Appunti per un dibattito sui regimi fiscali

Da anni rimando di buttar giú queste note, principalmente perché desideroso di complementarle con una simpatica interfaccina per “giocare” sull'effetto di varî sistemi di tassazione. Dopo l'ennesima difesa della presunta equità della famigerata flat tax ho deciso però infine di mettermi a scrivere.

Introduzione

Per pararmi da alcuni possibili interventi da parte di anarchici e libertari premetto subito che tutti i discorsi che seguono partono dal presupposto che la tassazione è una necessità: lo Stato (o chi per lui) offre un certo numero di servizi, che hanno un costo, per coprire il quale lo Stato ha bisogno di soldi, e la tassazione è il meccanismo primario con cui lo Stato se li procura. Ammesso e non concesso che esistano meccanismi alternativi, tale discussione va condotta indipendentemente (ed in separata sede) dalle questioni circa l'equità dei vari sistemi fiscali e del loro impatto socioeconomico, che intendo invece affrontare qui.

Mi concentrerò inoltre principalmente sulla tassazione del reddito, anche se non escludo qualche commento o future estensioni di questa pagina per parlare di altre forme di tassazione.

Nel discorso che segue supporrò che ciascun soggetto tassabile abbia un proprio reddito annuo lordo (RAL) R, su cui pagherà una certa quantità di tasse T. Il valore D=R-T rappresenta il reddito disponibile, ovvero quello che il soggetto potrà effettivamente spendere, ovvero ancora quella parte del reddito del soggetto che potrà direttamente contribuire all'economia. Distingueremo inoltre dalle (potenziali) spese del soggetto quelle essenziali (o imprescindibili, ovvero che il soggetto non può non sostenere) E, identificando il rimanente S=D-E=R-T-E come reddito discrezionale.

Un aspetto importante da considerare è che l'importo delle spese essenziali E non dipende dal reddito, ma esclusivamente dalla natura del soggetto e dalle sue circostanze; per esempio, se il soggetto è un singolo individuo questi avrà un certo minimo di spese da sostenere per nutrirsi, vestirsi, avere un tetto sopra la testa, raggiungere il luogo di lavoro, etc; se il soggetto è una famiglia con 4 persone, questo minimo sarà ovviamente diverso (ed in genere piú elevato, viste le maggiore necessità di cibo e di vestiario, anche se probabilmente inferiore a 4× il minimo del singolo individuo). Tutto il resto può essere considerato parte delle spese discrezionali.

(Volendo, ci si potrebbe anche dilungare su come minimizzare le spese essenziali nel breve termine abbia in realtà un costo maggiore sul medio/lungo termine, per cui bisognerebbe prestare attenzione a quanto si debba considerare essenziale e quanto discrezionale, ma tutto questo merita a sua volta un discorso a parte.)

Una nota semantica

Il principale problema dell'analisi presentata in questo testo risiede nella scelta del significato da dare alla parola “equo”: quando è equo un sistema fiscale?

L'idea generale che si vuole rispettare è che si abbia diritto a godere dei beneficî della propria produttività —qualcosa su cui, a livello puramente concettuale, possono trovarsi d'accordo il veterocomunista Marxista piú convinto (dopo tutto, è da questo che parte la famosa teoria del plusvalore) con l'anarco-capitalista libertario dell'ultim'ora. Le differenze, ovviamente, risiedono nella proposta strategica per il raggiungimento di questo ideale, ma ancor prima, e forse soprattutto, nella scelta (metodologica) di come quantificare in concreto quanto ci si stia distaccando dall'ideale.

Cosa va rapportato con cosa, nel decidere quanto si sta godendo della propria produttività? Le scelte sono innumerevoli (lo sforzo al reddito? il reddito proprio a quello altrui? il reddito lordo a quello netto?)

Per l'analisi che segue faremo una scelta ben precisa, con la coscienza che tale scelta pone in maniera naturale dei limiti sulla validità dell'analisi stessa, e che porre obiettivi diversi porterebbe per necessità a conclusioni diverse. D'altra parte, riteniamo che la scelta in sé sia ben fondata, almeno nella misura in cui si stia analizzando un sistema fiscale caratterizzato da una certa semplicità: l'equità del sistema sarà per noi la misura in cui quello che rimane in tasca al soggetto sia quanto piú proporzionale possibile al suo reddito lordo, tolte le tasse e le spese essenziali.

Analisi dell'equità della flat tax

Con il termine flat tax si intende un sistema fiscale con singola aliquota k<1. Dato il reddito lordo R, le tasse da pagare saranno kR, indipendente dall'ammontare di R, e possibilmente anche da altri fattori (quali la fonte del reddito stesso).

L'idea di base di molti suoi sostenitori è che tale sistema fiscale, oltre ad avere il vantaggio della semplicità, sia anche “piú equo” di altri (in cui le aliquote variano a seconda del reddito stesso) perché tutti pagano la stessa percentuale del proprio reddito lordo, ed hanno pertanto la stessa percentuale di reddito disponibile: DR=1-k.

Se però guardiamo al reddito discrezionale, le cose cambiano; il rapporto SR si riduce infatti a 1-k-ER, ed essendo le spese essenziali E indipendenti dal reddito (e quindi in particolare uguali a parità di natura del soggetto e sue circostanze), il rapporto ER tende a zero al crescere di R, aumentando il rapporto SR.

Facciamo un esempio con dei numeri. Prendiamo tre soggetti che abbiano le stesse spese essenziali, mettiamo E=5¤ (l'anno) e che vi sia un'unica aliquota fiscale k=20%=0.2. Supponiamo che i RAL siano 10¤, 50¤ e 100¤: i redditi lordi stanno in rapporto 1:5, 1:2 e 1:10. Di tasse pagano rispettivamente 2¤, 10¤ e 20¤ (mantenendo gli stessi rapporti), con redditi disponibili rispettivamente 8¤, 40¤ e 80¤ (ancora con gli stessi rapporti).

Tolte però le spese essenziali, i redditi discrezionali rimanenti sono 3¤, 35¤ e 75¤: tra il primo ed il secondo vi è un rapporto di 1:11.67 (piú di due volte il rapporto tra i RAL), tra il secondo ed il terzo di 1:2.14, e tra il primo ed il terzo di 1:25, due volte e mezzo il rapporto tra i RAL.

Al di là dei numeri specifici, rimane la realtà dei fatti: con un'aliquota singola, il rapporto SR cresce al crescere del reddito, risultando quindi (proporzionatamente) piú favorevole a chi ha RAL piú elevati, tanto piú quanto piú è alta la discrepanza tra i RAL.

La soglia d'esenzione

La flat tax piú rudimentale presenta anche un altro problema: nel momento in cui vengono considerate le spese essenziali, la combinazione di queste (fisse) e delle tasse (proporzionali al reddito) porta i redditi piú bassi addirittura in negativo, anche supponendo che non vi siano redditi inferiori alle spese essenziali.

Per evitare questa idiosincrasia, la soluzione piú semplice è l'introduzione di una soglia d'esenzione (no tax area), che chiameremo N. In un tale sistema, i redditi lordi verranno tassati solo nella misura in cui superano tale soglia d'esenzione (ed in particolar modo, i redditi inferiori alla soglia d'esenzione non saranno tassati). L'importo delle tasse sarà quindi T=k(R-N), per R>N. (Ovviamente, per evitare la criticità dell'andare in negativo con le tasse, è necessario che N sia non inferiore ad E.)

La presenza di una soglia d'esenzione, oltre a risolvere la criticità, aiuta anche ad “equalizzare” la sproporzione tra redditi lordi e redditi discrezionali presente con l'aliquota singola, essendo SR=1-k(1-NR)-ER.

Se nell'esempio già considerato aggiungiamo infatti una soglia d'esenzione di, mettiamo, 6¤, otteniamo che il reddito di 10¤ sarà tassato solo su 4¤, e dovrà quindi pagare 0.8¤, il reddito di 50¤ sarà tassato su 44¤, e dovrà quindi pagare 8.8¤, mentre il reddito di 100¤ sarà tassato su 94¤, e dovrà quindi pagare 18.8¤. In questo caso, in proporzione, il reddito piú alto dovrà pagare piú tasse (tra il minimo ed il massimo il rapporto di quanto pagato è di 1:23.5 a fronte di un rapporto di redditi lordi di 1:10), ma benché i rispettivi redditi discrezionali (4.2¤, 36.2¤, 76.2¤) rimangano sproporzionatamente in favore dei redditi elevati (1:8.62, 1:2.1 ed 1:18.14 rispettivamente), la discrepanza è inferiore al caso senza soglia d'esenzione.

La soglia d'esenzione è quindi una misura (anzi l'unica, se l'obiettivo è la semplificazione del sistema fiscale) per limitare l'effettiva iniquità (e soprattutto il conseguente impatto sull'economia reale) dell'aliquota singola.

(Il discorso in realtà non è cosí semplice nel momento in cui si osserva che, all'interno della no tax area non vi è alcuna proporzionalità dei redditi discrezionali, essendo SR=1-ER. L'unica soluzione in questa prospettiva è l'eliminazione di tutte le spese essenziali, possibile solo nel momento in cui lo Stato fornisca tutti i servizi essenziali a titolo interamente gratuito per gli utenti, ovvero senza altre spese che le tasse.)

Trovare un equilibrio

Possiamo riscrivere la formula del rapporto tra reddito discrezionale e reddito lordo come:

SR=1-k(1-NR)-ER=1-k-E-kNR

mettendo quindi in evidenzia come il contributo della soglia d'esenzione abbia segno inverso ad E e ne possa quindi compensare l'effetto.

{ Studio del segno del termine nelle condizioni di esistenza RNE) }

Volendo considerare il carico fiscale “massimamente equo” laddove tale rapporto sia costante (ovvero nella condizione in cui, indipendente dal RAL, si abbia la stessa percentuale di reddito discrezionale), è necessario annullare E-kN, ottenendo la condizione N=Ek (osserviamo che essendo k<1, si avrà sempre N>E, come voluto). Per N<Ek si ottiene un sistema che favorisce i redditi piú alti, mentre N>Ek dà un sistema che favorisce i redditi piú bassi.

La relazione ci dice in particolare che riducendo l'aliquota occorre alzare la soglia di esenzione per preservare l'equità. Viceversa, aumentando l'aliquota si può ridurre la soglia d'esenzione, fino ad un minimo teorico di E nel caso di tassazione al 100%. E vale ovviamente la relazione inversa, per cui piú è bassa la soglia d'esenzione piú alta dev'essere l'aliquota per mantenere equo il sistema.

Un corollario interessate a questo è che una riduzione dell'aliquota che mantenga equo il sistema (alzando proporzionatamente la soglia d'esenzione) porta ad un decremento del gettito fiscale complessivo da due fronti: meno tasse dai contribuenti, e meno contribuenti.

(Nell'esempio numerico preso in considerazione sopra, la soglia d'esenzione ottimale sarebbe N=5¤0.2=25¤, portando il reddito da 10¤ nella no tax area. Il reddito da 50¤ verrebbe tassato su 25¤, per un totale di 5¤, portando il reddito discrezionale a 40¤; il reddito da 100¤ verrebbe tassato su 75¤, con 15¤ di tasse, portando il reddito discrezionale a 80¤, e mantenendo quindi il rapporto 1:2 dei RAL anche nei discrezionali. Il fisco riceverà da questi contribuenti un totale di 20¤, contro i 28.4¤ della soglia a 6¤ ed i 32¤ dell'aliquota singola pura. Mantenere lo stesso gettito fiscale nell'esempio in questione sarebbe ad esempio possibile con un innalzamento dell'aliquota al 28% con un conseguente abbassamento della soglia d'esenzione ai 17.87¤ circa, che lascerebbe comunque fuori il reddito piú basso.)

