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Questo non è un blog. La rubrica Diaria è quanto di più simile ad un blog inteso come giornale quotidiano si possa trovare qui. Il sito è stato reso pubblico il primo gennaio del 2011, con funzionalità limitate e contenuto variamente pre-esistente. Allo stato attuale:
- è in sola lettura; in particolare:
- niente commenti, discussioni, o altro
- il layout è ben lontano dalla sua versione definitiva; in particolare:
- bozze, documenti work-in-progress e documenti ‘finiti’ sono indistinguibili e mescolati insieme
- la pagina indice (questa) e le sue consorelle per le singole rubriche hanno ‘tutto’
Buona lettura.
Mädchen Mädchen, del regista Dennis Gansel poi diventato famoso per l'Onda, è uno di quei film per i quali vorresti prendere il traduttore e picchiarlo selvaggiamente sulle gengive con una mazza ferrata arrugginita: la scelta del titolo nella distribuzione italiana, “Ragazze pompom al top”, sembra infatti più adatta ad un porno. A lungo con mia moglie ci siamo persino chiesti perché l'avessimo in lista, prima di deciderci finalmente a provare a vederlo.
Il film è una godibilissima commedia incentrata su tre giovani proganiste (giocatrici di pallavolo, non ragazze pompom) e le inevitabili (ma non imprevedibili) peripezie attraverso le quali troveranno la soluzione ai loro problemi sessual-sentimentali. Piuttosto che ricorrere a ridicoli quanto inutili colpi di scena, il film preferisce costruire una storia credibile e naturale, lasciando l'effetto all'intrinseca comicità delle situazioni che si vengono a generare.
Alla riuscita del film contribuisce in maniera determinante il brillante appoggio di personaggi ausiliari quali l'imperturbabile nonna della vergine del gruppo o il padre veterinario (e soprattutto ex castratore di tori) della bionda protagonista. Ma il nostro preferito rimane il disinvolto (for lack of a better term) Flin.
Babylon 5 è una serie televisiva di fantascienza (e l'universo creato attorno ad essa, con lungometraggi e tentativi di spin-off) la cui storia editoriale è quasi più articolata, complessa e sfortunata della storia narrata dalla serie stessa.
In un universo in cui il viaggio spaziale ha portato varie specie intelligenti a contatto (e spesso in conflitto) l'una con l'altra, dopo un conflitto in cui l'umanità ha rischiato l'estinzione, la stazione spaziale Babylon 5 (quinta perché i precedenti quattro tentativi di costruzione erano finiti variamente male) mira a realizzare il sogno diplomatico di un centro in cui le varie specie possano incontrarsi, conoscersi e (si spera) risolvere pacificamente le occasioni di attrito.
Nel corso delle cinque stagioni di cui la serie è composta, si scopre presto come il progetto iniziale per il quale la stazione è stata costruita dovrà passare in secondo piano; la storia che viene raccontata è una storia di giochi di potere, meschinità e grandi sacrifici personali, mentre forze misteriose agiscono sulle sorti delle specie senzienti come fossero pedine di un gioco di strategia.
Vizi e virtù della natura umana (anzi senziente) diventano occasioni per riflettere implicitamente su questioni sociali, politiche, religiose: razzismo, fede, etica e moralità, autodeterminazione e predestinazione, individualismo e spirito di sacrificio.
La storia segue principalmente una manciata di personaggi (umani, alieni, ibridi) che, pur non riuscendo come ‘persone’ a tutto tondo, tentano di sfuggire ad una designazione macchiettistica, bidimensionale e monocromatica.
Se il principale protagonista, il Capitano John Sheridan, uomo tutto d'un pezzo che passa dall'essere noto come “Starkiller” (praticamente l'equivalente del Barone Rosso nella guerra tra umani e minbari) allo sposare la (ex)minbari Delenn, è forse il personaggio meno sofisticato, sono comprimari come Londo Mollari e G'kar e personaggi più secondari come Susan Ivanova o Lennier a dominare in realtà l'interesse, le speranze e le paure degli spettatori, con la maturazione delle loro esperienze, le loro tragiche cadute, i disperati tentativi di risollevarsi e le fatalistiche rassegnazioni.
Dal punto di visto realizzativo, fatti salvi gli episodi più misticheggianti, la serie spicca per una solida base di realismo scientifico, un punto di forza per qualunque cosa voglia essere seriamente chiamata fantascienza, mentre soffre dal punto vista tecnico, con CG ancora plasticosa, soprattutto nelle scene più dinamiche.
A complicare le cose, la storia editoriale del progetto, che raggiunge il fondo con la triste possibilità che la quinta stagione non possa venir realizzata, costringendo il Great Maker a comprimere i tempi per chiudere le principali fila del discorso entro la quarta serie, lasciando alla quinta (che verrà poi realizzata) ad un acquoso e nostalgico trascinarsi verso la fine.
Ben peggiore sarà la sorte dello spin-off Crusade, che avrebbe dovuto raccontare di eventi conseguenti la ‘vittoria finale’ narrata in B5: la nuova serie morirà infatti sul nascere, prima del completamento della prima stagione.
Alla fine, forse, la lezione più importante che B5 può dare non è una sui temi discussi nella serie stessa (e nei film di contorno, e nello spin-off abbandonato), ma piuttosto quello della serie stessa, su quanto, purtroppo, l'economia pesi sull'arte.
Recently, in a momentary lapse of reason and finding myself with the need to keep some time (the usual ‘too long to not do anything, too short to get started on anything serious’) I found myself picking back up the idea I had already had some time ago to create a vector image of the Grammar Nazi logo.
Of course, the first step was to see if there was one already; there are in fact plenty of rasterized renditions of it, but a scarcity of its vector form. In fact, I found three of them (from Wikipedia, in the Wikimedia commons and finally on OpenClipArt), none of which was to my satisfaction.
The most glaring defect in two of them was the presence of text: I was looking for a pure logo format. The Wikimedia file was, in fact, the one that got closest to what I wanted, except for one minor detail: the color choice for the red of the flag (in this respect, the OpenClipArt version was more to my liking).
The solution would seem simple: all I needed to do was open the Wikimedia SVG and hand-edit the choice of flag color to match the one from OpenClipArt. Which was in fact what I set up to do.
However, on opening the .svg I realized in horror that even such a
simple and elegant design could result in the most horrible and
displeasing source code.
For reference, this is what I found:
<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE svg PUBLIC "-//W3C//DTD SVG 1.1//EN" "http://www.w3.org/Graphics/SVG/1.1/DTD/svg11.dtd">
<!-- Creator: CorelDRAW -->
<svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" xml:space="preserve" width="229.999mm" height="229.999mm" shape-rendering="geometricPrecision" text-rendering="geometricPrecision" image-rendering="optimizeQuality" fill-rule="evenodd" clip-rule="evenodd"
viewBox="0 0 36.8553 36.8553"
xmlns:xlink="http://www.w3.org/1999/xlink">
<g id="Layer_x0020_1">
<metadata id="CorelCorpID_0Corel-Layer"/>
<rect fill="#FF4942" width="36.8553" height="36.8553"/>
<circle fill="white" cx="18.4277" cy="18.4277" r="15.863"/>
<polygon fill="black" points="21.1059,7.71462 10.3929,18.4277 18.4277,26.4625 26.4624,18.4277 23.7842,15.7494 18.4277,21.106 15.7494,18.4277 23.7841,10.3929 31.819,18.4277 18.4277,31.8191 5.03626,18.4277 18.4277,5.03633 "/>
</g>
</svg>
What the hell was I looking at? Whoever in their sane mind would write
something like that? What were all those fractional numbers doing as
coordinates? Why was the size fixed, and to such a ridiculous number, to
boot? What were those rendering specifications about? Why reference the
xlink namespace?
Of course, the answer to all those questions (and many more!) was in the brief XML comment on top of the file as well as in the empty metadata element: the file was computer-generated, after being sketched in a specific application.
So I said to myself: what the hell, I can write something much better than that in half the disk space. Which I in fact did, with room to spare. At first, I tried to follow the original design as closely as possible, while getting rid of all the stuff which I deemed useless (grouping, fixed size, etc), and of course altering the color to my taste.
What posed the biggest problem was the polygon describing the stylized G of the Grammar Nazi. I couldn't make head or tail of the numbers, although the design of the G was relatively easy to follow: if the G was in a straight orientation, it would be: go right three, down three, left five, up five, right five.
And I wondered: why not do it this way? In fact, I had at least three different ways to achieve it in SVG: either with a polygon (as per the original) or with a stroked path with appropriate cap and corner options, or with a filled path describing the outline.
My final choice was for the outline path, specifically to easily allow
an outline version of the same stylized G, using the same parameters.
The use of the path instead of a polygon allowed me to use the h and
v commands instead of elaborate pairs, and designing the G in its
straight position, centered at (0,0) allowed for a very compact
description. Of course, the G then had to be put in place with
translations, rotations and finally scaling.
This was the result of my first attempt:
<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?>
<svg
xmlns='http://www.w3.org/2000/svg'
viewBox='0 0 40 40'>
<title>Grammar Nazi</title>
<rect fill='#d00' width='40' height='40'/>
<circle fill='white' cx='20' cy='20' r='15'/>
<path fill='black' d='M-5,0v5h20v10h-30v-30h40v-10h-50v50h50v-30h-30z'
transform='translate(20,20)rotate(-45)scale(.4)'/>
</svg>
resulting in the following render:
Although the color was finally right, and the file had finally been cut down to an elegant, efficient, modicum of instructions, there still was something odd about the size of the G with respect to the circle and square. I couldn't quite put my finger on the issue, so, quite proud of my results, I decided to share it with the world.
To do things ‘the right way’, I wanted to fill the file itself with the appropriate metadata on authorship and license, something which is not the most trivial thing to do. After perusing the Internet and leaning on Inkscape just to see how metadata could be saved, I managed to fill up the file correctly.
Oh god. A three-hundred-and-something lean-and-mean minimalistic .svg
had bloated to a monster five time its size, just to specify the
author, the license and a couple of tags. (No, I'm not going to paste it
here.) So I finally opted for having two files, one with and one without
metadata, uploading the latter to OpenClipArt, and keeping the
lean and mean version here on the wok, given the low upload
bandwidth featured by my ADSL connection.
The most glaring difference between my initial version of the logo and the Wikimedia file was in the ratios between the main component sizes.
For example, the Wikimedia picture has an inner circle with a radius r
of almost 16 centered in a square with a side s of almost 40,
although r differs from 16 less than s differs from 40 (1%
difference for r, 8% for s). The r/s ratio is 0.43, a pretty close
approximation to sin(π/3)/2, indicating a diameter/
Much worse than that, the ratio of the stylized G to the circle and square was absolutely arbitrary in my case, and undecipherable in the Wikimedia file case. I noticed that my design for the G filled a square of length 50, while the main square had a length of 40: the scaling by .4 = 2/5 brought the actual G to have a side which was half that of the main square.
So my next idea was to adjust the circle/square radius, while at the same time bringing the square and G sides to be more reasonably in tune: the square side was brought from 40 to 50, and the circle radius from 15 to 20. The only thing remaining was to choose a sensible scale ratio for the G, and I finally came up with a 5(1-1/ϕ)/4, that someone tried to take into account the ratio between the circle diameter and square side (now 4/5), while introducing the magic of the golden ratio, resulting in the following image:
Much better, but possibly still not perfect. Yet, the best I have been able to come up with, so far.
One thing that I've learned from this experience is that even for a logo that is nothing more than a very small number of elements with simple geometrical characterization, it is not trivial to find the ‘best’ proportions between the components. Especially when, as in my case, one is not satisfied with just finding a visually pleasing solution, expecting also to derive meaningful mathematical relations between the numbers.
Superficialmente, The Dispossessed di Ursula Le Guin (tradotto in italiano con il titolo I reietti dell'altro pianeta), è un romanzo di fantascienza che narra i precedenti dell'invenzione del viaggio superluminale in un universo narrativo che comprende anche altre opere della stessa autrice (il Ciclo dell'Ecumene).
L'ambientazione principale del romanzo è un sistema planetario doppio, costituito da un pianeta, Urras, con la propria luna abitabile, Anarres. Urras è politicamente in una situazione simile a quella della Terra nel secondo dopoguerra, con due aree d'influenza nettamente contrapposte ed il cui confronto militare non è diretto, manifestandosi piuttosto nell'alternarsi del controllo politico e militare di Stati cuscinetto. Anarres è invece stata concessa, circa due secoli prima degli eventi del romanzo, ai seguaci del pensiero di Odo, un'anarchica morta prima di veder realizzato il proprio ideale.
Entrambe le società sono viste attraverso gli occhi e le esperienze del protagonista, originario di Anarres. Su Urras, costui interagisce quasi esclusivamente con l'equivalente urrastico del nostro blocco occidentale, la nazione di A-Io, una repubblica parlamentare di stampo capitalista con una netta divisione classista e con una certa propensione alla repressione violenta delle manifestazioni di protesta. Dell'altro blocco, dominato dalla nazione di Thu, si sa poco, se non che la sua organizzazione è formalmente socialista e politicamente totalitaria.
Anche la società anarco-comunista di Anarres è vista attraverso gli occhi del protagonista, in momenti successivi della propria vita, dall'infanzia e l'educazione al “non egoizzare” fino alla maturità e l'emigrazione su Urras, a rischio della propria vita e marchiato come traditore. Ed è in questo progressiva disvelazione che il protagonista (ed alcuni suoi compagni) percepiscono sempre maggiori discrepanze tra i principî fondanti della loro società e le realtà contro cui si devono scontrare, dalla semplice burocrazia organizzativa a più subdoli e meschini meccanismi egotistici.
Se il romanzo in sé non è privo di una certa qualità letteraria che scade forse solo un po' sul finale, è proprio nella presentazione di queste realtà, e nell'affrontare temi quali il rapporto tra linguaggio e percezione del mondo, che brilla.
A differenza dei libertari da blog con le loro ossessioni sulla falsa equazione tra tasse e furto, l'autrice di The Dispossessed (che non ha mai nascosto le proprie simpatie per l'anarchia) esplora infatti in questo romanzo, accanto ad una impietosa presentazione di realtà sociopolitiche di cui abbiamo esperienza più o meno diretta, la possibilità della realizzazione e della sopravvivenza di una società anarchica: non in platoniche condizioni ideologiche, ma in una realtà che, per quanto fittizia, è costituita da esseri umani con i loro vizi ed i loro difetti, su un pianeta poco generoso, tra l'eterna (percepita, non si sa quanto reale) minaccia d'estinzione se dal pianeta d'origine si decidesse un'invasione e la necessità primaria di sopravvivere di generazione in generazione.
Toccando così aspetti su cui troppo spesso è comodo sorvolare, Le Guin descrive una realtà ben lontana dagli idilliaci quadri ideali che piace propagandare ad altri libertari in altre sedi: una realtà dove già l'educazione dell'infante ai principî fondanti dell'anarco-comunismo mostra il paradosso del plagio, dove la meschinità umana ed il sotterfugio trovano il loro spazio accanto a forme di potere più subdole, ma non per questo meno oppressive, dell'autorità imposta con la violenza; una realtà dove le crisi più profonde fanno riemergere l'egoismo della sopravvivenza individuale a discapito di quella altrui pur dopo secoli di sacrifici individuali (più o meno volontari) per la sopravvivenza di tutti; una realtà dove pur senza leggi scritte una società riesce ad imporre comunque un'omogeneizzazione del pensiero e della sensibilità degli individui che ne fanno parte, con la conseguente ostracizzazione di individui o piccoli gruppi il cui sentire è troppo diverso (pur non lontano dagli stessi comuni principî fondanti) e pertanto pericoloso.
Se pure parte di questa analisi critica delle realtà sociopolitiche presenti nel romanzo emerge esplicitamente in brevi momenti funzionali alla narrazione, nelle reazioni o nelle parole del protagonista o di altri personaggi, è l'intera opera, con il suo detto e non detto, a costituire un importantissimo spunto di riflessione. Ed il tutto senza alcun sacrificio alla narrativa ed alla qualità letteraria dell'opera.
Vorrei cogliere l'occasione per profanare la memoria di uno dei santi meno conosciuti della mitologia cristiana, Longino, il presunto soldato romano che trafisse con la propria lancia (diventata poi famosa come Lancia del Destino) il costato del crocifisso.
Purtroppo, la mia mente plagiata da Life of Brian dei Monty Python non può che far correre il pensiero al padre di Brian, Nortius1 Maximus (che, come il centurione spiega a Pilato, è un nome finto, spiritoso, come Biggus Dickus/Marco Pisellonio).
E allora, cosa possiamo pensare di uno chiamato Cassio Longino e famoso per la sua ‘lancia’?
in italiano Minchius, in originale si sarebbe probabilmente potuto scrivere Nautius per render meglio l'idea di presa in giro di naughty. ↩
Una storia semplice: dopo la singolarità tecnologica l'umanità si trova a dover affrontare la rivolta delle intelligenze artificiali da lei stessa create. Un armistizio isola i creatori dai creati, e dopo 40 anni un attacco a sorpresa manca di poco il genocidio del genere umano. I sopravvissuti cercano scampo ed un pianeta su cui ricominciare.
Nelle sue quattro stagioni la serie riesce a toccare temi interessanti, a partire dal rapporto uomo-macchina, con particolare attenzione all'etica dell'intelligenza artificiale, ma anche a quella dell'umanità stessa. Si va dalla predestinazione all'eterno ritorno passando per il razzismo e la redenzione.
La serie piace.
Piace per l'egregia recitazione, curata fin nei piccoli gesti, dai tremiti del nervosismo all'eccesso di zelo.
Piace per la perversa manipolazione cui sottopone le mitologie occidentali e medio-orientali, quella greca e quella cristiana in particolare.
Piace perché tiene un buon ritmo, senza esagerazioni e con pochi intoppi, reggendo una buona suspance; e se certi momenti si prevedono con largo anticipo è anche vero che non mancano imprevedibilità e colpi di scena.
Piace per la gnocca, con eventuali dibattiti sulle preferenze: è meglio una Tre, una Sei, una Otto o una Dee? (I link potrebbero contenere spoiler.) Per altri appetiti c'è un po' meno scelta, tra Lee e Agathon, o Gaeta se piacciono i nerd.
Piace perché riesce a non essere manichea, per le personalità sufficientemente ricche di spessore e sfaccettature da non appiattire quattro anni di storia in una semplice guerra di buoni e cattivi, pur non mancando di protagonisti ed antagonisti.
Piace perché può stimolare la riflessione. Cos'è una persona? Qual è il futuro dell'umanità? Quanto vi pesa il suo passato? Sappiamo imparare dai nostri errori?
Non mancano gli scivoloni. A volte un po' buonista, a volte troppo mistica, a volte troppo filosofica, la storia procede, mantenendo anche nel finale quel misto di qualità e piccoli difetti che ne caratterizzano l'intera realizzazione, quel finale che ci si aspetta, ma non proprio come ce lo si aspetta.
Qualche mese fa, nei pressi dei Quartieri Spagnoli in quel di Napoli, compravamo il nostro (primo?) set di Mahjong. Ieri, sfogliando il tumblr di Indizi dell'avvenuta catastrofe trovavo un link che suscitava la mia curiosità portandomi inevitabilmente alla lettura de La leggenda di Koizumi: un manga dove le tessere del famoso gioco prendono il posto delle più tradizionali arti marziali, e dove le sorti delle nazioni (e più avanti del mondo intero) sono decise attorno ad un tavolo di Mahjong.
Il manga ne ricalca altri più classicamente d'azione (tipo Dragon Ball) con smaccati (e riusciti) intenti parodistici, e sfrutta l'ambientazione contemporanea per non lesinare caustiche caricature satiriche dei principali leader mondiali: da un risibile Kim Jong-il ad un goffo e timido Bush jr sempre protetto da Papa Bush, da un cinico Putin ad un temibile Ratzinger (divenuto papa ovviamente vincendo a Mahjong tutti gli altri cardinali). Nelle migliori tradizioni fantapolitiche, non manca nemmeno il Quarto Reich, stavolta fondato sulla Luna, dove rivivono i presunti scomparsi campioni del Terzo (senza mostrare i segni dell'età avanzata che dovrebbero avere), i loro discendenti, e persino qualche loro ispiratore, come lo zombie Wagner.
Se satira e parodia sono i punti forti di questo manga, che non manca di suscitare qualche risata, è anche vero che l'umorismo è piuttosto settoriale ed a volte un po' tirato per i denti. Raccomandato a chi ama il grottesco ed il ridicolo, decisamente meno a chi preferisce materiale più ricco.
Ci sono film (ma il discorso vale per praticamente ogni opera dell'ingegno, dai libri ai videogiochi) che si contraddistinguono per la loro potenza memetica. Non sono necessariamente eccellenti qualitativamente, non devono neanche necessariamente essere originali (sebbene in genere lo siano): ma hanno un impatto notevole sul modo di pensare, di esprimersi, di vedere le cose di intere generazioni.
È questo il caso di Inception: benché il tema della confusione tra sogno e realtà non sia stato inventato per l'occasione, e benché sia ancora presto per valutare l'impatto memetico del film, sono convinto che la sua trattazione delle scatole cinesi della vita vissuta nel sogno, le discese di livello ed i tempi dilatati, i calci (sic1) ed i totem segneranno la prossima decade quanto gli Smith, i cucchiai inesistenti e gli slo-mo di Matrix hanno segnato il primo decennio di questo millennio, se pure forse non con la durabilità della Forza di Guerre Stellari.
Il film riesce anche ad essere un buon film d'azione, senza tempi morti, senza eccessi di ritmo e senza nulla perdere rinunciando alla proiezione stereoscopica (il famigerato ‘3D’). Ma la cosa più divertente del film (del, non nel) è la controversia del suo finale.
Spoiler Alert!
Per intenderci, la sorpresa del finale di Inception è che non c'è nessuna sorpresa: il film si sviluppa in maniera assolutamente naturale dall'inizio alla fine, concludendosi con il più banale dei finali che ci possa aspettare. Persino l'ultima immagine del totem in rotazione (con il dubbio che si possa non fermare) che ha l'ovvio scopo di suscitare il dubbio nello spettatore è assolutamente inafferente al resto del film: se anche questa fosse solo l'illusione di realtà sognata dal protagonista, egli è comunque ormai definitivamente convinto di vivere nella realtà e tanto basta: come accenna Yusuf quando mostra ai futuri colleghi i sognatori nel suo scantinato, chi siamo noi per decidere?
immagino che sia difficile trovare una traduzione di kick che renda il peso semantico legato ad espressioni idiomatiche tipo kickstart, get a kick out of, etc ↩
This is a pure
CSS challenge:
no javascript,
no extra HTML
We have a container (e.g. an ‘outer’ div) and inside this container we
have N boxes with constrained width (i.e. width or max-width is
specified). We want to lay out the boxes side by side, as many as fit
inside the viewport, and we want the outer container to wrap these boxes
as tightly as possible (considering, of course, all padding and
margins). The container (and thereby the collection of boxes inside it)
should be centered inside the viewport.
The problem here is that we want to lay out the inner boxes (almost)
without taking the outer box into consideration, and the lay out the
outer box as if it had {width: 100%; margin-left: auto; margin-right:
auto}.
A suboptimal solution
There is, in fact, a suboptimal solution for this challenge. The idea is
to fix the container width based on the width necessary to wrap the
actual number of boxes that would fit at a given viewport width, and
then let the box fill the container as appropriate (I prefer a display:
inline-block, without floats, since this spaces out the boxes evenly).
For example, if we know that, considering padding and margins, the
container would have to be large 33em when holding only one box, and
that only one box would fit with a viewport smaller than 66em, and
that only two boxes would fit with a viewport smaller than 98em, etc,
we could use something like the following:
@media (max-width: 98em) {
#content {
width: 66em;
}
}
@media (max-width: 66em) {
#content {
width: 33em;
}
}
The reason why this is a horrible solution. To work perfectly, it requires the following things to be known:
- the number of boxes (one media query for each ‘additional box’ configuration is needed),
- the width of each box (note that the solution works regardless of whether the boxes have the same or different widths, as long as each box width is known, in the order in which they are to be laid out).
The challenge proper
The question is: is it possible to achieve this effect without knowing the number of boxes and without writing an infinite (nor a ‘reasonably high’) number of media queries? Even a solution in the case of fixed, equal-width boxes would be welcome.
In the beginning was HTML, and HTML mixed structure and presentation. And people saw that this was a bad thing, so an effort was made to separate content structure from layout and presentation.
This resulted in the deprecation of all HTML tags and tag attributes whose main or only purpose was to change the presentation of the text, and in the birth of Cascading Style Sheets (CSS), to collect the description of the presentation and layout descriptions.
This was a very good thing. And in fact, CSS succeeded fairly well in achieving the separation of content from styling: it is now possible, using only structural (‘semantic’) HTML and CSS to achieve an impressive richness of colors, font styles and decorations.
However, while one of the purposes of CSS was to get rid of the use of ‘extra’ HTML (infamously, tables, but not just that) to control the layout, i.e. the positioning of elements on the page and with respect to each other, this has been an area where CSS has failed. Miserably.
So miserably, in fact, that sometimes it's not even sufficient to just add extra markup (container elements whose only purpose is to force some layout constraints): it might be necessary to resort to JavaScript just for the sake of obtaining the desired layout. And this, even before taking into consideration the various errors and deficiencies in the CSS implementations of most common layout engines.
I'm going to present here a number of challenges whose main purpose is to highlight limitations in the current CSS specifications: the things I'm going to ask for are going to be hard, if not impossible, to achieve regardless of the quality of the implementation, i.e. even on a layout engine that implemented everything in the current specification, and did it without any bugs whatsoever.
These challenges should be solved using only HTML and CSS, without any hint of JavaScript, and possibly without having to resort to non-structural markup in the HTML.
(Attentive people will notice that some these challenges have a remarkably close affinity with some of the feautres of this wok. This is not by chance, of course: one of the purposes of this wok is to act as my personal HTML testing ground for sophisticated features.)
{ And here, I might add in the future some further considerations and remarks which would not be considered challenges. }
Ho recentemente scoperto la bellezza dell'hand-editing dell'SVG: un po' come lo scrivere a mano l'HTML delle pagine web, ma assai più laborioso e spesso molto meno gratificante, soprattutto se, come nel mio caso, manca un senso estetico di appoggio all'abilità tecnica.
A dirla tutta, scrivere a mano questi verbosi formati di markup è estemamente tedioso, anzi faticoso, e pesa parecchio su polsi e sulle dita. La cosa non dovrebbe sorprendere: sono formati intesi più per la produzione e la consumazione da parte di macchine, che non per la modifica diretta da parte degli esseri umani. (In realtà, il discorso per l'HTML è leggermente più complesso.)
Per di più, scrivere SVG a mano significa fare grafica (SVG, dopo tutto, vuol dire scalable vector graphics) senza vederla. Abituati come siamo ad un mondo ‘punta e clicca’, anche per del semplice testo1, quanto più può sembrare strano, se non assurdo, fare grafica senza (un'interfaccia) grafica?
Ovviamente, l'opportunità o meno di lavorare senza un feedback grafico immediato dipende pesamente dal tipo di grafica che si deve fare (oltre che, ovviamente, dall'attitudine individuale). Per un rapido schizzo estemporaneo un classico programma di grafica (vettoriale) come Inkscape è certamente lo strumento ideale; ma vi sono alcuni casi (che discuteremo a breve) in cui lavorare ‘a mano’ è nettamente superiore.
Beninteso, anche quando si lavora a mano il feedback è necessario, per assicusarsi di aver scritto giusto, per controllare il risultato ed eventualmente migliorarlo; quando lavoro su un SVG, ad esempio, tengo sempre il file aperto anche in una finestra del browser, aggiornandolo quando finisco una iterazione di modifiche.
Quali sono dunque i casi in cui la stesura manuale di un verboso XML è preferibile ad una interfaccia grafica? Le risposte sono due, e benché antipodali sono strettamente legate da due fili conduttori: quello dell'eleganza e quello dell'efficienza.
L'SVG può essere considerato come un linguaggio estremamente sofisticato e complesso per la descrizione di figure in due dimensioni (figure descritte da segmenti, archi di cerchio e cubiche di Bézier), con ricche opzioni stilistiche su come queste figure (descritte geometricamente) devono apparire (colori, frecce, riempimenti).
In effetti, l'SVG è talmente complesso che è ben possibile che i programmi visuali a nostra disposizione semplicemente non supportino l'intera ricchezza espressiva del linguaggio; in tal caso, la possibilità di modificare l'SVG a mano si può rivelare preziosa (il già citato Inkscape, ad esempio, che usa una verione bastarda dell'SVG come formato nativo, permette anche modifiche manuali al codice interno dell'imagine).
Il caso opposto è quello di un disegno estremamente semplice: perché prendersi la briga di aspettare i lunghi minuti che spesso i programmi di grafica impiegano all'avvio, quando un semplice editor di testo può bastare?
Il più grosso vantaggio della codifica manuale rispetto all'uso di un classico programma per la grafica vettoriale è la netta semplificazione del file stesso: anche l'immagine più sempice, infatti, salvata da un programma di grafica, si trova infatti sommersa da una immensa e spesso ingiustifica tonnellata di informazioni supplementari che sono inessenziali, ma che riproducono le strutture di controllo utilizzate internamente dal programma stesso.
Così ad esempio, ho potuto ottenere una versione vettoriale del logo
Grammar Nazi che occupa meno di
metà dello spazio su disco
rispetto a quella a cui è ispirata, senza perdere minimamente né in
qualità né in informazione. Anzi, il mio approccio alla descrizione
della G stilizzata risulta essere ben più comprensibile, essendo
disegnato ‘in piano’ e poi ruotato/
Questo è proprio un altro vantaggio della scrittura manuale rispetto al disegno grafico: la possibilità di esprimere già a livello di codifica la distinzione tra il design della singola componente e le trasformazioni geometriche necessarie per la sua integrazione con il resto del disegno.
Benché questo sia anche una possibilità spesso offerta dai programmi
visuali, l'informazione viene spesso sfruttata sul momento per
deformare/
Scrivere a mano risulta quindi in file non solo più efficienti (cosa che può avere un impatto per l'utente medio, con ridotti tempi di caricamento o meno fatica da parte del computer nella rasterizzazione dell'immagne), ma anche più eleganti: un'esigenza un po' ‘segreta’ (in quanti si ritrovano abitualmente a guardare il codice sorgente di un file, piuttosto che il suo risultato?) e che per l'utente medio in genere non ha impatto (anche se può risultare talvolta opposto a quello dell'efficienza, richiedendo maggiori calcoli in fase di rasterizzazione).
La codifica manuale non è ovviamente la panacea: oltre ad essere (per qualcuno ingiustificatamente) laboriosa, ad esempio, non può sopperire ai limiti intrinseci del formato. L'SVG, ad esempio, manca della capacità di esprimere le dimensioni e le posizioni delle componenti in rapporto l'una all'altra, se non in casi molto semplici e ricorrendo a sofisticati artifici con raggruppament e dimensionamenti fatti con fattori di scala; in più, le costanti numeriche devono essere espresse in forma decimale e quindi, per valori quali π/3 o la sezione aurea, approssimate.
L'SVG, d'altro canto, non è l'unico linguaggio per la grafica vettoriale: programmi come MetaPost ed il suo progenitore MetaFont sono nati come linguaggi di programmazione per la grafica vettoriale, sono stati scritti con un occhio di riguardo per gli aspetti numerici della matematica della grafica vettoriale, e no soffrono dei limiti suenunciati dell'SVG; d'altronde, un paragone diretto tra MetaPost ed SVG è altamente inappropriato, tanto per le rispettive caratteristiche quanto per i rispettivi dominî di applicazione per cui sono stati intesi.
Il MetaFont nasce dalla mente follemente geniale di Donald Ervin Knuth con lo scopo di permette la generazione matematica di famiglie di caratteri per la stampa. I caratteri di un MetaFont sono descritte da cubiche di Bézier opportunamente parametrizzate e combinate, e questo principio (trasformando i caratteri in immagini e l'output rasterizzato in output vettoriale in formato PostScript) sarà pure la componente fondamentale del MetaPost.
MetaFont e MetaPost indicano tanto i programmi in sé quanto il linguaggio di programmazione (molto simile per entrambi) che permette agli utenti di sviluppare famiglie di caratteri o immagini vettoriali, con descrizioni di tipo matematico e relazionale (sono permesse descrizioni del tipo: traccia una curva dall'intersezione di queste altre due curve ai due terzi di quell'altra curva). Un file MetaPost è come il sorgente di un qualunque linguaggio di programmazione, e va compilato per la produzione di una o più immagini.
Per contro, l'SVG nasce come linguaggio di descrizione di immagini vettoriali, ed è mirato (seppur non in maniera esclusiva) alla fruizione del web, includendo pertanto funzionalità come la possibilità di descrivere semplici animazioni, eventualmente controllate mediante intersazione con l'utente.
D'altra parte, l'SVG si integra piuttosto bene con il JavaScript, il linguaggio di programmazione dominante sul web, e grazie a questo può assumere tutta una serie di capacità la cui mancanza lo rende in certi casi inferiore al MetaPost; d'altra parte, trovo personalmente molto fastidioso dover ricorre ad un linguaggio di programmazione ausiliario per la descrizione di immagini statiche.
Se nel MetaPost questo era una necessità legata alla natura intrinseca del programma (compensata dall'immensa flessibilità offerta dalla possibilità di esprimere i tratti salienti di un'immagine in maniera relazionale), la necessità di utilizzare il JavaScript in SVG per raggiungere certi effetti statici continua a pesare come una limitazione dell'SVG stesso.
Si potrebbe suppore che se non avessi avuto una precedente esperienza con la potente flessibilità del MetaPost, non avrei mai sentito i limiti dell'SVG come tali. Ne dubito: avrei comunque molto rapidamente trovato frustrante l'impossibilità di usare quantità numeriche ‘esatte’ lasciando al computer il compito di interpolare, avrei comunque sentito fortemente la mancaza di esprimere come tali le relazioni tra componenti diverse di un'immagine.
Piuttosto, quello che penso potrebbe essere un interessante compromesso è qualcosa di simile al Markdown (che permette di scrivere documenti HTML quasi come se fosse del testo semplice) per l'SVG. Se il MetaPost stesso si pensa sia troppo complicato, si potrebbe cominciare da qualcosa di più semplice, come Eukleides (pacchetto attualmente specializzato per la geometria).
Ovviamente, è importante che gli SVG prodotti da questi programmi siano quanto più minimalistici possibile, e quindi che in qualche modo riflettano, nel prodotto finale, quello spirito di eleganza, semplicità ed efficienza che caratterizza la codifica a mano rispetto all'uso di un'interfaccia grafica. E come il Markdown, dovrebbe permettere l'inserimento di codice SVG ‘nudo’. Quasi quasi mi ci metto.
una nozione che io trovo raccapricciante: trovo faticoso già solo guardare la gente che stacca le mani dalla tastiera per selezionare del testo con il mouse, per poi andare a cliccare su un bottone per l'apposita funzione d'interesse (grassetto, corsivo, cancella, copia, whatever). ↩
RCS is one of the oldest, if not the oldest, revision control systems (in fact, that's exactly what the name stands for). It may seem incredible, but there's still software around whose history is kept under RCS or a derivative thereof (even without counting CVS in this family).
Despite its age and its distinctive lack of many if not most of the features found in more modern revision control systems, RCS can still be considered a valid piece of software for simple maintenance requirements, such as single-file editing for a single user: even I, despite my strong passion for git, have found myself learning RCS, not earlier than 2010, for such menial tasks.
