minimo) soffre di un problema di (mancanza di) generalità: i salari di riferimento ed i tetti sugli stipendi massimi in rapporto ai minimi sono in genere per settore (e.g. nel pubblico o in questa o quella industria) e non sull'economia generale, nonostante i problemi che dovrebbero essere risolti o tenuti sotto controllo siano invece di carattere generale, e variabile nel tempo (per esempio, a causa dell'inflazione o della trasformazione dell'economia).

Un approccio piú generale (benché meno ovvio) per mirare a simili equilibrî potrebbe essere quello di adottare un sistema fiscale in cui le aliquote siano parametrizzate sui parametri statistici nella distribuzione delle basi imponibili, quali la mediana dei redditi e un opportuno indice di dispersione (come ad esempio lo scarto interquartile).

Come esempio concreto, consideriamo un sistema fiscale con un'area d'esenzione fissata al 10% della distribuzione dei redditi, con un'aliquota che cresca poi linearmente con i percentili, sicché un reddito mediano (maggiore di quello del 50% della popolazione) verrebbe tassato al 40%, e il 99% percentile (il famoso “1%”) verrebbe tassato all'89%. (Questa funzione non soddisfa tutti i criteri del precedente paragrafo, ma potrebbe comunque soddisfarne abbastanza da essere comunque accettabile.)

In un regime fiscale di questo tipo, un'azienda avrebbe un incentivo a non alzare troppo gli stipendi della dirigenza rispetto a quelli della concorrenza, giacché questo potrebbe portarli in una fascia percentile con tassazione piú elevata —con una maggiorazione del costo per l'azienda a parità di reddito netto disponibile per gli stipendi piú elevati. D'altra parte, per lo stesso motivo non vi sarebbe neanche incentivo ad alzare gli stipendi piú bassi, né a limitare quelli apicali che si trovassero già in regime massimale (ovvero in quel famoso 1%), perché l'unica cosa che potrebbe cambiare la loro fascia sarebbe far scendere questi stipendi al di sotto di quelli dei “top manager” della concorrenza.

In generale, l'idea sarebbe quindi di definire i parametri della funzione α sopra discussa in modo che l'aliquota “ideale” sia raggiunta (ad esempio) al reddito mediano, e che la funzione cresca tanto piú o meno velocemente quanto piú o meno “dispersi” siano i redditi. Facendo dipendere le aliquote non solo dalla posizione dell'imponibile rispetto agli altri (in percentili), ma anche da come gli altri sono distribuiti, si introduce infatti un altro fattore nella valutazione dell'opportunità di alzare questo o quello stipendio, e di quanto: ad esempio, alzare gli stipendi piú bassi lasciando quelli piú alti invariati restringerebbe l'IQR, che farebbe abbassare le aliquote su quelli piú alti, risultando quindi in una crescita del reddito netto anche per gli stipendi piú alti.

{ schemino (dinamico?) con l'esempio dell'arctanp dove p è (monotòno con) l'inverso dell'IQR, o similmente per 1-(kx)p o (1-kx)p, con le dovute differenze. }

Se gli imprenditori sapessero giocare

Il principale problema di una soluzione del genere, a parte l'ovvio riuscire ad avere al governo qualcuno con la saggezza ed il coraggio di andar contro l'interesse particolare delle fasce piú ricche della popolazione, è la generale inettitudine della classe imprenditoriale (italiana, ma purtroppo non solo). La cosa è abbastanza evidente non solo nella poco diffusa capacità di innovare (la maggioranza della c.d. imprenditoria si divide principalmente tra rendite di posizione e copie di idee altrui), ma anche nell'incapacità di vedere alla necessità keynesiana di trattare i proprî dipendenti (ed i proprî clienti) con riguardo e dignità piuttosto che come limoni da spremere sfruttando la loro disperazione.

Questa mancanza di lungimiranza e manifesta incapacità nelle teorie dei giochi renderebbe la subdolità della strategia fiscale proposta sicuramente meno efficiente dell'imposizione del famoso rapporto massimo tra gli stipendi, anche se potrebbe essere piú efficiente di qualunque appello all'etica, una volta mostrato in che modo (ed in che misura) l'innalzamento degli stipendi piú bassi porterebbe ad un aumento del reddito (netto) di quelli piú alti prima ancora di considerare i beneficî sull'economia in generale di una piú equa distribuzione della ricchezza.

Ciò che rende interessante l'approccio fiscale proposto (nella prospettiva della teoria dei giochi) è il modo in cui le scelte locali hanno effetti globali, tanto piú evidenti tanto maggiore è la disparità di trattamento ed il numero di persone coinvolte: il bottegaio che alzasse di 50€/mese lo stipendio della propria manciata di dipendenti avrebbe meno impatto della grossa azienda che decidesse di redistribuire il bonus ai dipendenti pagati meno piuttosto che concentrarlo nelle mani del consiglio d'amministrazione, ma in un'economia dominata dalla piccola/media impresa, avrebbe ancora piú impatto una scelta da parte di tutti i bottegai di alzare gli stipendi dei proprî dipendenti.

Un aspetto non banale è la scelta l'anno di riferimento per il calcolo degli indici statistici da cui dipenderebbero le aliquote. Attualmente, le aliquote vengono stabilite (almeno) l'anno precedente (anche perché altrimenti il sostituto d'imposta non potrebbe sapere quanto accantonare), ma le uniche statistiche (complete) disponibili sarebbero relative all'anno ancora prima, portando ad una latenza di almeno 2 anni tra il calcolo delle statistiche e l'anno del pagamento.

Sarebbe piú interessante (ma meno realistico e probabilmente non realizzabile) stabilire il rapporto tra aliquote e statistiche anticipatamente, ma sulla base delle statistiche dell'anno stesso di riferimento. Le tasse 2022 verrebbero quindi pagate non sulle statistiche dei redditi 2020 disponibili nel 2021, ma direttamente sulle statistiche del 2022 (disponibili nel 2023). Questo richiederebbe la separazione della fase di dichiarazione dei redditi da quella del computo del contributo fiscale, giacché l'aliquota reale non potrebbe essere nota se non quando tutte le dichiarazioni siano disponibili; nell'ipotesi in cui le statistiche non cambino molto di anno in anno, si potrebbe comunque procedere con il pagamento in due tempi (con le vecchie statistiche al momento della dichiarazione, piú un correttivo —potenzialmente a rimborso!— quando le statistiche dell'anno siano conosciute), ma l'impatto di grandi stravolgimenti (pensiamo alla crisi economica venuta con la pandemia di COVID-19, o i famosi “extraprofitti”) sarebbero a dir poco interessanti.


  1. dal discorso sto intenzionalmente omettendo tutte quelle scappatoie che “facilitano” i redditi piú alti tramite esenzioni, deduzioni, detrazioni, e i progressivamente meno legali meccanismi di elusione ed evasione. ↩

  2. intendo qui paragrafo nel senso italiano proprio, quello che in inglese si chiama section, e non nel senso di capoverso come nelle traduzioni improprie dall'inglese causate dalla false friendship con il paragraph inglese. ↩