Considerazioni sparse

  • poiché le spese essenziali dipendono dal soggetto e dalle circostanze, il calcolo della soglia d'esenzione (che ad essa è legata nel rapporto di equità) dovrebbe avere un'analoga dipendenza, con notevoli implicazioni (ed una discussione a parte meriterebbe a questo punto l'equità di questa soglia d'esenzione variabile);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú è elevata la disparità tra RAL (es. forbice salariale);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú sono elevate le spese essenziali;

    un interessante corollario è il seguente: piú è bassa l'aliquota, piú essa è (indirettamente) iniqua; la motivazione è la seguente: (parte del)le spese essenziali può essere assorbita dallo Stato e dai servizi che esso offre; meno sono i servizi offerti dallo Stato, e minore è la loro qualità, maggiore sarà l'importo delle spese essenziali; e poiché servizi di qualità costano, anche nell'ottimistico caso teorico di uno Stato massimamente efficiente, minore è il gettito fiscale dello Stato, minori saranno i servizi e la loro qualità; ad aliquote piú basse corrispondono gettiti fiscali inferiori, e quindi meno servizi (e di qualità inferiore): maggiori saranno pertanto le spese essenziali, e pertanto maggiore sarà l'iniquità dell'aliquota;

    poiché le spese essenziali dipendono dal gettito fiscale, abbiamo un sistema fortemente non lineare in cui il gettito fiscale dipende dalla soglia d'esenzione che dipende (tramite la propria dipendenza dalle spese essenziali nel rapporto d'equità) anche dal gettito fiscale stesso.

Quale reddito libero?

Evoluzione dell'iniquità

Dal discorso fatto sopra sulla flat tax dovrebbe essere evidente che la principale difficoltà nel definire aliquote e soglie d'esenzione per un sistema fiscale affinché questo possa essere considerato equo (nella misura usata, ovvero la proporzionalità tra RAL e reddito discrezionale) è la determinazione delle spese essenziali.

Assumendo che il problema sia in pratica irrisolvibile (salvo, come già accennato, l'annullamento di tutte le spese essenziali, tramite servizi offerti dallo Stato a titolo interamente gratuito) occorre scegliere tra quella che potrebbe essere una sovrastima di tali spese (e quindi in conseguenza anche della soglia d'esenzione) o se sia preferibile una sottostima degli stessi. Come già detto, la differenza principale è che l'uno “favorisce” (lascia proporzionatamente piú reddito discrezionale a) i RAL piú bassi, mentre l'altro “favorisce” i redditi piú alti.

Si potrebbe inquadrare questa questione nel piú generico dibattito dell'economia supply-side vs demand-side, supponendo che (statisticamente) i redditi piú elevati siano quelli “imprenditoriali”, ma è anche possibile fare un'analisi delle due scelte limitandoci al campo delle riflessioni fatte finora.

Partiamo dall'osservazione che il reddito discrezionale è quello che il soggetto può utilizzare per i proprî scopi (al di fuori della soddisfazione dei bisogni essenziali), ed in particolar modo è quello che il soggetto può utilizzare per migliorare la propria condizione, inclusa qui anche la possibilità di trovare un lavoro migliore, o di investire sul proprio lavoro per renderlo piú efficiente, e quindi in generale anche di innalzare il proprio RAL.

Avere piú reddito discrezionale disponibile dà piú opportunità in questo senso, ovvero maggiori o migliori possibilità di passare ad un RAL superiore, almeno a parità di RAL di partenza. (Non faremo in questo senso alcuna ipotesi di relazione tra queste possibilità ed il RAL di base, ovvero non ipotizziamo che passare ad esempio da 10¤ a 20¤ sia intrinsecamente piú o meno facile che passare da 20¤ a 30¤ o da 20¤ a 40¤.)

Confrontiamo adesso due sistemi fiscali iniqui (ovvero in cui il reddito discrezionale non sia proporzionale al RAL) in senso opposto: un sistema A che favorisca i redditi piú alti, ed un sistema B che favorisca i redditi piú bassi. Per quanto appena osservato, nel sistema A i redditi piú alti saranno favoriti (rispetto agli stessi redditi del sistema B) nel migliorare la propria condizione, mentre i redditi piú bassi si troveranno svantaggiati; nel sistema B sarà ovviamente al contrario.

Il sistema A migliora quindi le possibilità dei redditi alti per diventare ancora piú alti, limitando quelle dei redditi bassi, laddove il sistema B migliora le possibilità dei redditi bassi di sollevarsi, limitando quelle dei redditi alti. Il primo tenderà quindi ad allargare la disparità tra RAL, mentre il secondo tenderà invece a ridurla.

L'inquità dei due sistemi ha quindi una caratteristica strutturale che le differenzia: l'inquità a favore dei RAL piú alti tende ad amplificare l'iniquità stessa (aumentando la forbice), laddove l'inquità a favore dei RAL piú bassi tende a ridurre l'iniquità del sistema favorendo la riduzione della forbice.

{ Analisi sull'eventuale RAL di “equilibrio” nel sistema B; occorrerà probabilmente considerare anche il comportamento dei redditi sotto la soglia d'esenzione }

Il limite dell'analisi

Ovviamente, poiché queste operazioni di (de)stabilizzazione operano sulla distribuzione dei redditi, si potrebbe obiettare che il costo di questa equità fiscale è l'omogeneizzazione dei RAL, condizione nel quale tutti i meccanismi fiscali basati puramente sul RAL diventano automaticamente fiscalmente “equi”, spostando di fatto l'iniquità altrove, ad esempio con una effettiva disincentivazione del raggiungimento di RAL piú elevati, se non addirittura “punendo” il guadagno “eccessivo”: producendo il doppio, pur portandomi ad un RAL doppio, non mi darà il doppio di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevole ai redditi bassi sarà il sistema.

D'altronde, se di equità stiamo parlando, non è nemmeno equo che chi riesce ad ottenere solo un RAL basso debba per questo essere “punito” per avere un guadagno “insufficiente”: per quale motivo produrre la metà, pur portandomi ad un RAL dimezzato, dovrebbe darmi meno della metà di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevoli ai redditi alti è il sistema?

Azzarderei quindi che, pur con i suoi limiti, l'analisi fatta finora gode di un certo “bilanciamento”, non superabile senza l'introduzione di ulteriori elementi di valutazione.

Si potrebbe ad esempio riflettere su quanto il RAL sia frutto effettivamente dell'impegno del soggetto (nel qual caso si potrebbe voler premiare il maggior impegno che ha portato ad un RAL piú elevato, e quindi prediligere il sistema A), e quanto invece delle circostanze (nel qual caso sarebbe quasi sadico impoverire ulteriormente chi non avrebbe potuto fare altrimenti, e quindi prediligere il sistema B). Oppure, adottando un'ottica “calvinista”, o quanto meno weberiana, si potrebbero considerare le circostanze dominanti, ma prediligere comunque il sistema A, che per sua natura “premia” il successo e “punisce” l'insuccesso, vedendolo quindi, in maniera forse un po' blasfema, come una manifestazione terrena della Grazia di Dio.

Sull'utilità marginale del reddito

Un aspetto a cui si può guardare con un occhio forse piú oggettivo è l'effetto che la distribuzione dei redditi (ed in particolare del reddito discrezionale) ha sull'economia in particolare, e sulla società in generale.

Sostanzialmente, dovendo scegliere tra due sistemi fiscali entrambi iniqui nei confronti dei singoli contribuenti, vogliamo andare a vedere quale dei due sistemi possa dare un beneficio complessivo all'economia (ed alla società), pur operando a discapito di una delle due categorie (quella dei redditi alti o quella dei redditi bassi).

Partiamo con l'osservare che, a parità dell'ammontare della variazione, l'effetto di una variazione di reddito discrezionale cambia in base al reddito di partenza: un incremento o un decremento di 1¤ su un reddito discrezionale di 1¤ e molto maggiore dello stesso su di un reddito di 10¤, per il quale è comunque superiore allo stesso incremento su di un reddito di 100¤ (in un certo senso, il denaro stesso segue la legge dell'utile marginale decrescente).

L'impatto di questa variazione non è solo intrinseco, legato alla proporzione fra variazione e valore di riferimento, ma ha anche implicazioni sulle modalità in cui l'economica da tale variazione può beneficiare (o essere danneggiata). Eppure già solo il valore relativo della variazione dovrebbe far riflettere, in particolare sull'opportunità che, a parità di gettito fiscale, il carico sia “spostato” sui redditi piú alti.

Ragioniamo per questo in termini della utilità complessiva legata alla particolare distribuzione di reddito.

Data una certa distribuzione di soggetti, ciascuno con il proprio RAL e con le proprie spese essenziali, la scelta del sistema fiscale (aliquota e soglia d'esenzione) comporta variazioni sul gettito fiscale complessivo (somma di tutti gli importi pagati dai contribuenti) e pertanto di reddito discrezionale complessivo (somma di tutti i redditi discrezionali). Tuttavia è anche possibile variare il sistema fiscale mantenendo invariato il gettito. In tal caso, scelte diverse di aliquota e soglia d'esenzione porteranno ad una diversa distribuzione del medesimo reddito discrezionale complessivo (osserviamo che se il gettito fiscale non cambia, con esso non cambia la somma dei redditi discrezionali).

Per quanto osservato sull'utilità marginale del reddito discrezionale, sotto opportune condizioni, una variazione del sistema fiscale che, a parità di gettito fiscale, benefici i redditi piú bassi a danno di quelli piú alti risulta in un incremento complessivo dell'utilità dello stesso ammontare di reddito discrezionale.

Supponiamo ad esempio che vi siano 10 redditi discrezionali da 10¤ l'uno e 10 redditi discrezionali da 100¤ l'uno. Un variazione del sistema fiscale che incrementi di 1¤ i redditi discrezionali da 10¤ e riduca dello stesso ammontare i redditi discrezionali da 100¤ risulterebbe in una distribuzione di reddito con una maggiore utilitià complessiva (l'utilità marginale acquisita dai redditi piú bassi è superiore a quella persa dai redditi piú alti).

In quest'ottica, un sistema iniquo di tipo B (piú favorevole ai redditi bassi) sarebbe preferibile ad un sistema iniquo di tipo A (piú favorevole ai redditi alti) nella misura in cui porterebbe ad una maggiore utilità complessiva del reddito discrezionale.

Vi sono ovviamente dei limiti entro cui tale meccanismo è ammissibile: se ad esempio supponiamo che vi siano 99 redditi discrezionali da 10¤, ed un solo reddito discrezionale di 100¤, un incremento di 1¤ per tutti i redditi bassi comporterebbe una perdita di 99¤ del reddito discrezionale alto per mantenere il gettito fiscale: a fronte di un incremento contenuto per l'utilità dei redditi bassi si avrebbe un crollo drammatico per quello alto. Anche nel caso in cui l'utilità complessiva dovesse risultate maggiore, questo incremento dovrebbe essere pesato contro la notevole iniquità del sistema.