In fact, the clumsiness of RCS usage when coming from a sophisticate version control software like git was exactly what prompted me to develop zit, the single-file wrapper for git. And so I found myself with the need to convert my (usually brief, single-file) RCS histories to git/zit.
I was not exactly surprised by the lack of a tool ready for the job:
after all, how many people could have needed such a thing? Most
large-scale project had already migrated time to some other system (even
if just CVS) for which even quite sophisticated tools to convert to git
exist. So I set down to write the RCS/git conversion tool myself: I
studied the RCS file format as well as the git fast-import protocol,
and sketched in a relatively short time the first draft of
rcs-fast-export, whose development can be followed from its
git repository.
The first release of the software was quite simple, supporting only linear histories for single files (after all, that was exactly what I needed), but I nevertheless decided to publish my work; who knows, someone else in the internet could have had some need for it.
In fact, what has been surprising so far to me has been the number of
people that have had need for this small piece of software. Since the
public release of the software, I've been contacted by some five or six
different people (among which the most notable is maybe ESR) for
suggestions/
In the current situation it can handle files with branched histories as well as multi-file projects with a linear history. It does not, however, currently support multi-file histories with branching, which is, unsurprisingly, the “most requested” feature at present times.
Come ho già detto, l'N900 è un gran bel telefonino, la cui esperienza d'uso è però intralciata da qualche piccolo difetto di funzionamento. Il più strano è forse il problema del sensore di prossimità.
Per evitare che durante una chiamata il contatto con il viso o qualche mossa azzardata della mano possa chiudere le chiamate o caricare programmi non desiderati, il programma di telefonia legge il sensore di prossimità e blocca il telefonino se il sensore è chiuso.
Il sensore funziona ad infrarossi: è quindi accoppiato ad un LED a luce infrarossa che, se riflessa ad esempio dal viso dell'utente, torna al sensore invece di disperdersi nell'ambiente.
Cosa succede se nell'ambiente c'è un'altra sorgente di luce infrarossa sulle stesse frequenze del sensore? Il sensore ‘pensa’ di essere ostruito anche quando è libero; è quindi necessario che il sensore sia regolato per accettare interferenze ‘tipiche’ da sorgenti esterne.
Sorgenti tipo il Sole.
Solo che la quantità di luce (infrarossa) solare disponibile in zone come, che so, la Sicilia non è esattamente la stessa di zone come, che so, la Finlandia. Indovinate dove è stato tarato il sensore? (Suggerimento: di che nazionalità è la Nokia?)
(Davvero, per far funzionare il sensore correttamente basta ostruirlo parzialmente in modo da ridurre l'interferenza da luce solare.)
Un paio d'anni fa —quando l'iPhone ormai spopolava tra i fighettini ed il concetto di smartphone si era abbondatemente esteso oltre quello di semplice Personal Digital Assistant con telefonino incluso, creando un nuovo mercato che andava ben oltre l'aspirante manager ed il suo Palm (prima) o il suo BlackBerry (dopo)— la Nokia, il cui Symbian era il sistema operativo mobile più diffuso (coprendo una gamma di prodotti che andava dai cellulari da Dash ai più sofisticati communicators), fece uscire un prodotto che per la prima volta in vita mia mi fece seriamente prendere in considerazione l'idea di prendere uno smartphone di fascia alta.
Il prodotto in questione era l'N900, uscito sul finire del 2009. L'unica cosa che allora mi trattenne dal prenderne possesso fu il prezzo, che si aggirava sui 600€ (un prezzo in realtà non inusuale per la classe dell'apparecchio, ma che ad esempio la Apple nascondeva dietro ‘offerte’ con contratti inestinguibili legati a questo o quel fornitore di connettività). Potete immaginare la mia sensazione di invidia quando ho scoperto che ad un corso libero tenuto all'università davano proprio questo modello —gratis— agli studenti (ingegneria informatica).
Qualche mese fa, approfittando della ‘zona compleanno’ e di una proposta via internet, ho deciso di prenderne uno di seconda mano ad un terzo del prezzo, ed ho finalmente avuto modo di giocarci a mio piacimento. Ed in breve posso dire che è stata forse la spesa (personale) più soddisfacente degli ultimi anni.
L'N900 si posiziona in evidente competizione con l'iPhone 3GS, uscito pochi mesi prima, con una interessante combinazione di pro e contro; una sintesi delle differenze si può trovare su questa pagina.
In realtà, l'unico ‘contro’ dell'N900 rispetto al concorrente Apple è nel touchscreen, resistivo nel Nokia (già questo ad alcuni può dare fastidio), ma soprattutto incapace di tracciare più dita, rendendo quindi impossibili i famosi gesti di pizzico e distensione per lo zoom. Per il resto, il Nokia vince praticamente su tutto, tranne lo spessore (un 60% in più, non tutto dovuto alla tastiera fisica scorrevole, che è uno dei punti di forza dell'N900): il display del Nokia ha una risoluzione quasi doppia, il Nokia ha sia una fotocamera posteriore (con flash e autofocus, ed una risoluzione superire a quella dell'iPhone) sia una anteriore (bassa risoluzione, per le videochiamate), il display del Nokia può essere usato sia con le dita sia con un pennino (incluso), il Nokia ha un ricevitore ed un trasmettitore FM (anche se, chi usa ancora le vecchie radio?), il Nokia ha una tastiera fisica (già detto), il Nokia ha un lettore per schede MicroSD, il Nokia ha la batteria sostituibile, il Nokia ha un'uscita video standard ed il cavo per la connessione ai televisori è incluso.
Infine, il Nokia ha Linux: non una macchina virtuale semi-proprietaria come il Dalvik di Android (su kernel Linux), non una variante proprietaria (iOS) del kernel open-source BSD dei telefoni Apple, ma una distribuzione Linux ad-hoc (Maemo) costituita quasi per intero da software open source.
Da quando sono entrato in possesso di questo giocattolino l'ho usato per un'infinità di cose: giocare, leggere libri e fumetti, scattare foto, girare filmati, amministrare il mio server, ascoltare musica, leggere e scrivere email, chattare e parlare via Skype e Google Talk. In sostanza l'unica cosa per cui non l'ho usato è stato telefonare, e questo principalmente perché non ho ancora trovato una SIM con buone tariffe per internet.
Molte delle cose per cui ho usato ed uso il telefonino hanno richiesto l'installazione di nuovi programmi; e benché sia disponibile un OVI store, io ho potuto trovare tutto quello che mi serviva nei repository ufficiali (dopo tutto si tratta sempre di una distribuzione Linux completa e basata su Debian). In sostanza, non ho dovuto spendere un centesimo più del costo del telefonino.
Non si può dire che l'N900 fosse perfetto: nell'uso quotidiano si possono riscontrare facilmente problemi anche molto fastidiosi che vanno da un'antenna non eccellente a qualche problema con il sensore di prossimità. Eppure, non sono certo stati questi a decretare il profondo insuccesso del tentativo della Nokia di entrare nel gioco degli smartphone di nuova generazione.
La Nokia, piuttosto, ha di fatto messo in atto un vero e proprio suicidio. L'N900, che altro non era che il primo passo verso un mercato in cui la Nokia stava entrando già con un notevole ritardo, è diventato invece, purtroppo, l'apice degli smartphone Nokia.
La strategia da seguire dopo l'uscita dell'N900 sarebbe dovuta essere focalizzata sul raffinamento ed il miglioramento del tipo di piattaforma già sperimentata con l'N900 ed il suo Maemo 5, per produrre nel minor tempo possibile un successore che ponesse rimedio ai limiti hardware e software del primo vero smartphone Nokia.
Dal lato hardware non c'era nemmeno nemmeno molto da fare: aggiungere funzionalità multi-touch al display, migliorare l'antenna interna e risolvere i problemi del sensore di prossimità sarebbero dovuti essere gli obiettivi principali. In nuove generazioni hardware, processori più potenti, batterie più capiente ed un design magari più sottile avrebbero reso insuperabili i successori dell'N900.
Ma è soprattutto sul lato software che la Nokia è caduta nel più infantile degli errori: ripartire da zero, proponendo una piattaforma completamente nuova, MeeGo, nata in teoria dalla fusione di Maemo con il Moblin della Intel: in sostanza, una terza alternativa ai due sistemi esistenti, da riprogettare dall'inizio e con la conseguente, inevitabile dilatazione dei tempi di uscita dei nuovi prodotti in un mercato che non aveva certo voglia di aspettare la Nokia.
A metà del 2010 la Nokia si trovava quindi con progetti interessanti cominciati (ma non finiti) tra le mani, il più importante dei quali l'acquisizione della Trolltech e per conseguenza il controllo sulle Qt, la più importante interfacce multipiattaforma in circolazione, e potenzialmente il punto d'incontro tra i mai nati Maemo 6 e Symbian4. Nello stesso periodo, l'azienda sforna qualche altro timido tentativo di smartphone basato sull'ormai moribondo Symbian, e l'unica nota veramente positiva dell'anno è la pubblicazione di una serie di aggiornamenti software che rendono l'N900, nei limiti imposti da un hardware dell'anno precedente, l'ottimo smartphone che mi ritrovo ora tra le mani.
Si sarebbe dovuto aspettare il 2011 per vedere i frutti dei nuovi progetti del 2010 —ed è infatti solo a giugno del 2011 che la Nokia renderà disponibile due nuovi modelli (N950 ed N9) ed il nuovo sistema operativo (Harmattan, il raccordo tra Maemo e Meego) che potrebbero farla tornare ad essere rilevante nel mercato degli smartphone.
Purtroppo, però, la latenza introdotta dalla reinvenzione di Maemo in MeeGo ed il crollo delle vendite dei prodotti Symbian portano alla decisione di un cambiamento di gestione a livello aziendale, e nel settembre 2010 l'allora CEO della Nokia viene sostituito da Stephen Elop, ex-direttore della divisione business della Microsoft (sostanzialmente, il responsabile di Microsoft Office per la release del 2010), che decide di cambiare rotta di nuovo: per sfondare nel mondo degli smartphone, secondo Elop, la Nokia dovrà appoggiarsi al più irrilevante dei sistemi operativi per smartphone, Windows Phone (precedentemente noto come Windows Mobile) della Microsoft.
Purtroppo per Elop, a fine 2010 la Nokia ha già in cantiere i successori dell'N900, e dopo la grande attesa che si è creata nel corso dell'anno per questi nuovi modelli, è impossibile impedirne l'uscita. La strategia adottata diventa quindi quella di renderli irrilevanti, distruggendo così la possibilità di una seria competizione con i nuovi modelli di iPhone della Apple, il principale singolo avversario contro cui la Nokia deve combattere.
L'N950 (il vero successore dell'N900) viene quindi rilasciato solo come developer preview per l'N9: non viene messo in vendita, ma viene reso disponibile solo a sviluppatori, attraverso strani procedimenti di selezione; la scelta è peraltro profondamente discutibile, poiché i due modelli hanno hardware abbastanza diverso (ad esempio, l'N950 ha una tastiera fisica, l'N9 no).
Per completare il suicidio, l'N9 viene reso disponibile solo su alcuni mercati (Finlandia, Hong Kong, Svizzera, India), e negato al resto del mondo. Tutto questo viene accompagnato da una gran fanfara per pubblicizzare l'uscita dei Lumia, i primi cellulari Nokia con il nuovo sistema operativo Microsoft.
Nonostante questi goffi e disperati tentativi di soffocare l'alternativa alla Microsoft, l'erede dell'N900 è talmente ambìto che varî rivenditori online rendono l'N9 disponibile anche su mercati (come quello italiano) che la Nokia aveva invece escluso. Persino altri modelli basati sull'ormai moribondo Symbian continuano a vendere più dei Lumia.
Se il CEO della Nokia non fosse stato un ‘cavallo di Troia’ mandato dalla Microsoft, la scelta da seguire per la Nokia sarebbe stata ovvia. Purtroppo, invece, ci ritroviamo in una situazione in cui a perdere sono sia la Nokia (che continua a perdere mercato ad un ritmo incredibile) sia gli utenti, che si ritrovano infine senza un degno successore per l'N900, quell'ottima combinazione di hardware Nokia (da sempre superiore alla concorrenza) e software di qualità che ne avrebbero potuto decretare il successo.
Verrebbe voglia di metter su un'azienda per costruire un clone dell'N950 e del suo compagno senza tastiera, per proseguire sulla strada che la Nokia ha scelto di abbandonare.
Breve storia della socialità su Internet
Rispetto ad altre forme di comunicazione di massa, Internet si è sempre contraddistinta per la sua natura “da molti a molti”: sia in forma sincrona (IRC) sia asincrona (mailing list, newsgroup, forum) Internet ha sempre offerto la possibilità a tutti di raggiungere tutti. Fino ai tardi anni '90, per la maggior parte degli utenti questa possibilità era offerta in contesti che avevano molto della piazza e poco dell'individuale: pochi potevano permettersi una presenza fissa su internet con siti personali.
A cambiare questo sono stati la nascita dei blog (pagine personali in forma diaristica), il passaggio dalla loro cura manuale allo sviluppo di strumenti più o meno automatici per la loro gestione, ed infine il diffondersi di piattaforme che offrivano ‘a chiunque’ la possibilità di (ed in particolare lo spazio web necessario per) tenerne uno (LiveJournal, Blogger, i nazionali Splinder o ilCannocchiale, ed infine l'attualmente famosissimo WordPress).
Si avvia così un processo di individualizzazione di Internet, in cui il singolo assume (per il soggetto stesso) un peso sempre maggiore e le comunità cominciano a disgregarsi. Ai blog si affiancano siti in cui la pubblicazione e la condivisione del proprio (in forme non solo o non prevalentemente testuali) è il punto centrale: disegni (DeviantART), foto (Flickr, Zooomr), filmati (YouTube, Vimeo).
Per il singolo diventa sempre più facile pubblicarsi, ma sempre più difficile trovare e farsi trovare: il ruolo un tempo assunto principalmente dalle comunità che si aggrega(va)no in luoghi virtuali ben definiti (canali IRC a tema, gruppi specifici nell'immensa gerarchia dei newsgroup) viene progressivamente sostituito, in maniera oltremodo inefficiente, dalla rete di conoscenze (reali o virtuali).
L'apice di questo processo è la nascita dei cosiddetti social network, siti la cui spina dorsale non è più composta dai contenuti, bensì dai membri e dai modi in cui questi sono legati tra loro, invertendo così il rapporto tra utenti e contenuti che invece domina i servizi precedentemente menzionati.
Social network ed altre piattaforme
I social network non sono monchi della possibilità di pubblicare contenuti; anzi, un punto di forza su cui fanno leva per attirare utenti è la facilità con cui ‘tutto’ (testi, foto, video) può essere messo online, e soprattutto condiviso. Le possibilità offerte per la pubblicazione dei contenuti sono spesso di qualità nettamente inferiore a quelle offerte da piattaforme dedicate, ma sono per lo più sufficientemente buone (e soprattutto semplici) per l'utenza obiettivo preferenziale di questi servizi, con in più la comodità della centralizzazione.
Il social network si propaga facendo leva sulla natura sociale dell'animale umano, e la possibilità di condividere è lo strumento principale della nuova socialità virtuale. Così il social network diffonde la propria presenza oltre i limiti del proprio sito, e diventa lo strumento principale di diffusione anche di contenuti esterni. Prima dell'avvento dei social network, per un sito era importante essere ben indicizzato da un buon motore di ricerca; dopo l'avvento dei social network, per un sito diventa importante poter essere condiviso sui social network.
Ma la principale caratteristica che differenzia il social network dalle altre piattaforme è l'inversione dei rapporti tra utenti, prodotti, servizi e clienti. Mentre le altre piattaforme offrono servizi ai propri utenti, che sono anche i clienti, nei social network i servizi offerti pubblicamente sono solo un'esca per attirare utenti, le cui reti di connessioni ed i cui contenuti condivisi sono il prodotto da vendere ai clienti (principalmente, agenzie di pubblicità).
Il sottoscritto nella rete sociale
Già prima dell'avvento dei social network, i molti passaggi dell'evoluzione delle forme principali di interazione su Internet mi hanno lasciato molto tiepido. Non essendo quello che si definirebbe un early adopter, sono arrivato tardi su IRC (su cui permango tuttora), sui newsgroup e sulle mailing list (tra i quali rimango, e solo molto moderatamente attivo, solo su alcuni gruppi di interesse tecnico molto specifico), sui forum (che ho smesso quasi interamente di seguire). Ho aperto tardi un blog, e la mia presenza sui social network è pressoché inesistente.
Ogni approccio ad una nuova forma di interazione ha avuto origini e motivazioni ben precisi: persino i primi accessi ad internet (ben prima dell'arrivo della banda larga, quando ci si collegava a 56k —se andava bene— bloccando l'uso del telefono) furono motivati (ricordo che la prima connessione, usando uno di quei floppy di ‘prova internet per 15 giorni’, la feci per cercare un walkthrough per Myst, e stiamo quindi parlando dei primi anni '90).
I social network, invece, sfuggono tuttora al mio interesse: vuoi per la
mia natura asociale (pardon: ‘selettiva’), vuoi per la mia totale
estraneità (non priva di un certo disgusto) a quel vacuo entusiasmo per
il numero di amici ed a quella passione quasi ossessivo-
Eccezionale veramente
Non nego tuttavia che alcuni aspetti del social networking possono essere utili, in determinati contesti o in particolari forme.
In ambito lavorativo, ad esempio, il ‘grafo sociale’ di un individuo, le persone che conosce (ed il suo giudizio su di loro) e quelle che lo conoscono (ed il loro giudizio su di lui) hanno spesso un'importanza non inferiore a quella delle qualifiche dell'individuo stesso (soprattutto quando il lavoro scarseggia e per qualità e per quantità).
Con quest'ottica mi sono iscritto a LinkedIn, social network incentrato sul lavoro, i cui utenti sono definiti dalla professione, dall'azienda per cui lavorano e da quelle per cui hanno lavorato, dall'istruzione che hanno ricevuto. Uno scarno profilo ed una curata selezione di contatti costituiscono la mia ‘partecipazione’ al social network.
FriendFeed
L'altro aspetto che può rivelarsi utile dei social network è la centralità, ma piuttosto che incarnata in un ‘luogo unico’ per la pubblicazione dei contenuti, una centralità vista come punto di raccolta di contenuti pubblicati altrove.
Prima dei social network, lo strumento più comodo per seguire gli aggiornamenti di contenuti dei vari blog, siti di fotografia e quant'altro era l'utilizzo dei famosi feed; se della stessa persone si seguiva il blog, i video su YouTube, le foto su FlickR e quant'altro, ci si iscriveva a ciascuno dei feed separatamente. In questo, almeno una centralizzazione dei feed di tutti gli account sparsi per l'Internet avrebbe fatto comodo.
Ed è proprio su questo che ha puntato FriendFeed, ed è stato proprio questa sua principale caratteristica di aggregatore di contenuti, contenuti per i quali la scelta della piattaforma di appoggio rimane in mano agli utenti, che mi ha attirato.
Il profilo dell'utente FriendFeed è composto sostanzialmente dall'elenco dei feed che il social network si prenderà cura di controllare e raggruppare, per diffonderli poi automaticamente ai seguaci, ovvero a coloro che sono ‘iscritti’ all'account dell'utente. Per chi seguisse gente non iscritta a FriendFeed, questo social network permette anche la creazione di ‘amici immaginari’: nuovamente, nient'altro che elenchi di feed esterni raccolti a rappresentare un'unica persona virtuale.
Il punto chiave in tutto ciò è che FriendFeed non controlla i contenuti, ma aiuta molto a gestirli. D'altronde, non tutti i suoi utenti la vedono così, e non sono in pochi ad usare FriendFeed scrivendo messaggi e caricando foto direttamente sul social network.
La storia evolutiva di FriendFeed è stata intensa quanto breve, e si è conclusa con il suo acquisto, nel giro di meno di due anni, da parte di Facebook, mossa che per quanto favorevole agli sviluppatori di FriendFeed ha sostanzialmente sospeso, a tempo indeterminato, ogni speranza di sviluppo delle sue funzioni.
Così, ad esempio, difficilmente verrà aggiunto a FriendFeed il supporto per nuovi servizi e nuove piattaforme; difficilmente verrà migliorata la gestione della privacy, limitata alla possibilità di rendere privato il proprio account, senza ad esempio un'integrazione con la capacità di raggruppare gli amici in liste; difficilmente verrà migliorata la gestione dei gruppi, aggiungendo ad esempio la possibilità di pubblicare alcuni servizi direttamente su gruppi specifici.
Se l'approccio di FriendFeed ad una rete sociale rimane, a mio parere, il più intelligente e corretto, esso non sembra convincere coloro che invece vedono in quello tradizionale il modo migliore per sfruttare la ‘risorsa utente’. Così Google, nel suo ennesimo approccio al social network, dopo il fallimento di Wave e Buzz, opta per la strategià ‘à la Facebook’ in Google+: ed è questo, a mio parere, il grande errore di questo gigante della Rete che su altri fronti ha avuto invece tanti successi.
L'unica novità che Google+ offre in più rispetto a Facebook è infatti la gestione delle cerchie, e benché sia sorprendente che sulla rete sociale ci sia voluto tanto perché la distinzione tra gruppi di contatti molto diversi da loro fosse così ben integrata con il resto della piattaforma, non potrà mai essere questa la killer feature con cui Google+ potrà diventare per Facebook quello che Facebook è stato per MySpace.
Nel mio mondo ideal
{ Come progetterei io un social network. }
Si può? È una domanda che dovrebbe venire spontanea a tutti quelli che continuamente si trovano ad affrontare virus, malfunzionamenti, appesantimenti ingiustificati del computer e quant'altro.
Invece, purtroppo con poca sorpresa, si scopre che la gente, principalmente per ignoranza, spesso anche per abitudine, e certamente anche per quella forma di conformistica pigrizia che ci fa preferire affrontare i problemi affrontati dalla maggioranza degli altri ai passi in più da compiere per averne molti meno ma diversi, la maggior parte della gente preferisce seguire la propaganda che vede in Windows il sistema “per tutti”, distinguendolo dallo chic alternativo della Apple e dal radical-comunista (e poco conosciuto) Linux.
Se però ci si pone davanti alla questione, la risposta (naturale quanto ovvia) è “dipende”. Dipende dal computer, dal tipo di uso che se ne fa, ed infine dal grado di interoperabilità richiesto con altri (e quindi, in definitiva, dai programmi che si intende usare).
Hardware
Dal punto di vista hardware, il problema, sempre meno frequente, è legato alla possibilità del sistema operativo di farne uso; se i produttori, per ovvie ragioni di mercato, hanno sempre fornito dischi di installazione con i driver per Windows del loro hardware, la situazione con Linux non è sempre così sorridente: si va dall'hardware con un supporto completo che in alcuni casi supera persino in qualità quello per Windows, ad hardware di cui si è fortunati se si riesce a far sapere al sistema operativo che quel particolare pezzo è presente, passando per tutta la possibile gamma di varianti.
La situazione è in realtà sempre meno tragica, ed ormai è alquanto raro trovare hardware che sia completamente non supportato: allo stato attuale, credo che i lettori di impronte digitali siano grossomodo l'unica classe di hardware quasi totalmente inutilizzabile. Più spesso capita che al momento dell'uscita di un nuovo modello questo non sia immediatamente supportato (ho avuto un'esperienza negativa in tal senso con la tavoletta grafica Wacom Bamboo Pen&Touch, che però adesso uso senza problemi), o che alcune funzioni avanzate non siano configurabili con l'immediatezza delle interfacce "a prova di idioti" che spesso si trovano in Windows (stesso esempio della Wacom, per le funzioni multi-touch).
Ovviamente, il livello di supporto per le componenti e le periferiche dei computer è molto legato alla disponibilità del produttore a cooperare con il mondo Linux. Si riscontrano classicamente quattro livelli:
- produttori che contribuiscono attivamente al supporto con driver e strumenti open source (esempi: Intel, HP),
- produttori che contribuiscono attivamente al supporto con driver e strumenti proprietari (esempio: ATI, NVIDIA, Broadcom),
- produttori che forniscono le specifiche dell'hardware, e quindi rendendo possibile la scrittura di driver e strumenti open source, ma non contribuiscono attivamente con codice di alcun tipo (esempi: ACECAD, Wacom),
- produttori il cui hardware è supportato solo grazie al paziente lavoro di reverse-engineering di gente senza alcun legame con la casa produttrice (esempi: troppi).
Per potersi lasciare alle spalle Linux è quindi opportuno diventare un po' più oculati nelle scelte, a meno di non avere interessi smanettoni. Per fortuna, è sempre più difficile trovare cose che non funzionino “out of the box”, ed ancora più difficile trovare cose che non si possano fare funzionare con un attimo di pazienza e qualche rapida ricerca su internet.
Software
L'uso più diffuso dei computer è dato (oggigiorno) probabilmente dalla navigazione in internet, seguita a ruota dall'uso di una suite per ufficio, o quanto meno del suo elaboratore testi (leggi: Word di Microsoft Office). Segue poi un po' di multimedialità, forse ascoltare musica e magari vedere qualche film, con utenze più smaliziate a cui interessa organizzare le proprie foto o i propri video (dal saggio di danza della figlia undicenne agli atti impuri con la compagna).
La scelta dell'applicazione per ciascun uso è, nuovamente, per lo più dettato dall'ignoranza: non sono pochi coloro per cui “la e blu sullo schermo” è internet (quando va bene) o Facebook (la parte di internet con cui si interfacciano il 96% del tempo, il restante 4% essendo YouTube, a cui magari arrivano da Facebook). Forse in questo caso non è proprio opportuno parlare di ‘scelta’.
Saltando la solita questione dell'inerzia (“sul computer c'è questo preinstallato, quindi uso questo”) un altro fattore determinante è l'interoperabilità, intesa specificamente in riferimento alla necessità di scambiare dati con altre persone. Se dalla monocultura web siamo finalmente usciti e sono ormai pochissimi i siti non correttamente fruibili senza Internet Explorer, per documenti di testo e fogli elettronici si continua a dipendere pesantemente dai formati stabiliti dalla suite per ufficio della Microsoft, nonostante per un accesso completo a questi documenti sia necessaria la suite stessa1.
La cosa è un po' paradossale, perché se davvero si puntasse all'interoperabilità ci si dovrebbe rivolgere a qualcosa di più universalmente disponibile, e quindi ad applicativi e formati che non siano legati ad uno specifico sistema operativo. Ma nuovamente l'inerzia e la necessità di compatibilità all'indietro con anni di monocultura (e la relativa legacy di documenti in quei formati) rendono difficile la transizione a soluzioni più sensate.
Cosa usare, e come
Per facilitare la transizione da Windows ad un altro sistema operativo, è meglio cominciare ad usare già in Windows stesso le stesse applicazioni che ci si troverebbe ad usare ‘dall'altra parte’. Prima di buttarsi a capofitto nell'ultima Ubuntu, ad esempio, è meglio rimanere nell'ambiente che ci è familiare (Windows), abbandonando però il nostro Internet Explorer (per chi lo usasse ancora), il nostro Microsoft Office, etc, per prendere dimestichezza con programmi equivalenti che siano disponibili anche sulle altre piattaforme. Questo spesso vuol dire rivolgersi al software open source, ma non sempre.
Si usi quindi ad esempio un browser come Opera, Firefox o Chrome per navigare in internet. Si usi lo stesso Opera di cui sopra o Thunderbird per gestire la posta. Gimp non sarà Photoshop, ma è un buon punto di partenza per il fotoritocco, ed Inkscape dà tranquillamente punti a Corel Draw se non ad Indesign. Come suite per ufficio LibreOffice (derivata dalla più nota OpenOffice.org) è una validissima alternativa al Microsoft Office, salvo casi particolari. DigiKam è eccellente per gestire le proprie foto (anche se forse non banale da installare in Windows; un'alternativa potrebbe essere Picasa, utilizzabile in Linux tramite Wine), VLC è un po' il media player universale, e così via.
Dopo tutto, le applicazioni sono ciò con cui ci si interfaccia più spesso, molto più che non il sottostante sistema operativo, usato per lo più per lanciare le applicazioni stesse ed eventualmente per un minimo di gestione (copia dei file, stampa).
Una volta presa dimestichezza con i nuovi programmi, la transizione al nuovo sistema operativo sarà molto più leggera, grazie anche agli enormi sforzi fatti negli ultimi anni (principalmente sotto la spinta di Ubuntu) per rendere Linux più accessibile all'utonto2 medio.
Ma a me serve …
Ci sono casi in cui non si può fare a meno di utilizzare uno specifico programma, vuoi perché in Linux non è disponibile un'alternativa, vuoi perché le alternative esistenti non sono sufficientemente valide (ad esempio non leggono correttamente i documenti su cui si sta lavorando, o mancano di funzioni essenziali).
La soluzione migliore, in tal caso, è offerta dalla virtualizzazione, alternativa più efficiente, su macchine recenti, al dual boot. Mentre con il secondo approccio si tengono sulla stessa macchina i due sistemi operativi, scegliendo quale utilizzare a ciascun avvio ed essendo eventualmente costretti a riavviare qualora si volesse anche solo temporaneamente utilizzare l'altro, la virtualizzazione consiste nell'assegnazione di risorse (memoria, CPU, un pezzo di disco) ad un computer appunto virtuale, emulato internamente dall'altro.
In tal modo, utilizzando Linux come sistema operativo principale, si può ‘accendere’ la macchina virtuale, avviando Windows in una finestra a sé stante che non interferisca con il resto del computer se non nelle forme imposte dalla virtualizzazione stessa.
Successi virtuali
Ho sperimentato personalmente e con successo questa situazione, che mi è tornata utile in almeno due momenti: la necessità di utilizzare Microsoft Office per la rendicontazione di un progetto che doveva seguire un ben preciso modello costruito in Excel, con tanto di macro ed altre funzioni per le quali l'OpenOffice.org di allora non forniva sufficiente compatibilità, e più recentemente per recuperare rubrica e messaggi dal mio cellulare non proprio defunto ma nemmeno proprio funzionante.
Ma il mio più grande successo in tal senso è stato un ingegnere incallito che usa per lavoro i computer dai tempi in cui 64K erano un lusso e doveva attendere la notte per poter utilizzare tutti e 256 i kilobyte di una macchina normalmente segmentata per il timesharing. Stiamo parlando di un uomo che è passato al Lotus 1-2-3 quando dal VisiCalc non si poteva più spremere una goccia, per poi restare con il QuattroPro sotto DOS finché i problemi di compatibilità non hanno superato i benefici dell'abitudine, e che ha riformattato il computer nuovo per poter rimettere Excel 95 su Windows XP per limitare al minimo indispensabile i cambiamenti rispetto alla sua macchina precedente.
Stiamo parlando di un uomo che si è convinto a mettere Linux solo dopo la terza irrecuperabile morte del suddetto Windows XP ed il mio ormai totale e definitivo (nonché abbastanza incazzato) rifiuto ad offrirgli il benché minimo aiuto per qualunque tipo di problemi gli si dovesse presentare con la sua beneamata configurazione. (E sinceramente non ne potevo più di sentirmi raccontare ogni volta di come Windows crashava, di come Excel rifiutava di salvare, di come questo, di come quest'altro.) Un uomo che si è convinto soltanto a condizione che (1) potessi trovargli sotto Linux qualcosa che potesse sostituire in maniera integrale le sue due uniche grosse applicazioni (Excel ed AutoCAD) senza fargli perdere alcunché del lavoro svolto fino ad allora e (2) gli offrissi aiuto ogni volta che avesse problemi con il nuovo sistema operativo.
Avendo già aiutato altre persone nella migrazione, il secondo punto non era affatto un problema: chi mi conosce sa bene che non mi sono mai rifiutato di aiutare gente che avesse problemi con il computer, ma ho recentemente maturato la decisione di rifiutare categoricamente aiuto a chi avesse problemi con Windows, con lo specifico obiettivo di far notare che il sistema operativo in questione non è affatto più ‘amichevole’ nei confronti dell'utente.
Per il primo punto, il problema è stato maggiore: anche l'ultima versione di LibreOffice continua ad avere problemi con i complicatissimi fogli Excel di mio padre, e nessun CAD disponibile per Linux regge minimamente il confronto con AutoCAD.
La virtualizzazione è quindi stata la soluzione da me proposta: una installazione pulita di Windows XP con solo i programmi in questione, in una macchina virtuale gestita da Linux; dati salvati in Linux su una directory accessibile come disco di rete dalla macchina virtuale; copia di riserva della macchina virtuale, con cui sovrascrivere quella in uso in caso si sviluppino problemi.
Fortunatamente, il supporto hardware per la virtualizzazione sul suo computer si è rivelato sufficiente ad un comodo utilizzo quotidiano. Sfortunatamente, l'ingegnere in questione non riesce a trovare la pazienza di imparare gli equivalenti in Linux di quell'infinità di piccoli programmini che era solito utilizzare sotto Windows, quindi l'installazione pulita si sporca poco dopo il ripristino, e Linux viene usato quasi principalmente per la navigazione in internet (tramite Firefox).
La situazione è però alquanto soddisfacente, con l'unico neo di non poter usufruire della complessa interfaccia basata su Silverlight che i siti RAI offrono per la visualizzazione delle trasmissioni (in particolare AnnoZero). Di Silverlight, tecnologia della Microsoft, esiste una parziale implementazione in Linux tramite Moonlight, ma a quanto pare il plugin permette solo la visualizzazione della pubblicità, mentre la trasmissione vera e propria rimane inaccessibile.
Anche senza tener conto del fatto che la stessa Microsoft sta pensando di abbandonare .NET e l'associato Silverlight per la prossima versione di Windows, la scelta della RAI (o di chi per lei; a chi è stato appaltato il lavoro della piattaforma web multimediale della RAI? Telecom? ) puzza da lontano di quel tipo di scelte che hanno favorito, nei lontani anni '90, la nascita di quella monocultura web dei danni della quale ho già parlato.
Fuga dalle monoculture
Comincia ora a vedersi la possibilità di un'emersione dalla monocultura Windows, con il diffondersi dei Mac dal lato trendy (e con un pericoloso rischio di sviluppo di una nuova monocultura che si sostituisca a quella esistente), e di Linux dall'altro. C'è da sperare che le quote di ciascun sistema raggiungano livelli tali da risanare l'ecosistema senza rischiare nuove degenerazioni. Fino ad allora, ci sarà sempre un po' di corrente contraria da affrontare, ma nulla di impossibile.
In questo ha sicuramente aiutato molto, come ho già detto, Ubuntu. Ultimamente, però, le nuove uscite sono state significativamente meno attraenti delle precedenti: tra una deriva ‘alla Apple’ dal punto di vista stilistico e funzionale ed alcune scelte troppo sperimentali per una piattaforma che si pone e propone come pronta per gli utonti, consiglio caldamente di permanere saldi sulla 10.04, attendendo con un po' di pazienza il decadere dell'attitudine ‘giocattolosa’ con cui Shuttleworth sta ultimamente gestendo Ubuntu, o magari l'emersione di una nuova alternativa un po' meno ‘coraggiosa’.
Le alternative a Windows ormai ci sono, e sono valide. Ma soprattutto, per fortuna, se ne stanno accorgendo tutti, indicando il superamento dell'ostacolo più grosso a qualunque progresso: il cambiamento di atteggiamento, di mentalità diffusa.
non si tratta di un errore di digitazione, bensí del termine spesso usato per indicare gli utenti con scarsa dimestichezza con gli strumenti informatici. ↩
è vero che sono disponibili viewer (per Windows) che non comprendano l'intera suite; è anche vero che la maggior parte dei formati, grazie a notevoli sforzi di reverse-engineering, sono ormai per lo più accessibili anche in altre suite, il problema della “compatibilità completa” rimane, e nonostante essa non sia garantita nemmeno da versioni diverse della suite MS, è anche vero che per i punti più delicati della formattazione altre suite possono differire più sensibilmente. ↩
Giocare con le parole, con reminescenze da Sfiga all'OK corral. Anche, un sito, una pagina su FriendFeed ed infine il tag.