Non di facile soluzione è in questo determinare i limiti concreti di ammissibilità di questa forma di redistribuzione del reddito discrezionale.

Impatto economico e sociale

{ Miglioramento dell'economia legato alla maggiore utilità del reddito redistribuito; impatto sociale dell'innalzamento dei redditi piú bassi; potrebbero essere necessarie riflessioni (e dati) sulla distribuzione percentuale dei RAL }

Citazioni

John Maynard Keynes

Forse uno dei più geniali inviti al pragmatismo:

The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead.

Il lungo periodo è una guida fuorviante per gli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutti morti.

John Maynard Keynes, A Tract on Monetary Reform, Ch. 3

Una delle più puntuali definizioni del capitalismo liberale:

Capitalism is the astonishing belief that the nastiest of men and the nastiest of motives will somehow work for the benefit of all

Il capitalismo è quella sorprendente credenza secondo cui i più odiosi degli uomini ed le più odiose delle intenzioni in qualche modo porteranno al bene di tutti

John Maynard Keynes, attribuita da sir George Schuster in Christianity and human relations in industry

Bertrand Russell

Advocates of capitalism are very apt to appeal to the sacred principles of liberty, which are embodied in one maxim: The fortunate must not be restrained in the exercise of tyranny over the unfortunate

I difensori del capitalismo sono molto inclini all'appellarsi ai sacri principî della libertà, che sono raccolti in una massima: il fortunato non deve essere trattenuto dall'esercitare tirannia sopra lo sfortunato

Bertrand Russell, Freedom in Society (Essay 13 in Sceptical Essays)

When you are studying any matter, or considering any philosophy, ask yourself only: What are the facts, and what is the truth that the facts bear out. Never let yourself be diverted, either by what you wish to believe, or by what you think would have beneficent social effects if it were believed; but look only and solely at what are the facts

Quando studiate qualunque qquestione, o considerate qualunque filosofia, chiedetvi soltanto: quali sono i fatti, e qual è la verità supportata da questi fatti. Non lasciatevi mai dirottare né da quello che vorreste credere, né da ciò che pensate possa avere benefici effetti sociali se fosse creduto; ma guardate solo ed esclusivamente a quali sono i fatti

Bertrand Russell, Face to Face (BBC interview)

Albert Allen Bartlett

The greatest shortcoming of the human race is our inability to understand the exponential function.

Il piú grande limite della razza umana è la nostra incapacità a comprendere la funzione esponenziale.

Samuli Paronen

Confesso di non conoscere il finlandese, ma mi ha molto incuriosito la citazione di questo autore trovata in questo articolo:

Todelliset voittajat eivät kilpaile
I veri vincenti non competono

Jason Read

People who dismiss the unemployed and dependent as “parasites” fail to understand economics and parasitism. A successful parasite is one that is not recognized by its host, one that can make its host work for it without appearing as a burden. Such is the ruling class in a capitalist society.

Coloro che scartano i disoccupati e gli assistiti come “parassiti” non capiscono né l'economia né il parassitismo. Un parassita ha successo quando non viene riconosciuto tale dal proprio ospite, quando riesce a far lavorare il proprio ospite a proprio vantaggio senza sembrare un peso. Tale è la classe dirigente di una società capitalista.

Pierre Despoges

On peut rire de tout, mais pas avec tout le monde.
Si può ridere di tutto, ma non con tutti.
Pierre Despoges

Varie/sconosciute

Why does Garry Kasparov choose to fight Deep Blue at chess when he could simply pull its plug?

Perché Garry Kasparov decide di battersi contro Deep Blue a scacchi quando potrebbe semplicemente staccargli la spina?

Al mondo ci sono due tipi di persone: da una parte gli intelligenti e dalla stessa parte gli idioti che non capiscono di dover andare dall'altra.

L'Italia è un paese di destra, ma ogni giro di destra non dura più di vent'anni. L'ultimo è iniziato ieri.

Appunti di viaggio

Alcune note sparse su come scegliere/valutare annessi e connessi al viaggio.

Alberghi

Nel valutare le camere, piccoli dettagli a cui prestare attenzione (da fare: assegnare punteggi ):

  • cioccolattino sul letto/frutta fresca accanto al letto (quando si arriva/dopo il servizio di camera);
  • possibilità di farsi un té in camera (bollitore, té, zucchero);
  • presa di corrente vicina al letto;
  • internet gratis;

Opportunismo ecologico: molti alberghi assumono una qualche convenzione per far sì che i clienti stessi possano segnalare quando cambiare le lenzuola (cartellino da lasciare sul letto, letto completamente tirato via) o gli asciugamani in bagno (generalmente, da lasciare sul pavimento se si desidera vengano cambiati). A loro fa comodo, ed è un piccolo contributo a ridurre gli sprechi.

Corollario: quando si fanno viaggi “in lungo” (una nuova città ogni giorno) bisognerebbe considerare anche questo impatto ambientale (dieci giorni di viaggio = dieci cambi di lenzuola e asciugamani) oltre alla classica carbon print (aerei, macchine, treni, etc).

Online Tests

Confesso che di tanto in tanto trovo divertente affrontare test della personalità (o altro) che si trovano online, soprattutto se sono originali nella scelta delle domande o divertenti nell'esposizione.

Non credo ci si possa aspettare granché, in effetti, dalla maggior parte dei test: sono infatti facilmente inquadrabili in semplicistiche domande da psicologia da bar. Ogni tanto però capita anche di incontrarne qualcuno più interessante.

In questa collection cercherò di raccogliere i risultati dei test online da me affrontati. (Avendo cominciato a raccoglierli oggi, mancheranno ovviamente tutti quelli del passato, tranne quelli che mi ricorderò di aver fatto e dei quali riuscirò a risalire ai dati.)

Results for the “Quanto sei cattolico?” test: (link)

Incredulo

Il tuo non è un profilo cattolico. E il bello è che lo sai benissimo.
Hai deciso di fare questo test solo perché gli increduli sono molto curiosi, incrollabili esploratori del mondo, e probabilmente avevi già trovato lo spazio che fa per te prima ancora di avviare il questionario.
Se tuttavia, proprio perché curioso, vuoi anche sapere cosa insegnano oggi le gerarchie ecclesiastiche, puoi consultare l’elenco delle risposte corrette secondo l’attuale magistero cattolico.

Results for the “The Pierley/Redford Dissociative Affect Diagnostic” test: (link)

Quiet and very self-assured, you tend to keep your own council. Pragmatic and practical to a fault, you are not one to worry about the finer points of philosophical discourse. In fact, because you are very much an individualist, you often finds yourself at odds with the established truth or the wishes of the majority. You will often earn the wrath of an employer by taking upon yourself decisions which are rightly those of your manager. You are not one to take credit unless it is deserved. Similarly however, you will also not happily give credit where it is not due. In a romantic relationship you can be very frustrating. While you do care deeply and sincerely, and are willing to work at a relationship, your confidence in your own abilities can on occasion make it difficult to see the world from a partner’s point of view. Quiet and stoic at times, you can drive a more emotional individual completely up the wall. You can become overstressed and fatigued without knowing it. Taking time to rest between bouts of hard work can help to prevent a breakdown later on.

Results for the “Altamira” test: (link)

Tipo ITN

OrientamentoFunzione dominanteFunzione d'appoggio
IntroversoPensieroIntuizione
Funzione terzaFunzione inferioreTendenza
SensazioneSentimentoGiudicante

Questo tipo introverso ha generalmente una mente originale ed è attratto da quello che potremmo chiamare il mondo delle idee. È intellettualmente curioso e audace. Possiede ottime capacità analitiche, è un eccellente stratega ed in grado di elaborare ottime soluzioni a problemi anche molto complessi. È anche un buon organizzatore. Ma, contrariamente al tipo pensiero estroverso, è meno impaziente nel tentare di implementare o realizzare le soluzioni che ha pensato. Si sente più a suo agio nel processo ideativo o creativo che nel processo realizzativo (che per definizione avviene nel mondo esteriore). A causa di questa caratteristica, ha tendenza a pensare molto prima di agire. Preferisce nettamente lavorare da solo o con poche persone che giudica competenti. Inoltre non ama saltare da un progetto ad un altro: preferisce (se può) affrontarne uno alla volta. Ha uno spirito critico molto sviluppato. Tende pertanto a essere un perfezionista. Si impone e impone degli standard molto elevati e detesta mostrare un lavoro che non abbia raggiunto gli standard che ha fissato. È anche una persona molto autonoma. Tra i 16 tipi, è probabilmente quello più individualista e indipendente di tutti. La sua funzione inferiore è il sentimento. Può quindi non prestare attenzione o magari non rendersi nemmeno conto dei sentimenti degli altri o delle reazioni emotive che suscita. Rischia quindi di apparire come una persona dura, “dal cuore di pietra”. È inoltre una persona riservata che non si lascia conoscere facilmente. La lontananza che mantiene dalla sfera emotiva può causargli delle difficoltà ed incomprensioni. In alcune occasioni compensa però questa sua tendenza con degli slanci che possono sorprendere chi non lo conosce bene. Può tendere ad essere molto astratto e teorico. Possiede una grande capacità di concentrazione ma non è un buon osservatore. Le sue analisi si basano molto di più sulle sue intuizioni, nelle quali crede molto, piuttosto che su una accurata osservazione di fatti e dettagli. Sul piano lavorativo dovrebbe evitare i lavori di routine. Non deve essere forzato. Può svolgere funzioni molto varie (per esempio in campo scientifico) e può essere prezioso per le sue idee e le sue capacità organizzative. Preferisce, come abbiamo detto, lavorare da solo o con gruppi ristretti di persone.

Results for the “What planet are you from?” test: (link)

You're from Saturn

You're steady, organized, and determined to achieve your dreams.

You tend to play it conservative, playing by the rules (at least the practical ones).

You'll likely reach the top. And when you do, you'll be honorable and responsible.

Focus on happiness. Don't let your goals distract you from fun!

Don't be too set in your ways, and you'll be more of a success than you ever dreamed of.

Eccezioni di misura

“L'eccezione che conferma la regola” è un modo di dire che suscita parecchi brividi dal punto di vista logico-matematico, come dal punto di vista scientifico; semmai, una eccezione dovrebbe negare la regola; le “eccezioni” vengono usate come controesempi per dimostrare che un teorema non è valido nel momento in cui una delle ipotesi viene ‘allentata’; le “eccezioni” sono usate nel metodo scientifico per falsificare una teoria, non per confermarla (anche se la sua falsificazione ci dice che la teoria era, appunto, scientifica).

In definitiva, cosa dovrebbe mai portare a dire che un'eccezione conferma la regola?

È abbastanza evidente che questo modo di dire nasce legato al mondo reale ed al suo essere molto meno ‘pulito’ e ‘regolare’ di quanto la matematica e la scienza possano descrivere e modellare; in qualche modo, diventa un modo per evidenziare il fatto che nella realtà vi sono delle regolarità “imperfette”; ed è anche un modo di dire che serve a giustificare quando si preferisce, in contesti specifici, non seguire certe regole.

In realtà, da un punto di vista logico-semantico, l'esistenza di un'eccezione conferma, effettivamente, l'esistenza di una regola, nel senso che senza una regola, non si potrebbe parlare di eccezione (eccezione a cosa?).

Eppure, anche in matematica è riuscita ad insinuarsi la possibilità di “situazioni eccezionali” in “deroga” alla liscia, astratta regolarità che normalmente si associa ad essa.