Qui raccoglierò le mie creazioni.
- Manta Rei
-
Pesce d'acqua dolce che non nuota mai nello stesso fiume.
- Religioni selettive
-
Fotti fotti, che Dio perdona Totti.
Le idee che ti vengono scendendo al lavoro a piedi:
L'italiano non sembra tenere in considerazione i gruppi con più di due persone quanto quelli con due persone. Oh sì, certo, esistono trii e terzetti e quartetti eccetera, ma, diciamo, non so mai stati importanti come le coppie, al punto da abusare le parole relative alla coppia anche quando di coppia non si tratta.
Ho deciso di porre fine a questi numerismi:
La cosa che mi chiedevo era la seguente: aqquartettare di sovrebbe scrivere con due q o con cq?
I vizi diffusi meritano un termine singolo che li indichi:
(Con buona pace della mia professoressa di francese).
Cercavo un monosillabo per “perché” (ed in italiano ci sarebbe il “ché”, che
però nel parlato non è che si usi tanto) perché ero ossessionato dal
parlare/
Epifania.
Però è letta, quella parola latina, all'inglese, in francese.
Aggiornamento delle 19.00: mi fa presente la mamma che cur in latino è interrogativo. Peccato.
Stavolta non si parla del porco magnificato da Majore (a cui avevo già accennato, ma si propone qualche interessante variante, come l'uso del plurale “porchi” invece del più tradizionale “porci”, nell'uso aggettivale del suino: come ad esempio il porco pasto che si sta organizzando per stasera, che di suino non ha nulla (ah, no, ci sarà anche la bresaola), ma è comunque corredato da alimenti “porchi”: dalle Pringles alla fonduta al cioccolato. E poi i pensieri.
Ovviamente, tutto ciò è possibile anche perché sono, dopo tutto, un porco senza fondo.
Recenti situazioni mi portano a credere che la mia capacità di dire cose con un certo valore che vengono poi interpretate in tutt'altro modo non mi sia unica, e che per di più sia carattere ereditario, un carattere per il quale conieremo il seguente termine, sul modello di goffaggine:
Leggo di una canzone dei Creedence Clearwater Revival che si chiama Bad Moon Rising, in cui si ripete il verso there's a bad moon on the rise che spesso viene frainteso come there's a bathroom on the right (ed ascoltando la canzone posso confermare: “suona” davvero così).
Questo fenomeno si chiama (in inglese) mondegreen, termine creato dalla scrittrice americana Sylvia Wright che narra di come da piccola sentiva l'ultimo verso della ballata Bonny Earl o'Murray (and ha'e laid him on the green) come and Lady Mondegreen.
Il fenomeno capita anche in italiano: ricordo ad esempio che quando con la Sorella Minore cercammo di trascrivere il testo di La mia banda suona il rock di Ivano Fossati io ero convinto che dicesse “ci vedrete in prima line(a)” anzicché “in crinoline”.
Domanda: esiste anche in italiano un nome specifico per questa specie di paronimia? Se sì, quale? Se no, quale potremmo scegliere?
Se avete qualche mondegreen da condividere, potete sfruttare questo topic su Vineland, aperto all'uopo. (Non occorre registrarsi, ma perché non farlo?)
Sul canale IRC di Marforio si cazzeggia. Ultimamente, lo sport è cercare di indovinare le parole “pensate” (pescate dal De Mauro) da rbot per giocare ad Abaco Zuzzurellone.
Il gioco, per chi non lo sapesse, consiste nell'indovinare la parola pensata dal “gestore”, tirando ad indovinare. Ogni volta che la parola non viene indovinata, si usa la parola tentata per restringere l'intervallo delle parole concesse. Esempio:
Gestore [ha pensato: ‘rosa’]: abaco zuzzurellone
Giocatore 1: pista
Gestore: pista zuzzurellone
Giocatore 2: sarto
Gestore: pista sarto
Giocatore 3: rantolo
Gestore: rantolo sarto
(etc)
Il bot a noi funge da gestore, e si tira ad indovinare le parole (talvolte assurde) che esso sceglie per noi. Così, mi sono appena accorto che r-tto ammette tutte le vocali. E viene fuori quasi un componimento poetico:
ratto
retto
ritto
rotto
rutto
Un altro termine che secondo me non dovrebbe mancare dal lessico italiano è “quandunque”, che sarebbe sostanzialmente l'equivalente temporale di ovunque ed un po' come l'ormai obsoleto e letterario uso di quantunque. I francesi risolvono tutto con perifrasi: “n'importe quand/où/quoi/qui”, noi abbiamo anche chiunque e qualunque: per par condicio, ci serve anche questo:
Noto però con una breve ricerca su Google che il Vocabolario dell'Accademia della Crusca cita la voce (nella doppia grafia “quandunque” e “quandunche”). Più che di neologismo di tratterà quindi stavolta di archeologia?
Questa domenica ho finalmente deciso di mettere in atto un'altra delle fasi del recupero del vecchio blog, e stavolta è toccata a quello che all'epoca era il Lessico Famigliare, per il quale ho deciso infine per l'opzione “nuova sezione apposita”.
Come nome per la sezione ho infine scelto Ordet, “parola”, chiedendo venia agli estimatori dell'omonimo film di Dreyer, e la sezione sarà incentrata sulla parola come oggetto di studio, ma soprattutto di gioco. Oltre al recuperato Lessico Famigliare ospiterà quindi gli Storpionimi precedentemente piazzati in Oppure.
I ritorni, si sa, non sono mai semplici. Alcune delle più famose epiche della nostra cultura sono ritorni. E non è difficile capire perché, viste le difficoltà che abbiamo vissuto oggi noi semplici mortali cercando di tornare da Torre Archirafi.
Strade maestre senza alcuna forma di illuminazione, e che terminavano in mezzo al nulla con lavori in corso senza alcuna forma di preavviso. Bivî senza alcuna indicazione su quale fosse la strada principale, e men che mai su dove portasse ciascuna delle possibilità. Incroci folli con decine di spartitraffico, su più livelli.
Indicazioni su come raggiungere l'autostrada omesse un incrocio sì e uno no, forse per lasciare un po' il gusto all'autista di cercare di indovinare quando fosse il caso di prendere una traversa. Alla fine, è stato più semplice seguire la segnaletica per Conforama che non quella per l'autostrada: se non altro, era più segnalato (e per nostra fortuna da un nostro viaggi precedente sapevamo che in realtà le due cose erano grosso modo vicine).
C'è qualcosa di significativo, credo, una qualche nascosta lezione da imparare, nel fatto che sia più semplice raggiungere un grosso negozio di arredamento che il casello dell'autostrada; e possiamo ancora dichiararci fortunati che fosse Conforama e non Ikea, visto che le indicazioni per raggiungere quest'ultima vengono metodicamente manomesse (girate nella direzione opposta o puntate verso il nulla) dalla ‘concorrenza’.
Ho sognato un gioco da tavola da cucina. C'era una fase che era una specie di UNO!, ma con dei conetti con diversi colori e trama (avete presente la trama quadrata dei coni gelato? quella); chi vinceva poteva aggiungere uno studente sotto il proprio controllo in una scuola rappresentata sul tabellone di gioco, e doveva cucinare qualcosa (nella vita reale), credo con ricette fornite nel gioco stesso. Quando la scuola era completamente occupata, intervenivano carabinieri e DIGOS per sgomberarla, e questa era un'altra fase del gioco.
Nel sogno, io arrivavo a metà di una partita in corso tra altra gente, e quindi assistevo come spettatore. Tra i partecipanti al gioco c'era questa tizia che era un tipico da manga, con lunghissimi capelli, tettone, cuffietta, che era la cuoca più brava. Al di fuori del gioco c'erano i camerieri del bar del CUS, solo che per qualche motivo non servivano al bar del CUS ed in qualche modo ero convinto si sarebbero offesi perché sarei andato a mangiare al bar del CUS. Ma cambiavano atteggiamento quando invece veniva fuori che avrei mangiato le ricette preparate durante quel gioco.
L'ambiente in cui tutto questo accadeva era qualche edificio universitario, con due ingressi. Io volevo entrare per andare nel mio studio a lavorare, e provavo da uno dei lati, ma lì la scala era bloccata; anzi, più specificamente, la parte finale era fisicamente scollegata dal corridoio, in attesa che qualcuno dall'altra parte ascoltasse le rimostranze degli studenti, aderisse ad una qualche manifestazione, o qualcosa del genere.
Per raccogliere fondi per questo movimento vendevano patatine o qualcosa del genere, e quando io, indispettito per non essere potuto entrare da quel lato, andavo via per provare dall'altro ingresso, sentivo il tizio con cui avevo interloquito che cominciava un'arringa su come sì è vero che non è con le patatine che si fa la rivoluzione, ma …
Andando verso l'altro ingresso incrociavo una serie di Defender (il colore mutava dal classico verde jeep al blu di quelli dei carabinieri durante il sogno) che andavano verso il posto da cui ero uscito.
A bordo di uno di questi c'era evidentemente uno incapace nella guida, che faceva delle manovre assurde per tentare un'inversione di marcia; trovandomici molto vicino notavo anche una serigrafia in bianco in alto, sopra gli sportelli, con una scritta a proposito del fatto che fosse divertente picchiare gli studenti o i manifestanti, qualcosa del genere.
Nel vedermi passare, questo tizio (che peraltro tutto sembrava tranne un carabiniere: barba incolta, sdentato, sembrava più la caricatura di un redneck) mi chiedeva qualcosa che avevo grosse difficoltà a capire, finché alla ennesima quasi incomprensibile ripetizione in qualche dialetto assurdo mi diceva di chiedere (visto che stavo per entrare dall'altro ingresso) se le scuole del nord avessero gli altoparlanti.
A questo punto io entravo, e mi trovavo in un incrocio tra atrio, sportelli di segreteria, aula studio e mensa, in cui appunto tra gli altri c'erano quelli che giocavano al succitato gioco da tavola da cucina, i camerieri del CUS (che erano quelli che rispondevano alla domanda che riportavo a proposito degli altoparlanti delle scuole del nord), e la tettona manga che voleva che prendessi questo immenso piatto che aveva cucinato durante il gioco.
E per qualche motivo, da quando mi sono svegliato sto morendo dalla curiosità di sapere a quali giochi reali mi sono ispirato per la creazione di questo.
Non soddisfatto1 della qualità del logo per i Grammar Nazi come reperibile su Wikipedia o tra i commons di Wikimedia o sull'OpenClipArt, ho deciso di crearne una direttamente io, e devo dire di essere piuttosto soddisfatto del risultato:
In effetti, ne sono talmente orgoglioso che ho deciso di condividerlo con il resto del mondo (sempre su OpenClipArt, ovviamente). Del file ne esistono due versioni, una con metadati ed una senza metadati (ne rendo disponibile una senza metadati perché quella con metadati è circa 5 volte più grossa dell'altra).
Buon divertimento.
(In realtà ho già avuto obiezioni sull'estetica e la leggibilità della mia creazione, ma nessun suggerimento pratico su come migliorarlo. Chi avesse qualche idea è pregato di comunicarmela.)
Aggiornamento: ho rivisto i rapporti tra la G stilizzata ed il resto della figura, nella speranza di ridurre, se non eliminare, l'effetto ottico di schiacciamento della circonferenza.
Tra le cose che non mi andavano nelle varie versioni trovate online: sfondo troppo chiaro, testo aggiunto, e soprattutto SVG non molto ‘pulito’ (non quanto può esserlo fatto a mano). ↩
Da un paio di settimane le chiavi di ricerca per le (poche) visite a questo sito erano costellate da riferimenti all'Happy Wok di Catania; di per sé questo non è una novità, ma stavolta il locale era associate a parole che indicavano ispezioni, chiusure, problemi igienici.
C'è qualcosa di strano sullo scoprire una notizia (senza dettagli, ovviamente), o quanto meno una “voce di corridoio”, prima che questa sia diffusa o discussa in uno dei tanti siti di “informazione dal basso” e di “controinformazione” emersi negli ultimi anni. Ma questa è una questione da rimandare ad altri momenti.
Ho scoperto l'Happy Wok tramite amici di colleghi, una sera in cui dovevamo discutere di importanti progetti per il nostro futuro senza allontanarci troppo dall'aeroporto.
La proposta del locale non mi rese all'epoca particolarmente felice, perché tre esperienze precedenti di ristorazione cinese in varie parti del mondo (mai in Cina, però) mi avevano lasciato con un senso di nausea il cui trigger non mi era mai stato chiaro: germogli di bambú? germogli di soia? salsa di soia? dado da brodo?
Ma non c'erano molte alternative, e quindi decidemmo di provare comunque questo locale.
L'esperienza fu per me liberatoria oltre che gratificante: dalla possibilità di parcheggio senza caimano1 al menu a prezzo fisso, dalla varietà di scelta del cibo alla quantità, dall'assenza di sensazioni di nausea ai fagottini di Nutella.
Beninteso, nella decina di volte in cui sono andato a mangiare all'Happy Wok la scelta non è mai stata guidata dalla qualità: nessuno dei piatti era preparato in maniera sopraffina, ma dovendo scegliere tra spendere una ventina di euro in uno dei famosi ristoranti giapponesi “di classe” sparsi per Catania, mangiando sì e no quello che poteva contare come antipasto, e spendere lo stesso per una quantità arbitraria di cibi di qualità meno sofisticata, ma che comunque non rientrano tra i miei preferiti, la scelta è sempre stata ovvia.
Peraltro, mangiando all'Happy Wok non ho mai avuto problemi di intossicazione, anche se la possibilità di strafocarsi senza ritegno ha causato qualche problema al mio non più giovane stomaco.
In definitiva, oltre alla continua minaccia per la mia linea, principale ragione per il mio ridurre le visite al locale dopo l'iniziale entusiasmo, una ulteriore componente dissuasiva fu il cominciare ad emergere dei parcheggiatori (ovviamente locali, in contrasto con la quasi totalità degli inservienti del ristorante, di evidente origine asiatica, sebbene la mia scarsa conoscente dei fenotipi di quelle parti mi impedisce di dire con certezza se cinesi, giapponesi, koreani o cosa).
Fin dalla prima visita all'Happy Wok mi sono chiesto come potesse vivere un locale del genere. Per la mia prima cena in loco, il posto mi parve sproporzionatamente capace, troppo grande per le poche persone che lo visitavano. In altre occasioni, d'altra parte, mi sono dovuto ricredere, viste le folle oceaniche che vi ho trovato in giorni meno feriali, folle di gente di ogni sorta; il fatto che il locale fosse spesso frequentato da famiglie asiatiche, peraltro, ne deponeva a favore (anche se non ho mai escluso la possibilità che questi fossero semplicemente parentado degli inservienti).
Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l'esistenza stessa del locale fosse strettamente legata a qualche mafia; e l'assenza di posteggiatori le prime volte mi aveva fatto fortemente sospettare che il locale fosse un centro di riciclaggio di denaro per qualche clan di mafia cinese; piuttosto, il mio dubbio era su che tipo di rapporto ci fosse con la mafia locale, che tipo di accordi si fossero raggiunti.
Quando cominciarono a spuntare i primi posteggiatori in zona, ho assistito a scene interessanti, con i posteggiatori fermi fuori, ed un tizio con caratteri nettamente asiatici che invece invitava la gente a parcheggiare nel vasto parco del locale —gratis. Nelle ultime visite, i posteggiatori locali erano dentro.
Era un po' come assistere ad un braccio di ferro, ed era evidente che la mafia esterna stava perdendo terreno, cedendo alle pressioni della mafia locale. E questo, nonostante il successo strepitoso del locale facesse sí che fosse sempre pieno, da gruppi di americani venuti da Sigonella a numerose famiglie del quartiere popolare di San Giuseppe La Rena.
La notizia delle ispezioni e della chiusura dell'Happy Wok per i problemi igienici riscontrati non mi ha sorpreso. Non mi ha sorpreso perché un posto che offre tanto cibo a basso costo da qualche parte sta prendendo scorciatoie; solo un ingenuo sarebbe stupito sul fatto che le prenda anche nel reparto cucina e igiene.
Ma non posso dire di non avere il sospetto che la cosa sia stata motivata più da calli pestati a Famiglie di un certo peso che a denunce da parte di clienti qualsiasi. Non sarebbe certo il primo caso dalle nostre parti di forze dell'ordine “pilotate” da amici cui qualcuno ha dato fastidio.
Certo sarebbe interessante sapere cosa troverebbero ispezioni a tappeto in tutti i locali del catanese, incluso quel nuovo ristorante asiatico con buffet a prezzo fisso che con la chiusura dell'Happy Wok ha perso l'unico concorrente …
nel nostro lessico famigliare, il posteggiatore abusivo, per la tendenza a danneggiare le macchine (tipicamente tagliando/
sgonfiando le ruote) a chi posteggia senza pagare. ↩
Oggi ho scoperto che esistono manuali sulla comprensione del testo. Testi su cui si dovrebbe studiare per affrontare esami sulla comprensione del testo. Che è un po' come imparare, che so, l'arabo o il cinese su un testo in arabo o in cinese. Da autodidatti.
Voglio dire, se non sei capace di comprendere i testi che leggi, come puoi pretendere di imparare a comprendere i testi che leggi leggendo un testo?
Ah! Quanti di voi possono vantare una moglie/
Ho deciso che sto bene col capello lungo e la barba completa.
Beninteso, sono sempre stato abbastanza orgoglioso della robustezza del mio crine: quando molti giovani si trovano già ventenni a combattere con calvizie incipiente e recessioni frontali, ben oltre i trenta io combatto con il problema opposto: folti capelli e crescita veloce. (Minore fortuna ho avuto sul fronte cromatico, con le prime striature bianche già ben visibili anni fa.)
Ma, vuoi per abitudine estetica vuoi per abitudini acquisite in tempi in cui avevo meno controllo del mio tempo e delle mie scelte, ho sempre vissuto l'andata dal barbiere come una necessità, e più specificamente una faticosa, pesante, ma necessaria quanto periodica incombenza.
Ultimamente sono però giunto alla conclusione che in realtà crine abbondante e barba commensurata mi stanno piuttosto bene, sono il look che mi dona di più.
Il vero problema è prendere le giuste abitudini con shampi, pettini, rasoi e forbicine per assicurare che il look che mi dona non mi trasformi in una spaventosa palla di pelo. Ma ho la netta sensazione che sia più facile prendere queste abitudini che sacrificarmi all'altare della saltuaria, faticata discesa dal barbiere.
Laviamo un pesante copriletto, ed approfittiamo del bel tempo per stenderlo fuori. Il giorno dopo è già asciutto, ma ci scordiamo di ritirarlo. La Sicilia orientale viene falciata da una bufera che fa notizia sui giornali nazionali: muretti, alberi, cartelloni abbattuti dal maltempo, scuole chiuse.
Il nostro copriletto è stato steso bene: dopo la bufera è ancora là, infradiciato dalla pioggia, sporco di terriccio, ma solidamente ancorato ai fili della biancheria. Lo ritiriamo la sera per ripassarlo in lavatrice.
Il giorno dopo, il dubbio: stenderlo fuori, approfittando del sole che sembra avere vinto sulle nuvole di pioggia, o mettersi al sicuro stendendolo dentro? Decidiamo di tentare la sorte.
Alle 10 riprende a piovere, il copriletto viene frettolosamente ritirato. Smette di piovere, per il resto della giornata farà bel tempo.
L'importante è non essere superstiziosi.
Dice che gli uomini sono come le bufere di neve: vengono all'improvviso e non sai mai quanti centimetri dovrai aspettarti, né quanto dureranno.
Mi sembra quindi che al nord in questo periodo hanno tutto tranne che da lamentarsi: per gli standard virili, questa bufera mi sembra decisamente sopra la media.
Oggi uno straniero ha raggiunto la nostra comunità. È arrivato dalle ombre, e si è fermato al limitare della comunità, com'è usuale.
L'arrivo di uno straniero è un evento raro: prima d'ora, nel corso della mia vita, è successo solo una volta, quando ero ancora un bambino. Come allora, l'evento ha causato una certa commozione, con i bambini che correvano gridando avanti e indietro, mentre gli adulti, tra i quali stavolta anch'io, hanno sospeso per qalche minuto le loro attività, rimanendo a guardare lo straniero da lontano.
È stato nell'attesa che è seguita che ho deciso di scrivere queste pelli. Per me, l'arrivo dello straniero significa la possibilità di imparare cose nuove, soddisfare la mia eterna curiosità; ed ho pensato che se la conoscenza delle antiche civiltà è svanita con loro e con chi di loro aveva memoria, l'unico modo per evitare che questo succeda è di registrare per iscritto gli eventi.
Se in futuro, quando persino la memoria di me sarà svanita, qualcuno vorrà soddisfare la propria curiosità, potrà farlo leggendo queste pelli. Ma so anche che non è detto che chi le leggerà conosca il mondo come lo conosciamo noi; per questo ho deciso che preparerò altre pelli in cui descrivere anche gli aspetti comuni della vita quotidiana, pur sapendo che sarà difficile indovinare quali cose nel futuro potranno essere diversa da ora, come ora lo è indovinare quali cose fossero diverse nei tempi antichi.
Dal centro è infine emerso il vecchio Guido, accompagnato da Cielo, con una brocca d'acqua da offrire allo straniero, che l'ha accettata con un inchino. Dissetatosi, lo straniero ha quindi restituito la brocca a Guido, ha raccolto la propria sacca, ed ha seguito il vecchio fin sotto la tettoia del centro, con i bambini più curiosi che si affollavano intorno a loro e Cielo che cercava di calmarli, ricordando loro che lo straniero doveva riposare.
Per noi adulti non è rimasto altro da fare che tornare alle nostre attività. Ho sbrigato rapidamente quello che dovevo fare, e sono corso in casa a scrivere. Non nascondo di sentirmi non meno curioso di quei bambini: ricordo ancora la delusione che avevo provato la volta precedente, nella quale lo straniero parlò poco, e per lo più in una lingua a me sconosciuta; spero che il nuovo arrivato —che non mi sembra essere lo stesso della volta scorsa— possa invece raccontarci qualcosa di interessante.
Sappiamo che civiltà più complesse della nostra hanno calpestato il nostro mondo, in epoche passate. Lo sappiamo perché del loro passaggio rimane tuttora traccia. Ma di queste civiltà sappiamo ben poco.
C'è chi sostiene che questi ruderi siano alieni d'origine, resti della visita di esseri venuti dalle stelle; ma la maggior parte della gente pensa che siano semplicemente civiltà umane che ci hanno preceduto, raggiungendo l'apice del proprio sviluppo prima di sparire.
Sinceramente, io trovo fantasiose entrambe le teorie. L'idea che una civiltà possa semplicemente svanire, lasciando come ricordo di sé solo questi ruderi, non mi sembra poi più credibile dell'idea di esseri che vivono tra le stelle.
Confesso di essere una persona molto curiosa. Mi piacerebbe poter incontrare uno di questi fantomatici esseri del nostro passato, umani o meno che fossero, e scoprire in cosa consistesse la loro vita, in cosa differisse dalla nostra, da dove venisse la loro civiltà, e come fosse poi sparita.
Quando ero più giovane, la mia curiosità mi ha talvolta portato persino ad abbandonare la mia comunità per lunghi giorni, attirato dal desiderio di andare a cercare segni che mi potessero dare un indizio; l'ho fatto sapendo di mettere a repentaglio la mia vità, perché trappole assurde, non si capisce se intenzionali o meno, si nascondono spesso in quegli spuntoni che emergono dalla polvere dei secoli: ricordo ancora lo scheletro di un esploratore meno fortunato di me, mezzo sepolto sotto un crollo improvviso.
In quelle scorribande giovanili mi accompagnava talvolta Terreo: il suo interesse principale, nonché l'inclinazione naturale della sua indole, era verso la tecnica, gli strumenti, e scoprire qualche artefatto lasciatoci dalle civiltà precedenti era il suo sogno.
Finché un giorno non mi disse che era tutto inutile, che troppo era il divario tra le nostre conoscenze e le loro, che persino i materiali delle loro costruzioni, figuriamoci le tecniche che vi stavano dietro, erano incomprensibili. E da allora non venne più con me, accontentandosi di trovare nuovi trucchi per rendere più sofisticati nostri strumenti di vita quotidiana.
Io continuai ad andare ancora per qualche anno, finché anch'io mi resi conto che era tutto inutile: se anche fossi riuscito a trovare qualche documento, qualcosa che potesse raccontarmi brandelli della vita di allora, cosa mai avrei potuto fare per riuscire a leggerli? Se anche fossi riuscito a interpretare la loro scrittura, finanche a decifrarne il linguaggio, quanto di assunto ci sarebbe stato nei loro testi? quanto di implicito, di ovvio per coloro che allora vivevano, ma incomprensibile per me?
Fu la presa di coscienza di questa insuperabile barriera che mi fece desistere da ogni curiosità; tornai alla mia comunità con un'aria più derelitta e sconfitta del solito, ma nessuno salvo Terreo sembrò prestarvi troppa attenzione. Quella sera mi consolò, tenendomi compagnia come non succedeva da anni, ed il giorno dopo mi regalò questo strumento meraviglioso che aveva inventato per scrivere più comodamente.
Una seconda presa di coscienza accompagnò la prima, ed è qualcosa che tuttora mi perseguita, che forse per sempre mi perseguiterà: quanto della nostra vita quotidiana diamo per scontato? Quanto saremmo in grado di spiegare ciascun gesto, ciascuna situazione che a noi appare normale, quasi invisibile, ma che magari a qualcuno che venisse da fuori, da un remoto passato o da un lontano futuro, apparirebbe assurdo, incomprensibile?
Se anche dovessimo descrivere la nostra tipica giornata, come potremmo sapere cosa evidenziare, cosa tacere? Cosa mangiavano, e quando, le antiche civiltà? Che tipo di cielo vedevano sopra le loro teste? Quando si svegliavano, quando andavano a dormire? Con cosa coprivano i loro corpi? Quanto a lungo vivevano? Dove vivevano? In compagnia di chi? Come erano le loro comunità?
Ciascuna di queste domande cominciò ad emergere in ogni gesto, parola, pensiero che nella quotidianità aveva assunto fino ad allora l'invisibilità dell'abitudine. Mi cominciò a capitare, e mi capita tuttora, di soffermarmi durante un atto e pensare: ecco, per me questo è naturale, ma è davvero tale, o è solo frutto della mia vita qui ed ora? come apparirebbe ad un membro di quelle antiche civiltà?
Ed ogni sera, raccolgo a fine giornata nella mia mente tutte queste domande, e cerco di dar loro risposta, in una forma o nell'altra.
Corridoio dopo corridoio, la donna la porta in giro facendole prendere dimestichezza con la struttura dell'abitazione. “Casa”, l'aveva chiamata lei, ma nella mente della bambina l'estensione dell'edificio la promuove dapprima a villa, poi a condominio.
E forse quest'ultima scelta non è troppo lontano dalla verità: le
stanze adibite a residenza delle custodi sono come
mini-
Periodicamente, la donna le mostra dove si trovano sulla mappa nel tablet. Le fa notare i diversi colori delle porte, che distinguono gli ambienti pubblici da quelli privati, da quelli ad accesso limitato: le famose porte nere.
Le porte sembrano in legno, con una forma un po' antiquata, due larghi pannelli quadrati in una cornice comune che somiglia ad un otto squadrato. Ma la donna le mostra come poggiare la mano al pannello superiore ne manifesta la vera natura, uno schermo con indicazioni su cosa si trova dall'altro lato.
Le porte nere sono rare, e per lo più impenetrabili. Apparentemente chiuse a chiave, rispondono all'interrogazione palmare con un semplice simbolo di divieto. L'unica delle porte che la donna ha il diritto di aprire emette un debole, ma chiaramente udibile, segnale acustico all'approssimarsi della bambina.
«È tutta così? Un enorme computer?»
Alla domanda della bambina, la donna risponde con una scrollata di spalle: «Domotica, la chiamano. Ma per i dettagli, dovrai chiedere al padrone.»
«Come fa sapere che sono io? È per via del braccialetto?» «Sì, immagino che ci sia anche quello; ma anche la mano, credo che venga riconosciuta.» «Quindi non basterebbe, che so, che usassi il tuo?» «Il braccialetto? Oh, non credo. Sono individuali, e ‘riconoscono’ la proprietaria. E non è una buona idea toglierlo.»
Dalla terrazza, il loro sguardo può spaziare sull'immenso terreno che circonda la villa, e la bambina rimane un po' sorpresa dalla ricca diversità dell'appezzamento. Si chiede quante delle cose che hanno consumato a pranzo siano state prodotte lì, e per un attimo dimentica il discorso.
Poi la reazione del braccialetto ad uno dei suoi gesti la riporta alla propria situazione. «Con questo» osservò «lui sa sempre tutto di voi: dove vi trovate, cosa state facendo.» Dopo un po' aggiunge: «E secondo me ci sono telecamere sparse in giro per tutta la casa.» La bambina si volta verso la donna, ma lo sguardo stupito di lei non le dice nulla. «I braccialetti» chiede ancora «funzionano anche fuori di qui?»
Con l'approssimarsi della sera, si è alzato un po' di vento, la temperatura ha cominciato ad abbassarsi. La donna ha un brivido, poi annuisce «Sì, è vero, con questo lui può sempre sapere dove ci troviamo. Non so se sa cosa facciamo, ma può sapere se siamo in pericolo. E non so se ci sono telecamere in tutta la casa; se ci sono, sono ben nascoste. Ma dubito che sia control freak a tal punto.»
«Cosa succede se una custode vuole andare via?» «Lo comunica, e va via. E sì, restituisce il tablet e il braccialetto. Nulla di più, nulla di meno.» «È mai successo?» «Un paio di volte.»
Il silenzio dà loro una pausa, poi la donna chiede: «Vuoi andare via?» La bambina non risponde subito. Poi, con voce assente «Non servirebbe a nulla.» una nuova pausa «Aspetterò la scadenza legale del mentoraggio.» ancora qualche secondo di silenzio, poi si volta verso la donna «E no, non tenterò di fuggire dopo essermi tolta il braccialetto.»
I loro sguardi si perdono l'uno nell'altro per lunghi minuti di silenzio, e la donna vede in quello della bambina una domanda che non riesce a interpretare. Ma è la bambina stessa a verbalizzarla: «Perché restate qui?»
La donna rimane stupita, e la sua risposta si fa attendere. Quando infine parla, non vi è nessuna decisione nella sua voce: «Perché … non so, non posso rispondere per tutte le altre, ma per me … perché è il posto migliore in cui sia stata finora, e non credo che esistano posti in cui potrei stare meglio.» e poi, con un mormorio che la bambina percepisce appena «E perché Dora è qui.»
«Dora?» «La mia compagna.» la bambina non capisce il senso di quel termine in quel contesto —per lei ha ancora una valenza scolastica— ma non indaga. A colpirla è più il fatto che in qualche modo il motivo della permanenza delle custodi in quel punto rimane confuso, o al più limitato a un “non c'è di meglio”.
«È una prigione.» la bambina parla senza rabbia, senza rancore, senza sorpresa; una semplice constatazione «Una prigione con barre dorate, ma pur sempre una prigione.»
«Sono un rottame.» è la prima cosa che la donna riesce a dire appena ha riguadagnato compostezza. «Be', mi sa che avevo bisogno. Troppa tensione accumulata.» Si siede per terra, con la schiena contro il muro e le gambe stese in avanti, come a rimarcare l'intenzione di rilassarsi, lasciare che la tensione scorra via.
«Mi dispiace.» si scusa la bambina. «Non è colpa tua,» sospira la donna «evidentemente, nonostante tutto, il peso del mio passato si fa ancora sentire ogni tanto.» «È colpa mia.» insiste la bambina «Se non ci fossi stata, non avresti avuto questi pensieri. È perché ti preoccupi per me. È una cosa molto bella e molto triste allo stesso tempo.»
La donna la guarda di sguincio, poi si volta verso di lei. «È una riflessione molto vera. E molto bella. Ma non voglio che tu ti senta in colpa. Quello che è successo a me, e anche quello che sta succedendo a te ora, sono fuori dal tuo controllo, non ne hai responsabilità.» la tira a sé, la fa sedere sulle proprie gambe, la abbraccia «E poi è tutto per egoismo mio, vedo te e penso a me da piccola, e vorrei metterti in guardia, ma non vorrei spaventarti.»
«Non sono spaventata.»
Rimangono così per lunghi minuti, finché la bambina riprende: «Anche lui.» «Anche lui chi?» «L'uomo. Il gan'ka. Mi guardava, mi toccava come se non fossi io, come se stesse cercando di riconoscermi, qualcosa del genere. Mi ha passato le mani dappertutto, ma non era per qualcosa di … di sporco. Era come se volesse … non lo so, imparare il mio corpo, forse»
La donna ora la guarda preoccupata, ma la bambina continua «Ha detto che sono troppo piccola, che ho ancora il corpo di una bambina, anche se non parlo come una bambina. E che qui non avrò nulla da temere.» La donna sospira di sollievo. «Quindi non penso mi violenterà mai.» La donna la guarda sorpresa. «Con te l'ha fatto?» chiede, perplessa dalla reazione, la bambina. La donna ride, scuote il capo.
«Vedi, anche per questo dico che sono un rottame. Per quanto ne so, non ha mai usato violenza a nessuno. E con me … be', è stato proprio l'opposto. Che non significa che io ho violentato lui.» chiarisce, allo sguardo sospettoso della bambina «E nonostante tutto ciò, non ho potuto fare a meno di pensare che con te … be', ecco. Ma ora basta, alziamoci. Ti faccio vedere la casa.»
La porta non si è ancora chiusa alle sue spalle, che la bambina si trova davanti la donna con i capelli rossi. Un sussulto, un pensiero lampo sulle mutandine dimenticate in quella camera, poi la bambina riesce a balbettare: «Ha … ha chiesto di … lasciarlo dormire.»
«Era te che aspettavo.» un tentativo di sorriso si affaccia sulle labbra della donna. «Perché me?» la bambina si sente ancora spaventata, confusa. «Perché temevo che …» la donna si ferma, chiude un attimo gli occhi, porta due dita alla fronte, come per concentrarsi, sospira «niente, lascia perdere. Andiamo, così eviteremo di svegliarlo.»
Perplessa dalla preoccupazione mostrata dalla donna, la bambina la segue lungo il corridoio, ed è come se allontanandosi dalla camera del padrone di casa il respiro le si alleggerisse, la mente le si schiarisse. Si chiede se questa donna sia una di quelle custodi di cui parlava l'uomo, una di quelle che …
La bambina solleva lo sguardo verso la donna, spinta da una morbosa curiosità. Si chiede se c'è qualche segno esteriore, qualche indizio della sua storia, nella rigidità dei movimenti, nella tristezza nascosta dietro il sorriso con cui la donna risponde al suo sguardo curioso.
La bambina distoglie lo sguardo imbarazzata, torna a guardare davanti a sé. «Che c'è?» le chiede la donna. «Niente.» risponde la bambina, ed il suo sguardo si abbassa ancora, verso il pavimento. «Sei una custode?» trova infine il coraggio di chiedere.
La donna sbuffa. «Siamo tutte custodi. È così che ci chiama. Mai capito il perché. Forse del suo … stile di vita. Avrai già notato, immagino, che è un po' … eccentrico.» «Avrei detto pazzo.» bisbiglia la bambina.
La donna scoppia in una improvvisa risata, che spaventa la bambina e termina altrettanto improvvisamente. «Capita, sai, quando il tuo punto di riferimento sono le macchine piuttosto che gli esseri umani.» «È vero che è un gan'ka, allora?»
«Come lo chiami uno che si monta i computer a mano?» la donna fa un gesto verso il tablet con cui la bambina si nasconde il pube. «Non lo so,» la bambina solleva il tablet come per guardarlo meglio «ma ho sempre pensato che i gan'ka fossero … boh, tipo dei … degli ibridi.» «Non si attacca alla corrente per ricaricare le batterie mentre dorme, se è questo che vuoi sapere.» la risposta della donna suona un po' sarcastica, la bambina scrolla le spalle «ma sì, è abbastanza imprevedibile.» e dopo qualche secondo «Anche per questo ero un po' preoccupata.» aggiunge.
La bambina si chiede se raccontare o meno quello che è successo; e soprattutto si chiede come raccontarlo, non sapendo lei per prima come interpretare il modo in cui l'uomo l'ha toccata, o l'assalto che l'ha lasciata senza fiato. Nel dubbio, tace.
Ma è la donna stessa a riprendere a parlare. «No, non è per questo. La verità è che nonostante tutto, continuo a non avere … fiducia in lui, ecco. Mi ha … be', non so nemmeno se sia il caso di raccontartelo, ma … diciamo che mi ha rieducato alla presenza di … degli uomini, a non averne paura senza però essere … Lascia perdere.» tronca improvvisamente.
La donna si rabbuia, e la bambina ne vede solo il cambiamento d'umore, senza riuscire a indovinarne il motivo. «C'è … c'è qualche problema?» chiede timidamente. La donna scuote il capo in senso di diniego, ma poi risponde «sì, c'è qualche problema, ed il problema è che pensavo di essere più … adatta per questa cosa. Ma non puoi insegnare a correre se sei zoppo. Scusa un attimo.» La donna si ferma, si volta contro il muro, ad occhi chiusi, premendo i dotti lacrimali con indice e pollice della mano destra.
La bambina le guarda le spalle sussultanti, le si avvicina, le gira intorno fino a metterlesi davanti, le carezza timidamente un braccio. La donna crolla in ginocchio, scoppiando in singhiozzi, abbracciando disperatamente la bambina, che non trova altro da fare che ricambiare l'abbraccio e lasciare che la donna si sfoghi sulla sua spalla.
Passano lunghi secondi in cui la bambina si chiede se quell'uomo la stia prendendo in giro, o cosa; è tutto talmente confuso, contraddittorio, senza senso, in quello che l'uomo fa, in quello che l'uomo dice.
Ed ora dovrebbe essere lei a raccontargli una storia, lei che non è ancora nemmeno uscita all'età in cui le storie si assorbono, in cui ancora non si ha nulla da raccontare che infantili emulazioni di avventure mai vissute?
Ed alla fine la bambina racconta l'unica cosa che può raccontare, il proprio disagio, perché sa che le storie parlano sempre di questo: problemi, difficoltà, disagi, e la loro risoluzione.
Parla lentamente, a capo chino, fermandosi a cercare le parole. E mentre parla, odia la propria voce, che non sembra emergere mai come lei vorrebbe, ma è sempre tremante, insicura, o stridula.
Ho imparato a leggere a 4 anni, e da allora ho sempre letto. Ho letto tutto quello che mi è capitato tra le mani, i libri di scuola, le antologie, i pochi libri che avevamo in casa adatti alla mia età, e quando ho finito con quello, anche quelli non adatti alla mia età.
Ero l'unica a leggere i libri nella biblioteca della scuola. Poi ho cominciato ad andare a quella comunale. Ero un po' la loro mascotte, visto che anche lì non ci andava praticamente nessuno.
All'inizio leggevo perché nei libri scoprivo mondi meravigliosi, persone affascinanti. Poi ho incontrato i libri che insegnavano le cose delle quali gli adulti non parlavano con i bambini; ed era un modo per imparare senza avere l'imbarazzo di chiedere agli adulti.
I miei non erano troppo contenti del fatto che leggessi così tanto; dicevano che tutti quei libri mi distraevano dalla scuola, mi distraevano dalla vita, che così non mi sarei mai fatta degli amici, che sarei diventata noiosa.
Io pensavo che noiosi erano i miei compagni: parlavano di cose noiose, ridevano per cose stupide, facevano cose stupide. Ho compagne di classe che si truccano come se avessero quindici anni, e alcune di quelle di terzo raccontavano …
L'uomo si solleva sulle braccia, la bambina si zittisce di colpo, nuovamente in ansiosa attesa, senza sollevare lo sguardo.
«Tu non hai dieci anni.» commenta l'uomo.
«Undici.» ripete la bambina; le sembra strano dover insistere tanto sulla propria età, senza che l'uomo dia segno di ricordarne il valore. «Ne faccio dodici a marzo.»
«Non è quello che intendevo.» l'uomo spazza via quella risposta. «Non è …» si ferma, si perde un attimo nei suoi pensieri, poi ripate da zero: «Che classe fai?» «Seconda.» «Hai fatto la primina?» «Cioè?» «Sei andata a scuola a cinque anni.»
La bambina deve farsi i conti prima di poter rispondere. «Sì,» conferma.
«Ti piace andare a scuola?» chiede l'uomo, dopo qualche secondo. La bambina non risponde subito, incerta ella stessa. «Mi piace imparare,» conclude. «Ma non andare a scuola.» insiste l'uomo. «Dipende.» «Dai professori, dai compagni.» «Sì.»
Un nuovo intervallo di silenzio, poi è sempre l'uomo a riprendere: «E la tua vita è fatta solo di studio e letture? Niente giochi, niente amici?» «Ho … avevo un'amica. Quando abbiamo finito le elementari, suo padre ha trovato lavoro in Francia, si sono trasferiti lì. Gli altri … insomma. Con lei era bello perché disegnavamo insieme le storie dei libri che leggevamo, oppure giocavamo con le costruzioni di suo fratello. E comunque stavo bene da sola a leggere. Meglio che a farmi prendere a pallonate per strada.» poi, un improvviso ricordo «Ah, avevo imparato a giocare a dama, da mio nonno. E lui mi faceva anche gli indovinelli, che a me piacevano un sacco. Come i libri gialli.»
Trentadue cavalli bianchi
su di un monte rosso
battono, mordono
ma nessuno s'è mosso
La bambina solleva il capo all'improvviso. «Questa la conosco!» poi ride «“ma ne abbiamo sssolo sssei!”» Torna subito seria, china il capo. «Chiedo scusa.»
«In realtà lo odio.» aggiunge dopo qualche secondo ed un profondo sospiro «Nella mia classe ci sono due che sono fissati con le cose fantasy, poi anche i giochi di ruolo. Ma sono insopportabili, pensano solo a quello. Quando hanno scoperto che a me piaceva pure sembrava che fossi diventata la loro migliore amica. Poi siccome non ero fissata come loro …» butta le braccia per aria «insomma, nemmeno fossi stata un'eretica.»
«Non sei una bambina della tua età.» le parole dell'uomo sembrano giungere dal suo discorso precedentemente interrotto, come se nulla fosse stato detto. «Non parli come una bambina della tua età, né pensi come una bambina della tua età.» Il suo sguardo si fa attento, con occhi socchiusi come se cercasse di guardare oltre commenta: «Della tua età hai solo il corpo.» ed a quelle parole la bambina ha di nuovo paura.
Improvvisamente, l'uomo si volta. «Vai,» ordina, accompagando la parola con un gesto del braccio «lasciami dormire.»
Le afferro i polsi, la tiro a me con uno strattone; al suo improvviso strillo, più di stupore che di paura, le soffoco la voce spingendole il viso contro il materasso. Con le gambe ancora flesse, il sedere per aria, è nella posizione ideale: le monto sopra, facendo aderire il mio corpo al suo, inchiodandola sotto il mio peso, bloccandola in quella posizione.
Smette di dibattersi, il battito inferocito del suo cuore viene sostituito dai sussulti del singhiozzo. La libero, mi ritraggo, ma lei non cambia posizione. Rimane immobile finché il pianto non trova pace, quindi si solleva lentamente, prima a quattro zampe, poi tornando a sedersi sui talloni.
Alzo lentamente un braccio verso di lei, il suo busto si ritrae. «Questo» spiego «era per darti un'idea di cosa significa essere violentate.» il suo sguardo corrucciato mi guarda ancora con sospetto, sfiducia.
«Avrei potuto farti parlare con qualcuna delle custodi,» continuo «qualcuna di quelle che ha effettivamente subito una violenza; magari persino con qualcuna di quelle che l'ha subita da piccola, magari ripetutamente, magari persino da familiari. Ma non ti avrebbe spiegato nulla. Ti avrebbe fatto impressione, magari, ti avrebbe fatto sviluppare ancora più rabbia, più odio, ma non ti avrebbe spiegato nulla.»
Il suo sguardo è ora indecifrabile, forse è ancora sotto shock e non riesce a seguire esattamente quello che dico, ma non importa, non ho intenzione di ripetermi né di aspettare. «Quando ti dicevo che non avevi idea di cosa parlavi, era a qualcosa come questo che mi riferivo. Un'esperienza del genere non è semplicemente l'essere obbligati a fare qualcosa controvoglia. È … ogni volta che io sarò troppo vicino,» dimostro, sporgendomi verso di lei, che si ritrae lentamente; le premo un indice sulla fronte «il tuo corpo avrà un sussulto, ricorderà l'assalto; e non ti ho nemmeno fatto alcunché. Quello, quello ti avrebbe davvero lasciato una cicatrice indelebile nello spirito.»
Mi distraggo un attimo, lei china il capo, forse in un gesto di assenso, forse in un gesto di accettazione, forse per cercare di guadagnare maggiore tranquillità.
«Ma quello,» riprendo «mi … ti auguro di non farne mai esperienza.» mi guarda di traverso, senza sollevare il capo. Passano lunghi secondi. «Ti ho detto che non hai motivo di avere paura qui.» le ricordo. Lei annuisce, continua a tenere il capo chino.
Odio parlare così tanto. Torno a stendermi, il braccio a coprirmi gli occhi.
«Che cosa vuoi da me?» mi chiede improvvisamente. La sua voce è fragile e tremante, ancora sull'orlo del pianto. «Niente.» la mia risposta è immediata.
«Perché sono qui allora?» «Ti ho fatta chiamare per farti avere il bracciale ed il tablet, ma soprattutto perché ci conoscessimo.» «Non qui qui, qui in questa … in questo posto, in questa casa.»
Sospiro. Impiego qualche secondo a trovare una risposta che non sia una menzogna, pur suonando meglio di “tuo padre ti ha perduto al gioco”. «Perché la tua famiglia non aveva i mezzi per mantenerti.»
«E cosa devo fare io?»
«Fare?» mi libero gli occhi, sollevo il busto puntellandomi sulle braccia «Cosa mai dovresti fare? Vivere. Oh be', in quanto tuo mentore dovrò occuparmi di cose come la tua educazione, andrai comunque a scuola, farai i compiti e tutto quello che è formalmente richiesto che si faccia fare ad una bambina di dieci anni,» «undici» «whatever; ma al di là quello … non c'è nulla che tu debba fare. Crescerai. Imparerai cose. Imparerai a fare cose. Scoprirai cose che ti piace fare, e su quello costruirai la tua vita. Come tutte le altre.»
Quando smetto di parlare, lei è perplessa; sta per formulare qualche obiezione, ma improvvisamente mi ricordo di aver dimenticato la cosa più importante.
«Oh, tranne quando avrò voglia che tu faccia qualcosa per me. Nel qual caso farai quello che ti chiederò di fare. Qualunque cosa sia. Almeno fino all'esaurimento del mentoraggio, ovvero il giorno dopo il compimento del tuo ventunesimo anno d'età. Dopo di allora potrai anche dirmi di no, e potrai scegliere di andar via di qua. Definitivamente.»
Passa ancora qualche secondo mentre lei assimila quello che le ho appena detto. «Oh,» torno a sdraiarmi, a coprirmi gli occhi con il braccio «adesso, per esempio, vorrei che tu mi raccontassi una storia.»
«Una storia? Non so … non ho storie da raccontare.»
«Hai undici anni. Dovresti avere una fantasia tale da non riuscire nemmeno a distinguere tra la realtà e l'immaginazione. Raccontami qualcosa —qualsiasi cosa.»
«In questa casa, vi sono tre regole molto semplici. La prima, la più importante: mai, per nessun motivo al mondo, interrompere il mio sonno. Mai. Per nessun motivo.» mi fermo, per aspettare che la bambina mi dia segno di aver compreso l'importanza di quelle parole.
Ora che la roscia si è allontanata, l'atteggiamento della bambina è cambiato, fin nella postura, irrigidita nella paura. Ansia, lotta o fuga. Mi chiedo se sono condizioni psicoemotive adatte a recepire quello che dico. Il suo sguardo, che finora mi ha evitato, è fisso nel mio.
«Secondo: se chiedo che venga fatta una cosa, la si fa. Non gradisco ripetermi.» lei china lo sguardo, sa a cosa mi riferisco «Evita di farmi ripetere le cose tre volte, non vuoi vedermi arrabbiato.» lei annuisce, senza sollevare il capo «In mia assenza, è la prima Custode a tenere le redini.»
Silenzio.
«Sai chi è?» Lei scuote il capo. Prendo il tablet dalle sue mani, le mostro come aprire l'elenco dei contatti. Le indico la Prima, lei annuisce. Mi chiedo se la riconosca per la donna che ci ha accolti quando siamo arrivati.
«Ultima regola. Le porte nere sono off-limits. Per il resto puoi girare liberamente —ma cerca di rispettare la privacy delle altre.» La bambina risponde con un altro cenno di assenso, lo sguardo fisso sul tablet, tornato in suo possesso.
Quei brevi momenti in cui i suoi occhi sono stati fissi sui miei, come a tentare di indovinare le mie intenzioni, sono passati; alla sensazione di pericolo immediato si è sostituita quella di sconfitta e sottomissione: eppure ancora, mentre le sue mani scorrono sullo schermo del tablet come a provarne le funzioni più elementari, il suo sguardo nascosto ogni tanto si solleva a spiarmi di sguincio.
Mi volto sulla schiena, coprendomi gli occhi con un braccio. La bambina sobbalza al mio movimento, quindi rimane immobile, tesa. Nel silenzio e nell'oscurità che seguono cerco di abituarmi alla presenza della nuova ospite, di percepire i suoi movimenti, le sue intenzioni. La sento nuovamente pronta alla fuga, ma in attesa della manifestazione delle mie intenzioni. Ed io lascio che il tempo passi.
È lei ad alzarsi, infine, ed in un mormorio mi chiede: «Posso andare?» Ed io mi accorgo che è solo la terza volta al più che sento la sua voce, brevi spezzoni minimalisti.
«No.» la fermo mentre compie i primi cauti passi per allontanarsi dal letto «Vieni qui, sdraiati accanto a me.» Rimane immobile, con il fiato sospeso; poi i suoi passi leggeri tornano indietro, completano il giro del letto, ed infine l'onda del suo peso sul materasso mi raggiunge il fianco.
Scosto il braccio quel tanto che basta per gettarle uno sguardo; supina e tesa, lo sguardo fisso davanti a sé, aspetta.
«Hai paura.» constato, tornando a coprirmi gli occhi; questo mi dà la sensazione di parlare più per me stesso che per lei, ma non importa «Eppure non ne avresti motivo, perché hai molto meno da temere qui che in qualunque alto contesto; ma non puoi saperlo, né avrebbe importanza.»
Potrei chiederle quale pensa che sia la cosa peggiore che le possa capitare, quale quella che le sarebbe potuta capitare altrimenti, ma a che servirebbe? Quali possono essere le paure di una bambina nel proprio contesto famigliare? Fuori da storie di violenza o soprusi particolari, il peggio con cui si convive, il peggio che può conoscere e temere, sono ordini, litigi, piccoli disagi.
Il mondo da cui viene lei è un mondo che, qualunque problema le abbia potuto creare, le era vicino, di supporto. Come potrebbe non avere paura così, proiettata fuori da quel mondo, senza più rete di sicurezza? Non era un mondo da cui sentisse voglia di scappare, non era un contesto come quello da cui venivano …
Odio la facilità con cui questa bambina mi riporta alla mente quei due; odio come non riesco a non tracciare paralleli, questa è la verità, nonostante l'infinità che separa l'allora e l'ora, come fossero due vite diverse; penso alla situazione di questa bambina e la raffronto con quella da cui venivano quei due; penso al destino che avrebbe potuto avere questa bambina e lo raffronto con quello che hanno avuto quei due.
Sono io a poter immaginare per lei un futuro ben peggiore del vivere qui, perché ne ho visti vissuti da altri. Ma lei, cosa mai potrebbe immaginare che le sarebbe potuto succedere di grave? La morte di qualcuno caro? Perdere la propria famiglia?
Eh.
Se la sua presenza è per me una spina nel fianco, un'inceppatura negli ingranaggi della mia vita e una dolorosa memoria che torna alla luce, per lei è forse la realizzazione del suo peggiore incubo.
Mi volto verso di lei; il suo sguardo incrocia subito il mio, e c'è qualcosa dietro la paura, qualcosa che non riesco a capire. Quando allungo la mano per toccarla, il suo corpo ha un brivido, un sussulto, una breve convulsione; mi chiedo se si aspetta qualcosa di specifico, e cosa.
Seguo con le dita i tratti del suo corpo, la morfologia del viso, il collo, il torace, le gambe, per impararne consistenza, forme, reazioni. La pelle ha ancora la consistenza dell'infanzia; le forme sono ancora quelle magre e lisce delle fisicità ingenue; le reazioni sono ancora quelle della paura, del corpo che si scopre in balía di sollecitazioni esterne in risposta alle quali non sa come reagire.
Avevo dimenticato tutto, non avevo dimenticato niente. Per ciascuna delle custodi saprei dire esattamente quale funzione assolva, quale mio desiderio o volontà esaudisca. Ma cosa mai posso volere da questa creatura? L'unica cosa che riesco a volere da lei, per ora, è che cessi di essere questa continua sollecitazione della memoria, che sia talmente diversa dalle vite con cui ho giocato da smettere di ricordarmele.
Ed ora, quel corpo ha perso la tensione dell'ansia, si lascia manipolare né più né meno di quello di una bambola articolata, un oggetto senza anima né pensiero.
Posso piegarle la gamba, ruotarla finché il ginocchio torni a poggiare sul letto, e le mie dita le faranno solo il solletico scorrendo poi lungo la coscia. Posso alzarle il braccio, poggiare la mia fronte contro il palmo della sua mano in attesa che i ricordi scorrano via, e lei non saprà mai perché; e forse nemmeno se lo chiederà, nella sua passiva attesa che tutto finisca, che io la lasci libera di costruirsi la propria nuova vita.
«Non hai più paura.» i suoi occhi, che finora mi hanno seguito, si distraggono. Potrebbe evitare di dire alcunché, ma si vede che sta cercando le parole. Esita, ed infine «No. Non ho paura. Non avevo paura nemmeno prima. Non puoi farmi nulla di peggio di quello che mi hai già fatto.»
«E cosa ti ho fatto di così grave?» mi chiedo come abbia interpretato il mio esplorare il suo corpo, ma è ad altro che sta pensando: «Hai distrutto la mia vita. Mi hai tolto la famiglia.» dopo tutto, è come pensavo; ma lei continua: «Cosa puoi farmi di peggio? Mi potrai fare male, fisicamente male, poi basta. Non è paura, la mia, è attesa.»
Ora capisco anche cosa c'è nel suo sguardo: quello che non riuscivo a decifrare è odio, ma è anche sfida: “violentami pure, se credi di potermi fare qualcosa.” Scuoto la testa. «Tu non hai la minima idea di cosa stai parlando.»
«Sì invece.» ed al mio sollevare un sopracciglio perplesso, sbuffa «Neanche la mamma ci credeva.» «Che c'entra tua madre?»
«Mi ha detto … mi ha detto che avresti voluto “fare delle cose” con me» con entrambe le mani virgoletta gestualmente l'espressione «e di non opporre resistenza, perché mi avresti fatto ancora più male. Ma ne parlava come se io non sapessi di cosa parlava, come se fosse meglio che non sapessi.»
Mentre parla mi siedo a gambe incrociate, puntello i gomiti contro le ginocchia, poggio il mento contro le dita incrociate. «Ma tu invece sapevi. Sai.» la invito a continuare, ma lei non risponde, distoglie lo sguardo, labbra corrucciate. «Mettiti a sedere.» Esegue, alzandosi sulle ginocchia, sedendosi sui talloni, quindi aspetta, pazientemente; sembra persino più rilassata.
«Quando ho detto che non avevi la minima idea di cosa stessi parlando … non mi riferivo al sesso. Non mi interessa nemmeno sapere se quello che sai l'hai imparato dai libri, giocando con i tuoi amici, o cosa; non è a quello che mi riferivo.» il suo sguardo è ora perplesso «Almeno, non direttamente.»
Mentre gli studenti che sono andati al bagno cominciano a tornare, il professore si guarda intorno perplesso. Forse anche la collega era in bagno? Ma prima ancora, è entrata affatto in trattoria?
L'uomo riesce a ricordare chiaramente lo sguardo che si sono scambiati mentre lui si affacciava dalla trattoria per invitare gli studenti a entrare, e riesce a ricordare con uguale precisione di non averla più vista fuori, prima di chiudere la porta.
È successo qualcosa in quel fatidico momento di distrazione in cui ha cercato di raccomandare agli studenti di aspettare; o la collega gli è passata sotto il naso senza che lui se ne accorgesse, o è sparita in quel momento. Sparita dove?
«C'è qualcun altro in bagno?» «No, professore.» L'uomo tira fuori il foglio per le presenze. «Augusto.» chiama; si guarda intorno, gli studenti si guardano intorno; «Non c'è.» dice qualcuno. «Cominciamo bene,» mormora l'uomo, annotando il foglio «Bertaglia.» «Presente.» Un sospiro di sollievo.
- Augusto ✗
- Bertaglia ✓
- Bertone ✓
- Bolani ✓
- Faenza ✓
- Gargani ✓
- Gorigno ✓
- Lomatto ✓
- Licitra ✓
- Malloni ✓
- Sacchinelli ✓
- Stefani ✓
- Torre ✗
- Veneziano ✗
Abbassando il foglio delle presenze, ritrovandosi sotto gli sguardi tra lo spaventato e il curioso degli studenti, il professore si sente prendere dal panico. Manca un terzo dei ragazzi che gli erano stati affidati, è sparita la collega; l'unico, magro appiglio è la speranza che i tre studenti mancanti siano con la collega —sì, ma dove?
Il peso dell'assurda situazione, la responsabilità della cura di quella decina di ragazzi seduti in giro sui tavoli, la mancanza di un appoggio, di un aiuto, di qualsivoglia consiglio lo colpiscono in pieno. Sgomento, si guarda intorno sperduto, incurante del fatto che i suoi studenti possano vedere il suo smarrimento.
Accanto al registratore di cassa, dietro il bancone, c'è un telefono. Sarebbe una di quelle cose quotidiane a cui, in giorni normali, non si presterebbe minimamente attenzione, ma per il professore è come se qualcuno gli avesse tirato un salvagente.
Con movimenti controllati, per evitare di precipitarcisi sopra come un assatanato, il professore fa il giro del bancone, alza la cornetta, ascolta il familiare suono del telefono in attesa, e finalmente compone il numero per le emergenze.
Il problema del crearsi aspettative, del nutrire speranza è quanto più doloroso diventa il crollo quando la realtà ci ricorda il nostro posto nella crudele realtà.
I ragazzi non hanno nessun problema ad indovinare quanto (poco) successo abbia avuto il tentativo del professore di mettersi in contatto con qualcuno: basta loro vedere la fiamma dell'entusiasmo che si era brevemente accesa sul suo volto morire rapidamente, la pesantezza con cui l'uomo abbassa la cornetta, la rialza, tenta un nuovo numero.
Sulla sala scende il silenzio della preoccupazione, mentre ciascuno di loro si rende conto che il fuori programma non è più qualcosa da affrontare spensieratamente, non è più solo il fastidio di una notte scomoda passata cercando di dormire in pullman; la mancanza di connettività non è più soltanto l'incapacità di aggiornare il proprio stato sui social network; qualcosa di molto più grande, e di molto più grave, sta succedendo intorno a loro, e nessuno di loro ha idea di cosa.
«Professore.» «Hm.» «Cosa … cosa sta succedendo?» la voce della ragazza è timida, trattenuta dalla paura di infrangere quel silenzio, provocare chissà quale reazione.
Il professore annuisce. «Siamo …» cerca le parole più giuste «… siamo isolati dal resto del mondo.» conclude. Non sono le parole giuste, ma lui non sa trovare le parole giuste; la collega era brava, sì, sapeva calmare, tranquillizzare, pacificare. Lui ha con sé solo la forza bruta della realtà, dura spigolosa sconsolata.
Ma non sembra esserci bisogno di tranquillizzare. Forse perché ancora troppo sconvolti dalla loro presa di coscienza della situazione, nessuno dei ragazzi esplode in uno scatto di rabbia o di frustrazione, in una crisi isterica. Esteriormente calmi, aspettano.
Anche il professore aspetta. Aspetta di aver raccolto abbastanza forza di volontà per prendere in mano la situazione, per poterla valutare con serenità, senza panico, valutando gli eventi e scegliendo il corso che loro, professore e studenti, dovranno tenere per il futuro.
Adesso, l'atteggiamento che l'aveva sorpreso nella collega, quella calma rassegnata, assume un nuovo colore, un nuovo significato. Sei in una situazione che ha dell'assurdo, ogni cosa sembra andare per il verso sbagliato; c'è una soluzione? se no, allora di che ti preoccupi? se sì, allora di che ti preoccupi?
Respirare. Se c'è una soluzione, non è nell'angoscia che la potremo trovare. Se non c'è una soluzione, non sarà con l'angoscia che tireremo avanti. Abbiamo un tetto sopra la testa a proteggerci dalla pioggia, quattro solide mura a proteggerci dal vento. Abbiamo acqua corrente in bagno, elettricità (va bene, quanto dureranno? non lo sappiamo, non importa; ma avremo il buon senso di non abusare dell'ospitalità di questo luogo).
Siamo in una trattoria. Potrebbero persino esserci da mangiare.
«È presto,» la donna nemmeno alza lo sguardo, il suo orecchio allenato ha distinto subito l'arrivo di persone che si accomodano per mangiare «manca ancora un'ora.»
«Veramente qui c'è gente che ancora dovrebbe fare colazione.» spiega Lena, nel silenzio che è sceso attorno a loro.
«Allora è già tardi.» la donna si volta infine, il suo sguardo si sofferma sulla bambina, che china lo sguardo con fare colpevole. «Se proprio non potete resistere, prendete qualcosa di leggero, uno yogurt, un po' di frutta. Mangerete con il primo turno. Forza ragazze, rimettiamoci al lavoro.»
La cucina torna in movimento mentre Lena aiuta la titubante bambina a preparare una piccola macedonia. «Non ti preoccupare,» la tranquillizza «abbaia, ma non morde. Mangia con calma.»
Nonostante l'invito di Lena, la bambina cerca di mangiare rapidamente; la donna, accanto a lei, continua a sbucciare frutta. «Basta per me.» mormora la bambina, temendo che la sua macedonia con yogurt sia destinata a crescere indefinitivamente. Ma Lena sta tagliando ora la frutta in un altro recipiente: «Questa è per il pranzo.»
La bambina si guarda intorno; le donne sono tutte variamente indaffarate, chi taglia, chi lava, chi bada ai fornelli; e mentre lei rimane lì a pensare quanto si stia sentendo inutile, una immensa montagna di carne le si siede accanto, facendola sobbalzare.
«Sai sbucciare le cipolle?» le chiede la gigantessa, mentre la bambina guarda preoccupata i bulbi rossastri che la donna sta spargendo sul tavolo. «Oh, non ti preoccupare, sono da insalata queste, non bruciano gli occhi. Ecco qui,» le offre un coltello, le mette davanti un tagliere, sbuccia una cipolla dimostrativa «metti qui le bucce, taglia la cipolla in due, così, poi ancora in due, così, e poi la affetti così.»
La donna passa alla seconda cipolla mentre la bambina si cimenta, impaurita, con la prima. La donna la ferma ben presto: «quanto tagli, ricorda di tenere le dita piegate così,» le mostra come progettere i polpastrelli «altrimenti rischi di tagliarti via una falange.» e le mostra, non si capisce quanto con orgoglio e quanto come avvertimento, la cicatrice che troneggia sul suo pollice.
La bambina ha appena cominciato a prendere dimestichezza con l'arte di affettare i cipolloni che l'ultimo sparisce nell'insalatiera, mentre la gigantessa si alza a mescolare. Pochi secondi dopo, dal tavolo è sparito tutto, ed altre due donne passano degli stracci e stendono una cerata, per poi riporvi rapidamente piatti, posate e bicchieri per una ventina di persone.
La sala si riempie quasi improvvisamente, e la bambina viene sommersa da un'ondata di nomi, piatti che passano avanti e indietro, domande che la sorprendo, risposte che a volte arrivano troppo tardi. «Peperoncino?» «No, grazie.» «Vino?» «No, gra…» «Oops, troppo tardi,» la gigantessa alza il braccio «un altro bicchiere per la signorina.» «Non era necessario, potevo anche bere da lì.» ma il nuovo bicchiere è già arrivato.
La bambina mangia lentamente, guardandosi intorno, intimorita dal caos che la circonda, le facce nuove, le voci che si inseguono. Nella marea dei visi riesce solo a pescare dettagli, la carnagione di quella, i tratti orientali dell'altra, i capelli lunghi, quelli pazzi.
I corpi, tutti nudi o quasi nudi, mostrando chi un tatuaggio su una mammella, chi piercing ai capezzoli, chi collane, chi bracciali. La bambina cerca di non soffermarsi su nessuno, e nel frattempo si chiede quanti di quei tratti siano solo ornamentali, quanti siano strumenti come quelli di cui parlava la dottoressa.
Ma c'è un corpo su cui il suo sguardo continua a cadere, quello di una donna dalla carnagione dorata, dagli immensi occhi scuri e lucidi, dai capelli corvini raccolti in una treccia che frusta la vicina di posto ogni volta che la donna si volta. Dal viso fino a sparire sotto il tavolo, il corpo della donna è marcato dal disegno di una pianta, lunghe foglie colorate, steli serpentini, infiorescente saltuarie.
Ed ogni volta lo sguardo della bambina si incanta a contemplarlo, per distogliersi improvviso quando gli occhi della donna incrociano i suoi. Persino Lena se ne accorge. «Bella, vero?» «Ma è un tatuaggio?» «No, è body painting.» «È dipinto?»
La donna si alza, si accuccia alle loro spalle, le chiede «Ti piace?» «È … molto bello.» «Ne vuoi uno anche tu?» la bambina vorrebbe rispondere sì, ma non ci riesce, ed è la donna stessa a rispondere «Sì, ne vuoi uno anche tu. Oggi pomeriggio se vuoi vieni nella mia stanza, ti insegno come si fano, cerchiamo un bel disegno anche per te, ok?» La bambina trova solo la forza di annuire, la donna torna al suo posto, le fa l'occhiolino, e quella parentesi svanisce nella portata successiva.
C'è qualcosa, nel modo in cui quelle donne comunicano, parlano, scherzano, si insultano persino che fa pensare ad una grande famiglia. E questo pensiero la fa sentire improvvisamente piccola, sola, separata e distante dalle altre, nonostante l'imponente figura che le siede accanto, nonostante i sorrisi stanchi di Lena, nonostante l'invito dell'indiana.
È come se una immensa campana di vetro le fosse stata improvvisamente calata sopra: non più con la propria famiglia d'origine, e troppo lontana da queste donne che ora le siedono accanto per poter sperare di entrare nella loro, di venir da loro accolta come una pari.
Eppure, la pienezza della tristezza di questo pensiero non riesce a raggiungerla, ad emergere; è come se le sue sensazioni fossero al momento ovattate, forse dalla vivacità dell'ambiente intorno a lei, forse al contrario per la pacata, silenziosa vicinanza di Lena, alla quale la bambina sente che si potrebbe poggiare in qualunque momento di debolezza, nonostante Lena stessa non sembri solida sulle proprie gambe, o forse proprio perché questa sua incertezza, questa sua immensa stanchezza o fatica la avvicina a lei, almeno nella sua mente.
Così, alle donne sedute intorno al tavolo la bambina sembra solo timida, sopraffatta dalla novità, magari persino spaventata, ma non certo sconvolta da quell'improvvisa sensazione di solitudine che l'ha colpita.
John Maynard Keynes
Forse uno dei più geniali inviti al pragmatismo:
The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead.
Il lungo periodo è una guida fuorviante per gli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutti morti.
John Maynard Keynes, A Tract on Monetary Reform, Ch. 3
Una delle più puntuali definizioni del capitalismo liberale:
Capitalism is the astonishing belief that the nastiest of men and the nastiest of motives will somehow work for the benefit of all
Il capitalismo è quella sorprendente credenza secondo cui i più odiosi degli uomini ed le più odiose delle intenzioni in qualche modo porteranno al bene di tutti
John Maynard Keynes, attribuita da sir George Schuster in Christianity and human relations in industry
Bertrand Russell
Advocates of capitalism are very apt to appeal to the sacred principles of liberty, which are embodied in one maxim: The fortunate must not be restrained in the exercise of tyranny over the unfortunate
I difensori del capitalismo sono molto inclini all'appellarsi ai sacri principî della libertà, che sono raccolti in una massima: il fortunato non deve essere trattenuto dall'esercitare tirannia sopra lo sfortunato
Bertrand Russell, Freedom in Society, Ch. 13
Samuli Paronen
Confesso di non conoscere il finlandese, ma mi ha molto incuriosito la citazione di questo autore trovata in questo articolo:
Todelliset voittajat eivät kilpaileI veri vincenti non competono
Jason Read
People who dismiss the unemployed and dependent as “parasites” fail to understand economics and parasitism. A successful parasite is one that is not recognized by its host, one that can make its host work for it without appearing as a burden. Such is the ruling class in a capitalist society.
Coloro che scartano i disoccupati e gli assistiti come “parassiti” non capiscono né l'economia né il parassitismo. Un parassita ha successo quando non viene riconosciuto tale dal proprio ospite, quando riesce a far lavorare il proprio ospite a proprio vantaggio senza sembrare un peso. Tale è la classe dirigente di una società capitalista.
Varie/sconosciute
Why does Garry Kasparov choose to fight Deep Blue at chess when he could simply pull its plug?
Perché Garry Kasparov decide di battersi contro Deep Blue a scacchi quando potrebbe semplicemente staccargli la spina?
Al mondo ci sono due tipi di persone: da una parte gli intelligenti e dalla stessa parte gli idioti che non capiscono di dover andare dall'altra.
“L'eccezione che conferma la regola” è un modo di dire che suscita
parecchi brividi dal punto di vista logico-
In definitiva, cosa dovrebbe mai portare a dire che un'eccezione conferma la regola?
In realtà, questo modo di dire, che probabilmente nasce dal fatto che il mondo reale è molto meno ‘pulito’ e ‘regolare’ di quanto la matematica e la scienza possano descrivere e modellare; ed anche un modo di dire che serve a giustificare quando si preferisce, in contesti specifici, non seguire certe regole.