In effetti, la grande analisi del diciannovesimo secolo, che costituisce tuttora la sua parte forse più nota, diffusa ed usata (consciamente o inconsciamente), si occupa sostanzialmente di enti matematici (principalmente, funzioni) caratterizzate da grande regolarità: integrali e derivate, gli strumenti fondamentali dell'analisi, si appoggiano pesantemente a concetti quali quelli di continuità, differenziabilità, lipschitzianità … si richiede quindi che le funzioni siano senza ‘salti’, che il loro grafico sia ‘liscio’, senza spigoli o strane pieghe.

Ma sul finire del diciannovesimo secolo, alcuni matematici tra cui l'italiano Giuseppe Peano si dedicarono alla formalizzazione del concetto di misura (intuitivamente, l'equivalente della lunghezza dei segmenti, delle aree delle figure bidimensionali, dei volumi dei solidi).

La teoria della misura che si viene sviluppando negli anni successivi introduce quindi nel campo dell'analisi un concetto rivoluzionario, quello del quasi ovunque; non è più necessario che una funzione non abbia salti, che sia liscia: eccezioni alla regolarità delle funzioni sono permesse, purché queste siano ‘poche’ rispetto al comportamento ‘generalmente’ regolare della funzione.

La ‘pochezza’ (sic) delle eccezioni è strettamente legata alla teoria della misura, ma da un punto di vista intuitivo può anche essere un numero molto grande (potenzialmente infinito). Ad esempio, i numeri razionali sono ‘pochi’ rispetto a tutti i numeri reali (la misura di Lebesgue dell'insieme dei numeri razionali è zero), nonostante il fatto che la nostra mente possa enumerare una quantità infinita di numeri razionali e solo un pugno di numeri irrazionali.

Perché è interessante tutto questo? Se immaginiamo la vita di uomo come un ‘segmento temporale’, un insieme di istanti (con dimensione topologica 1), quest'uomo può affermare di avere quasi sempre ragione pur avento torto un'infinità di volte, a patto che l'insieme degli istanti in cui ha torto abbia misura nulla.

Non è meraviglioso tutto ciò?

Istocrazia

Obiettivi

Lo scopo di questi appunti è di discutere/valutare la possibilità di una struttura sociopolitica che abbia Internet come propria piattaforma, e di studiarne potenzialità ed esigenze (strumenti, modalità, etc).

Il nome —istocrazia— è stato scelto dopo una sudata ricerca (in Rete) per il termine del greco antico che meglio potesse indicasse la Rete nel nostro contesto corrente. La scelta, scartate le parole in greco antico che si riferissero a reti da caccia o pesca ed a ragnatele, è infine caduta su ἱστός, che letteralmente rappresenta (fonte) “ciò che sta dritto”, tipicamente l'albero della nave o il braccio di un telaio (che è l'idea che ci interessa qui); in greco moderno, la parola è ugualmente connessa con la rete, in termini di “ciò che collega cose o persone”; in italiano rimane in alcune parole (come istologia) per indicare tessuto.

Non posso dire di essere troppo convinto della scelta, anche se non è disprezzabile (ad esempio, si potrebbe parlare di istocrazia come strumento per la formazione di un nuovo tessuto sociale). Si accettano comunque suggerimenti per alternative.

Considerazioni a latere (margini di premessa)

(Chi non fosse interessato, può saltare direttamente agli elementi di istocrazia.)

Su qualcosa come l'istocrazia il sottoscritto rimugina in realtà da anni, in varie forme e con varî nomi. In verità, l'idea stessa del wok nasce anche come ‘piattafroma di prova’ per possibili strumenti che potrebbero essere proprî dell'istocrazia. (In effetti, sarebbe un interessante ‘social experiment’ vedere fin dove possa arrivare a diffondersi l'idea stessa dell'istocrazia, partendo da qui; ma non ha molto senso condurlo prima di rendere il wok più interattivo.)

Ma poiché mentre il sottoscritto pensa c'è chi fa, dal primo affacciarsi di queste idee (quando ancora non esistavano gli strumenti, ed Internet cominciava appena a diffondersi) ad ora c'è chi ha portato avanti progetti con cui l'istocrazia potrebbe confrontarsi, o ha usato metodi che l'istocrazia potrebbe sfruttare.

L'idea dell'istocrazia si potrebbe quindi far partire da alcuni eventi, movimenti, esperienze, situazioni degli ultimi anni che hanno cercato, in qualche modo, di fare leva sulla connettività delle nuove generazioni per spingere questa o quella agenda politica, sociale, personale.

Gli esempi che mi vengono in mente, non necessariamente da intendersi in positivo (anzi), sono il MoVimento 5 Stelle ed Obama. (Si evitino battute sulla scia di “dalle stelle alle stalle”, in qualunque direzione vengano intese.)

{ Altri possibili esempi: Occupy whatever? }

Il MoVimento 5 Stelle

Il MoVimento 5 Stelle è l'esempio brillante di come qualcosa che a parole sarebbe dovuto essere un “movimento dal basso”, apartitico e di larga partecipazione, si possa in realtà struttrare in maniera opposta, con direttive centralizzate, decisioni “dall'alto” e scarsa possibilità di dibattito interno (salvo sui temi “di richiamo”, signoraggi e scie chimiche varî) { Link ad esempi }.

Il fatto stesso che nel nome del movimento si metta in risalto la V del Vaffanculo Day aiuta a comprendere come esso sia più una piattaforma di sfogo per rabbia e frustrazione verso bersagli facilmente condivisibili, con un orgoglio da qualunquismo populista (populismo qualunquista?), che qualcosa con la minima speranza (e probabilmente intenzione) di costruire, in maniera ragionata e condivisa, qualcosa di solido e significativo.

{ Uso di Interent da parte del MoVimento 5 Stelle. }

Obama

Obama, intendendo qui non (tanto o solo) l'individuo in sé quanto chi nel suo entourage di questo, è invece un esempio brillante di uso su larghissima scala di tutti i mezzi di comunicazione messi a disposizione da internet per la costruzione di una vasta base di supporto. Obama (o chi per lui) è stato probabilmente il primo ad aver compreso le potenzialità propagandistiche dei social network, rispecchiando in rete le campagne informative fatte “dal vivo”, tese a coinvolgere quante più persone possibili.

Ovviamente, il successo di Obama non è dovuto solo al suo sagace uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalla sua capacità di proiettare di sé un'immagine da «uomo vicino al popolo», sia su scala politica (es. la Open Government Initiative), sia su scala ‘domestica’ (es. la campagna Dinner with Barack).

Quanto questa immagine aderisca alla realtà, ovviamente, è tutto un altro discorso. Il punto chiave è che la strategia comunicativa di Obama è una strategia “vincente”.

Elementi di istocrazia

Dire semplicemente che l'istocrazia dovrebbe avere Internet come base ovviamente non significa dire un granché. Occorre addentrarsi sui come, ma anche sui cosa: come si organizza e gestisce una cosa del genere? cosa dovrebbe costruire, e come dovrebbe costruirlo?

E forse soprattutto: cosa sarebbe esattamente l'istocrazia? Una forma partecipativa di progettazione, un metodo di diffusione delle idee e delle proposte.

{ Approfondire. }

{ collegamento alle riflessioni su terza e quarta rivoluzione industriale, sia per quanto riguarda gli strumenti, sia per quanto riguarda le possibilità di diffusione; esempi (positivi) dagli Occupy e/o dalle rivoluzioni nei Paesi arabi (per questi ultimi indagare meglio su in quali casi e quanto abbiano contribuito le comunicazioni interpesonali di massa tramite social network e app per cellulari) }

Istocrazia e partecipazione

{ istocrazia come forma di partecipazione: ogni tema viene discusso e votato (scelte: sì/no/indifferente) da tutti; legami con open government e open source governance }

Caratteristiche

{ ragionevolezza: le proposte e le critiche sono argomentate e documentate }

{ responsabilità: proposte non anonime, argomentazioni e critiche non anonime, votazioni non anonime, storia delle proposte }

{ anonimato vs pseudonimato }

Gli strumenti

{ wiki distribuita e sotto revision control; ogni proposta ha la sua discussione, e può essere riaperta se qualcuno cambia idea o se nuovi arrivati contribuiscono nuovi argomenti/documentazioni }

{ perché distribuita: migliore gestione del DTDP, dando a tutti la possibilità di studiare le proposte, preparare risposte, argomenti e documenti secondo i proprî tempi }

{ problemi di scala: funziona facilmente bene per un pugno di persone, come scala a migliaia o addirittura milioni di persone? anche il self-hosting di ikiwiki (per dire) probabilmente non arriva a queste proporzioni; vedi anche gestione del kernel Linux, con centralizzazione più mirror/ridondanza, ‘luogotenenti’ etc, ma da fare evitando rischi derivanti da centralizzazione (che per Linux non sono rischi, ma al contrario punti di forza, pur senza violare la natura open di sviluppo del software); vedi anche Crowdsourcing e direttive }

Istocrazia e diffusione

{ istocrazia come forma di diffusione delle idee e delle proposte: il progetto iniziale parte da un piccolo gruppo di individui, si diffonde tramite ‘social graph’. Domanda: fin dove può arrivare questa diffusione, supponendo che parta da un solo individuo/un piccolo gruppo di individui della “periferia” dei social network? }

Pragmatismo

Dalla proposta alla realizzazione

{ come fare perché le proposte discusse ed accettate istocraticamente diventino realtà? }

Crowdsourcing e direttive

{ l'istocrazia come forma di crowdsourcing; opportunità o meno di qualche forma di dirigenza, esempi dal mondo dell'open source: progetti con comitati direttivi e/o “dittatori benevoli” vs progetti meno guidati (vedi ad es. questo post e relativi commenti) }

Appunti per un dibattito sull'anarchia

In questa pagina intendo raccogliere una serie di appunti per un possibile dibattito sull'anarchia. I contenuti della pagina sono (e saranno) variegati, non troppo ben organizzati, e spazieranno dai miei dubbi personali su alcune questioni ai più evidenti problemi argomentativi che mi capita di incontrare leggendo roba scritta da (sedicenti) anarchici e/o libertari.

Il materiale qui raccolto va considerato più come risultato di sessioni di brainstorming individuale che come riflessioni conclusive, e richiede come minimo approfondite analisi, chiarimenti e riscontri prima di andare a costituire parte solida di un pensiero o di un'argomentazione in qualche dibattito.

Cautelativa

Sinceramente non sono molto convinto dell'opportunità di mettere questi contenuti online prima che il wok sia aperto ai contributi esterni, ma ho infine deciso di pubblicarli comunque, pur conscio di non lasciare (al momento) spazio (locale) al contraddittorio (in forma soddisfacente), per una serie di motivi:

  • tendo a dimenticarmi le cose: ricostruire le riflessioni già fatte, in parte pubblicate altrove sotto forma di commento, in parte mai trascritte, mi è costato un weekend esteso (tre giorni) di lavoro, senza peraltro giungere a compimento (come mostrato dai molti spazi lasciati “da completare”);
  • devo interrompere il lavoro di scrittura con l'inizio della settimana lavorativa, e mi piace avere un punto fermo solidamente registrato;
  • la pubblicazione darà comunque la possibilità ad altri di leggere con calma la valanga di contenuti qui depositati, per studiarli, analizzarli, giudicarli ed eventualmente preparare (sempre con calma) risposte, commenti, suggerimenti, correzioni, opinioni;
  • c'è sempre la possibilità di risposte per vie traverse (es. FriendFeed), anche se per qualcosa di così complesso preferirei non venisse utilizzata un canale comunicativo così ridotto e fragile;
  • per chi fosse interessato ad accendere il dibattito fin d'ora potrei rendere disponibile il sorgente del wok, aprendo così il sito ad una delle previste forme interattive (la forma nerd, il wok come progetto ‘open source’ sotto version control).