In realtà, da un punto di vista logico-
Eppure, anche in matematica è riuscita ad insinuarsi la possibilità di “situazioni eccezionali” in “deroga” alla liscia, astratta regolarità che normalmente si associa ad essa.
In effetti, la grande analisi del diciannovesimo secolo, che costituisce tuttora la sua parte forse più nota, diffusa ed usata (consciamente o inconsciamente), si occupa sostanzialmente di enti matematici (principalmente, funzioni) caratterizzate da grande regolarità: integrali e derivate, gli strumenti fondamentali dell'analisi, si appoggiano pesantemente a concetti quali quelli di continuità, differenziabilità, lipschitzianità … si richiede quindi che le funzioni siano senza ‘salti’, che il loro grafico sia ‘liscio’, senza spigoli o strane pieghe.
Ma sul finire del diciannovesimo secolo, alcuni matematici tra cui l'italiano Giuseppe Peano si dedicarono alla formalizzazione del concetto di misura (intuitivamente, l'equivalente della lunghezza dei segmenti, delle aree delle figure bidimensionali, dei volumi dei solidi).
La teoria della misura che si viene sviluppando negli anni successivi introduce quindi nel campo dell'analisi un concetto rivoluzionario, quello del quasi ovunque; non è più necessario che una funzione non abbia salti, che sia liscia: eccezioni alla regolarità delle funzioni sono permesse, purché queste siano ‘poche’ rispetto al comportamento ‘generalmente’ regolare della funzione.
La ‘pochezza’ (sic) delle eccezioni è strettamente legata alla teoria della misura, ma da un punto di vista intuitivo può anche essere un numero molto grande (potenzialmente infinito). Ad esempio, i numeri razionali sono ‘pochi’ rispetto a tutti i numeri reali (la misura di Lebesgue dell'insieme dei numeri razionali è zero), nonostante il fatto che la nostra mente possa enumerare una quantità infinita di numeri razionali e solo un pugno di numeri irrazionali.
Perché è interessante tutto questo? Se immaginiamo la vita di uomo come un ‘segmento temporale’, un insieme di istanti (con dimensione topologica 1), quest'uomo può affermare di avere quasi sempre ragione pur avento torto un'infinità di volte, a patto che l'insieme degli istanti in cui ha torto abbia misura nulla.
Non è meraviglioso tutto ciò?
Obiettivi
Lo scopo di questi appunti è di discutere/
Il nome —istocrazia— è stato scelto dopo una sudata ricerca (in Rete) per il termine del greco antico che meglio potesse indicasse la Rete nel nostro contesto corrente. La scelta, scartate le parole in greco antico che si riferissero a reti da caccia o pesca ed a ragnatele, è infine caduta su ἱστός, che letteralmente rappresenta (fonte) “ciò che sta dritto”, tipicamente l'albero della nave o il braccio di un telaio (che è l'idea che ci interessa qui); in greco moderno, la parola è ugualmente connessa con la rete, in termini di “ciò che collega cose o persone”; in italiano rimane in alcune parole (come istologia) per indicare tessuto.
Non posso dire di essere troppo convinto della scelta, anche se non è disprezzabile (ad esempio, si potrebbe parlare di istocrazia come strumento per la formazione di un nuovo tessuto sociale). Si accettano comunque suggerimenti per alternative.
Considerazioni a latere (margini di premessa)
(Chi non fosse interessato, può saltare direttamente agli elementi di istocrazia.)
Su qualcosa come l'istocrazia il sottoscritto rimugina in realtà da anni, in varie forme e con varî nomi. In verità, l'idea stessa del wok nasce anche come ‘piattafroma di prova’ per possibili strumenti che potrebbero essere proprî dell'istocrazia. (In effetti, sarebbe un interessante ‘social experiment’ vedere fin dove possa arrivare a diffondersi l'idea stessa dell'istocrazia, partendo da qui; ma non ha molto senso condurlo prima di rendere il wok più interattivo.)
Ma poiché mentre il sottoscritto pensa c'è chi fa, dal primo affacciarsi di queste idee (quando ancora non esistavano gli strumenti, ed Internet cominciava appena a diffondersi) ad ora c'è chi ha portato avanti progetti con cui l'istocrazia potrebbe confrontarsi, o ha usato metodi che l'istocrazia potrebbe sfruttare.
L'idea dell'istocrazia si potrebbe quindi far partire da alcuni eventi, movimenti, esperienze, situazioni degli ultimi anni che hanno cercato, in qualche modo, di fare leva sulla connettività delle nuove generazioni per spingere questa o quella agenda politica, sociale, personale.
Gli esempi che mi vengono in mente, non necessariamente da intendersi in positivo (anzi), sono il MoVimento 5 Stelle ed Obama. (Si evitino battute sulla scia di “dalle stelle alle stalle”, in qualunque direzione vengano intese.)
{ Altri possibili esempi: Occupy whatever? }
Il MoVimento 5 Stelle
Il MoVimento 5 Stelle è l'esempio brillante di come qualcosa che a parole sarebbe dovuto essere un “movimento dal basso”, apartitico e di larga partecipazione, si possa in realtà struttrare in maniera opposta, con direttive centralizzate, decisioni “dall'alto” e scarsa possibilità di dibattito interno (salvo sui temi “di richiamo”, signoraggi e scie chimiche varî) { Link ad esempi }.
Il fatto stesso che nel nome del movimento si metta in risalto la V del Vaffanculo Day aiuta a comprendere come esso sia più una piattaforma di sfogo per rabbia e frustrazione verso bersagli facilmente condivisibili, con un orgoglio da qualunquismo populista (populismo qualunquista?), che qualcosa con la minima speranza (e probabilmente intenzione) di costruire, in maniera ragionata e condivisa, qualcosa di solido e significativo.
{ Uso di Interent da parte del MoVimento 5 Stelle. }
Obama
Obama, intendendo qui non (tanto o solo) l'individuo in sé quanto chi nel suo entourage di questo, è invece un esempio brillante di uso su larghissima scala di tutti i mezzi di comunicazione messi a disposizione da internet per la costruzione di una vasta base di supporto. Obama (o chi per lui) è stato probabilmente il primo ad aver compreso le potenzialità propagandistiche dei social network, rispecchiando in rete le campagne informative fatte “dal vivo”, tese a coinvolgere quante più persone possibili.
Ovviamente, il successo di Obama non è dovuto solo al suo sagace uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalla sua capacità di proiettare di sé un'immagine da «uomo vicino al popolo», sia su scala politica (es. la Open Government Initiative), sia su scala ‘domestica’ (es. la campagna Dinner with Barack).
Quanto questa immagine aderisca alla realtà, ovviamente, è tutto un altro discorso. Il punto chiave è che la strategia comunicativa di Obama è una strategia “vincente”.
Elementi di istocrazia
Dire semplicemente che l'istocrazia dovrebbe avere Internet come base ovviamente non significa dire un granché. Occorre addentrarsi sui come, ma anche sui cosa: come si organizza e gestisce una cosa del genere? cosa dovrebbe costruire, e come dovrebbe costruirlo?
E forse soprattutto: cosa sarebbe esattamente l'istocrazia? Una forma partecipativa di progettazione, un metodo di diffusione delle idee e delle proposte.
{ Approfondire. }
{ collegamento alle riflessioni su terza e quarta rivoluzione industriale, sia per quanto riguarda gli strumenti, sia per quanto riguarda le possibilità di diffusione; esempi (positivi) dagli Occupy e/o dalle rivoluzioni nei Paesi arabi (per questi ultimi indagare meglio su in quali casi e quanto abbiano contribuito le comunicazioni interpesonali di massa tramite social network e app per cellulari) }
Istocrazia e partecipazione
{ istocrazia come forma di partecipazione: ogni
tema viene discusso e votato (scelte: sì/
Caratteristiche
{ ragionevolezza: le proposte e le critiche sono argomentate e documentate }
{ responsabilità: proposte non anonime, argomentazioni e critiche non anonime, votazioni non anonime, storia delle proposte }
{ anonimato vs pseudonimato }
Gli strumenti
{ wiki distribuita e sotto revision
control; ogni proposta
ha la sua discussione, e può essere riaperta se qualcuno cambia idea o
se nuovi arrivati contribuiscono nuovi argomenti/
{ perché distribuita: migliore gestione del DTDP, dando a tutti la possibilità di studiare le proposte, preparare risposte, argomenti e documenti secondo i proprî tempi }
{ problemi di scala: funziona facilmente bene per un pugno di persone,
come scala a migliaia o addirittura milioni di persone? anche il
self-hosting di ikiwiki (per dire) probabilmente non arriva a queste
proporzioni; vedi anche gestione del kernel Linux, con centralizzazione
più mirror/
Istocrazia e diffusione
{ istocrazia come forma di diffusione delle idee e
delle proposte: il progetto iniziale parte da un piccolo gruppo di
individui, si diffonde tramite ‘social graph’. Domanda: fin dove può
arrivare questa diffusione, supponendo che parta da un solo
individuo/
Pragmatismo
Dalla proposta alla realizzazione
{ come fare perché le proposte discusse ed accettate istocraticamente diventino realtà? }
Crowdsourcing e direttive
{ l'istocrazia come forma di crowdsourcing; opportunità o meno di qualche forma di dirigenza, esempi dal mondo dell'open source: progetti con comitati direttivi e/o “dittatori benevoli” vs progetti meno guidati (vedi ad es. questo post e relativi commenti) }
In questa pagina intendo raccogliere una serie di appunti per un possibile dibattito sull'anarchia. I contenuti della pagina sono (e saranno) variegati, non troppo ben organizzati, e spazieranno dai miei dubbi personali su alcune questioni ai più evidenti problemi argomentativi che mi capita di incontrare leggendo roba scritta da (sedicenti) anarchici e/o libertari.
Il materiale qui raccolto va considerato più come risultato di sessioni di brainstorming individuale che come riflessioni conclusive, e richiede come minimo approfondite analisi, chiarimenti e riscontri prima di andare a costituire parte solida di un pensiero o di un'argomentazione in qualche dibattito.
Cautelativa
Sinceramente non sono molto convinto dell'opportunità di mettere questi contenuti online prima che il wok sia aperto ai contributi esterni, ma ho infine deciso di pubblicarli comunque, pur conscio di non lasciare (al momento) spazio (locale) al contraddittorio (in forma soddisfacente), per una serie di motivi:
- tendo a dimenticarmi le cose: ricostruire le riflessioni già fatte, in parte pubblicate altrove sotto forma di commento, in parte mai trascritte, mi è costato un weekend esteso (tre giorni) di lavoro, senza peraltro giungere a compimento (come mostrato dai molti spazi lasciati “da completare”);
- devo interrompere il lavoro di scrittura con l'inizio della settimana lavorativa, e mi piace avere un punto fermo solidamente registrato;
- la pubblicazione darà comunque la possibilità ad altri di leggere con calma la valanga di contenuti qui depositati, per studiarli, analizzarli, giudicarli ed eventualmente preparare (sempre con calma) risposte, commenti, suggerimenti, correzioni, opinioni;
- c'è sempre la possibilità di risposte per vie traverse (es. FriendFeed), anche se per qualcosa di così complesso preferirei non venisse utilizzata un canale comunicativo così ridotto e fragile;
- per chi fosse interessato ad accendere il dibattito fin d'ora potrei rendere disponibile il sorgente del wok, aprendo così il sito ad una delle previste forme interattive (la forma nerd, il wok come progetto ‘open source’ sotto version control).
Premessa
Una premessa è d'obbligo: la mia cultura sull'anarchia è (al momento) estremamente ridotta. Visto il notevole rallentamento dei miei tempi di lettura ‘classica’ (con Logica della scoperta scientifica sul davanzale della finestra accanto alla tazza del cesso, per intenderci), chissà quando arriverò a leggere qualche pilastro della teoria anarchica (Godwin? Proudhon? Stirner? Malatesta?); nel frattempo, la mia principale fonte d'informazione è Internet, per lo più nella forma dell'immancabile Wikipedia da prendere con le pinze e di qualche blog letto saltuariamente e per vie traverse.
Devo dire subito che quel poco che leggo (al di fuori della didascalica Wikipedia) non è esattamente soddisfacente, dal punto di vista intellettuale: tra fallacie argomentative e metafore che centrano il punto come le mele stanno ai triangoli1, definizioni a dir poco non condivisibili ed una generale superficialità nell'affrontare questioni che a mio parere sarebbero invece di cruciale importanza per una discussione seria sulla fondatezza di un'ideologia (come ad esempio quella anarchica), mi ritrovo spesso più perplesso che convinto.
È anche vero, d'altronde, che la mia esperienza personale mi ha fatto più volte incontrare sostenitori di idee da me pienamente condivise a cui potrei fare critiche non dissimili da quelle appena sollevate allo scarso (in termini quantitativi) materiale che ho letto di, da, e su libertari ed anarchia; e se qualcosa questo mi ha insegnato è che non si può limitare la valutazione di un'idea alla qualità o alla capacità argomentativa di alcuni suoi sostenitori. (Se pur con le dovute cautele che non può non prendere chiunque abbia letto l'importantissimo saggio sulla stupidità umana di Carlo Maria Cipolla il cui testo è fortunatamente di dominio pubblico).
Definizioni
È ben inteso che se non c'è accordo sul significato delle parole che si usano e sui concetti di cui si parla, difficilmente si potrà sperare non dico di raggiungere un accordo, ma nemmeno di avere una discussione minimamente costruttiva. Senza finire con l'impelagarci nei paradossi autoreferenziali della filosofia linguistica ed ignorando le inevitabili conclusioni sull'incomunicabilità2, c'è quindi un minimo di termini che sarebbe il caso di cercare di definire.
Stato, governo, nazione, società
Ho avuto l'impressione, leggendo qui e là, che qualche libertario avesse le idee un po' confuse sulle differenze tra questi concetti. La confusione è in parte imputabile ad una effettiva ambiguità semantica (soprattutto in presenza di enti quali Germania, USA e UAE), in parte ad identificazioni cui la storia degli ultimi due-trecento anni ci ha abituato (le famose idee sullo Stato-nazione dell'Ottocento), in parte a grossolana superficialità (uno Stato non è il proprio governo, nemmeno quando martellante propaganda mediatica vorrebbe convincerci del contrario), e forse anche grazie al contributo di qualche problema di traduzione (ad esempio dall'uso angosassone di nation per supplire alla mancanza di un termine che ben traduca il concetto di Volk o di popolo).
Lo Stato è un ente giuridico, associato (generalmente? sempre?) ad un territorio, la cui esistenza è legata in parte alla capacità dei suoi cittadini di autodeterminarsi ed in parte alla volontà degli altri Stati di riconoscerne l'autonomia. La ricorsività della definizione non è tanto un problema logico quanto soprattutto una questione pratica, come dimostrano casi che vanno dalla Cina (continentale) vs Taiwan ai Paesi Baschi passando per Kurdistan e Bretagna, giusto per citarne i primi che mi vengono in mente.
Il concetto di nazione è ancora più ambiguo di quello di Stato, ed aggiunge ai fattori territoriali anche questioni di identità (o presunte tali) culturali, etniche e/o religiose che ne caratterizzano (o caratterizzerebbero) i popoli.
Il governo è l'ente che in uno Stato detiene il potere esecutivo. Esso può essere costituito da una o più persone (generalmente cittadini dello Stato stesso, ma sarei curioso di sapere se esistono controesempi), e può anche detenere altri poteri. Un aspetto importante da sottolineare è che lo Stato non è il proprio governo, ed il governo di uno Stato non è lo Stato stesso. Persino nel caso di assolutismi, lo Stato è i propri cittadini, anche quando questi, per paura o per pigrizia, subiscano incondizionatamente lo strapotere di chi li governa.
(Una metafora: una famiglia è i propri membri; anche quando gestita da un capofamiglia dispotico e violento, essa non si riduce al capofamiglia stesso.)
Domande possibili, da affrontare oltre le definizioni:
- è possibile che il governo coincida con l'intera popolazione dello Stato? (Credo che in Islanda ci vadano molto vicini)
- è possibile che il potere esecutivo venga esercitato in una forma che rispetti le libertà individuali?
Infine, il termine più importante, e forse più difficile, tra questi è quello di società. Specificamente, vorrei dare a questa parola un significato un po' più ampio di quello formalmente inteso. Società sarebbe quindi ogni gruppo di individui che interagisce (direttamente o indirettamente) in maniera abituale (anche quando sporadica). In tal senso, società è termine più generale di ciò che potrebbe essere descritto come comunità, in cui si legge invece anche un esplicito senso d'identità, ed è rappresentata, per ciascun individuo, dalla sua sfera d'interazione (abituale).
Ho coscienza del fatto che una tale definizione di società va un po' fuori dai margini della notazione usuale, ma la userò comunque in assenza di un altro termine (possibilmente di uso corrente) che possa indicare quanto descritto. (Suggerimenti ben accetti.)
Anarchia, anarchici e libertari
Ovviamente, la definizione più importante se si vuole dibattere sull'anarchia è cosa sia l'anarchia stessa. A questa si aggiunge un mio dubbio personale che ultimamente credo risolto: c'è differenza tra anarchici e libertari? Mi sembra di capire che siano sostanzialmente la stessa cosa, e che il termine “libertario” sia nato per distinguere l'anarchia come ideologia politica ‘positiva’ dall'anarchia volgarmente intesa negativamente come caotico e selvaggio free-for-all senza regole (tranne forse la più animalesca ed istintiva “legge del più forte”).
O forse c'è una qualche distinzione possibile sui principali campi toccati dall'ideologia, sociopolitica in un caso ed economica nell'altro. Ma per il momento scriverò col presupposto che i due termini possano essere usati intercambiabilmente, salvo dover rivedere la semantica nel caso qualche differenza emergesse.
Tornando all'anarchia, sarei alquanto sorpeso se venissi a scoprire che esiste un “pensiero unico anarchico”, un'ideologia complessa e dettagliata condivisa fin nei minimi particolari (teorici e pragmatici) da tutti gli anarchici; mi aspetterei anzi che ci siano tante teorie quanti libertari3. Immagino però ugualmente che esista un nucleo di principî fondanti su cui tutti gli anarchici si ritrovano d'accordo, un “massimo comun denominatore” del pensiero anarchico.
Nella mia limitata conoscenza, penso che un buon punto di partenza sia quella sintetica definizione data da Proudhon di anarchia come «ordine senza potere», una definizione che mi piace perché in poche parole racchiude due capisaldi che possono facilmente essere considerati i pilastri (in senso positivo da un lato e negativo dall'altro) del pensiero anarchico:
- ordine
-
la rottura con il significato negativo fino ad allora associato al termine, quindi non più anarchia come caos, assenza di regole;
- senza potere
-
la possibilità (se non la necessità, addirittura) che regole ed organizzazione emergano senza prevaricazione, nel rispetto della volontà e della libertà dell'individuo.
Meno sinteticamente, possiamo quindi dire che la filosofia anarchica è incentrata sulla possibilità di una società di organizzarsi senza imposizioni, senza coercizioni, e quindi spontaneamente e soprattutto con l'accordo dei partecipanti. Con una banalizzazione che ai libertari sicuramente non piacerà, l'anarchia potrebbe quindi essere vista, da questo punto di vista, come un raffinamento della democrazia dove le uniche regole siano quelle accettate all'unanimità. Ma di questo si parlerà in dettaglio più avanti.
Un'attenzione particolare, inoltre, merita il concetto di potere. Si può infatti vedere il potere in almeno due forme; in un senso più specifico e restrittivo, lo si può intendere nella sua forma coercitiva, il potere come autorità imposta, come violazione della volontà (altrui). Esiste però anche una forma di potere che può giungere agli stessi obiettivi (intendendo come obiettivo il far fare ad altri qualcosa che loro spontaneamente non farebbero) in maniera che potremmo dire morbida, in alcuni casi persino indiretta: è il potere esercitato dal carisma, dal fascino, o anche semplicemente dalla capacità di convincere —o di imbrogliare.
Se è abbastanza evidente nel pensiero libertario il rifiuto del potere nel suo significato più ristretto, il caso del senso più ampio è invece più incerto, ed una sua analisi rischia di impelagarsi su questioni filosofiche circa la natura della volontà e delle sue violazioni. Ma anche di questo si parlerà in dettaglio più avanti.
{ Esistono altri principî fondanti del pensiero anarchico, principî che non possono essere derivati da quelli appena esposti, ovvero il rifiuto della prevaricazione (ed il rispetto della volontà) non separato dalla ricerca dell'ordine? }
Regole e comunità
Fatto salvo il caso oserei dire irrealistico del singolo individuo che non abbia mai alcuna forma di interazione, diretta o indiretta, con un altro (e per il quale quindi non si pone nessuna delle questioni discusse in questi appunti), la maggior parte di noi si trova a vivere almeno parte della propria vita come membro di una società, intendendo tale termine nel senso più generico possibile discusso nelle definizioni.
Individui le cui interazioni includano un senso di identità come gruppo e/o una forma di vincolo reciproco costituiscono una comunità. Le comunità hanno regole che possono essere scritte o non scritte, immutabili o mutabili, regole nei confronti della quale i membri hanno (o ci si aspetta abbiano) un atteggiamento generalmente positivo: esse vengono riconosciute come generalmente valide, e seguite salvo casi tipicamente eccezionali, accettati o giudicati secondo limiti di tolleranza che sono specifici della comunità stessa. { Collegamento a discussione su violazione e mutamenti delle regole }
Alcune importanti osservazioni: l'adesione ad una comunità porta con sé implicitamente l'accettazione delle regole della comunità stessa. Inoltre, l'anarchia non è incompatibile con l'esistenza di comunità: a condizione che l'appartenenza alla comunità sia una libera scelta individuale e che le regole della comunità stessa non violino i principî fondamentali dell'ideologia libertaria, non è irrealistico concepire l'idea di una comunità anarchica.
Vorrei adesso entrare nel dettaglio di un problema specifico che ritrovo spesso discusso da libertari, un caso da cui prendere spunto per un'ulteriore indagine sulla questione dell'esistenza delle comunità e del senso di appartenenza.
Tasse e furti
Uno dei punti più caldi delle “lamentele libertarie” che trovo su internet è l'equazione tra tasse e furto. A difesa di questa tesi si trovano metafore che vanno dal ridicolo all'assurdo passando per l'intellettualmente disonesto (vuoi per estremizzazioni, vuoi per oculata omissione di dettagli importanti).
Oltre ad essere deboli dal punto di vista argomentativo, le presentazioni sulla tassa come furto da me incontrate soffrono a mio parere di un altro grave problema: spostano l'attenzione da un problema centrale e di grande importanza ad un suo corollario periferico. Anche quando lo si voglia fare per semplici intenzioni esemplificative (uno dei modi in cui lo Stato opprime gli individui4), questo approccio ha nel migliore dei casi all'incirca la stessa potenza argomentativa dell'indicare un dito che indica la Luna dopo aver indicato la Luna stessa. E questo, s'intende, quando presentato con solidità e perizia.
L'idea di fondo della tassazione come furto, se ho capito correttamente gli argomenti incontrati, è che essa è imposta (aggettivo, nel senso prevaricativo del termine più che in quello burocratico che da esso deriva): è cioè un trasferimento di beni mobili dal tassato allo Stato (o al comune o alla regione etc), trasferimento che avviene contro la volontà del tassato. (Sia quindi inteso che si parla qui di tasse nel senso specifico di imposte (stavolta sostantivo, nel senso quindi burocratico), e non con il significa più generico che può essere utilizzato anche per forme di tassazione volontaria.)
In tal senso, si noti, le tasse sarebbero un'imposizione a prescindere dal fatto che se ne abbia poi un ritorno in termini di servizi (istruzione, sanità, sicurezza, sussidi di disoccupazione, borse di studio), nonché a prescindere dalla qualità dei servizi stessi (qualità peraltro generalmente non omogena nel territorio di uno Stato, per non parlare delle differenze tra Stati diversi): non essendo una contribuzione volontaria, con la resa dei servizi ci avvicineremmo magari alla filosofia dell'estorsione più che a quella dello scippo, ma resteremmo comunque nell'ambito del, diciamo così, “reato contro il patrimonio”.
Nonostante ciò vi sono comunque libertari che sembrano quasi ansiosi di sottolineare, ogni qualvolta possano, quanto inefficiente sia il rendimento delle tasse, in termini di rapporti costi/benefici, vuoi con esempi di mala amministrazione vuoi sulla base di questa o quella (discutibile) teoria economica5.
Sarebbe interessante capire se l'evidenziare l'inefficienza tasse/servizi sia semplicemente un “di più” («non solo lo Stato ti deruba/estorce con le tasse, ma per giunta questi soldi li spende male»), se abbia un mero valore esplicativo («io le tasse non voglio pagarle perché sono un modo inefficiente di avere servizi», quindi ricollegandosi alla questione appunto della volontà), o se abbia invece un intento argomentativo di tipo rafforzativo. Mi auguro che non si dia il terzo caso perché i cattivi esempi non sono argomenti validi.
(Mi piacerebbe avere anche una statistica della diffusione delle idee anarchiche nei vari Stati, da correlare all'efficienta dello stato sociale; non sarei sorpreso di scoprire una correlazione inversa, per esempio con gli USA al primo posto per diffusione delle idee libertarie e le socialdemocrazie nordeuropee all'ultimo. Penso comunque che un lavoro del genere dovrebbe anche tener conto di fattori correttivi quali il livello di istruzione.)
L'efficienza del sistema tasse/servizi è una questione di tipo prettamente economico che, lungi dall'essere immeritevole di attenzione, tocca però solo tangenzialmente la questione sociale che dovrebbe essere invece di centrale attenzione dal punto di vista libertario, in questo senso: appurato che un individuo saggio che fosse convinto dell'opportunità di una contribuzione individuale per un servizio collettivo accetterebbe volontariamente di pagare detta contribuzione, lo stesso individuo, libertario, sarebbe comunque contrario ad una imposizione della contribuzione (a sé o ad altri) in violazione della volontà del (potenziale) contribuente.
In parole povere: se anche il sistema tasse/servizi fosse efficiente, se anche fosse per chiunque il sistema più efficiente per ottenere servizi (ipotetica molto del terzo tipo), la tassazione (non volontaria, anzi in quanto non volontaria) sarebbe comunque un sopruso ed una violazione della libertà individuale. Vorrei quindi tornare al punto che dovrebbe essere cruciale (se non forse l'unico) nel discutere di tasse dal punto di vista anarchico: l'imposizione.
In realtà, un elemento chiave che manca sia dalle metafore noir a suon di pistole puntate alla tempia sia nelle argomentazioni un po' più serene e puntuali è che le tasse da pagare sono una delle regole di una comunità (formale) cui il contribuente (formalmente) appartiene: sono quindi legate al suo essere cittadino di un particolare Stato, residente in un particolare comune, etc6.
Ora, è ben inteso che, prescindendo dal caso specifico Stato/tasse, nell'accettare di far parte di una comunità (che abbia regole ben precise) se ne seguano le regole. In altre parole: nella misura in cui un individuo accetta di far parte di una comunità, le regole della stessa non possono essere considerate imposizioni sull'individuo.
Come ho già detto, questa piccola ma significativa precisazione da un lato invalida l'argomentazione libertaria che classifica le tasse come furto in quanto contro la volontà; nel farlo, però, spalanca le porte ad un discorso che scende molto più addentro alla questione nella quale l'apparente imposizione delle tasse è solo un superficiale sintomo; questione che tratterò tra poco.
Per concludere provvisoriamente il discorso sulle tasse, vorrei però rimarcare che quanto detto sopra è alquanto generico, e non tiene conto ad esempio della diversa natura che diverse tasse possono avere. In particolare, non tiene conto della differenza tra quelle che il contribuente versa direttamente in quanto tali, e quelle pagate indirettamente.
La differenza non è insignificante perché, per esempio, anche un turista straniero (ovvero non cittadino) paga l'IVA allo Stato in cui sta facendo turismo qualora usufruisca di servizi o acquisti beni che non ne sono esenti. Tuttavia, anche in questi casi può generalmente farsi un discorso specifico che evidenzi la debolezza della classificazione della tassa come furto.
Sempre restando nel caso dell'IVA, si hanno per esempio almeno due ragioni. La prima, di ordine burocratico, è che non essendo cittadini si può chiedere il rimborso dell'IVA7 (che non è proprio la stessa cosa che non pagarla, ma ci va comunque molto vicina). La seconda è che è se pur vero che l'acquirente non è cittadino dello Stato, lo è invece il venditore; il pagamento dell'IVA, pertanto, se non è legato alla volontà dell'acquirente, lo è a quella del venditore. Ma si entra qui nell'ambito delle dinamiche interpersonali, che è una questione dell'ideologia anarchica che merita un discorso a sé.
Comunità e appartenenza
Le riflessioni sulla natura delle tasse mostrano come il loro carattere apparentemente vessatorio sia in realtà soltanto un sintomo molto superficiale di qualcosa di ben più profondo, ovvero la qualità e la natura dell'appartenenza comunitaria.
Le tasse sono parte delle prescrizioni dettate dalle regole di appartenenza a specifiche comunità (Stati, comuni, etc) ai rispettivi membri (cittadini, residenti, etc). Porre la questione in termini di scelta del pagamento o meno delle tasse è quindi improprio: in realtà la questione dovrebbe vertere sulla scelta di appartenere o meno a ciascuna specifica comunità6.
In altre parole, la questione non è se il singolo individuo possa scegliere di pagare le tasse o meno, bensì se lo stesso abbia la possibilità di scegliere se far parte della comunità che ne richiede il pagamento oppure no. S'intende che laddove l'individuo possa scegliere, una sua eventuale scelta in negativo comporterebbe automaticamente la decadenza non solo dei doveri prescritti dalle regole di appartenenza della comunità in questione (ed in particolare le tasse), ma anche di tutti i diritti e privilegi garantiti dalla stessa.
Questo apre almeno due filoni di analisi: uno teorico focalizzato sulla compatibilità tra il pensiero (ed il vivere) libertario con altre forme di interazione sociopolitiche (discorso rimandato ad altrove { da determinare il paragrafo appropriato nella sezione Condizioni di realismo, quando sarà scritto }); uno pratico incentrato sulla possibilità di un vivere libertario ora. In questo senso i ragionamenti qui di seguito non saranno legati tanto ad un “come le cose dovrebbero/potrebbero essere”, ma piuttosto fortemente a “come le cose sono”.
Un punto indiscutibile è che nella situazione corrente la maggior parte di noi (libertari e non) si trova ad essere membro di varie comunità non per liberta scelta di adesione individuale, ma per questioni diciamo così storico-geografiche: per via del luogo dove siamo nati e/o cresciuti e/o quello in cui abitiamo, o per via della nazionalità dei nostri genitori8.
È pur vero però che, non avendo potuto scegliere di aderire a queste comunità, possiamo generalmente scegliere di uscirne (un sub-ottimale opt-out invece del (per alcuni) preferibile opt-in), seguendo le necessarie procedure burocratiche (rinuncia alla cittadinanza, cancellazione della residenza, etc) prescritte dalle regole delle comunità stesse per il riconoscimento della fuoriuscita del membro.
La questione non è purtroppo sempre lineare ed immediata. Probabilmente come reazione all'esperienza della prima metà del secolo scorso (lettura consigliata), ad esempio, i regolamenti di alcuni Stati rendono infatti difficile divenire apolidi; non so ad esempio se sia nemmeno possibile (o quanto sia facile), nel contesto legislativo attuale, rinunciare alla cittadinanza italiana senza averne un'altra (chi vuole può darsi alla lettura del testo della L.91/1992 come emendata dalla L.94/2009 o cercare altri regolamenti rilevanti).
Supponendo comunque che si riesca a rescindere l'appartenenza a quelle comunità cui non si vuole appartenere, il dopo è pure tutt'altro che semplice. In questo caso, il cardine dei problemi è il controllo territoriale: non esiste infatti (o se esiste io personalmente non ho idea di dove trovarla) un'area di terre emerse su cui qualche Stato non dichiari possesso; semmai, è facile trovarne su cui a pretendere controllo sono più d'uno (ovviamente in conflitto tra loro). Tra le possibilità abbiamo quindi (intendendo l'appartenenza di un luogo ad uno Stato in termini di pretese di controllo dello Stato sul luogo):
- cercare posti fuori dal controllo di qualunque Stato (se ne esistono);
- vivere in un posto in cui il controllo dello Stato cui appartiene sia di fatto inesistente (area remota e/o Stato molto liberale);
- vivere in un posto in barba a qualunque forma di controllo dello Stato cui appartiene (squatting);
- dichiarare l'indipendenza: idea che si potrebbe rendere più realistica portandola avanti non da singoli individui ma con un gruppo di persone, optando ad esempio per una secessione con la conseguente costruzione di uno Stato anarchico (sulla possibilità che ‘Stato anarchico’ sia o meno una contraddizione si parlerà in dettaglio insieme alle altre Condizioni di realismo).
Alcune delle strade proposte possono essere perseguite senza spostarsi, altre richiedono invece, oltre allo sforzo di costruire un tipo di vita diversa, anche un trasloco. Una delle obiezioni che viene sollevata dai libertari è: «perché dovrei essere io a spostarmi?»; la risposta prima, come già detto sopra sulla necessità di scegliere di lasciare una comunità piuttosto che di entrare a farvi parte, è che qui stiamo parlando di come stanno le cose adesso, e non di come dovrebbero essere.
Vi è però a questa domanda anche una risposta più teoretica, che verrà discussa più avanti insieme al resto, e riguarda il fatto che non tutto nella vita di un libertario è concretizzabile secondo la sua volontà, neanche nelle condizioni più ideali: talvolta, non è nemmeno suscettibile di scelta (esempio banale: non si sceglie di nascere né da chi si nasce né dove si nasce, e per il primo periodo di vita nemmeno dove si cresce). E una doccia di realismo non solo è più sana di un immaturo lamentarsi del fatto che le cose non siano (o peggio, non possano essere) come si vorrebbe che fossero, ma prepara anche a riflettere sulla necessità del compromesso richiesto anche nelle più ideali società anarchiche.
Una nota sul pragmatismo anarchico
È comprensibile che, di fronte all'immensa difficoltà, quando non addirittura alla materiale impossibilità, di perseguire nella vita quotidiana gli ideali libertari, si scelga piuttosto di accettare le costrizioni imposte con la stessa convinzione con cui si rinuncia a vincere le inoppugnabili leggi della fisica e della natura, trasformando così in apparente vittoria ciò che altro non è che una solida sconfitta: un passo psicologicamente (o se vogliamo ‘spiritualmente’) importante dall'impotente frustrazione dell'incapacità di realizzazione dei propri ideali alla pretestuosa arroganza di sentirsi padroni del proprio destino per aver dichiarato propria una scelta di fatto obbligata.
(E non ricordo ora quale filosofo parlasse dell'illusoria libertà che può sentire un sasso gettato per aria, sentendosi privo di vincoli ma non avendo altra via che quella prescrittagli dalla cosmica legge di gravità.)
Scelta, peraltro, di cui non si discute qui la saggezza, ma che certamente avrebbe ben più valore se, piuttosto che mascherarsi nell'ipocrita finzione di una vittoria, si motivasse sinceramente come riconoscimento della sconfitta (e del conseguente abbandono) di un'ideologia.
Regole e violazioni
{ Regole, violazioni, liberalizzazioni. Esempi dal copyright, copyleft, Creative Commons, etc }
Anarchia, socialismo ed individualismo
Non sarà sfuggito a chi legge questi appunti che una grande attenzione è stata posta finora sugli aspetti sociali dei rapporti tra individui, ed in particolare sulla natura e sulla struttura delle comunità.
In effetti, quando ho cominciato a stilare questi appunti l'attenzione alla comunità è venuta in maniera in un certo senso spontanea. Più recenti discussioni mi hanno però portato a riflettere con maggiore attenzione, ed in maniera più esplicita e diretta, su questo aspetto.
In prima battuta, l'osservazione si è concretizzata nella constatazione che il pensiero anarchico storico è di stampo principalmente socialista, mentre il pensiero libertario contemporaneo sembra essere piuttosto di stampo individualista.
La questione ovviamente non è così semplice: in tempi storici sono esistiti anarchici individualisti come al giorno d'oggi non mancano libertari di stampo socialista.
È un po' un peccato, perché con quella che invece dovrà essere considerata una forzatura semantica si poteva attuare una restrizione di significato considerando anarchico il pensiero di tipo sociale e libertario quello individualista.
Peraltro, ho il sospetto che, per dire, un Max Striner, da molti considerati uno dei pilastri del pensiero anarchico individualista, sarebbe piuttosto d'accordo con questa scelta di termini, viste le critiche da lui stesso mosse nei confronti del pensiero anarchico (sociale).
La distinzione tra le due forme di pensiero sono tutt'altro che sottili.
Nella prospettiva del pensiero anarchico sociale, infatti, il potere dell'uomo sull'uomo è vista come la causa prima delle diseguaglianze sociali e lo Stato come principale strumento per l'esercizio di questo potere; l'abbattimento dello Stato è quindi un obiettivo intermedio da perseguire dell'ottica di un fine ulteriore: l'uguaglianza sociale.
Per contro, il pensiero libertario di stampo individualista pone la propria attenzione sul singolo individuo; l'aspetto sociale è sostanzialmente secondario, ed è anzi spesso visto in termini antagonistici (implicitamente, quando non esplicitamente).
{ Approfodondire: interessi dell'invidivuo contro quelli (del resto) della comunità; interessi della comunità come interessi di ciascuno degli individui appartenenti alla comunità stessa; se prevale l'interesse della comunità è male dalla prospettiva individualista (potere dell'uomo —gli individui della comunità— sull'uomo —l'individuo—); se prevale quello dell'individuo è male dalla prospettiva sociale (potere dell'uomo —l'individuo— sull'uomo —gli individui della comunità—). Max Stirner, il might makes right e il darwinismo sociale. }
Condizioni di realismo
Come ho scritto altrove, l'analisi di un'ideologia (e quindi in particolare di quella anarchica) non può prescindere da tre questioni fondamentali, che nel caso specifico si possono così riassumere:
- può (e se sì, sotto quali condizioni) esistere una società anarchica?
- può (e se sì, sotto quali condizioni) continuare ad esistere una società anarchica?
- può (e se sì, sotto quali condizioni) una società anarchica subentrare ad una preesistente società di stampo diverso?
È abbastanza evidente che se la risposta ad una qualunque delle tre domande qui sopra fosse negativa, l'ideologia anarchica perderebbe molto della propria forza, nonché della propria credibilità, sebbene sia possibile comunque prenderne alcuni elementi specifici che possano avere un valore intrinseco o quanto meno slegato dal loro essere parte di questa particolare ideologia.
{ Partire da un'analisi dei principî fondamentali del pensiero anarchico. Punti importanti su cui ricordarsi di approfondire: coerenza interna dei principî, realismo; realizzabilità in caso di principî universalmente condivisi vs realizzabilità in caso di principî non condivisi; indagine sulla risoluzione dei conflitti tra anarchici; risoluzione dei conflitti con altre ideologie; cambiamenti di opinione; violazione di contratti, regole, principî (in ordine di approfondimento); analisi della possibilità della degenerazione; è possibile qualcosa che alla fine non si riduca alla legge del più forte? Studio separato per il caso delle nuove generazioni: cultura vs natura; quando un individuo è un individuo?; infanzia e maturazione, saggezza, coscienza, ‘maggiore età’. Il problema dell'educazione, del pensiero, della formazione; leader e seguaci (collegato al problema della degenerazione). }
con una varietà di regole che porta a situazioni che hanno del paradossale, come un'Italia che considera automaticamente cittadini i discendenti di emigrati, che non parlano una parola della lingua e non hanno mai messo piede sul territorio dello Stato nemmeno in visita turistica, ma richiede un iter burocratico pluriennale per i figli di immigrati che, pur essendo nati e cresciuti in Italia e conoscendone lingua e cultura a volte meglio di molti cittadini, rischiano di venir espulsi come ‘clandestini’ al raggiungimento della maggiore età. ↩
ma è pur vero che lasciate libere di agire, le persone tendono ad imitarsi a vicenda. ↩
cosa che so per esperienza; ho infatti chiesto ed ottenuto il rimborso dell'IVA pagata in Canada, con una semplice visita all'apposito ufficio in aeroporto. ↩
in realtà, devo ancora trovare una teoria economica che non sia quanto meno discutibile. E non sono solo io a pensarlo se c'è un adagio secondo cui
economics is the only field in which two people can win a Nobel Prize for saying exactly the opposite thingl'economia è l'unico campo in cui due persone possono vincere un Nobel per aver detto cose diametralmente opposte
. { trovare fonte } ↩rubo l'espressione ad uno dei dipendenti Microsoft che lavorò ai filtri di conversione per Word dei documenti WordPerfect; per spiegare quanto poco fossero omogenei i due modi di descrivere un documento, decise di fare un passo avanti rispetto al classico modo di dire anglosassone che prevede invece un confronto tra mele ed arance. ↩
per puntualizzare, né qui né altrove si vuole sottintendere che il pagamento di tasse sia una regola che debba essere presente in ogni comunità, ma solo che di fatto è una regola di alcune (classi di) comunità cui gli individui apprtengono ora. Non è neanche detto —in linea di principio— che uno Stato o altra unità amministrativa debba richiedere il pagamento di tasse (ovvero: ipoteticamente parlando potrebbe esistere uno Stato che tra le proprie regole non includa il pagamento di tasse). ↩ ↩
si noti l'uso del termine individuo invece di quello di cittadino. ↩
nulla è conoscibile, ciò che è conoscibile non è comunicabile, e ciò che viene comunicato non viene compreso. O altre varianti sul tema. ↩
- information è un plurale collettivo [2010-11-22]
- GIF (Graphic Interchange Format) si pronuncia con la G dolce (“jiff”) [2010-11-26]
- si scrive accommodation e non accomodation [2010-11-29]
- il costume adamitico non viene (direttamente) da Adamo, bensì dagli adamiti [2010-12-05]
- si crive embarrassing e non embarassing [2011-12-14]
- calzoni: praticamente delle grosse calze (scoperto vestendomi ed infilandomi una gamba di pantalone, dicendo «mi infilo un calzone» e pensando «devo mettermi anche le calze») [2011-12-24]
Versione tl;dr (e conclusioni di tutto il discorso): lavorare per qualcuno e lavorare con qualcuno sono due tipi di relazioni indipendenti: si può quindi lavorare per qualcuno, ma non con loro; si può lavorare per qualcuno e con loro; si può lavorare con qualcuno, ma non per loro. Sono quindi due insiemi con intersezione non vuota.
Motivazione: una delle tipiche discussioni inutili che si fanno per passare tempo in palestra.
Per una comprensione più dettagliata del discorso, cominciamo con un breve ripasso di teoria degli insiemi (solo quello che serve).
Sia X un insieme. Una relazione (binaria) tra gli elementi di X è un sottoinsieme del prodotto cartesiano di X con sé stesso. Se R ⊆ X × X è una relazione ed x, y ∈ X, diremo che x è in relazione con y (secondo R) se (x,y) ∈ R, ed in tal caso scriveremo per semplicità xRy.
Su uno stesso insieme X si possono definire più relazioni. Alcuni tipi di relazione sono particolarmente diffusi e/o importanti. Tra questi ricordiamo:
- relazioni d'ordine
-
una relazione R ⊆ X × X si dice d'ordine se essa gode delle proprietà riflessiva (xRx per ogni x ∈ X), antisimmetrica (se xRy e yRx allora x = y) e transitiva (se xRy e yRz allora xRz); un esempio classico di relazione d'ordine è la relazione di minore o uguale definita sui numeri (naturali, razionali, reali);
- relazioni d'ordine stretto
-
una relazione R ⊆ X × X si dice d'ordine stretto se essa gode delle proprietà irriflessiva (xRx per nessun x ∈ X), asimmetrica (se xRy allora non può aversi yRx) e transitiva (se xRy e yRz allora xRz); un esempio classico di relazione d'ordine stretto è la relazione di minore definita sui numeri (naturali, razionali, reali);
- relazioni di equivalenza
-
una relazione R ⊆ X × X si dice di equivalenza se essa gode delle proprietà riflessiva (xRx per ogni x ∈ X), simmetrica (se xRy allora yRx) e transitiva (se xRy e yRz allora xRz); un esempio classico di relazione d'ordine è la relazione di similitudine definita sull'insieme dei triangoli del piano.
Veniamo ora alla nostra questione: prendiamo l'insieme X delle persone che lavorano, e definiamo su questo insieme due relazioni.
La prima relazione, che indicheremo con C, è la relazione del ‘lavorare con’. Se x, y sono persone ed x lavora con y, scriveremo xCy. Questa relazione gode sicuramente della proprietà riflessiva (nel senso che ciascuno lavora con sé stesso) e di quella simmetrica (se uno lavoro con un altro, è anche vero che l'altro lavora con l'uno); se quando uno lavora con un altro e questo lavori con una terza persona è sempre vero che il primo lavori con il terzo, allora sarà anche vera la proprietà transitiva e quindi la relazione C potrà essere considerata una relazione d'equivalenza.
La seconda relazione, che indicheremo con P, è la relazione del ‘lavorare per’. Se x lavora per y, scriveremo xPy. A seconda se si ammette che si lavori per sé stessi o meno, la relazione P è abbastanza ovviamente una relazione di ordine semplice o in senso stretto.
Siccome si ha C, P ⊆ X×X, possiamo calcolare l'intersezione delle due relazioni (ovvero lavorare per e con qualcuno) e questa sarà ancora una relazione tra gli elementi di X (C ∩ P ⊆ X×X). Se essa è vuota, non vuota, uguale alla diagonale (ovvero se ogni elemento è in relazione ‘per e con’ solo con sé stesso) o altro dipende ovviamente dalle relazioni C e P.
Facciamo un esempio. Sia dato un insieme X i cui elementi sono a, b, c, d e supponiamo che le relazioni C e P siano così definite:
- b lavora con a e con d; considerando la simmetria e riflessività di C, avremo le relazioni aCa, bCb, cCc, dCd, aCb, bCa, bCd, dCb (in questo caso stiamo supponendo che non valga la proprietà transitiva, ed in particolare che anche se b lavora con a e con d, a non lavora con d)
- a e b lavorano per c, e b lavora anche per d; senza considerare la riflessività per P, avremo aPc, bPc, bPd (questa relazione P è una relazione d'ordine in senso stretto)
In tal caso, la relazione lavorare per e con lega soltanto b e d essendo (b,d) l'unico elemento dell'intersezione C ∩ P (relazioni bCd e bPd)
Se nella relazione P si avesse pure bPa, gli elementi di C ∩ P sarebbero (b,d) e (b,a).
Se invece in P considerassimo anche la riflessività (cioè che ciascuno lavora per sé stesso), allora a lavorare per e con qualcuno saranno: ciascuno con sé stesso, b per e con d: (a,a), (b,b), (c,c), (d,d), (b,d).
La cosa migliore che ci si possa tatuare è una proiezione di planisfero: quando età, grasso e quant'altro l'avranno deformata, sarà semplicemente diventata un'altra proiezione. [2011-11-19]
Fallacia ≠ falsità
Il semplice fatto che alcune (o anche tutte) le argomentazioni siano sbagliate (logicamente fallaci) e/o che alcune (o anche tutte) le premesse siano errate non implica necessariamente che la conclusione sia errata o falsa. Implicano semplicemente la non sostenibilità logica della tesi secondo le premesse e le argomentazioni apportate.
Esempi:
- Napoleone era inglese, gli inglesi erano còrsi, Napoleone era còrso. (Premesse false, logica corretta, conclusione vera.)
- Napoleone era umano, i còrsi erano umani, Napoleone era còrso. (Premesse vere, logica errata, conclusione vera.)
- Napoleone aveva i capelli verdi, i còrsi avevano i capelli verdi, Napoleone era còrso. (Premesse false, logica errata, conclusione vera.)
Due importanti implicazioni di questo fatto:
- per controbattere una tesi non è sufficiente dimostrare la fallacia del ragionamento che vi ha condotto o la falsità di qualche premessa;
- chi evidenzia la fallacia del tuo ragionamento o la falsità di almeno una tua premessa non necessariamente è in disaccordo con te o vuole sostenere una tesi opposta alla tua.
Permettere ≠ costringere
Una fallacia argomentativa sorprendentemente diffusa negli integralismi religiosi, nei fanatismi di qualunque ideologia, ed in generale presso molti di coloro che sostengono che X debba essere proibito (per qualunque valore di X: matrimonio tra persone di razza diversa o dello stesso sesso, adozione, aborto, eutanasia, consumo di questa o quella sostanza, non indossare un certo tipo di vestiario, …) è quella di rispondere a chi sostiene che X vada permesso come se questi pensasse che X debba essere obbligatorio.
Più raramente si riscontra la fallacia simmetrica, ovvero di equiparare il permettere che non X all'impedire X (esempio: indossare un certo tipo di vestiario, fare il militare).
In entrambi i casi, l'argomentazione fallace nasce in risposta ad un'osservazione su come la proibizione (o l'obbligo, nel secondo caso) sia, in quanto imposizione, un sopruso, e si sviluppa sostenendo che il permettere (quanto proibito, o di non fare quanto imposto) sia a sua volta un sopruso non meno grave del “presunto” sopruso coercitivo. (Più spesso, nello specifico, si articola sottolineando come il permettere sia un sopruso e sottintendendo che quanto proibito/imposto invece non lo sia.)
Non credere che ≠ credere che non
La situazione è simile a quella del caso precedente, ma più sottile e più difficile da identificare, per via della frequente effettiva somiglianza delle due posizioni e del loro forte contrasto con la posizione del credere.
Ringrazio QualiaSoup per aver attirato la mia attenzione sulla necessità di evidenziare questa differenza, e per aver fornito qualche esempio molto utile1:
- credere che una persona non sia innocente (che equivale a credere che sia colpevole) vs non credere che una persona sia innocente (ma nemmeno che sia colpevole: semplicemente, non avere un'opinione in merito);
- credere che non esista alcun dio (ateismo ‘forte’) vs non credere che esista un dio (ateismo ‘debole’).
Purtroppo, grazie all'ambiguità della lingua italiana, nel linguaggio comune l'espressione “non credere che” viene frequentemente usata per indicare la ben più stretta condizione di “credere che non”, che viene usata nella sua espressione naturale solo in rari casi, quando si voglia espressamente sottolineare la convizione della negazione. L'abuso porta alla necessità di laboriose circonlocuzioni per indicare invece la più banale negazione della convizione.
Implementazione ≠ teoria
È necessario saper distinguere tra gli aspetti teorici e quelli pratici di un concetto, un'idea, una teoria, un'ideologia.
Un'argomentazione che abbia come obiettivo l'analisi o la critica di una teoria, ideologia, idea o concetto non è valida se procedere per ‘induzione’ da critiche ad una o più particolari implementazioni: occorre rivolgersi direttamente agli aspetti fondanti della teoria stessa, salvo per quelle critiche che siano specificamente mirate agli aspetti implementativi della teoria stessa.
Ad esempio, è legittima una critica che evidenzi la difficoltà della realizzazione di una implementazione positivamente funzionale; è anche legittimo che una tale critica porti come esempi implementazioni esistenti e/o passate.
Per contro, l'inesistenza di tali implementazioni non è un argomento sufficiente su cui basare la loro impossibilità. Nelle immortali parole di Westley in The Princess Bride2:
Nonsense. You're only saying that because no one ever has.
Sciocchezze. Dici così solo perché solo perché non c'è mai riuscito nessuno. ([video][westley.video])
Condizioni necessarie, condizioni sufficienti, correlazioni
In una argomentazione corretta e completa è importante distinguere ed evidenziare le implicazioni causali tra condizioni, situazioni, fatti, azioni, eventi. Le fallacie in cui è possibile cadere in questo caso sono tre:
- supporre che una condizione necessaria sia anche sufficiente;
- supporre che una condizione sufficiente sia anche necessaria;
- supporre che una correlazione indichi un rapporto di causalità.
Le prime due sono discusse nel paragrafo Necessità e sufficienza, la terza in Correlazione e causalità.
Necessità e sufficienza
Una condizione X è necessaria affinché si verifichi Y se è impossibile che Y si verifichi senza che anche X (si) sia verificata. Una condizione X è sufficiente affinché si verifichi Y se quando X è verificata sarà automaticamente verificata anche Y.
Dal punto di vista logico, X è necessario per Y se Y implica X, ed X è sufficiente per Y se X implica Y. Necessità e sufficienza sono speculari l'una all'altra: se X è necessario per Y, allora Y è sufficiente per X, e viceversa.
Un esempio: perché piova è necessario che vi siano nubi. La nuvolosità è quindi una condizione necessaria per la pioggia. Se sta piovendo, possiamo dedurre che vi sono nubi. Viceversa, se non ci sono nubi, possiamo dedurre che non sta piovendo. La nuvolosità non è però una condizione sufficiente: se ci sono nubi, non possiamo dedurre che sta piovendo. Se non piove, non possiamo dedurre che non ci sono nubi.
Simmetricamente, la pioggia è una condizione sufficiente per la nuvolosità, ma non è condizione necessaria, da cui seguono le stesse implicazioni del capoverso precedente.
Una condizione X è necessaria ma non sufficiente quando il verificarsi delle conseguenze dipende da altre condizioni che devono verificarsi insieme a X. Una condizione X è sufficiente ma non necessaria quando le conseguenze possono dipendere da altre condizioni che possono verificarsi in alternativa ad X.
Esistono anche condizioni necessarie e sufficienti, che indicano quindi una equivalenza tra antecedenti e conseguenti. Generalmente rare in matematica sono i capisaldi di alcune teorie; per il mondo reale non me ne viene in mente nemmeno una.
Correlazione e causalità
La correlazione è un dato statistico sulla frequenza con cui un certo
(tipo di) evento o situazione accade in concomitanza con/
L'errore argomentativo consiste nel tradurre un'alta correlazione in una causalità, ovvero supporre che eventi che si verificano spesso insieme siano legati dall'essere l'uno conseguenza dell'altro.
Poiché eventi legati da una rapporto di causalità sono effettivamente correlati, (ovvero, la causalità è condizione sufficiente per un'alta correlazione) questo tipo di fallacia logica rientra nel caso dell'ipotizzare che una condizione sufficiente sia anche necessaria (ovvero che la correlazione implichi una causalità).
In genere, la fallacia del rapporto di causalità ipotizzato tra eventi correlati procede spesso di pari passo con la fallacia del post quam, ergo propter quam: l'evento successivo viene ritenuto conseguenza del precedente per il semplice fatto che i due eventi tendono a capitare spesso in quella data sequenza cronologica.
Un alto livello di correlazione può però avere molte altre spiegazioni. Sempre rimanendo nell'ambito della causalità, ad esempio, eventi o fenomeni correlati possono avere una origine comune, più o meno remota.
Esempi tipici di abuso interpretativo della correlazione si trovano in medicina. È però importante sottolineare che anche laddove un diretto rapporto di causalità non possa essere derivato dalla scoperta di una correlazione tra due fenomeni, tale conoscenza può comunque trovare la giusta applicazione in altri abmiti dove la valenza statistica è la principale motrice, come per esempio nel campo delle assicurazioni.
Supponiamo ad esempio che da una ricerca emergesse una correlazione tra il pulirsi il culo con la mano sinistra e l'incidenza del cancro al colon, nel senso che tra color che usana la mano sinistra vi è una incidenza maggiore (in maniera statisticamente significativa) di cancro al colon rispetto a chi si pulisce con l'altra mano.
Volendo interpretare questo risultato, non si potrebbe dire, come invece titolerebbero molti giornali, che pulirsi il culo con la sinistra fa venire il cancro al colon; un assicuratore potrebbero però legittimamente chiedere al proprio cliente con quale mano si pulisce, ed eventualmente alzargli il premio in caso di mancinismo.
Se in un caso come questo la tentazione di passare da correlazione a causalità è forse un po' debole per via della ridicolaggine ed incompresibilità di un eventuale rapporto di causalità, in altri casi scivolare verso la fallacia è più naturale, ad esempio perché una grossolana spiegazione della presunta causalità è più facilmente reperibile.
Ad esempio, da uno studio potrebbe emergere che dormire sul fianco sinistro ha una correlazione con l'infarto significativamente più alta che non il dormire sul fianco destro: pur non essendo, dal punto di vista argomentativo, una stuazione diversa rispetto alla precedente, in questo caso è abbastanza facile convincersi, magari inconsciamente, che la correlazione è in effetti causale, dovuta ad esempio al diverso modo con cui la cassa toracica (e quindi il muscolo cardiaco) sono compressi durante il sonno in un caso rispetto che nell'altro.
nel video Lack of belief in gods ↩
penosamente tradotto in italiano come “La Storia Fantastica” ↩
Chi mi conosce sa che non sono molto ottimista sulla sorte del mondo e dell'umanità, ma ogni tanto vengono fuori notizie pazzesche che dànno speranza.
- un malato terminale di SLA, come ultima cosa, scrive una patch per GNOME. Lo fa scrivendo al computer in Morse con un marchingegno attivato dai movimenti delle ginocchia, ultima parte del suo corpo che ancora rispondeva con forza sufficiente ai comandi motori. [2011-02-27]
Anni fa avevo cominciato a raccogliere una serie di riflessioni sulla terza (e quella che secondo me è la quarta) rivoluzione industriale, internet, i poteri politici ed economici, la diffusione dell'informazione, la censura e la proprietà intellettuale.
Eccole ripescate doo un faticoso lavoro di archeologia (e grazie alla sempre ottima idea di pensare per tempo ai backup).
- La mafia del copyright
- SIAE Addendum
Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere
- 0.0: Prologo
- 0.1: Introduzione
- 0.2: Il tema
- 1.0: Le rivoluzioni fallite
- 2.0: Una nuova speranza
- (il seguito sono solo note sparse, per ora)
Ovvero del come le navicelle del nostro ingegno finiscono immancabilmente per infrangersi sulla scogliera della realtà: dal software alle ideologie, i motivi per cui le migliori intenzioni degenerano nel proprio opposto al momento della loro realizzazione. O anche del come le rivoluzioni spostino i problemi senza risolverli. E qualche suggerimento su come evitare tutto ciò.
Il mito del ‘nuovo inizio’
Il fresh start è una grande tentazione per chiunque si ritrovi impelagato in situazioni da cui sembra impossibile uscire: mollare tutto e ripartire da zero è un'idea che porta insita la promessa che l'esperienza finora accumulata ci possa aiutare ad evitare di impelagarci, di nuovo, nelle stesse situazioni.
La realtà è ben diversa, e non tanto perché le situazioni passate possono riemergere, possono tornare a perseguitarci: anche quando si riesce davvero a liberarcisi delle catene del passato, a ripartire con rinnovata energia da una tabula rasa, inevitabilmente le stesse problematiche si riprogono, errori simili vengono commessi, e nuovamente ci si ritrova immersi in una melassa indistricabile.
Portrait of the programmer as an adolescent
Chi ha mai sviluppato o mantenuto software di dimensioni non insignificanti conosce molto bene la problematica: si raggiunge prima o poi un punto in cui la struttura del programma diventa talmente complessa che mettere mano in un qualunque punto del programma comporta conseguenze spesso imprevedibili da tutt'altra parte; lo sviluppo diventa sempre più simile all'irrisolvibile problema del coprirsi con una coperta troppo corta.
Ed il meccanismo inevitabilmente evolutivo di sviluppo del software porta il software stesso ad assumere una struttura intricata, contorta: vi sono aree che nessuno sano di mente guarderebbe nemmeno, meno che mai ardirebbe metterci mano: sembrano funzionare, e solo un pazzo potrebbe richiedere una migliorìa, una nuova funzione che le coinvolga. Eppure, queste situazioni sono e diventano insostenibili. Le migliorie sono richieste, i problemi devono essere sistemati. E qual è il modo giusto di uscirne?
La tentazione è, inevitabilmente, quella di riscrivere il software da zero: forti dell'esperienza della precedente versione, si sarà sicuramente in grado di rendere tutto pulito, funzionale e mantenibile. Questa idea è talmente integrata nel pensiero dell'ingegneria del software che plan to throw one away è uno degli argomenti più famosi e discussi di The Mythical Man-Month.
Un programma abbastanza famoso che ha subìto questo processo almeno due volte (e che si appresta a cadervi per la terza volta) è Mozilla Firefox. In origine era la Mozilla Suite, nata dalle ceneri del Netscape Communicator e riscritta in parte anche per eliminare le parti che non potevano essere rese pubbliche per motivi di licenze e brevetti. La sua pesante lentezza portò alla scelta di smembrare le varie componenti della suite (browser, posta elettronica e newsgroup, chat, editor per pagine web) in programmi separati ed independenti, ridotti al minimo indispensabile, con supporto per le famose ‘estensioni’ per chi vi desiderasse maggiore funzionalità.
Eppure, a sette anni dalla sua nascita, il ‘piccolo e veloce’ erede del browser della Mozilla Suite si ritrova ad essere talmente grosso e pesante da non poter essere più nemmeno compilato su Windows a 32-bit, nonostante i ripetuti e continui tentativi di evitare la sua abnorme crescita di dimensioni.
Che cosa è successo? Come brillantemente spiega Joel Spolsky, ricominciare da zero è qualcosa che non si dovrebbe mai fare. Il motivo per cui anche il software progettato nel modo più elegante possibile finisce immancabilmente per diventare un'accrezione inguardabile di spaghetti e polpette pelose è che anche il software progettato nel modo più elegante deve funzionare nel mondo reale.
Funzionare nel mondo reale, per un software, significa svolgere il proprio compito nelle più disparate delle condizioni esterne: da altri software dal comportamento imprevedibile all'utente sbadato, dalla sottoversione più sfigata del sistema operativo più diffuso al monitor con la risoluzione non-standard.
Poiché non si può imporre al mondo reale di comportarsi come il software dal design elegante presuppone che si comporti (ad esempio, nel migliore dei modi possibili), è il software dal design elegante che deve adattarsi alla disfunzionalità del mondo reale, e quindi fronteggiare i casi più strani. Ogni soluzione di uno di questi casi diventa una verruca nell'elegante progetto iniziale del software. E più a lungo sopravvive il software, più queste verruche si vanno accumulando, fino a diventare l'inguardabile obbrorio che spinge il programmatore a dire (inutilmente): basta, ricominciamo!
Ricominciare significa godersi brevemente l'illusione di un software elegante e pulito, finché la sua diffusione non lo riporta a fronteggiare i problemi risolti dalle precedenti verruche, e quindi a sviluppare, nuovamente, le stesse verruche. La riscrittura è quindi, nella gran maggioranza dei casi, una pura e semplice perdita di tempo, un procrastinare per evitare di affrontare il molto oneroso e poco piacevole compito di ripulire, con calma e pazienza, le verruche del codice.
Alla tentazione della riscrittura si cede facilmente quando la sopravvivenza del proprio software non è legato né alla qualità delle specifiche release né a ben determinate scadenze di consegna: ci si concede allora il lusso di rimandare il confronto della realtà per dedicarsi all'artistico compito di riscrivere tutto da capo, per produrre qualcosa di meno funzionale ed ugualmente prono al decadimento di ciò che si aveva prima.
Oltre al succitato Firefox, altri software si sono più volte trovati nelle stesse situazioni: Gnome, ad esempio, per il quale Jamie Zawinski ha coniato il termine CADT, Cascade of Attention-Deficit Teenagers; o alcune delle famose piattaforme ‘beta’ di Google.
La scelta del termine “adolescenziale” per caratterizzare questo
comportamento è, a mio parere, molto azzeccata, giacché racchiude
brillantemente sia l'entusiasmo, la passione, l'energia e l'idealismo
con cui la riscrittura viene affrontata, sia la totale
deresponsabilizzazione nei confronti dei compiti sgradevoli e
tuttavia inevitabili (ma rimandati a forza): mettere in ordine la
stanza il codice, ripulirlo e disinfestarlo.
E la cosa che rende perplessi è che, se anche è vero che nel mondo del software libero abbondano i contributi degli adolescenti, la stessa attitudine si riscontra anche in sviluppatori che dall'adolescenza dovrebbero essere già usciti da qualche decina d'anni.
Pratiche ideologiche
Ma non è solo nel software che l'istinto a ricominciare piuttosto che a risolvere problemi si fa sentire. Mi interessa qui soffermarmi quindi su un altro campo in cui l'abitudine imperversa: quello della politica, del sociale, dell'economia.
Come ho già avuto modo di dire, non si può criticare un'idea, un ideale, un'ideologia, una teoria per induzione da una sua implementazione specifica. È anche vero, d'altronde, che è proprio nel momento in cui dall'astratto si scende nel concreto, nel reale, che l'ideale si trova a dover fronteggiare tutte quelle questioni pratiche che si è potuto risparmiare rimanendo nella mente dei (‘grandi’) pensatori, nelle pagine dei filosofi, nelle chiacchiere dei rivoluzionari da poltrona.
La forma che prende il mito del ‘nuovo inizio’ in questo contesto è infatti quella della rivoluzione, un cambiamento drastico e decisivo, spesso violento, per abbattere il vecchio e sostituirlo con il nuovo.
Quante società attuali possono dire di non aver avuto rivoluzioni, nemmeno una volta nella loro storia? Spontanee “dal basso”, pilotate “dall'alto”, le rivoluzioni sono state in ogni tempo ed in ogni luogo il giunto del tentativo del cambiamento, della riscrittura della politica, della società, dell'economia di un popolo, di uno Stato, di una nazione.
Alla cancellazione, spesso violenta, della verrucosa e pelosa faccia dell'opprimente, insopportabile intoccabile obbrobrio (pars destruens) si è cercata di far seguire la costruzione (pars construens) di una nuova, elegante, giusta, equa, sana alternativa. A volte ci si è riusciti a spingere sorprendentemente lontani, in questo, prima che la realtà raggiungesse i rivoluzionari, e li costringesse ad affrontare quegli scomodi piccoli problemi concreti che nella loro utopica progettazione non avevano considerato —o peggio, avevano considerato diversi da quello che la realtà gli presenta infine.
E così i fortunati che non sono ricaduti in breve tempo nell'obbrobrio che avevano cercato di cancellare, si ritrovano a sviluppare verruche e peletti che deturpano l'ideale, allontanando l'implementazione dallo splendore in cui era avvolta finché rimasta nella mente. E magari con nuove facce, con nuovi nomi, magari persino con mimetici modi diversi, si ricostruiscono quegli stessi rapporti, quelle stesse strutture che si era tentato di cancellare e sostituire.
Tutto questo perché alla fine, nel concreto, anche la più pura delle ideologie dovrà affrontare egoismo, avidità, ingordigia, tradimenti, debolezze, violenza, schadenfreude, sadismo, vittimismo, disinteresse, protagonismo, ed ogni altro neo che da sempre caratterizza l'essere umano nella sua essenza. Ed un'idea che non sia basata su questo sin dal suo concepimento non ha alcuna speranza di sopravvivere, concretamente, nel mondo reale1.
E se l'unico modo di reagire a questi mutamenti, questi allontanamenti dall'idea, è con nuove rivoluzioni2, portando ad una condizione di rivoluzione permanente (o quanto meno ciclica) della quale la Grande Rivoluzione Culturale di Mao voleva essere l'esempio, non si è in una situazione dissimile dal CADT nel software: un sistema che può matenersi solo attraverso le rivoluzioni è, sostanzialmente, adolescenziale3 (nonché insostenibile)
Se anche una strategia rivoluzionaria fosse l'unica strategia possibile per l'implementazione di un particolare sistema sociale, politico, economico, perché essa sia veramente valida (e perché il sistema stesso lo sia), è indispensabile che la “spinta rivoluzionaria” non si esaurisca con il raggiungimento dell'“adolescenza”: è essenziale che la strategia porti la realizzazione fino alla piena maturità, che la consolidi, che la rafforzi, che la mantenga.
L'importanza di essere soft(ware)
Come detto sopra, nel caso del software non è (quasi) mai una buona idea buttare tutto e ripartire da zero. Piuttosto, è ben più proficuo (ma più laborioso e meno gratificante) operare con calma ed attenzione per estendere, ripulire, ristrutturare il software esistente.
È indubbio che il software si ritrova, da questo punto di vista, in una situazione privilegiata: la sua componente fondamentale (i bit che costituiscono il suo codice sorgente) non ‘invecchia’ per il semplice passare del tempo; l'obsolescenza del software non è mai una questione interna al software stesso: è legata piuttosto al variare dell'ambiente circostante: nuove librerie, nuovi sistemi operativi, nuove interfacce, e la necessità di adattarsi a questi mutamenti esterni.
Per contro, qualunque progetto sociale, politico o economico si trova a dover affrontare non solo pressioni esterne dovute alle condizioni ed ai cambiamenti dell'ambiente circostante, ma anche, come già accennato, pressioni interne dovute al naturale mutare delle società (non foss'altro che per il susseguirsi delle generazioni), con trasformazioni che, a seconda delle prospettive, possono essere viste come evoluzione o devoluzione, come progresso o come regresso, ma che immancabilmente si presentano.
Vi è un'altra sostanziale differenza che avvantaggia il software sugli ideali sociali, politici ed economici: la distinzione tra utenti ed implementatori.
Nel caso del software, gli utenti sono generalmente un gruppo diverso da (e tipicamente molto più vasto di) quello di chi crea e mantiene il software: anche se è generalmente consigliato consumare il proprio prodotto (ovvero che chi scrive il software ne sia anche utente), la maggior parte dei programmi hanno un bacino di utenza che va ben oltre quello dei suoi sviluppatori. Per contro, gli utenti di un qualunque sistema sociale, politico o economico ne sono per necessità anche gli implementatori, che ne traggano profitto o che ne vengano sfruttati, che vi partecipino volontariamente o che vi siano costretti, che ne siano gli ideatori o le vittime.
Nel caso del software, la distinzione tra utenti ed implementatori rende complessa la questione della sua esistenza, che si presenta in diverse combinazioni di forme. Finché rimanga un implementatore che si prenda cura di correggerne gli errori, di adattarlo alle variazioni dell'ambiente circostante, il software è mantenuto. Finché rimanga un utente che lo utilizzi (anche a costo di sforzi di vario livello per mantenerne invariato l'ambiente operativo), il software è utilizzato. Un software può essere mantenuto ed utilizzato (‘vivo’), utilizzato ma non mantenuto (‘obsoleto’ o ‘obsolescente’), mantenuto ma non utilizzato (praticamente un'endospora, pronto a risorgere non appena qualcuno ne (ri)scopra l'utilità e (ri)prenda ad usarlo).
Questa stessa distinzione permette la maturazione del software, la sua crescita e la riparazione dei suoi problemi, in modi sostanzialmente ‘indolori’ per l'utente: le modifiche possono essere collaudate prima di venir distribuite all'intero bacino di utenza, cambiamenti strutturali importanti (che semplificano futuri interventi sul software stesso) possono avvenire senza che siano percettibili agli utenti4, pur rendendo la loro esperienza indirettamente migliore, e così via (ovviamente, il fatto che questi mutamenti possano avvenire in maniera indolore per l'utente non vuol dire che nei fatti sia sempre così —non tutti coloro che mantengono software hanno la pazienza di lavorare nella maniera meno intrusiva per l'utente).