Premessa

Una premessa è d'obbligo: la mia cultura sull'anarchia è (al momento) estremamente ridotta. Visto il notevole rallentamento dei miei tempi di lettura ‘classica’ (con Logica della scoperta scientifica sul davanzale della finestra accanto alla tazza del cesso, per intenderci), chissà quando arriverò a leggere qualche pilastro della teoria anarchica (Godwin? Proudhon? Stirner? Malatesta?); nel frattempo, la mia principale fonte d'informazione è Internet, per lo più nella forma dell'immancabile Wikipedia da prendere con le pinze e di qualche blog letto saltuariamente e per vie traverse.

Devo dire subito che quel poco che leggo (al di fuori della didascalica Wikipedia) non è esattamente soddisfacente, dal punto di vista intellettuale: tra fallacie argomentative e metafore che centrano il punto come le mele stanno ai triangoli1, definizioni a dir poco non condivisibili ed una generale superficialità nell'affrontare questioni che a mio parere sarebbero invece di cruciale importanza per una discussione seria sulla fondatezza di un'ideologia (come ad esempio quella anarchica), mi ritrovo spesso più perplesso che convinto.

È anche vero, d'altronde, che la mia esperienza personale mi ha fatto più volte incontrare sostenitori di idee da me pienamente condivise a cui potrei fare critiche non dissimili da quelle appena sollevate allo scarso (in termini quantitativi) materiale che ho letto di, da, e su libertari ed anarchia; e se qualcosa questo mi ha insegnato è che non si può limitare la valutazione di un'idea alla qualità o alla capacità argomentativa di alcuni suoi sostenitori. (Se pur con le dovute cautele che non può non prendere chiunque abbia letto l'importantissimo saggio sulla stupidità umana di Carlo Maria Cipolla il cui testo è fortunatamente di dominio pubblico).

Definizioni

È ben inteso che se non c'è accordo sul significato delle parole che si usano e sui concetti di cui si parla, difficilmente si potrà sperare non dico di raggiungere un accordo, ma nemmeno di avere una discussione minimamente costruttiva. Senza finire con l'impelagarci nei paradossi autoreferenziali della filosofia linguistica ed ignorando le inevitabili conclusioni sull'incomunicabilità2, c'è quindi un minimo di termini che sarebbe il caso di cercare di definire.

Stato, governo, nazione, società

Ho avuto l'impressione, leggendo qui e là, che qualche libertario avesse le idee un po' confuse sulle differenze tra questi concetti. La confusione è in parte imputabile ad una effettiva ambiguità semantica (soprattutto in presenza di enti quali Germania, USA e UAE), in parte ad identificazioni cui la storia degli ultimi due-trecento anni ci ha abituato (le famose idee sullo Stato-nazione dell'Ottocento), in parte a grossolana superficialità (uno Stato non è il proprio governo, nemmeno quando martellante propaganda mediatica vorrebbe convincerci del contrario), e forse anche grazie al contributo di qualche problema di traduzione (ad esempio dall'uso angosassone di nation per supplire alla mancanza di un termine che ben traduca il concetto di Volk o di popolo).

Lo Stato è un ente giuridico, associato (generalmente? sempre?) ad un territorio, la cui esistenza è legata in parte alla capacità dei suoi cittadini di autodeterminarsi ed in parte alla volontà degli altri Stati di riconoscerne l'autonomia. La ricorsività della definizione non è tanto un problema logico quanto soprattutto una questione pratica, come dimostrano casi che vanno dalla Cina (continentale) vs Taiwan ai Paesi Baschi passando per Kurdistan e Bretagna, giusto per citarne i primi che mi vengono in mente.

Il concetto di nazione è ancora più ambiguo di quello di Stato, ed aggiunge ai fattori territoriali anche questioni di identità (o presunte tali) culturali, etniche e/o religiose che ne caratterizzano (o caratterizzerebbero) i popoli.

Il governo è l'ente che in uno Stato detiene il potere esecutivo. Esso può essere costituito da una o più persone (generalmente cittadini dello Stato stesso, ma sarei curioso di sapere se esistono controesempi), e può anche detenere altri poteri. Un aspetto importante da sottolineare è che lo Stato non è il proprio governo, ed il governo di uno Stato non è lo Stato stesso. Persino nel caso di assolutismi, lo Stato è i propri cittadini, anche quando questi, per paura o per pigrizia, subiscano incondizionatamente lo strapotere di chi li governa.

(Una metafora: una famiglia è i propri membri; anche quando gestita da un capofamiglia dispotico e violento, essa non si riduce al capofamiglia stesso.)

Domande possibili, da affrontare oltre le definizioni:

  • è possibile che il governo coincida con l'intera popolazione dello Stato? (Credo che in Islanda ci vadano molto vicini)
  • è possibile che il potere esecutivo venga esercitato in una forma che rispetti le libertà individuali?

Infine, il termine più importante, e forse più difficile, tra questi è quello di società. Specificamente, vorrei dare a questa parola un significato un po' più ampio di quello formalmente inteso. Società sarebbe quindi ogni gruppo di individui che interagisce (direttamente o indirettamente) in maniera abituale (anche quando sporadica). In tal senso, società è termine più generale di ciò che potrebbe essere descritto come comunità, in cui si legge invece anche un esplicito senso d'identità, ed è rappresentata, per ciascun individuo, dalla sua sfera d'interazione (abituale).

Ho coscienza del fatto che una tale definizione di società va un po' fuori dai margini della notazione usuale, ma la userò comunque in assenza di un altro termine (possibilmente di uso corrente) che possa indicare quanto descritto. (Suggerimenti ben accetti.)

Anarchia, anarchici e libertari

Ovviamente, la definizione più importante se si vuole dibattere sull'anarchia è cosa sia l'anarchia stessa. A questa si aggiunge un mio dubbio personale che ultimamente credo risolto: c'è differenza tra anarchici e libertari? Mi sembra di capire che siano sostanzialmente la stessa cosa, e che il termine “libertario” sia nato per distinguere l'anarchia come ideologia politica ‘positiva’ dall'anarchia volgarmente intesa negativamente come caotico e selvaggio free-for-all senza regole (tranne forse la più animalesca ed istintiva “legge del più forte”).

O forse c'è una qualche distinzione possibile sui principali campi toccati dall'ideologia, sociopolitica in un caso ed economica nell'altro. Ma per il momento scriverò col presupposto che i due termini possano essere usati intercambiabilmente, salvo dover rivedere la semantica nel caso qualche differenza emergesse.

Tornando all'anarchia, sarei alquanto sorpeso se venissi a scoprire che esiste un “pensiero unico anarchico”, un'ideologia complessa e dettagliata condivisa fin nei minimi particolari (teorici e pragmatici) da tutti gli anarchici; mi aspetterei anzi che ci siano tante teorie quanti libertari3. Immagino però ugualmente che esista un nucleo di principî fondanti su cui tutti gli anarchici si ritrovano d'accordo, un “massimo comun denominatore” del pensiero anarchico.

Nella mia limitata conoscenza, penso che un buon punto di partenza sia quella sintetica definizione data da Proudhon di anarchia come «ordine senza potere», una definizione che mi piace perché in poche parole racchiude due capisaldi che possono facilmente essere considerati i pilastri (in senso positivo da un lato e negativo dall'altro) del pensiero anarchico:

ordine

la rottura con il significato negativo fino ad allora associato al termine, quindi non più anarchia come caos, assenza di regole;

senza potere

la possibilità (se non la necessità, addirittura) che regole ed organizzazione emergano senza prevaricazione, nel rispetto della volontà e della libertà dell'individuo.

Meno sinteticamente, possiamo quindi dire che la filosofia anarchica è incentrata sulla possibilità di una società di organizzarsi senza imposizioni, senza coercizioni, e quindi spontaneamente e soprattutto con l'accordo dei partecipanti. Con una banalizzazione che ai libertari sicuramente non piacerà, l'anarchia potrebbe quindi essere vista, da questo punto di vista, come un raffinamento della democrazia dove le uniche regole siano quelle accettate all'unanimità. Ma di questo si parlerà in dettaglio più avanti.

Un'attenzione particolare, inoltre, merita il concetto di potere. Si può infatti vedere il potere in almeno due forme; in un senso più specifico e restrittivo, lo si può intendere nella sua forma coercitiva, il potere come autorità imposta, come violazione della volontà (altrui). Esiste però anche una forma di potere che può giungere agli stessi obiettivi (intendendo come obiettivo il far fare ad altri qualcosa che loro spontaneamente non farebbero) in maniera che potremmo dire morbida, in alcuni casi persino indiretta: è il potere esercitato dal carisma, dal fascino, o anche semplicemente dalla capacità di convincere —o di imbrogliare.

Se è abbastanza evidente nel pensiero libertario il rifiuto del potere nel suo significato più ristretto, il caso del senso più ampio è invece più incerto, ed una sua analisi rischia di impelagarsi su questioni filosofiche circa la natura della volontà e delle sue violazioni. Ma anche di questo si parlerà in dettaglio più avanti.

{ Esistono altri principî fondanti del pensiero anarchico, principî che non possono essere derivati da quelli appena esposti, ovvero il rifiuto della prevaricazione (ed il rispetto della volontà) non separato dalla ricerca dell'ordine? }

Regole e comunità

Fatto salvo il caso oserei dire irrealistico del singolo individuo che non abbia mai alcuna forma di interazione, diretta o indiretta, con un altro (e per il quale quindi non si pone nessuna delle questioni discusse in questi appunti), la maggior parte di noi si trova a vivere almeno parte della propria vita come membro di una società, intendendo tale termine nel senso più generico possibile discusso nelle definizioni.

Individui le cui interazioni includano un senso di identità come gruppo e/o una forma di vincolo reciproco costituiscono una comunità. Le comunità hanno regole che possono essere scritte o non scritte, immutabili o mutabili, regole nei confronti della quale i membri hanno (o ci si aspetta abbiano) un atteggiamento generalmente positivo: esse vengono riconosciute come generalmente valide, e seguite salvo casi tipicamente eccezionali, accettati o giudicati secondo limiti di tolleranza che sono specifici della comunità stessa. { Collegamento a discussione su violazione e mutamenti delle regole }

Alcune importanti osservazioni: l'adesione ad una comunità porta con sé implicitamente l'accettazione delle regole della comunità stessa. Inoltre, l'anarchia non è incompatibile con l'esistenza di comunità: a condizione che l'appartenenza alla comunità sia una libera scelta individuale e che le regole della comunità stessa non violino i principî fondamentali dell'ideologia libertaria, non è irrealistico concepire l'idea di una comunità anarchica.

Vorrei adesso entrare nel dettaglio di un problema specifico che ritrovo spesso discusso da libertari, un caso da cui prendere spunto per un'ulteriore indagine sulla questione dell'esistenza delle comunità e del senso di appartenenza.