Per contro, l'identificazione tra utenti ed implementatori dei sistemi sociali, politici o economici ne semplifica in maniera drastica le condizioni di esistenza (essi esistono finché c'è gente che li pratica), ma ne complica le possibilità di sviluppo. Questi sistemi si trovano così in una situazione quasi paradossale, essendo da un lato soggetti a mutamenti interni ‘involontari’ e non controllati, e avendo dall'altro grandi difficoltà a gestire i mutamenti intenzionali (chi vuole il cambiamento? qual è il suo ruolo nell'attuale sistema? come può agire per modificarlo?).
E la ciliegina sulla torta è il fattore di scala: mentre un software può (almeno potenzialmente) crescere ed espandersi fino ad accontentare le esigenze di tutti (si pensi a come Linux, nato con l'unico obiettivo di funzionare sul computer personale di Linus Torvalds, sia cresciuto fino a coprire una gamma di hardware che va dai tostapane ai supercomputer, senza mai essere stato riscritto da zero), non credo si possa trovare un sistema sociale, politico o economico che possa soddisfare chiunque.
Non è difficile capire che proprio da questo nasce la frequenza delle rivoluzioni, nonostante la loro apparente inefficacia sul medio/lungo periodo.
Anche la scala temporale gioca fortemente a favore del software: i tempi di evoluzione tanto dell'ambiente circostante quanto del software stesso sono infatti estremamente rapidi, l'obsolescenza si gioca nell'arco di anni, e molti dei ‘padri fondatori’ dell'informatica moderna sono ancora vivi; per contro, le scale temporali per la società, la politica e l'economia sono molto più lunghe: si misura infatti in decadi, persino generazioni quello che nel mondo del software si misura in mesi, al più anni. Spesso, il promotore di un'idea non giunge nemmeno a vederne la prima implementazione, mentre nel mondo del software l'ideatore è spesso il primo implementatore.
Trasformazioni senza rivoluzioni
Nonostante le suevidenziate differenze, c'è a mio parere una importante lezione che si può apprendere dalla capacità del software di maturare senza rivoluzioni (o forse due lezioni, ma talmente legate l'una all'altra da poter essere considerata un'unica lezione).
Vorrei partire per l'occasione dal noto paradosso della nave di Teseo, la nave in legno del mitico eroe greco, mantenuta negli anni sostiuendo di volta in volta le parti deteriorate con nuove, uguali. Quando l'ultimo pezzo originale fu sostiuito, la nave era ancora identica alla nave di Teseo, ma non era più, materialmente, la stessa nave. Il paradosso verte su una questione ontologica (la nave dopo l'ultima sostituzione è o non è ancora la nave di Teseo? e se non lo è, quando ha smesso di esserlo?), ma a noi interessa solo come base per una problematica più sofisticata.
Dopo tutto, se la nave deve essere mantenuta in qualità operativa, perché non approfittarne per sfruttare il progredire delle scienze navali per migliorarla di volta in volta? Ovviamente, lasciando che ad ogni sostituzione, ad ogni aggiunta, ad ogni intervento il naviglio rimanga funzionante. E magari, secolo dopo secolo, la nave di Teseo si trasforma nel Pelican5.
Volendo, il processo potrebbe continuare, o prendere strade diverse, magari trasformando la nave in un mezzo anfibio, ed infine perfino in un veicolo terrestre, qualcosa di completamente diverso.
Quando non si scade nel CADT è proprio questo l'approcio con cui viene mantenuto e sviluppato il software: un progredire da uno stato al successivo, mantenendo costantemente (quanto possibile) la piena funzionalità; un mutare che potremmo definire organico per la sua somiglianza con i processi evolutivi noti in biologia (anche se nel caso del software è ovviamente più corretto parlare di Intelligent Design piuttosto che del classico evoluzionismo per selezione naturale).
È grazie a questo tipo di processi che certo software è sopravvisuto, funzionale, fino ai nostri tempi, pur avendo origini che risalgono ad una trentina d'anni fa (che in termini informatici sono tempi lunghissimi).
Ed è questa la prima ‘lezione’ che si può apprendere dal software: non a caso, i più profondi e duraturi mutamenti sociali, politici ed economici (pensiamo ad esempio alla nascita della borghesia, o al relativo svilupparsi del sistema capitalista, prima della sua formalizzazione ed istituzionalizzazione) sono spesso avvenuti in una maniera che potremmo ugualmente dire organica, senza soluzioni di continuità dai sistemi precedenti, piuttosto che imposti dopo la cesura netta di una rivoluzione (quando rivoluzioni ci sono state, esse sono piuttosto state a posteriori, per stabilire nuovi equilibri di potere all'interno dei nuovi sistemi).
Pur quando spontanei, questi mutamenti hanno incontrato resistenze anche
violente da parte dei sistemi all'interno del quale si sono sviluppati,
resistenze vinte anche con la violenza, ma in definitiva con
l'abitudine, con il lento diffondersi delle nuove formæ mentis
necessarie per accettarli. Un mutamento sociale, politico, economico si
stabilizza, giunge a maturazione quando non è più considerato qualcosa
di nuovo, ma “come le cose ci si aspetta che siano”, diventando così
“invisibile” alla percezione quotidiana dei suoi
utenti/
Questo, per inciso, ci dice qualcosa di più del (tutto sommato banale) fatto che per avere successo una rivoluzione deve avere l'appoggio della popolazione: ci dice che se le idee alla base della rivoluzione non sono già state assimilate dalla popolazione, la rivoluzione sarà di breve durata, riuscita magari soltanto per un elevatissimo grado di esasperazione raggiunto dalla popolazione, che però a mente fredda, finite le agitazioni, si ricorda di non amare le nuove idee più della precedente condizione (purché non esasperata). Ci dice che perché una rivoluzione abbia successo, e perché i suoi effetti permangano nel tempo (piuttosto che essere una valvola di sfogo per poi portare nel tempo ad un ritorno alla condizione precedente, in una sinusoide di esasperazioni, distruzioni, restaurazioni, esasperazioni), è necessario che le sue idee siano già diffuse —ed accettate— dalla popolazione prima che la rivoluzione avvenga.
La prima lezione ci dice quindi che le idee con maggiori garanzie di successo sono quelle che maturano e si diffondono gradualmente. La seconda lezione che il software può dare è strettamente legata a questo, ma può anche essere esposta in maniera indipendente.
Come detto sopra, per potersi affermare e maturare nella pratica, un'idea deve poter sopravvivere anche a condizioni avverse, come il software deve potersi interfacciare con una moltitudine di ambienti diversi, per poter essere utilizzato in una variegata gamma di situazioni.
Con questa prospettiva, ad esempio, le idee di Trotsky sulla impossibilità del socialismo di un solo Paese, per quanto possibilmente ben motivate pragmaticamente, davano allo stesso tempo al socialismo (o quanto meno alla sua idea di socialismo) una vena di immaturità: se il suo ideale poteva essere raggiunto solo se lo fosse stato da tutti contemporaneamente (o comunque in un breve lasso di tempo), diventava abbastanza evidente che tale ideale era, di fatto, irragiungibile.
Per contro, la possibilità di mettere in pratica un'idea anche in condizioni avverse è una forte indicazione di maturità, nonché un punto essenziale per almeno due ottime ragioni: la prima è che, molto banalmente, la sua messa in pratica funge da “banco di prova” per l'idea6; ed in più, l'implementazione circoscritta diventa la giusta piattaforma per la diffusione dell'idea stessa.
Vediamo più in dettaglio la prima delle ragioni.
Il passaggio dalla teoria alla pratica richiede un lavoro di tipo ingegneristico, dove le conoscenze sui meccanismi puri si devono scontrare con la natura grezza della realtà. Nello sviluppo di un prodotto, che sia un software o un oggetto fisico, il lavoro procede sempre per gradi: dai principî più astratti (le leggi della natura secondo la nostra conoscenza, i concetti fondamentali dell'informatica) si passa ad un tentativo di design astratto (un progetto o un algoritmo), seguito a sua volta da uno o più prototipi, fino a giungere alla creazione del prodotto finale.
Ciasuno di questi passaggi, dall'idea più astratta alla sua implementazione concreta destinata all'utenza finale, svela una nuova serie di effetti, di influenze inattese, di fenomeni sconosciuti o trascurati, che richiede spesso una ripetizione, un ritorno a fasi precedenti del progetto, affinché le nuove conoscenze acquisite sugli effetti della realtà sull'implementazione dell'idea possano essere presi in considerazione.
Questo graduale lavoro di raffinamento e maturazione, che procede inevitabilmente per tentativi ed errori, è esattamente quello che manca in buona parte dei grandi progetti rivoluzionari. Mettere in pratica “localmente” un diverso sistema sociale, politico o economico diventa così l'equivalente dello sviluppo del prototipo: non riuscirà a svelare tutti i problemi che si manifesterebbero in un'implementazione su larga scala, ma potrà già dare parecchie idee su quali ostacoli un'implementazione “definitiva” dovrà superare, su quali problemi (reali) non erano stati presi in considerazione negli iniziali, astratti, sviluppi dell'idea, nei dibattiti che magari avevano contribuito alla sua iniziale diffusione.
Il fallimento di un ‘prototipo’ del nuovo sistema non sarebbe necessariamente (quante volte lo ripeterò?) una prova dell'inadeguatezza dell'idea, ma sarebbe comunque una preziosa esperienza che nello sviluppo dell'idea dovrebbe essere presa in considerazione (perché l'implementazione ha fallito? cosa è stato fatto di sbagliato? cosa non era stato previsto?), a patto che l'analisi venga fatta con mente critica (e non quindi, ad esempio, sbarazzandocisi dell'esperienza negativa scaricando la colpa sulle condizioni avverse —anzi, il punto è proprio quello di far funzionare l'idea già in quelle condizioni, piuttosto che nelle condizioni ideali che gli si prepara nella mente).
Per contro (e si giunge così alla seconda ragione), il successo di un simile ‘prototipo’, soprattutto se in condizioni avverse (quindi contro la naturale resistenza di un sistema allo sviluppo di alternative), diventa già un'indicazione della bontà dell'idea stessa, nonché uno strumento utile per la sua diffusione. Una cosa è infatti dire «la mia proposta è migliore di ciò che abbiamo adesso, perché io penso che le cose andrebbero meglio» (semplicemente in base ad elucubrazioni mentali che magari sorvolano, per disattenzione o ottimismo, su come la realtà complicherebbe le cose), una cosa è poter dire «la mia proposta è migliore, e posso dirlo perché la vivo quotidianamente (nel mio ristretto ambito) e funziona bene».
Così il prototipo del nuovo sistema avrà occasione di estendersi dal condominio in cui vivo con i miei amici a quello dirimpetto, per poi diffondersi a poco a poco in tutto il quartiere, e così via. Con l'espandersi dell'influenza del prototipo, interverranno fattori di scala che nella piccola implementazione locale non erano significativi, ovvero perché, più banalmente, ciò che funzionava bene per me ed i miei amici potrebbe non funzionare ugualmente bene per qualcun altro: ed è qui che il filone di questa seconda lezione che si può imparare dal software (ma in realtà dall'ingegneria in generale) converge con il primo: i nuovi problemi che emergeranno con il fattore di scala non devono portare a cancellare tutto e ripartire, bensí ad aggiustare il nuovo, prototipale sistema per tenere conto delle nuove problematiche.
La crescita del nuovo sistema secondo queste righe è la chiave per una trasformazione che possa giungere a maturità, perché è un meccanismo che porta alla diffusione dell'idea, ed al suo riconoscimento, prima (e auspicabilmente anche senza) che il cambiamento diventi repentino e violento. Un sistema che non dovesse riuscire a diffondersi e a ‘prendere’ in questo modo, molto difficilmente avrebbe successo, su qualunque scala temporale, in un tentativo di imporlo con una violenta rivoluzione.
Beninteso, questa strategia è tutt'altro che semplice da seguire. Al contrario, direi che proprio per questa essa non viene, normalmente, seguita: il lavoro che richiede è ben più pesante, nonché duraturo nel tempo, e molto meno gratificante e soddisfacente del lavoro di concetto del pensare i nuovi sistemi, o del farne propaganda verbale, o del semplice criticare i sistemi esistenti.
È altresì beninteso che vi sono contesti sociali, politici ed economici in cui un approccio di questo genere è quasi inevitabilmente destinato ad una violenta e sanguinosa repressione: se è vero che nei contesti più fortunati basterebbe impostare la strategia nei termini meno (espressamente) antagonisti possibile nei confronti del sistema esistente, è anche vero che in altri contesti qualunque accenno ad un'alternativa viene soffocato nel silenzio quando non nel sangue7.
In altre parole, vi sono indubbiamente casi in cui una rivoluzione è necessaria già solo per avere la possibilità di costruire un'alternativa (persino nel software, con la sua posizione altamente privilegiata, vi sono casi in cui le riscritture si devono fare); ma l'errore di fondo è pensare che solo con una rivoluzione l'alternativa possa prendere il sopravvento: più spesso che non, questo diventa solo una scusa per non fare nulla per costruire l'alternativa in cui si dice di credere.
Un esempio: FLOSS
Un esempio molto interessante delle ‘rivoluzioni lente’ di cui ho parlato finora viene sempre dal software, ma ha interessanti implicazioni anche su società, politica ed economia.
Nello specifico, mi riferisco al software libero e all'open source,
concetti messi in pratica con successo negli ultimi
venti/
Il movimento del software libero nasce con GNU e con la Free Software Foundation verso la metà degli anni '80. Specificamente, GNU nasce con l'obiettivo di creare un'alternativa libera a Unix. Per evitare ogni questione legale, i programmi GNU vengono scritti da zero, piuttosto che modificando software non-GNU equivalente.
Da poco prima, un'altra alternativa a Unix è in via di sviluppo presso l'università di Berkeley, in California, sotto una licenza (BSD, Berkeley Software Distribution) che permetteva il riutilizzo del codice anche in prodotti commerciali. Per contro, per il software GNU viene sviluppata una licenza specifica, la GPL, con lo scopo di garantire che ogni derivazione del software libero ed aperto rilasciato con quella licenza rimanesse ugualmente libero ed aperto.
È interessante qui vedere le differenze ideologiche tra i due approcci (BSD e GPL), nonostante entrambi, a modo loro, vogliano garantire ‘libertà’: nel primo caso, la libertà arriva fino a permettere derivazioni non libere, nel secondo si proibiscono le derivazioni non libere. In qualche modo, entrambe le licenze manifestano uno spirito libertario (formalizzato come richiesto dalla compatibilità con il contesto in cui sono nate), ma in maniera profondamente diversa l'una dall'altra.
Ma è solo con la nascita di Linux che il software libero e l'open source cominciano a diffondersi: se anche è vero che le questioni ideologiche hanno avuto un loro peso, è soprattutto la gratuità del software, e la sua resilienza agli attacchi informatici cui è soggetto il software commerciale dominante (sistema operativo ed applicativi della Microsoft) che gli permettono di diventare quasi una moda, se pure ‘da alternativi’.
Software il cui uso era fino ad allora rimasto principalmente tra le mani di sviluppatori (e quindi gente capace di ‘metterci le mani’ in caso di problemi, e che grazie alla natura aperta del software stesso ne aveva la possibilità) comincia così a diffondersi oltre l'ambito circoscritto di utenti selezionati, ed incontra i primi problemi: da un lato, la propria natura tecnica raramente adatta ad utenti per cui “internet è la e blu sullo schermo” (non erano ancora i tempi di Facebook), dall'altro la necessità dell'interoperabilità con l'ambiente (sempre più ostile) della monocultura dominante: poter scambiare file con utenti Microsoft Windows, poter leggere e scrivere documenti in Microsoft Office, a volte persino poter utilizzare programmi per Windows che in Linux non hanno equivalenti.
Ci sono voluti una ventina d'anni prima che il paziente lavoro di migliaia di persone giungesse a dare la possibilità a buona parte degli utenti non specializzati la possibilità di vivere senza Windows. Ovviamente, che questa possibilità sia sfruttata o meno è un altro discorso.
Se da un lato la possibilità di interoperabilità è offerta dagli sviluppatori di una variegata gamma di software (dal già citato Firefox per navigare in Internet all'ex-OpenOffice —ora LibreOffice— per i documenti, dal Samba con cui condividere file in rete con macchine Windows al Wine per eseguire programmi Windows all'interno di un sistema Linux), sul fronte della familiarità per l'utente il lavoro forse più significativo è stato svolto da Canonical con il famoso Ubuntu.
La storia di Linux e del software open source fino ad ora è un esempio brillante di come un graduale lavoro di sviluppo ed espansione può portare la novità da qualcosa di circoscritto a pochi intimi ad una diffusione quasi popolare (significativo l'esempio delle edicole, passate dall'offire la rivista di fumetti Linus quando si chiedeva una rivista su Linux all'offrire una rivista su Linux se non si specifica che per Linus si intende la rivista di fumetti), arrivando persino a minacciare l'enstablishment8.
Peraltro, anche se la questione ideologica non è stata principale nella
sua diffusione (anzi, ha comportanto l'insorgere di non pochi ostacoli
per la sua adozione in ambiti aziendali e governativi; anarchia e
comunismo, in certe parti del mondo sono ancora parole minacciose: e
cosa c'è di più anarco-
È anche interessante notare però che gli stessi fautori della fase di maggiore espansione della diffusione del software libero hanno anche più recentemente commesso uno dei più grandi errori di cui si è parlato in questo articolo: gli ultimi passi compiuti da Canonical (ma anche da Gnome) in termini di interfaccia utente sono infatti l'esempio di come non si fanno le cose.
Spinti non si capisce bene se dalla voglia di emulare MacOSX o semplicemente dal desiderio di creare qualcosa di nuovo ed originale (dopo anni di accusa di “copiare” Microsoft, quando le interfacce diverse venivano disdegnate perché “non familiari” —una situazione dalla quale non si può uscire vincitori), sia Ubuntu con Unity sia Gnome con la nuova Gnome Shell hanno rivoluzionato l'interfaccia utente, imponendo la novità senza possibilità di (o richiedendo notevoli sforzi per) tornare a qualcosa di più familiare.
A prescindere dalla qualità del nuovo approccio per l'interfaccia grafica, le modalità con cui questa è stata imposta sono esattamente l'opposto di ciò che è opportuno per aiutarne la diffusione: la risposta tipica non è stata «ok, ormai c'è questo, adattiamoci», bensí «mamma che schifo, vediamo cosa posso fare per non averci nulla a che fare», con il risultato che la gente è corsa a cercare alternative più familiari, lasciando Gnome per KDE, o Ubuntu per Linux Mint.
Così Ubuntu e Gnome, diventati (per merito) sinonimi del Linux accessibile agli utenti meno smaliziati, con questa scelta e la conseguente necessità di cercare un'alternativa hanno forse inflitto alla possibilità di espandere ulteriormente la base utente il loro colpo più grave.
Un esempio: Humble Indie Bundle e Louis CK
Un altro esempio di idee che nel loro piccolo possono promettere grandi cambiamenti senza bisogno di imposizioni riguarda la vendita e la distribuzione di contenuti su Internet.
L'enstablishment in questo caso è formato dai grandi gruppi editoriali e dalle società che proteggono i loro interessi (associate nella SIAE in Italia, MPAA e RIAA negli Stati Uniti, e così via). Abituate (per ragioni storiche) ad un sostanziale monopolio sul controllo della produzione e della distribuzione su larga scala di contenuti, queste corporazioni (che mi piace definire collettivamente come mafia del copyright) sono arrivati nel nuovo millennio —dominato invece dall'infinita replicabilità delle “opere d'ingegno” e dalla possibilità di distribuirne le illimitate quantità in tempi ed a costi ridottissimi— senza riuscire ad accorgersi della irreversibilità della loro obsolescenza e dell'impossibilità di evitare la propria sostanziale inutilità a colpi di legiferazioni.
Eppure, la ‘guerra’ contro i loro abusi delle leggi sul diritto d'autore non verrà vinta con l'ormai endemica ed irreversibile (nonché impropriamente denominata) ‘pirateria’: infatti, la pura e semplice violazione delle leggi (per quanto assurde e ridicole) non fa altro che apportare giustificazioni argomentative (altrimenti dette scuse) al loro pervertirle, al loro forzarne altre (leggi che, peraltro, non riusciranno mai ad invertire l'ormai ben insediata psicologia che sta alla base della ‘pirateria’ stessa).
Invece, il vero cambiamento sarà guidato dallo sviluppo di piccole iniziative locali che riusciranno a dimostrare sfacciatamente come la pirateria stessa sia frutto (piuttosto che causa) degli abusi delle suddette corporazioni (dall'eccessività dei pezzi alle già menzionate assurde leggi).
La questione del prezzo è già stata messa profondamente in discussione da iniziative come il negozio online della Apple, seguita a breve dall'equivalente di Amazon nonché dal tentativo di emulazione di Google: ma queste iniziative spostano semplicemente il controllo dalle corporazioni attuali a pochi giganti che si presentano già da ora come le corporazioni future.
Molto più interessanti sono invece le iniziative di distribuzione diretta, la più recente delle quali è quella di Louis C.K., un famoso (negli Stati Uniti) comico che ha deciso di vendere online il proprio ultimo show direttamente dal proprio sito, all'insignificante prezzo di $5: un modico prezzo con il quale si può scaricare lo show per poterselo poi godere dove si preferisce, quando si preferisce, senza alcuna restrizione di sorta.
Secondo il terrorismo psicologico propugnato dalle attuali corporazioni dell'editoria, un'idea del genere sarebbe destinata al fallimento: quattro gatti l'avrebbero comprata, qualcuno di loro avrebbe messo il file online in una delle tante reti peer-to-peer, e tutti gli altri si sarebbero procurati il file da lì, lasciando il povero comico (e tutti quelli che hanno lavorato per lui allo show ed alla distribuzione del video) con un palmo di naso.
La realtà è stata ben diversa. Come il comico stesso ha modo di scrivere, nel giro di 12 ore i costi dell'iniziativa erano stati pienamente recuperati, con profitti pari alle spese iniziali raggiunti appena quattro giorni dal lancio dell'iniziativa. Nel giro di due settimane l'iniziativa ha passato il milione di dollari, che l'artista ha variamente distribuito per coprire le spese iniziali, dare un bonus al proprio staff, donare ad un po' di charities, lasciando il restate (al momento della ‘spartizione’, meno di un quarto del milione e passa di dollari) per sé.
Per inciso, il video è disponibile sulle reti peer-to-peer (basta ad esempio cercare il nome dello show su un qualunque motore di ricerca per torrent), ed è condiviso da non poca gente, ma questo non ha impedito al comico di farci un buon guadagno. Gli unici ad averci perso, con questo tipo di iniziativa, sono esattamente i grandi distributori, le corporazioni tanto accanite nel difendere il vecchio sistema che ne giustifica l'esistenza.
Un precedente tentativo in una direzione del genere era stato fatto dai Radiohead per il loro album In Rainbows, il primo dei loro album a seguire la fine del loro contratto con EMI: per qualche mese, l'album fu reso disponibile con la strategia del pay what you want: il cliente poteva scegliere il prezzo (anche eventualmente nullo), e scaricare le canzoni dell'album in formato MP3. Dopo la pubblicazione del supporto fisico, però, l'iniziativa fu terminata.
L'idea del pay what you want è un'idea che sta prendedo piede soprattutto tra gli sviluppatori indipendenti, programmatori che sviluppano (tipicamente) giochi senza essere legati a nessuna grande azienda. La vendita e distribuzione di questio giochi è sia diretta sia per tramite di alcune grosse piattaforme di distribuzione (come Steam o Desura).
In occasione del primo ‘compleanno’ del gioco, lo sviluppatore del gioco World of Goo ha deciso di offrire il software, normalmente venuto a $20, con libera scelta del prezzo per una decina di giorni. L'esperimento è stato valutato dallo stesso autore un enorme successo.
Proprio l'esperienza di World of Goo è stata l'ispiratrice dell'Humble Bundle, un'iniziativa che da poco più di un anno distribuisce periodicamente raccolte di giochi di sviluppatori indipendenti, al prezzo scelto dall'utente. I risultati sono molto interessanti: i pacchetti raggiungono le migliaia di vendite nel giro di pochi giorni, con introiti lordi che si aggirano sul milione, milione e mezzo di dollari (in media). Questi soldi vengono poi distribuiti tra gli sviluppatori dei giochi e, secondo proporzioni scelte sempre dal compratore, ad alcune associazioni senza scopo di lucro ed agli organizzatori del sito stesso.
Il dato forse più interessante nelle vendite degli Humble Bundle è forse quello che riguarda la distribuzione del numero di vendite per piattaforma (anche se il compratore può scaricare i giochi così acquistati per tutte le piattaforme: Windows, MacOSX e Linux, ha la possibilità di ‘identificare’ quale piattaforma andrà contata a fini statistici) e la distribuzione del contributo medio per piattaforma.
Risulta infatti che le vendite sono in larga misura (oltre il 50%) per Windows, con il restante 50% diviso in parti grosso modo uguali tra Linux e Mac; ma soprattutto risulta che gli utenti Linux sono i più ‘generosi’ nella scelta del contributo (con una media sopra i $10) seguiti dagli utenti Mac (media appena sopra i $5), lasciando gli utenti Windows tra i più micragnosi (media di $4 e cocci): paradossalmente, la gente più abituata ad avere legalmente software gratis è quella disposta a pagare di più per avere altro software (sempre legalmente), laddove gli utenti Windows, per i quali nella maggior parte dei casi software gratis significa anche software ottenuto illegalmente, sono meno predisposti al pagamento.
Conclusioni
I mutamenti più significativi e duraturi non avvengono con una rivoluzione violenta, ma con la graduale maturazione della psicologia della gente. I bruschi cambiamenti di direzione, in un sistema sociale, politico o economico come nel mondo dell'informatica, non possono arrivare molto lontano: nascendo dal desiderio di cambiamento senza la maturità di affrontare a fondo i dettagli pratici delle nuove idee, si ritrovano facilmente ad affrontare gli stessi medesimi problemi che si sperava di cancellare con un ‘nuovo inizio’.
Sempre dal mondo del software si possono imparare lezioni importanti su come procedere per creare e far maturare nuovi sistemi, con quella gradualità che è necessaria sia per il raffinamento del sistema stesso, sia perché la novità possa essere assimilata dalla psicologia collettiva.
Sebbene vi siano indiscutibilmente casi in cui una rivoluzione, una tabula rasa siano necessari perché si possa procedere anche solo con gli iniziali prototipi del nuovo, troppo spesso la foga rivoluzionaria nasconde solo un'adolescenziale superficialità ed uno scarso interesse verso il faticoso e poco gratificante labor limæ che costituisce la vera ossatura della messa in pratica di qualunque idea.
Famose in tal senso le campagne con cui la Microsoft negava di temere il progresso di Linux, poi rivelate false dai memoranda interni noti come Halloween Documents, il primo dei quali è già del 1998, e gli ultimi dei quali rivelano le strategie infide ed al limite della legalità adottate dalla Microsoft per contrastare ad ogni livello possibile la diffusione di Linux. ↩
con l'immancabile caveat, già menzionato, che il fallimento di una implementazione (o anche di innumerevoli implementazioni) non implica in alcun modo che l'idea in sé sia fallimentare. ↩
La cosa è talmente vera che per il software commerciale capita che vengano fatte modifiche estetiche all'interfaccia, senza alcuna motivazione funzionale, solo per giustificare la vendita di una nuova versione le cui vere, sostanziali differenze rispetto alla precedente sono altrimenti invisibili agli utenti. ↩
Il galeone di sir Francis Drake, dallo stesso poi rinominato in Golden Hinde dopo l'attraversamento dello Stretto di Magellano durante la circumnavigazione del globo. ↩
rivoluzioni che volendo riportare ad uno stato precedente (anche se non troppo) hanno comunque un sapore reazionario: si può essere progressisti solo una volta. ↩
e dopo tutto, cos'era la GRC se non un atto di ripicca di Mao per la propria perdita di potere? ↩
E questo contro l'opinione diffusa in certi ambienti secondo i quali situazioni come quella della Russia —dove il solo parlare di omosessualità o transessualità può essere pericoloso— sono sostanzialmente equivalenti, in termini di oppressione, ad una Spagna dove i matrimoni omosessuali sono legalmente riconosciuti. ↩
Alle estreme consequenze, questo comporta che un'ideologia che sia fondata su questi principî (sopraffazione, abuso, violenza, avidità, odio, etc) avrebbe molte più speranze di successo di una fondata su principî quali l'eguaglianza, la libertà, la solidarietà, ed indisponbile ai compromessi che la vita reale richiede. ↩
Rivoluzioni, crisi, disagi, malesseri globali ed individuali. Si vivono tempi interessanti, e ciascuno reagisce secondo la propria indole e la propria cultura.
La principale divisione è tra chi vive crisi e disastri sulla propria pelle e chi invece, lungi dall'esserne colpito direttamente, vi vede essenzialmente occasioni di profitto personale, modi per accrescere il proprio potere o il proprio patrimonio. Per capirci, da un lato i terremotati dell'Aquila (dopo anni ancora in mezzo alle macerie), dall'altro gli imprenditori che gongolano all'idea dei ricchi appalti per la ricostruzione o i politicchi che sifonano i fondi per la ricostruzione per altre misere e miserabili iniziative.
Non necessariamente chi profitta su o approfitta di crisi e disastri ne è responsabile, anche se spesso e volentieri, intenzionalmente o meno, contribuisce ad amplificarne la portata ed il danno, come zecche o altri parassiti su un corpo già debilitato. Per gli altri, quelli che crisi e disastri li subiscono e coloro che ne vivono comunque (per etica, cultura o indole) la forza negativa, le reazioni si possono raccogliere in quattro categorie con caratteristiche ben definite, anche se raramente riscontrate in forma pura.
La prima categoria è quella passiva, in cui manca una vera e propria (re)azione: si opta per il non fare nulla per contrastare l'onda di marea, ci si lascia trasportare dove capita, si lascia agli altri l'iniziativa dell'intervento.
Le (mancate) reazioni, da individuo ad individuo, spaziano le varie possibili combinazioni di alcuni tipi fondamentali: dal negazionista (“non c'è nessun problema”) allo struzzo (“se non guardo il problema, non c'è”), dal fatalista (“è il Destino che compie la sua opera, è la volontà di Dio”) allo schizofrenico (“il mondo è una merda, ma nel castello in aria in cui mi sono rifugiato prospero felice”).
È una categoria che subisce e non agisce, ed in quanto tale dà poco fastidio a chi sulle crisi prospera, e aiuta molto a fare numero, opportunamente manipolata con grida d'allarme o suadenti rassicurazioni, secondo il caso, servendo anche da ostacolo inerte contro le categorie più attive.
La seconda categoria è quella analitica, di chi studia i problemi per determinarne le cause e possibilmente proporre soluzioni. Secondo la cultura e le capacità intellettive, costoro possono arrivare molto a fondo alle questioni, e molto lontano con le proposte; ma finché lavorano di concetto rischiano ad ogni passo di scadere nella sega mentale, senza giungere a nulla di concreto.
È una categoria che può dare fastidio a chi sulle crisi prospera, ma solo nella misura in cui riesce a far sentire la propria voce, ed in particolar modo a raggiungere e farsi comprendere e riconoscere dalle altre categorie.
La terza categoria è quella impulsiva: non importa come si reagisca, purché lo si faccia. Mi morde una zanzara? Tiro uno schiaffo a chi mi dorme accanto. Scoppia un incendio? Ci butto sopra il primo liquido che mi capita sotto mano.
È una categoria facilmente manipolabile, poiché basta offrirle pretesti, scuse, capri espiatori, spauracchi per farla muovere nella direzione voluta. Non è infatti dedita alla riflessione, né seriamente intenzionata a cambiare la propria situazione: accetta volentieri la prima occasione di sfogo che gli viene proposta, ed ancor meglio se richiede poco sforzo fisico o mentale. Cacciamo gli ebrei, gli immigrati, gli omosessuali; protestiamo contro la Chiesa, il governo, le multinazionali; piove, governo ladro.
La quarta categoria è quella operativa: è seriamente intenzionata a rimboccarsi le maniche e sudare sangue per cambiare le cose, o provare almeno a contenere e limitare i danni. È quella che può riuscire dove gli analitici si perdono, è quella che può attuare la soluzione, costruire l'alternativa. È anche quella che, quando non riesce a raggiungere quella massa critica per cui i suoi sforzi possano effettivamente portare il cambiamento voluto, rimane schiacciata dalle forze che cerca di contrastare.
Senza l'impulsività della terza categoria, è più difficile da manipolare; ma il suo stesso spirito di sacrificio ne riduce facilmente i numeri, per incidenti (casuali o causati), fuoco nemico, errore umano (o fuoco più o meno amico).
Forse per questo, forse perché la natura preferisce le vie di minima energia (la prima), forse perché un qualunque sfogo allo stress (la terza) è più semplice che cercarne la radice (seconda) ed estirparla (quarta), le categorie più diffuse sono anche quelle meno utili al vero cambiamento.
Ed è forse per questo che i grandi cambiamenti raramente prendono stabilmente piede in occasione di rivoluzioni, crisi, disastri; se anche drastici mutamenti possono avvenire in tali momenti, infatti, questi vengono presto riassorbiti, con un nuovo status quo che solo formalmente (e non sempre), e raramente (se mai) sostanzialmente, differisce dal precedente il mutamento. È in questo, con grande probabilità, che trova radice quella forma di ciclicità della storia che vede il replicarsi, in tempi e spazi diversi, di periodi e momenti che seguono modelli ben precisi.
Lo scoppiare di una rivoluzione, l'avvento di una crisi, sono infatti una molla di breve durata. Passata l'emergenza, si spegne con essa il fuoco che alimentava il cambiamento, e l'interesse ad operare su larga scala rimane nelle mani di pochi. Di questi, quelli che mantengono un potere sufficiente ad attuare cambiamenti su scala più vasta sono generalmente più interessati ad un ritorno alle condizioni pre-crisi, avendo magari rimpiazzato chi durante la rivoluzione ha perso il posto in cima alla piramide sociale.
I mutamenti più profondi e duraturi sono invece quelli che maturano lentamente, partendo da molto lontano, sostituendosi progressivamente, spesso senza soluzione di continuità, a ciò che li precede. Tali processi di cambiamento sono molto più difficili da contrastare, da un lato perché difficili da percepire finché la loro portata è talmente visibile da essere ormai inarrestabile1, dall'altro perché la più lenta maturazione dà loro il tempo di venir assorbiti nel modo di pensare delle nuove generazioni, fino ad assumere quella natura di normalità che fa sì che essi siano ciò verso cui gli atteggiamenti dei più tendano a tornare.
Perché non si riesce quindi ad infrangere questo periodico ripetersi di progressi e regressi, di rivoluzioni e restaurazioni? Anche dopo anni di mutamenti in direzioni ben precise ci si ritrova, inevitabilmente, in un riflusso che riporta, incontrastato, a condizinoi sociali ed economiche che immancabilmente degenerano in crisi più o meno violente; se la tempistica cambia, è solo nella frequenza del riproporsi dei momenti storici.