Tasse e furti

Uno dei punti più caldi delle “lamentele libertarie” che trovo su internet è l'equazione tra tasse e furto. A difesa di questa tesi si trovano metafore che vanno dal ridicolo all'assurdo passando per l'intellettualmente disonesto (vuoi per estremizzazioni, vuoi per oculata omissione di dettagli importanti).

Oltre ad essere deboli dal punto di vista argomentativo, le presentazioni sulla tassa come furto da me incontrate soffrono a mio parere di un altro grave problema: spostano l'attenzione da un problema centrale e di grande importanza ad un suo corollario periferico. Anche quando lo si voglia fare per semplici intenzioni esemplificative (uno dei modi in cui lo Stato opprime gli individui4), questo approccio ha nel migliore dei casi all'incirca la stessa potenza argomentativa dell'indicare un dito che indica la Luna dopo aver indicato la Luna stessa. E questo, s'intende, quando presentato con solidità e perizia.

L'idea di fondo della tassazione come furto, se ho capito correttamente gli argomenti incontrati, è che essa è imposta (aggettivo, nel senso prevaricativo del termine più che in quello burocratico che da esso deriva): è cioè un trasferimento di beni mobili dal tassato allo Stato (o al comune o alla regione etc), trasferimento che avviene contro la volontà del tassato. (Sia quindi inteso che si parla qui di tasse nel senso specifico di imposte (stavolta sostantivo, nel senso quindi burocratico), e non con il significa più generico che può essere utilizzato anche per forme di tassazione volontaria.)

In tal senso, si noti, le tasse sarebbero un'imposizione a prescindere dal fatto che se ne abbia poi un ritorno in termini di servizi (istruzione, sanità, sicurezza, sussidi di disoccupazione, borse di studio), nonché a prescindere dalla qualità dei servizi stessi (qualità peraltro generalmente non omogena nel territorio di uno Stato, per non parlare delle differenze tra Stati diversi): non essendo una contribuzione volontaria, con la resa dei servizi ci avvicineremmo magari alla filosofia dell'estorsione più che a quella dello scippo, ma resteremmo comunque nell'ambito del, diciamo così, “reato contro il patrimonio”.

Nonostante ciò vi sono comunque libertari che sembrano quasi ansiosi di sottolineare, ogni qualvolta possano, quanto inefficiente sia il rendimento delle tasse, in termini di rapporti costi/benefici, vuoi con esempi di mala amministrazione vuoi sulla base di questa o quella (discutibile) teoria economica5.

Sarebbe interessante capire se l'evidenziare l'inefficienza tasse/servizi sia semplicemente un “di più” («non solo lo Stato ti deruba/estorce con le tasse, ma per giunta questi soldi li spende male»), se abbia un mero valore esplicativo («io le tasse non voglio pagarle perché sono un modo inefficiente di avere servizi», quindi ricollegandosi alla questione appunto della volontà), o se abbia invece un intento argomentativo di tipo rafforzativo. Mi auguro che non si dia il terzo caso perché i cattivi esempi non sono argomenti validi.

(Mi piacerebbe avere anche una statistica della diffusione delle idee anarchiche nei vari Stati, da correlare all'efficienta dello stato sociale; non sarei sorpreso di scoprire una correlazione inversa, per esempio con gli USA al primo posto per diffusione delle idee libertarie e le socialdemocrazie nordeuropee all'ultimo. Penso comunque che un lavoro del genere dovrebbe anche tener conto di fattori correttivi quali il livello di istruzione.)

L'efficienza del sistema tasse/servizi è una questione di tipo prettamente economico che, lungi dall'essere immeritevole di attenzione, tocca però solo tangenzialmente la questione sociale che dovrebbe essere invece di centrale attenzione dal punto di vista libertario, in questo senso: appurato che un individuo saggio che fosse convinto dell'opportunità di una contribuzione individuale per un servizio collettivo accetterebbe volontariamente di pagare detta contribuzione, lo stesso individuo, libertario, sarebbe comunque contrario ad una imposizione della contribuzione (a sé o ad altri) in violazione della volontà del (potenziale) contribuente.

In parole povere: se anche il sistema tasse/servizi fosse efficiente, se anche fosse per chiunque il sistema più efficiente per ottenere servizi (ipotetica molto del terzo tipo), la tassazione (non volontaria, anzi in quanto non volontaria) sarebbe comunque un sopruso ed una violazione della libertà individuale. Vorrei quindi tornare al punto che dovrebbe essere cruciale (se non forse l'unico) nel discutere di tasse dal punto di vista anarchico: l'imposizione.

In realtà, un elemento chiave che manca sia dalle metafore noir a suon di pistole puntate alla tempia sia nelle argomentazioni un po' più serene e puntuali è che le tasse da pagare sono una delle regole di una comunità (formale) cui il contribuente (formalmente) appartiene: sono quindi legate al suo essere cittadino di un particolare Stato, residente in un particolare comune, etc6.

Ora, è ben inteso che, prescindendo dal caso specifico Stato/tasse, nell'accettare di far parte di una comunità (che abbia regole ben precise) se ne seguano le regole. In altre parole: nella misura in cui un individuo accetta di far parte di una comunità, le regole della stessa non possono essere considerate imposizioni sull'individuo.

Come ho già detto, questa piccola ma significativa precisazione da un lato invalida l'argomentazione libertaria che classifica le tasse come furto in quanto contro la volontà; nel farlo, però, spalanca le porte ad un discorso che scende molto più addentro alla questione nella quale l'apparente imposizione delle tasse è solo un superficiale sintomo; questione che tratterò tra poco.

Per concludere provvisoriamente il discorso sulle tasse, vorrei però rimarcare che quanto detto sopra è alquanto generico, e non tiene conto ad esempio della diversa natura che diverse tasse possono avere. In particolare, non tiene conto della differenza tra quelle che il contribuente versa direttamente in quanto tali, e quelle pagate indirettamente.

La differenza non è insignificante perché, per esempio, anche un turista straniero (ovvero non cittadino) paga l'IVA allo Stato in cui sta facendo turismo qualora usufruisca di servizi o acquisti beni che non ne sono esenti. Tuttavia, anche in questi casi può generalmente farsi un discorso specifico che evidenzi la debolezza della classificazione della tassa come furto.

Sempre restando nel caso dell'IVA, si hanno per esempio almeno due ragioni. La prima, di ordine burocratico, è che non essendo cittadini si può chiedere il rimborso dell'IVA7 (che non è proprio la stessa cosa che non pagarla, ma ci va comunque molto vicina). La seconda è che è se pur vero che l'acquirente non è cittadino dello Stato, lo è invece il venditore; il pagamento dell'IVA, pertanto, se non è legato alla volontà dell'acquirente, lo è a quella del venditore. Ma si entra qui nell'ambito delle dinamiche interpersonali, che è una questione dell'ideologia anarchica che merita un discorso a sé.

Comunità e appartenenza

Le riflessioni sulla natura delle tasse mostrano come il loro carattere apparentemente vessatorio sia in realtà soltanto un sintomo molto superficiale di qualcosa di ben più profondo, ovvero la qualità e la natura dell'appartenenza comunitaria.

Le tasse sono parte delle prescrizioni dettate dalle regole di appartenenza a specifiche comunità (Stati, comuni, etc) ai rispettivi membri (cittadini, residenti, etc). Porre la questione in termini di scelta del pagamento o meno delle tasse è quindi improprio: in realtà la questione dovrebbe vertere sulla scelta di appartenere o meno a ciascuna specifica comunità6.

In altre parole, la questione non è se il singolo individuo possa scegliere di pagare le tasse o meno, bensì se lo stesso abbia la possibilità di scegliere se far parte della comunità che ne richiede il pagamento oppure no. S'intende che laddove l'individuo possa scegliere, una sua eventuale scelta in negativo comporterebbe automaticamente la decadenza non solo dei doveri prescritti dalle regole di appartenenza della comunità in questione (ed in particolare le tasse), ma anche di tutti i diritti e privilegi garantiti dalla stessa.

Questo apre almeno due filoni di analisi: uno teorico focalizzato sulla compatibilità tra il pensiero (ed il vivere) libertario con altre forme di interazione sociopolitiche (discorso rimandato ad altrove { da determinare il paragrafo appropriato nella sezione Condizioni di realismo, quando sarà scritto }); uno pratico incentrato sulla possibilità di un vivere libertario ora. In questo senso i ragionamenti qui di seguito non saranno legati tanto ad un “come le cose dovrebbero/potrebbero essere”, ma piuttosto fortemente a “come le cose sono”.

Un punto indiscutibile è che nella situazione corrente la maggior parte di noi (libertari e non) si trova ad essere membro di varie comunità non per liberta scelta di adesione individuale, ma per questioni diciamo così storico-geografiche: per via del luogo dove siamo nati e/o cresciuti e/o quello in cui abitiamo, o per via della nazionalità dei nostri genitori8.

È pur vero però che, non avendo potuto scegliere di aderire a queste comunità, possiamo generalmente scegliere di uscirne (un sub-ottimale opt-out invece del (per alcuni) preferibile opt-in), seguendo le necessarie procedure burocratiche (rinuncia alla cittadinanza, cancellazione della residenza, etc) prescritte dalle regole delle comunità stesse per il riconoscimento della fuoriuscita del membro.

La questione non è purtroppo sempre lineare ed immediata. Probabilmente come reazione all'esperienza della prima metà del secolo scorso (lettura consigliata), ad esempio, i regolamenti di alcuni Stati rendono infatti difficile divenire apolidi; non so ad esempio se sia nemmeno possibile (o quanto sia facile), nel contesto legislativo attuale, rinunciare alla cittadinanza italiana senza averne un'altra (chi vuole può darsi alla lettura del testo della L.91/1992 come emendata dalla L.94/2009 o cercare altri regolamenti rilevanti).

Supponendo comunque che si riesca a rescindere l'appartenenza a quelle comunità cui non si vuole appartenere, il dopo è pure tutt'altro che semplice. In questo caso, il cardine dei problemi è il controllo territoriale: non esiste infatti (o se esiste io personalmente non ho idea di dove trovarla) un'area di terre emerse su cui qualche Stato non dichiari possesso; semmai, è facile trovarne su cui a pretendere controllo sono più d'uno (ovviamente in conflitto tra loro). Tra le possibilità abbiamo quindi (intendendo l'appartenenza di un luogo ad uno Stato in termini di pretese di controllo dello Stato sul luogo):

  • cercare posti fuori dal controllo di qualunque Stato (se ne esistono);
  • vivere in un posto in cui il controllo dello Stato cui appartiene sia di fatto inesistente (area remota e/o Stato molto liberale);
  • vivere in un posto in barba a qualunque forma di controllo dello Stato cui appartiene (squatting);
  • dichiarare l'indipendenza: idea che si potrebbe rendere più realistica portandola avanti non da singoli individui ma con un gruppo di persone, optando ad esempio per una secessione con la conseguente costruzione di uno Stato anarchico (sulla possibilità che ‘Stato anarchico’ sia o meno una contraddizione si parlerà in dettaglio insieme alle altre Condizioni di realismo).

Alcune delle strade proposte possono essere perseguite senza spostarsi, altre richiedono invece, oltre allo sforzo di costruire un tipo di vita diversa, anche un trasloco. Una delle obiezioni che viene sollevata dai libertari è: «perché dovrei essere io a spostarmi?»; la risposta prima, come già detto sopra sulla necessità di scegliere di lasciare una comunità piuttosto che di entrare a farvi parte, è che qui stiamo parlando di come stanno le cose adesso, e non di come dovrebbero essere.

Vi è però a questa domanda anche una risposta più teoretica, che verrà discussa più avanti insieme al resto, e riguarda il fatto che non tutto nella vita di un libertario è concretizzabile secondo la sua volontà, neanche nelle condizioni più ideali: talvolta, non è nemmeno suscettibile di scelta (esempio banale: non si sceglie di nascere né da chi si nasce né dove si nasce, e per il primo periodo di vita nemmeno dove si cresce). E una doccia di realismo non solo è più sana di un immaturo lamentarsi del fatto che le cose non siano (o peggio, non possano essere) come si vorrebbe che fossero, ma prepara anche a riflettere sulla necessità del compromesso richiesto anche nelle più ideali società anarchiche.

Una nota sul pragmatismo anarchico

È comprensibile che, di fronte all'immensa difficoltà, quando non addirittura alla materiale impossibilità, di perseguire nella vita quotidiana gli ideali libertari, si scelga piuttosto di accettare le costrizioni imposte con la stessa convinzione con cui si rinuncia a vincere le inoppugnabili leggi della fisica e della natura, trasformando così in apparente vittoria ciò che altro non è che una solida sconfitta: un passo psicologicamente (o se vogliamo ‘spiritualmente’) importante dall'impotente frustrazione dell'incapacità di realizzazione dei propri ideali alla pretestuosa arroganza di sentirsi padroni del proprio destino per aver dichiarato propria una scelta di fatto obbligata.

(E non ricordo ora quale filosofo parlasse dell'illusoria libertà che può sentire un sasso gettato per aria, sentendosi privo di vincoli ma non avendo altra via che quella prescrittagli dalla cosmica legge di gravità.)

Scelta, peraltro, di cui non si discute qui la saggezza, ma che certamente avrebbe ben più valore se, piuttosto che mascherarsi nell'ipocrita finzione di una vittoria, si motivasse sinceramente come riconoscimento della sconfitta (e del conseguente abbandono) di un'ideologia.

Regole e violazioni

{ Regole, violazioni, liberalizzazioni. Esempi dal copyright, copyleft, Creative Commons, etc }

Anarchia, socialismo ed individualismo

Non sarà sfuggito a chi legge questi appunti che una grande attenzione è stata posta finora sugli aspetti sociali dei rapporti tra individui, ed in particolare sulla natura e sulla struttura delle comunità.

In effetti, quando ho cominciato a stilare questi appunti l'attenzione alla comunità è venuta in maniera in un certo senso spontanea. Più recenti discussioni mi hanno però portato a riflettere con maggiore attenzione, ed in maniera più esplicita e diretta, su questo aspetto.

In prima battuta, l'osservazione si è concretizzata nella constatazione che il pensiero anarchico storico è di stampo principalmente socialista, mentre il pensiero libertario contemporaneo sembra essere piuttosto di stampo individualista.

La questione ovviamente non è così semplice: in tempi storici sono esistiti anarchici individualisti come al giorno d'oggi non mancano libertari di stampo socialista.

È un po' un peccato, perché con quella che invece dovrà essere considerata una forzatura semantica si poteva attuare una restrizione di significato considerando anarchico il pensiero di tipo sociale e libertario quello individualista.

Peraltro, ho il sospetto che, per dire, un Max Striner, da molti considerati uno dei pilastri del pensiero anarchico individualista, sarebbe piuttosto d'accordo con questa scelta di termini, viste le critiche da lui stesso mosse nei confronti del pensiero anarchico (sociale).

La distinzione tra le due forme di pensiero sono tutt'altro che sottili.

Nella prospettiva del pensiero anarchico sociale, infatti, il potere dell'uomo sull'uomo è vista come la causa prima delle diseguaglianze sociali e lo Stato come principale strumento per l'esercizio di questo potere; l'abbattimento dello Stato è quindi un obiettivo intermedio da perseguire dell'ottica di un fine ulteriore: l'uguaglianza sociale.

Per contro, il pensiero libertario di stampo individualista pone la propria attenzione sul singolo individuo; l'aspetto sociale è sostanzialmente secondario, ed è anzi spesso visto in termini antagonistici (implicitamente, quando non esplicitamente).

{ Approfodondire: interessi dell'invidivuo contro quelli (del resto) della comunità; interessi della comunità come interessi di ciascuno degli individui appartenenti alla comunità stessa; se prevale l'interesse della comunità è male dalla prospettiva individualista (potere dell'uomo —gli individui della comunità— sull'uomo —l'individuo—); se prevale quello dell'individuo è male dalla prospettiva sociale (potere dell'uomo —l'individuo— sull'uomo —gli individui della comunità—). Max Stirner, il might makes right e il darwinismo sociale. }

Condizioni di realismo

Come ho scritto altrove, l'analisi di un'ideologia (e quindi in particolare di quella anarchica) non può prescindere da tre questioni fondamentali, che nel caso specifico si possono così riassumere:

  • può (e se sì, sotto quali condizioni) esistere una società anarchica?
  • può (e se sì, sotto quali condizioni) continuare ad esistere una società anarchica?
  • può (e se sì, sotto quali condizioni) una società anarchica subentrare ad una preesistente società di stampo diverso?

È abbastanza evidente che se la risposta ad una qualunque delle tre domande qui sopra fosse negativa, l'ideologia anarchica perderebbe molto della propria forza, nonché della propria credibilità, sebbene sia possibile comunque prenderne alcuni elementi specifici che possano avere un valore intrinseco o quanto meno slegato dal loro essere parte di questa particolare ideologia.

{ Partire da un'analisi dei principî fondamentali del pensiero anarchico. Punti importanti su cui ricordarsi di approfondire: coerenza interna dei principî, realismo; realizzabilità in caso di principî universalmente condivisi vs realizzabilità in caso di principî non condivisi; indagine sulla risoluzione dei conflitti tra anarchici; risoluzione dei conflitti con altre ideologie; cambiamenti di opinione; violazione di contratti, regole, principî (in ordine di approfondimento); analisi della possibilità della degenerazione; è possibile qualcosa che alla fine non si riduca alla legge del più forte? Studio separato per il caso delle nuove generazioni: cultura vs natura; quando un individuo è un individuo?; infanzia e maturazione, saggezza, coscienza, ‘maggiore età’. Il problema dell'educazione, del pensiero, della formazione; leader e seguaci (collegato al problema della degenerazione). }


  1. rubo l'espressione ad uno dei dipendenti Microsoft che lavorò ai filtri di conversione per Word dei documenti WordPerfect; per spiegare quanto poco fossero omogenei i due modi di descrivere un documento, decise di fare un passo avanti rispetto al classico modo di dire anglosassone che prevede invece un confronto tra mele ed arance. ↩

  2. nulla è conoscibile, ciò che è conoscibile non è comunicabile, e ciò che viene comunicato non viene compreso. O altre varianti sul tema. ↩

  3. ma è pur vero che lasciate libere di agire, le persone tendono ad imitarsi a vicenda. ↩

  4. si noti l'uso del termine individuo invece di quello di cittadino. ↩

  5. in realtà, devo ancora trovare una teoria economica che non sia quanto meno discutibile. E non sono solo io a pensarlo se c'è un adagio secondo cui economics is the only field in which two people can win a Nobel Prize for saying exactly the opposite thingl'economia è l'unico campo in cui due persone possono vincere un Nobel per aver detto cose diametralmente opposte. { trovare fonte } ↩

  6. per puntualizzare, né qui né altrove si vuole sottintendere che il pagamento di tasse sia una regola che debba essere presente in ogni comunità, ma solo che di fatto è una regola di alcune (classi di) comunità cui gli individui apprtengono ora. Non è neanche detto —in linea di principio— che uno Stato o altra unità amministrativa debba richiedere il pagamento di tasse (ovvero: ipoteticamente parlando potrebbe esistere uno Stato che tra le proprie regole non includa il pagamento di tasse). ↩  ↩

  7. cosa che so per esperienza; ho infatti chiesto ed ottenuto il rimborso dell'IVA pagata in Canada, con una semplice visita all'apposito ufficio in aeroporto. ↩

  8. con una varietà di regole che porta a situazioni che hanno del paradossale, come un'Italia che considera automaticamente cittadini i discendenti di emigrati, che non parlano una parola della lingua e non hanno mai messo piede sul territorio dello Stato nemmeno in visita turistica, ma richiede un iter burocratico pluriennale per i figli di immigrati che, pur essendo nati e cresciuti in Italia e conoscendone lingua e cultura a volte meglio di molti cittadini, rischiano di venir espulsi come ‘clandestini’ al raggiungimento della maggiore età. ↩

Scoperte sconvolgenti
  • information è un plurale collettivo [2010-11-22]
  • GIF (Graphic Interchange Format) si pronuncia con la G dolce (“jiff”) [2010-11-26]
  • si scrive accommodation e non accomodation [2010-11-29]
  • il costume adamitico non viene (direttamente) da Adamo, bensì dagli adamiti [2010-12-05]
  • si crive embarrassing e non embarassing [2011-12-14]
  • calzoni: praticamente delle grosse calze (scoperto vestendomi ed infilandomi una gamba di pantalone, dicendo «mi infilo un calzone» e pensando «devo mettermi anche le calze») [2011-12-24]
Appunti di logica argomentativa

Fallacia ≠ falsità

Il semplice fatto che alcune (o anche tutte) le argomentazioni siano sbagliate (logicamente fallaci) e/o che alcune (o anche tutte) le premesse siano errate non implica necessariamente che la conclusione sia errata o falsa. Implicano semplicemente la non sostenibilità logica della tesi secondo le premesse e le argomentazioni apportate.

Esempi:

  • Napoleone era inglese, gli inglesi erano còrsi, Napoleone era còrso. (Premesse false, logica corretta, conclusione vera.)
  • Napoleone era umano, i còrsi erano umani, Napoleone era còrso. (Premesse vere, logica errata, conclusione vera.)
  • Napoleone aveva i capelli verdi, i còrsi avevano i capelli verdi, Napoleone era còrso. (Premesse false, logica errata, conclusione vera.)

Due importanti implicazioni di questo fatto:

  • per controbattere una tesi non è sufficiente dimostrare la fallacia del ragionamento che vi ha condotto o la falsità di qualche premessa;
  • chi evidenzia la fallacia del tuo ragionamento o la falsità di almeno una tua premessa non necessariamente è in disaccordo con te o vuole sostenere una tesi opposta alla tua.

Permettere ≠ costringere

Una fallacia argomentativa sorprendentemente diffusa negli integralismi religiosi, nei fanatismi di qualunque ideologia, ed in generale presso molti di coloro che sostengono che X debba essere proibito (per qualunque valore di X: matrimonio tra persone di razza diversa o dello stesso sesso, adozione, aborto, eutanasia, consumo di questa o quella sostanza, non indossare un certo tipo di vestiario, …) è quella di rispondere a chi sostiene che X vada permesso come se questi pensasse che X debba essere obbligatorio.

Più raramente si riscontra la fallacia simmetrica, ovvero di equiparare il permettere che non X all'impedire X (esempio: indossare un certo tipo di vestiario, fare il militare).

In entrambi i casi, l'argomentazione fallace nasce in risposta ad un'osservazione su come la proibizione (o l'obbligo, nel secondo caso) sia, in quanto imposizione, un sopruso, e si sviluppa sostenendo che il permettere (quanto proibito, o di non fare quanto imposto) sia a sua volta un sopruso non meno grave del “presunto” sopruso coercitivo. (Più spesso, nello specifico, si articola sottolineando come il permettere sia un sopruso e sottintendendo che quanto proibito/imposto invece non lo sia.)

Non credere che ≠ credere che non

La situazione è simile a quella del caso precedente, ma più sottile e più difficile da identificare, per via della frequente effettiva somiglianza delle due posizioni e del loro forte contrasto con la posizione del credere.

Ringrazio QualiaSoup per aver attirato la mia attenzione sulla necessità di evidenziare questa differenza, e per aver fornito qualche esempio molto utile1:

  • credere che una persona non sia innocente (che equivale a credere che sia colpevole) vs non credere che una persona sia innocente (ma nemmeno che sia colpevole: semplicemente, non avere un'opinione in merito);
  • credere che non esista alcun dio (ateismo ‘forte’) vs non credere che esista un dio (ateismo ‘debole’).

Purtroppo, grazie all'ambiguità della lingua italiana, nel linguaggio comune l'espressione “non credere che” viene frequentemente usata per indicare la ben più stretta condizione di “credere che non”, che viene usata nella sua espressione naturale solo in rari casi, quando si voglia espressamente sottolineare la convinzione della negazione. L'abuso porta alla necessità di laboriose circonlocuzioni per indicare invece la più banale negazione della convinzione.

Implementazione ≠ teoria

È necessario saper distinguere tra gli aspetti teorici e quelli pratici di un concetto, un'idea, una teoria, un'ideologia.

Un'argomentazione che abbia come obiettivo l'analisi o la critica di una teoria, ideologia, idea o concetto non è valida se procedere per ‘induzione’ da critiche ad una o più particolari implementazioni: occorre rivolgersi direttamente agli aspetti fondanti della teoria stessa, salvo per quelle critiche che siano specificamente mirate agli aspetti implementativi della teoria stessa.

Ad esempio, è legittima una critica che evidenzi la difficoltà della realizzazione di una implementazione positivamente funzionale; è anche legittimo che una tale critica porti come esempi implementazioni esistenti e/o passate.

Per contro, l'inesistenza di tali implementazioni non è un argomento sufficiente su cui basare la loro impossibilità. Nelle immortali parole di Westley in The Princess Bride2:

Nonsense. You're only saying that because no one ever has.

Sciocchezze. Dici così solo perché solo perché non c'è mai riuscito nessuno. ([video][westley.video])

Condizioni necessarie, condizioni sufficienti, correlazioni

In una argomentazione corretta e completa è importante distinguere ed evidenziare le implicazioni causali tra condizioni, situazioni, fatti, azioni, eventi. Le fallacie in cui è possibile cadere in questo caso sono tre:

  • supporre che una condizione necessaria sia anche sufficiente;
  • supporre che una condizione sufficiente sia anche necessaria;
  • supporre che una correlazione indichi un rapporto di causalità.

Le prime due sono discusse nel paragrafo Necessità e sufficienza, la terza in Correlazione e causalità.

Necessità e sufficienza

Una condizione X è necessaria affinché si verifichi Y se è impossibile che Y si verifichi senza che anche X (si) sia verificata. Una condizione X è sufficiente affinché si verifichi Y se quando X è verificata sarà automaticamente verificata anche Y.

Dal punto di vista logico, X è necessario per Y se Y implica X, ed X è sufficiente per Y se X implica Y. Necessità e sufficienza sono speculari l'una all'altra: se X è necessario per Y, allora Y è sufficiente per X, e viceversa.

Un esempio: perché piova è necessario che vi siano nubi. La nuvolosità è quindi una condizione necessaria per la pioggia. Se sta piovendo, possiamo dedurre che vi sono nubi. Viceversa, se non ci sono nubi, possiamo dedurre che non sta piovendo. La nuvolosità non è però una condizione sufficiente: se ci sono nubi, non possiamo dedurre che sta piovendo. Se non piove, non possiamo dedurre che non ci sono nubi.

Simmetricamente, la pioggia è una condizione sufficiente per la nuvolosità, ma non è condizione necessaria, da cui seguono le stesse implicazioni del capoverso precedente.

Una condizione X è necessaria ma non sufficiente quando il verificarsi delle conseguenze dipende da altre condizioni che devono verificarsi insieme a X. Una condizione X è sufficiente ma non necessaria quando le conseguenze possono dipendere da altre condizioni che possono verificarsi in alternativa ad X.

Esistono anche condizioni necessarie e sufficienti, che indicano quindi una equivalenza tra antecedenti e conseguenti. Generalmente rare in matematica sono i capisaldi di alcune teorie; per il mondo reale non me ne viene in mente nemmeno una.

Correlazione e causalità

La correlazione è un dato statistico sulla frequenza con cui un certo (tipo di) evento o situazione accade in concomitanza con/ associato ad un altro (tipo di) evento o situazione. Si ha un'alta correlazione quando i due (tipi di) eventi o situazioni si presentano spesso insieme.

L'errore argomentativo consiste nel tradurre un'alta correlazione in una causalità, ovvero supporre che eventi che si verificano spesso insieme siano legati dall'essere l'uno conseguenza dell'altro.

Poiché eventi legati da una rapporto di causalità sono effettivamente correlati, (ovvero, la causalità è condizione sufficiente per un'alta correlazione) questo tipo di fallacia logica rientra nel caso dell'ipotizzare che una condizione sufficiente sia anche necessaria (ovvero che la correlazione implichi una causalità).

In genere, la fallacia del rapporto di causalità ipotizzato tra eventi correlati procede spesso di pari passo con la fallacia del post quam, ergo propter quam: l'evento successivo viene ritenuto conseguenza del precedente per il semplice fatto che i due eventi tendono a capitare spesso in quella data sequenza cronologica.

Un alto livello di correlazione può però avere molte altre spiegazioni. Sempre rimanendo nell'ambito della causalità, ad esempio, eventi o fenomeni correlati possono avere una origine comune, più o meno remota.

Esempi tipici di abuso interpretativo della correlazione si trovano in medicina. È però importante sottolineare che anche laddove un diretto rapporto di causalità non possa essere derivato dalla scoperta di una correlazione tra due fenomeni, tale conoscenza può comunque trovare la giusta applicazione in altri ambiti dove la valenza statistica è la principale motrice, come per esempio nel campo delle assicurazioni.

Supponiamo ad esempio che da una ricerca emergesse una correlazione tra il pulirsi il culo con la mano sinistra e l'incidenza del cancro al colon, nel senso che tra color che usano la mano sinistra vi è una incidenza maggiore (in maniera statisticamente significativa) di cancro al colon rispetto a chi si pulisce con l'altra mano.

Volendo interpretare questo risultato, non si potrebbe dire, come invece titolerebbero molti giornali, che pulirsi il culo con la sinistra fa venire il cancro al colon; un assicuratore potrebbero però legittimamente chiedere al proprio cliente con quale mano si pulisce, ed eventualmente alzargli il premio in caso di mancinismo.

Se in un caso come questo la tentazione di passare da correlazione a causalità è forse un po' debole per via della ridicolaggine ed incomprensibilità di un eventuale rapporto di causalità, in altri casi scivolare verso la fallacia è più naturale, ad esempio perché una grossolana spiegazione della presunta causalità è più facilmente reperibile.

Ad esempio, da uno studio potrebbe emergere che dormire sul fianco sinistro ha una correlazione con l'infarto significativamente più alta che non il dormire sul fianco destro: pur non essendo, dal punto di vista argomentativo, una situazione diversa rispetto alla precedente, in questo caso è abbastanza facile convincersi, magari inconsciamente, che la correlazione è in effetti causale, dovuta ad esempio al diverso modo con cui la cassa toracica (e quindi il muscolo cardiaco) sono compressi durante il sonno in un caso rispetto che nell'altro.


  1. nel video Lack of belief in gods ↩

  2. penosamente tradotto in italiano come “La Storia Fantastica” ↩

Che mondo folle

Chi mi conosce sa che non sono molto ottimista sulla sorte del mondo e dell'umanità, ma ogni tanto vengono fuori notizie pazzesche che dànno speranza.

  • un malato terminale di SLA, come ultima cosa, scrive una patch per GNOME. Lo fa scrivendo al computer in Morse con un marchingegno attivato dai movimenti delle ginocchia, ultima parte del suo corpo che ancora rispondeva con forza sufficiente ai comandi motori. [2011-02-27]
Oblomov permalink
Detti
  • nu cazzu `n culu a n'autru pari `n pilu `i capiddi1

  1. un cazzo nel culo di un altro sembra un pelo di capello (ad indicare che i problemi degli altri sembrano sempre meno gravi) ↩

Appunti di logica realista

Benché una discussione su qualunque cosa abbia un suo intrinseco valore a prescindere dalla sua astrazione, quando si discute di qualcosa che possa (e che nelle intenzioni magari debba) avere qualche impatto sulla realtà che ci circonda è opportuno non prescindere da tre importanti fattori che, per eufonia e con qualche stiramento etimologico per non parlare del senso corrente, chiamerò esistenza, sussistenza ed insistenza.


Esistenza

Di esistenza di parla nel discutere la possibilità che l'argomento della discussione (un modo di essere o di fare, un'implementazione di un'ideologia o qualunque altra cosa) abbia possibilità di esistere (nel senso usuale del termine) nella realtà come da noi conosciuta.

Le condizioni di esistenza sono facilmente soddisfatte, salvo casi di sottili aspetti della realtà che sfuggono ad una considerazione superficiale, o che ci si dimentica di prendere in considerazione quando dalla fase di progettazione si passi a quella implementativa.

Ma difficilmente qualcuno proporrà realisticamente di concretizzare una ideologia in cui l'interezza degli appartenenti al genere umano sia coscientemente capace di leggere la mente degli altri individui, o di riprodursi per gemmazione.

Sussistenza

Con questo termine voglio indicare la possibilità che qualcosa, una volta concretizzato e quindi esistente, possa continuare ad esistere. Laddove le condizioni di esistenza sono generalmente di tipo assoluto, quelle di sussistenza sono più spesso di tipo contingente, e pertanto anche più difficili da prendere in considerazione nella loro interezza, dipendendo alle volte dalla necessità di prevedere gli imprevisti.

Insistenza

Ho cercato in lungo ed in largo e purtroppo senza successo un composto di stare che potesse completare il trittico, e pertanto ho alla fine deciso di espropriare un termine il cui senso comunemente inteso ha ben poco a che fare con il significato che desidero attribuirgli, ma che etimologicamente potrebbe anche esservi condotto.

Con insistenza intendo la possibilità che qualcosa possa subentrare all'esistente, come l'illuminazione elettrica ha soppiantato quella a combustione e la musica digitale ha soppiantato nastri magnetici e dischi in vinili.


Mentre dal punto di vista, ad esempio, ingegneristico i tre punti di cui sopra devono essere affrontati con precisione (benché il terzo sia spesso più una scommessa che altro), devo dire che osservo, in considerazioni più di concetto (filosofie, ideologie, etica & moralia) una tendenza a trattare questi tre temi con decrescente attenzione (nel senso che sul tema dell'esistenza in genere ci si sofferma, mentre quello della sussistenza viene trattato spesso in maniera più superficiale, per non parlare —letteralmente— di quello della insistenza come da me definita).