Eppure i modelli sociali, politici, economici, culturali non sono poi così vari, oltre quel velo di formalità che ne moltiplica i numeri: e da questa sostanziale identificazione non è poi così difficile prevedere l'approssimarsi di un riflusso, se pure si può errare sulla tempistica. Cosa manca allora perché si riescano a gettare per tempo quelle basi da cui dovrebbe maturare, con la dovuta lentezza, quel cambiamento più radicale che aiuterebbe a smussare la violenza delle oscillazioni delle andate e dei ritorni, magari fino ad estinguerle?
Mancano le idee? Mancano le persone? Manca la capacità di comunicare, di persuadere, di educare, di raggiungere massa critica? O vi sono dei limiti intrinseci nella natura dell'homo sapiens, magari frutto di millenni di evoluzione, e che quindi richiederebbero altrettanti millenni per essere spostati?
La cosa che sorprende non è infatti che a cadere nella trappola del ripetersi dei modelli storici siano popoli, dai quali non è difficile aspettarceselo (le masse sono infatti principalmente della prima e della terza categoria, con scarso interesse a conoscere, capire, ricordare, agire), ma che a farlo sia chi gestisce il potere: è tanto difficile ricordarsi che, reali o metaforici, una Place de la Révolution o un Piazzale Loreto non si negano a nessuno?
O forse è solo questione di classe
per questo il controllo dell'informazione nelle dittature raggiunge punti di devastante crudeltà contro chiunque propugni idee contrarie all'interesse del potere; occorre agire subito per estirpare le idee prima che abbiano il tempo di attecchire. ↩
L'abuso dei termini della sfera semantica della scienza, nonché la frequente confusione dei relativi concetti con altri appartenenti ad aree vicine ma distinte di conoscenza, ha conseguenze abbastanza deleterie sulla percezione comune della scienza, con fraintendimenti che vanno dal tipo di conoscenza che essa costituisce alle forme in cui può esprimerla, dalla sua validità ai suoi campi di competenza.
Qualche chiarimento mi sembra sia d'uopo, con particolare evidenza ai seguenti temi:
- la differenza tra fenomenico e trascendente, che dovrebbe essere ormai di dominio comune almeno tra le persone di una certa cultura, ma che è comunque il caso di sottolineare, come punto di partenza;
- forme e gradi della conoscenza scientifica
- i rapporti tra la scienza e le sue applicazioni
- sull'abuso dei termini e la confusione dei concetti
Fenomena e trascendenza
Dal significato primitivo di raccolta più o meno sistematica, più o meno completa e più o meno strutturata di conoscenze su uno o più specifici campi, il termine ‘scienza’ si è andato specializzando sia in termini di oggetto della conoscenza, sia in termini di metodo.
Il primo passo di questa maturazione è stata la separazione dello studio dei fenomeni, ovvero di ciò che è osservabile, dalle altre forme di conoscenza. Nella conseguente distinzione tra φυσική (ciò che riguarda la natura) e metafisica, la scienza si separa dalla religione come dalla filosofia e comincia ad assumere quel carattere di verificabilità che dapprima implicito maturerà fino a diventarne la metodologia caratteristica, per venire infine sostituito da Popper con un concetto ancora più forte.
La scienza si distingue così dalle forme di conoscenza che derivano puramente da intuizioni trascendenti, da seghe mentali o da accurate mire dominatrici, generando un interessante paradosso.
Le altre forme di sapere fondano infatti le proprie radici su principi dogmatici, sulla forza dell'auctoritas, sull'ipse dixit, nonché sulla distinzione tra esoterico ed essoterico, tra iniziato e profano; non a caso maturano principalmente in ambienti conservatori e reazionari, che vi basano la propria forza facendo leva sull'impossibilità di validarne oggettivamente le fondamenta. La scienza, per contro, cresce e matura sulla propria oggettiva verificabilità, anzi sulla propria stessa falsificazione, sulla scoperta dei limiti del vecchio e sul loro superamento nel nuovo.
E così il paradosso: ciò che non è oggettivamente validabile ha pretese di verità assoluta (nonché ovviamente incontrovertibile ed immutabile), anche quando palesemente in contrasto con altre, diverse verità pretendenti uguali titoli, mentre ciò che validabile è, e che pertanto maggiormente potrebbe aspirare a verità, prospera sul dubbio e sul proprio superamento.
La matematica come modello del sapere perfetto
La frattura che separa le due forme di conoscenza è sostanzialmente invalicabile. L'unico ponte, se mai tale può essere considerato, è dato senza dubbio dalla matematica. Essa nasce, come le altre scienze, dallo studio della realtà osservabile; ma qualche millennio prima degli ‘esperimenti ideali’ di Galileo, in matematica si scopre la potenza dell'astrazione, ma anche del rigore formale e del linguaggio incorrutibile della logica.
La matematica è forse l'unico ramo del sapere umano ad avere generato verità incontenstabili, pur avendo un'età paragonabile quando non superiore a quella di altre forme di sapere più e meno astratte. Si sono, è pur vero, verificati casi in cui la distrazione dello studioso, l'errore umano hanno portato alla luce asserzioni fragili quando non platealmente false, ma la potenza del rigore formale della matematica è sempre stata tale che l'autore stesso dell'errore si è sempre potuto rendere conto dell'errore compiuto, per rivolgersi quindi nuovamente allo studio senza arroccarsi negli sciocchi fanatismi che hanno pervaso e spesso tuttora pervadono le forme non scientifiche della conoscenza, quando messe a confronto con la propria incompatibilità con altre verità.
Dalla propria storia, la matematica ha imparato che le proprie affermazioni, se pure incontrovertibilmente vere, non possono dirsi assolute. A posteriori, ciò potrebbe sembrare ovvio, giacché esse discendono, in maniera rigorosa, da una selezione, in una certa misura arbitraria, di asserzioni (assiomi o postulati) che si suppongono vere senza spiegazione all'interno del sistema formale che da esse deriverà.
L'esempio più plateale in questo senso è certamente quello della geometria, una delle branche più antiche della matica (seconda forse solo all'aritmetica): formalizzata da Euclide, si trovò fin da subito davanti al problema del famoso ‘quinto postulato’, equivalente all'affermazione che da ogni punto esterno ad una retta passa una ed una sola parallela alla retta stessa.
Il postulato, che nella formulazione originale era alquanto più complesso ed in quanto tale anche molto sgradevole, non piaceva nemmeno al suo stesso autore, che cercò di usarlo il più tardi possibile nella propria esaustiva esposizione della geometria (generando così i 28 teoremi che sono noti come ‘geometria assoluta’, poiché veri anche nelle geometrie non euclidee).
Il problema del quinto postulato ha ossessionato i matematici per innumerevoli secoli, che hanno cercato di dimostrarlo partendo dagli altri postulati della geometria; nel fallire questo obiettivo, sono però riusciti a semplificarlo (arrivando alla sua formulazione moderna) ed a dimostrare che era indipendente dagli altri (e quindi meritevole dello status di postulato).
Un approccio spesso tentato per dimostrare il quinto postulato è stato quello della reductio ad absurdum: tentare di giungere a conclusioni ‘assurde’ partendo dalla negazione del quinto postulato, anzi dalle sue negazioni, giacché il quinto postulato può essere negato sia affermando che non esistono parallele sia affermando che ne esistono più d'una.
Ma i matematici che hanno intrapreso questa strada sono arrivati al più, come scrive ad esempio Saccheri, ad affermazioni che «ripugna(no) alla natura della linea retta», trovandosi così a scontrarsi con quel tipo di ostacolo che l'aritmetica ebbe con l'introduzione dei numeri negativi, e che l'algebra avrebbe poi avuto con l'introduzione dei numeri immaginari: pur senza riuscire a cadere in un assurdo logico, le nuove idee risultavano indigeste perché incompatibili con il concetto che il matematico aveva dell'astratta idea di cui trattava.
Il superamento di queste incompatibilità, sempre mentali dello studioso e mai strutturali nelle teorie matematiche, hanno permesso lo sviluppo di alcuni dei più potenti ed affascinanti strumenti matematici, dalle geometrie non euclidee all'analisi complessa.
La matematica ha inoltre sempre trovato un organico equilibrio tra sistemi formali anche diversi: se pure la geometria euclidea, quella iperbolica e quella sferica, ad esempio, non possono essere valide nello stesso spazio, è anche vero che il cerchio privo di circonferenza della geometria euclidea è un modello della geometria iperbolica, così come la superficie sferica nello spazio euclideo è appunto un modello della geometria sferica.
D'altra parte, soprattutto in tempi più recenti (almeno relativamente alla lunghissima storia della matematica), rami interi della matematica si sono sviluppati partendo da curiosità astratte o come puri esercizi mentali. Nonostante ciò, di essi si sono poi trovate sorprendenti applicazioni anche nel mondo reale.
La matematica rappresenta così l'unico modello di sapere veritiero ed incorruttibile, che cresce ed evolve senza però mai cancellare o negare il proprio passato, e riuscendo ugualmente a toccare la sponda fenomenica e quella metafisica del sapere; essa è pertanto la forma più alta di conoscenza. Non a caso i più pretenziosi sistemi filosifici aspirano a raggiungerne il sistematico rigore, e non a caso la scienza ne ha fatto il proprio linguaggio.
I tre gradi della conoscenza scientifica
on fait la science avec des faits comme une maison avec des pierres ; mais une accumulation de faits n'est pas plus une science qu'un tas de pierres n'est une maison
si fa scienza con i fatti come una casa con le pietre; ma un cumulo di fatti non è più scienza di quanto un cumulo di pietre non sia una casa
Henri Poincaré, La science et l'hypothèse, Ch. IX
Poiché la scienza ha come oggetto i fenomeni, ovvero ciò che è osservabile, è abbastanza ovvio che il primo passo verso la conoscenza scientifica sia l'osservazione, la raccolta del dato.
Se semplici considerazioni qualitative possono andar bene come punti di partenza, è l'accumulare minuzioso di dati e la loro metodica sistemazione a preparare le basi informative di quella che può essere la conoscenza scientifica. Esempi dell'importanza della catalogazione sistematica si trovano in chimica (Mendeleev, l'autore della famosa Tavola periodica, poté dedurre le proprietà di elementi chimici non ancora scoperti semplicemente in base alla loro posizione), come in astronomia, una scienza molto interessante come esempio del procedere della conoscenza scientifica.
In un periodo in cui il dibattito sulla centralità del sole piuttosto che dei pianeti era in pieno fervore (e non mancava di rischi), il più grande contributo di Tycho Brahe al progresso della scienza non fu la sua proposta del modello ticonico (con i pianeti che giravano attorno al sole che girava attorno alla Terra), bensì le innumerevoli misure, gli innumerevoli dati raccolti con una precisione fino ad allora inaudita (e per giunta senza l'ausilio del telescopio).
Furono proprio queste osservazioni a permettere1 a Keplero di formulare le sue famose Leggi di Keplero, ovvero il modello che, con ottima approssimazione, descrive effettivamente il moto dei pianeti nel sistema solare: approssimazione talmente buona che furono proprio le divergenze dei moti dei pianeti dal loro ideale che permisero secoli dopo la scoperta dei pianeti più esterni.
Le leggi di Keplero sono un esempio del secondo grado della conoscenza scientifica: un modello che descriva come i dati sono legati tra loro, ma non perché siano legati da quella particolare legge.
È in questa fase che la matematica diventa strumento fondamentale della scienza, con la propria capacità di descrivere in astratto relazioni tra quantità numeriche. Le leggi di Keplero permettono così di esprimere le proprietà fondamentali del moto dei pianeti in termini di semplici figure geometriche e formule matematiche.
Ma la scienza vera e propria comincia solo nella terza fase del suo progresso, quando dai come si passa ai perché; l'astronomia, ad esempio, matura in questa direzione quando i progressi della meccanica, dalla legge di gravitazione universale alla conservazione della quantità di moto, permetteranno di motivare le relazioni tra raggi vettori, aree, velocità e tempi scoperte da Keplero.
Beninteso, in questa terza fase la scienza entra anche nel pericoloso campo del regresso all'infinito: per ogni “perché?” cui si trova risposta ne nascono almeno altrettanti nuovi la cui risposta va nuovamente cercata.
Perché i corpi si attraggono con forza proporzionale alla massa ed inversamente proporzionale al quadrato della distanza? Perché un corpo non soggetto a forze permane nel suo stato di quïete o di moto rettilineo uniforme?
Anche le scienze arrivano quindi ad essere limitate da postulati, da modelli primitivi che non vengono spiegati da altri modelli. Questi postulati, questi assiomi definiscono i limiti della nostra conoscenza scientifica. Si può anzi dire, di più, che il superamento di questi limiti caratterizza lo spirito scientifico: la ricerca di spiegazioni sempre più complete, sempre più dettagliate, che scendano sempre più in profondità nell'indagine sulle cause ed i modi dei fenomeni: a patto, ovviamente, che questa indagine venga condotta secondo quelle modalità specifiche che, come già menzionato all'inizio, costituiscono il secondo pilastro che distingue la conoscenza scientifica da altre forme di sapere.
La sperimentazione come base della conoscenza scientifica
Fino alla prima metà del ventesimo secolo, il concetto di scienza (modernamente intesa) era fondato sulla verificabilità, la oggettiva riproducibilità degli esperimenti o delle osservazioni che avessero ispirato la teoria e contro i quali e contro le quali la teoria stessa potesse venir messa alla prova. Una verifica che riproducibilmente fallisse invaliderebbe la teoria.
Questo è esposto in maniera alquanto semplice ed elegante in questo articolo di Chris Wenham, sfortunatamente sparito da Internet salvo che per la copia su webarchive. L'articolo chiarisce lo spirito del progresso della conoscenza scientifica paragonando la scienza ad un gioco da tavola con le seguenti semplici regole:
- lo scopo del gioco è raggiungere l'altro lato del piano di gioco
- il piano di gioco è diviso in quadrati, ma non si sa quante caselle sia lungo o largo
- ci si può spostare su una casella solo se è coperta da una tessera; ci si può spostare su qualunque tessera, anche quelle fatte da altri giocatori
- se ci si sposta su una casella vuota, o se la tessera su cui si è viene rotta, si ‘cade in acqua’ e bisogna nuotare verso la tessera più vicina
- ogni casella vuota che confina con una tessera o con il bordo iniziale del piano di gioco contiene una domanda. Le domande sono semplici ed hanno risposte univoche; tipo: “perché l'acqua scorre verso il basso?” or “perché la luce attraversa il vetro?” o “cos'è il calore?”
- l'unico modo per costruire tessere è di rispondere alla domanda
- una tessera può galleggiare solo se può essere verificata con un esperimento riproducibile
- una tessera può essere rotta solo dimostrando che la risposta è sbagliata con un esperimento riproducibile
- un esperimento non può rompere una tessera a meno che non possa essere riprodotto, una tessera non può galleggiare se l'esperimento che la verifica non può essere riprodotto
- se una tessera si rompe, si rompono anche tutte le tessere a essa collegate che non sono anche collegate al bordo del piano di gioco attraverso altre tessere integre
Per comprendere il potenziale limite di questa formulazione, supponiamo che invece che di scienza si parli di matematica, e prendiamo come esempio la domanda “È vero che tutti i numeri dispari maggiori di 2 sono primi?”.
Supponiamo che un giocatore voglia costruire una tessera sulla casella corrispondente, rispondendo «sì». Per poter fare ciò deve proporre un esperimento riproducibile che verifichi la correttezza della risposta. Il giocatore in questione propone come esperimenti di verifica i numeri 3, 5, 7, 11, 13, 17, 19, 23, 31. La tessera galleggia. Un altro giocatore propone l'esperimento con il numero 9 (o 15 o 21), che ovviamente fallisce e demolisce la tessera.
In effetti, la tessera rotta può essere sostituita con una nuova tessera, che risponde «no» alla domanda; la nuova tessera regge (nel caso di domande/risposte di questo tipo, basta un controesempio per poter accettare ‘no’ come risposta).
Prendiamo ora come esempio la congettura di Collatz. Partendo da un numero intero qualunque, se è pari lo si divida per due, se è dispari lo si moltiplichi per 3 e si aggiunga 1; si ripeta l'operazione con il nuovo numero ottenuto (ad esempio, partendo da 6, si ottiene 3, poi 10, poi 5, poi 16, poi 8, 4, 2 ed infine 1). La congettura di Collatz chiede: è vero che da qualunque numero si parta si finisce sempre con l'arrivare ad 1?
La congettura è stata verificata fino a qualche miliardo di miliardi di numeri, e non è stato trovato alcun controesempio. Considerando le regole della scienza suesposte, la risposta ‘sì’ alla congettura è scientificamente corretta.
Nella sua Logica della scoperta scientifica, Karl Popper osserva come la semplice verificabilità sia una caratterizzazione troppo debole della conoscenza scientifica. Popper propone quindi, come caratteristica propria delle teorie scientifiche la loro falsificabilità, ovvero la possibilità di concepire un esperimento il cui fallimento invaliderebbe le teorie stesse: ciò che distingue il sapere scientifico è quindi la sua potenziale fragilità, la possibilità che esso possa non essere vero.
È interessante notare come anche con una prospettiva popperiana la congettura di Collatz sia comunque scientificamente valida: basterebbe infatti un controesempio per falsificarla, e tutti gli esperimenti svolti finora l'hanno invece confermata. Il sapere scientifico è quindi molto diverso da quello matematico: il secondo accetta qualcosa come vera solo dopo che essa venga dimostrata a rigore di logica partendo da premesse la cui verità sia già stata accertata; il primo accetta qualcosa come vera finché essa non venga dimostrata falsa (e secondo Popper, solo a condizione che essa possa, potenzialmente, essere dimostrata falsa).
Buona parte del lavoro dello scienziato consiste quindi nel concepire nuovi esperimenti il cui fallimento dimostrerebbe la falsità di una teoria, di un modello. (L'altra parte del lavoro consiste nello sviluppare teorie e modelli che tengano conto dei risultati degli esperimenti che sono riusciti nell'intento di falsificare teorie e modelli precedenti.)
In realtà, la falsificazione di una teoria scientifica non implica necessariamente un integrale rigetto; è infatti possibile, soprattutto nel caso di teorie che abbiano già raggiunto una certa maturità, che la loro falsificazione venga ridimensionata in quello che possiamo definire limite di applicabilità.
Quando ad esempio l'esperimento di Michelson-Morley ha invalidato la cosiddetta relatività galileiana, e con essa l'intera meccanica classica, aprendo così le porte alla teoria della relatività ristretta di Einstein, le teorie scientifiche falsificate non sono semplicemente svanite: vengono tuttora applicate quotidianamente, pur con la coscienza della loro erroneità, perché nelle condizioni in cui vengono applicate (dimensioni spaziali non subatomiche, velocità abbondantemente subluminali) esse rimangono comunque un'eccellente approssimazione delle teorie attualmente valide (ovvero finora non falsificate).
Scienza e protoscienza
Viene abbastanza naturale parlare di maturità di una scienza in base al grado di profondità cui arrivano i modelli che ne costituiscono l'ossatura. Nelle primissime fasi, quando la larga parte della conoscenza è costituita da dati sperimentali e relazioni derivate dall'osservazione e dall'esperienza piuttosto che da modelli più astratti, sarebbe più opportuno parlare di protoscienza, piuttosto che di scienza vera e propria.
Queste forme meno mature di conoscenza fenomenica sono caratterizzate da modelli superficiali, in cui le relazioni causali sono lacunose se non del tutto assenti. La loro capacità predittiva è estremamente limitata, e generalmente manca del determinismo tipico delle forme più mature di conoscenza; un approccio più probabilistico o statisto permette infatti di esprimere l'incertezza sulle relazioni tra aspetti noti del fenomeno studiato, o l'ignoranza degli aspetti che sarebbero determinanti.
Proprio questa fragilità e questa indeterminazione nei modelli proposti sottrae a queste forme di conoscenza la possibilità di essere classificate come ‘scienza’ nel senso popperiano del termine: la loro debolezza predittiva ne rende infatti impossibile la falsificabilità. La stessa verificabilità, condizione comunque imprescindibile per le teorie scientifiche, ne è indebolita.
Pertanto, le conoscenze protoscientifiche sono meno affidabili di quelle di scienze più mature. Esse sono tuttavia non meno importanti, esprimendo comunque, volta per volta, il grado più alto di conoscenza di quel particolare fenomeno; in quanto tale, esse sono comunque la base da cui partire sia per il progresso della conoscenza dei relativi fenomeni verso forme più mature e più proprie di scienza sia, con le dovute cautele, per lo sfruttamento della conoscenza nelle applicazioni del caso.
Scienza e tecnologia
Le prime fasi della conoscenza scientifica, ovvero la raccolta del dato e di semplici relazioni derivate principalmente dall'osservazione e dall'esperienza più che da modelli più astratti costituiscono anche le basi di un approccio alla conoscenza che a me piace definire ingegneristico.
Essa è la base della tecnica, intesa nel senso etimologico che la fa derivare dalla τεχνή greca, ovverossia anche di quelle arti e mestieri che nei primi secoli del secondo millennio si riunivano in gilde e corporazioni.
È una conoscenza di tipo sensibile, e che pur non potendosi definire propriamente scientifica, sta comunque dallo stesso lato della scienza nella frattura di cui si è discusso sopra. Anzi, per molti versi è persino più vicina ai fenomeni che non la scienza, le cui aspirazioni formali tendono a sollevarla verso schemi più astratti.
Ciò che distingue la conoscenza scientifica da quella ingegneristica è principalmente l'obiettivo, e per conseguenza anche il metodo. La scienza si prefigge infatti di giungere alla comprensione delle leggi fondamentali della natura; in mancanza della certezza assoluta che non solo esse esistano, ma che possano anche essere conosciute, come obiettivo secondario si propone la costruzione di modelli che possano descrivere i fenomeni e prevederne lo svolgimento.
Laddove la scienza ha quindi come obiettivo una conoscenza in un certo senso fine a sé stessa2, la conoscenza ingegneristica nasce per contro da obiettivi che potremmo dire applicativi: corpus di conoscenze che permettono di risolvere problemi (pratici). Come posso semplificare il processo del trasporto di oggetti e persone? Come posso rendere i miei strumenti più solidi? Come posso costruire un edificio più alto? Come posso trasmettere informazioni a grandi distanze in poco tempo? Come posso evitare di morire?
La conoscenza di tipo ingegneristico spazia quindi su tutto il sapere che ha finalità pratiche, da quella che ai giorni nostri si considera ingegneria (che sia edile, meccanica, elettronica) alla medicina, dall'agronomia all'economia. In effetti una larghissima parte del sapere umano nasce come ingegneristico, anche quando poi evolve in forme più pure ed astratte di conoscenza, dalle scienze alla matematica: se le conoscenze edili degli antichi romani sono evolute in quella che tuttora è ingegneria edile, la necessità di prevedere il tempo, i tempi e le stagioni è maturata nell'astronomia moderna; se coltura ed allevamento hanno stimolato lo sviluppo della biologia, la necessità di ridisegnare i campi dopo le alluvioni del Nilo ha gettato le basi per la geometria e per alcuni tra i più astratti aspetti della matematica che da essa derivano.
Ovviamente, la conoscenza ingegneristica non può e non deve sottostare ai canoni di rigore e formalismo che vengono chiesti alla conoscenza scientifica. Poco importa che tu non conosca i principî della statica che sottendono l'edilizia, se conosci comunque la necessità della chiave di volta ed i tuoi edifici reggono per millenni. È altrettanto vero che la possibilità di appoggiarsi a valide conoscenze scientifiche può significativamente consolidare la conoscenza ingegneristica.
Per questo, il sapere scientifico non è e non deve essere estraneo a quello di tipo ingegneristico: tra i due infatti esistono solidi legami che possono realizzarsi in un proficuo scambio di conoscenze. Da un lato la tecnica, le arti e i mestieri costituiscono una base potenzialmente inesauribile di dati sperimentali e possono aprire nuovi campi d'esplorazione alla ricerca scientifica; dall'altro, le applicazioni delle conoscenze ingegneristiche possono usufruire, spesso in maniera sorprendente ed inattesa, dei progressi delle conoscenze scientifiche; di ritorno, le nuove tecniche suggerite dai progressi della scienza agiscono come verifiche sperimentali della correttezza delle teorie scientifiche da cui sono derivate.
Dalla spinta reciproca che le due forme di sapere esercitano l'una sull'altra nasce la tecnologia: da un lato l'esigenza della scienza di andare sempre più a fondo richiede strumenti di osservazione e di analisi sempre più potenti, sempre più accurati; dall'altro, il progresso delle conoscenze scientifiche permette la costruzione di strumenti sempre più potenti, sempre più accurati.
Sui rapporti dei dominî del sapere
Vi sono almeno due abusi cui è sottoposta la scienza, sia come concetto che come soggetto. Entrambi derivano in maniera sostanziale dalla diversa percezione che della scienza ha “chi sa” e “chi non sa”, e sono egregiamente personificati nella figura dello scienziato pazzo tanto diffuso nel nostro immaginario collettivo. Questo personaggio incarna infatti quel paradossale miscuglio di entusiasmo e timore che i ‘profani’ coltivano nei confronti del progredire della scienza e dell'espandersi delle sue possibili applicazioni.
D'altro canto, lo scienziato pazzo è generalmente più interessato a piegare le leggi della natura al proprio volere che non semplicemente a conoscerle; più che di scienziato sarebbe quindi opportuno parlare di ingegnere pazzo: la conoscenza che egli persegue non è fine a sé stessa, ma ha obiettivi specifici. Già nel nome, lo scienziato pazzo mostra quindi la confusione fin troppo diffusa tra conoscenza scientifica e sapere di tipo ingegneristico; non a caso la sua figura si è andata diffondendo, ed (erroneamente) delineando, di pari passo con il progresso e la diffusione della tecnologia.
Tanto più la scienza ha svelato aspetti nascosti della natura che ci circonda, tanto più la tecnologia ha prodotto strumenti incredibili e portentosi, l'estrapolazione dell'applicazione dei quali viene identificato con un “giocare a fare Dio”; non tanto per la potenza intrinseca degli strumenti, quanto per la natura recondita degli aspetti della realtà fenomenica su cui operano o da cui derivano.
Il timore nei confronti dell'operato dello scienziato pazzo, ovvero dell'applicazionde della scienza, deriva quindi da una nostra (umana) (presunta) inadeguatezza a gestire queste conoscenze: inadeguatezza che viene talvolta espressa in una sua forma metafisica o spirituale (ad esempio, l'uomo non avrebbe la forza morale o la statura etica per operare sulle o con le forze della natura di cui è entrato a conoscenza), ed altre volte espressa invece in una sua forma più concreta, in termini della limitatezza della nostra conoscenza, e della conseguente impossibilità di prevedere fino in fondo le possibili conseguenze del nostro operato.
Ai sostenitori dell'inadeguatezza metafisica o spirituale si potrebbe chiedere qualcosa sul motivo di questa limitazione. Perché la spiritualità o la coscienza dell'uomo non ha seguito un processo di maturazione che andasse di pari passo con il progredire delle sue conoscenze scientifiche? È questo un limite intrinseco nella natura (metafisica) dell'uomo, ed in quanto tale invalicabile, o si è trattata invece di una incapacità, da parte di chi ha coltivato la spiritualità e lo studio della metafisica, di diffondere questa crescita, affinché il genere umano potesse guadagnare quella maturità che gli permettesse un uso corretto delle proprie nuove conoscenze scientifiche?
A voler rispondere a queste domande con qualche semplice considerazione sulla storia dei rapporti tra società e conoscenza, e tra i due tipi di conoscenza (fenomenica e trascendente), viene il sospetto che la trascendenza sia stata usata, più spesso che non, come strumento di potere e di controllo e soggiogamento delle grandi masse.
Anche i più rivoluzionari dei messaggi spirituali, raggiunta una diffusione sufficiente, sono stati piegati a meri strumenti politici. Laddove scienza e tecnologia sono (dapprima lentamente, poi sempre più rapidamente) trapelate fino a raggiungere grandi quantità di persone, la sapienza del trascendente ha sempre operato sulla separazione tra l'esoterico, riservato ad una élite, e l'essoterico, propinato come verità sedicente assoluta a masse talmente educate ad assorbire passivamente dogmi da rivolgersi con atteggiamenti fideistici anche alla scienza ed alla tecnologia, che prosperano invece su un approccio diametralmente opposto, sul pensiero critico, sull'analisi, sul dubbio.
Proprio su questo, peraltro, si gioca la seconda forma di inadeguatezza: la scienza, dopo tutto, è una forma di conoscenza superficiale, parziale e per di più fallibile; in quanto tale, essa è inaffidabile, soprattutto quando le forze in gioco sono talmente ‘fuori scala’ da mettere a rischio l'intero genere umano. Questo secondo atteggiamento di critica è forse il più paradossale. Si è infatti andato diffondendo con il crescere della capacità di scienza e tecnologia di dare risposte soddisfacenti e che pertanto davano alle masse meno motivo di rivolgersi alla sapienza trascendente.
È una critica che vorrebbe distogliere la gente da un approccio fideistico alla scienza (cosa che alla scienza farebbe solo bene), ma lo fa per proporre un approccio fideistico a qualcosa le cui risposte non sono più sentite come adeguate, vuoi per gli inevitabili dubbi sollevati dal loro effetto in millenni di storia, vuoi per le profonde manipolazioni cui sono state sottoposte.
Eppure, questo approccio fideistico alla scienza è proprio la seconda forma di abuso cui la conoscenza fenomenica è sottoposta; ‘scientifico’ diventa in tempi moderni parola chiave per indicare affidabilità e certezza, diventa sinonimo di ‘verità’ dimostrata (ed in quanto tale incontrovertibile): una violazione dell'essenza stessa della cultura scientifica più profonda.
E se ancora questo abuso di linguaggio potrebbe essere tollerato per quei rami della scienza le cui conoscenze sono maturate per molti secoli, ormai convalidate da innumerevoli solide esperienze ed applicazioni ed i cui limiti applicativi sono ben noti (ad esempio, la meccanica classica o, in misura minore, la chimica), molto più grave è l'applicazione del termine al di fuori del dominio della scienza vera e propria.
Succede infatti che lo stesso termine (‘scientifico’) venga applicato, con le stesse (erronee) implicazioni, a quelle forme di conoscenza che scientifiche non sono, ma che alla scienza si appoggiano. Da un punto di vista semantico, si potrebbe con una leggera forzatura parlare di ‘scientifico’ per qualcosa che si appoggia a conoscenze scientifiche, ma l'essenza della scienza, e ciò che la valida, sono il metodo ed il rigore.
Pertanto, se anche fosse lecito considerare ‘veri’ i risultati della ricerca scientifica più matura, la stessa certezza ed affidabilità non sono automaticamente ereditate dalle loro applicazioni (che per necessità non possono seguire gli stessi metodi). Né ci si può appoggiare con la stessa (peraltro discutibile) sicumera a quelle forme di conoscenza scientifica che, ferme ancora alle prime fasi, andrebbero meglio classificate come protoscienza; ed ancor meno si dovrebbe assumere un atteggiamento tanto appassionatamente fideistico nelle applicazioni che poggiano principalmente su queste forme così immature di conoscenza scientifica.
Beninteso, la critica qui non è rivolta al lavoro di ingegneri, medici, biologi, sociologi, psicologi, economisti e quant'altro, bensí piuttosto a chi (anche tra i loro ranghi) assume, nei confronti delle corrispettive branche della conoscenza, un atteggiamento che è già sbagliato per forme di conoscenza ben più mature, e tanto più lo è pertanto per quelle.
Perché la nostra conoscenza del fenomenico possa rendere il meglio è infatti essenziale riuscire a bilanciare, volta per volta, la possibilità (quando non la necessità) di sfruttare questa conoscenza nel suo presente, la coscienza dei suoi limiti e l'importanza del loro superamento.
nota ortografica: benché comunemente si preferisca nell'italiano scritto non accentare il sé quando rafforzato da ‘stesso’, varie considerazioni mi portano di questi tempi a preferire una certa omogeneità nell'ortografia; chi volesse approfondire può anche appoggiarsi alla relativa sezione di Wikipedia. ↩
paradossalmente, però, Keplero giunse alla propria formulazione commettendo almeno due errori, che tuttavia si compensavano a vicenda. ↩
Una delle considerazioni che mi piace reiterare è che il conflitto è naturale conseguenza del non trombare abbastanza. Al di là della sua ovvia volgarità, la considerazione può essere verificata a vari livelli, ed assume aspetti che, molto meno volgari, si rivelano in realtà anche interessanti come ottica sulla vita sociale degli individui.
Nella sua espressione più banale, la considerazion è quasi tautologicamente vera: dopo tutto, se la gente dedicasse al sesso una fetta sufficientemente grande delle proprie ore di veglia, non avrebbe non dico le energie, ma probabilmente nemmeno il tempo di dedicarsi al conflitto. Quindi defindendo “abbastanza” come “tanto da non aver più tempo/energie per”, la considerazione è banalmente vera.
In realtà, dal punto di vista fisiologico la considerazione ha riscontri ben noti; che il testosterone guidi sia l'impulso all'accoppiamento che quello al conflitto è praticamente vox populi, e chi non conosce ancora i bonobo, i nostri lontani cugini (evoluzionisticamente parlando) che risolvono i conflitti con estenuanti sessioni copulative? Certo sarebbe interessante capire per quale meccanismo evolutivo la loro specie abbia selezionato un simile tratto, laddove praticamente tutte le altre preferiscono darsele di santa ragione, menarsi invece che menarsela. E chissà che la cosa non sia anche correlata in qualche modo alla struttura matriarcale della loro società.
Ma alla questione si può dare un aspetto, diciamo, più “spirituale”. Volendo ipotizzare che gli esseri umani non siano al pari di tutti gli altri animali un semplice marchingegno con cui la Vita si riproduca, possiamo annoverare tra i quid che ci distinguono dal resto del vivente la nostra attitudine a creare, un'attitudine che va oltre non solo la meccanica riproduzione del proprio materiale genetico, ma anche oltre le più sofisticate ma comunque in qualche modo istintuali ed innate ingegneristiche creazioni animali (dalla tela di ragno alle dighe dei castori).
L'uomo (e non entro qui nelle questioni di genere) sarebbe quindi contraddistinto dalla sua creatività, la capacità di concepire idee e quindi (se non soprattutto) di esprimerle e renderle infine anche fruibili dagli altri per tramite di uno o più dei sensi. In questa attività, che ha un'origine intellettuale e trova spesso una conclusione in attività più o meno manuali, l'uomo trova la propria realizzazione.
Come nel caso dell'atto sessuale, l'atto creativo ha in sé una ricchezza maggiore del proprio compimento, è l'archetipico esempio del viaggio più importante della meta. Come nel caso dell'atto sessuale, il compimento dell'atto creativo porta ad una esaltate soddisfazione cui non sfugge, al seguio, uno strascicante senso di vuoto, una strana combinazione che da un lato stimola al ripetere dell'esperienza, dall'altro aiuta a mantenere quella separazione tra una ripetizione e l'altra che permetta al corpo, alla mente di rigenerarsi, recuperare le forze.
Sono molti i paralleli tra i due; si potrebbe anzi dire che l'atto sessuale e l'atto creativo siano manifestazioni diverse (l'una grezza, primitiva, primordiale, l'altra raffinata, sublime, evoluta) di uno stesso impulso.
E la castrazione porta l'individuo ad una perdita di interesse nei confronti dell'atto sessuale, spingendolo ad una rassegnata e passiva pigrizia, così si può fare per l'atto creativo, educando alla fruizione passiva e soffocando l'innato stimolo alla creazione: un importante strumento di controllo della popolazione.
I paralleli si spingono oltre: ad esempio alla frustrazione di chi, pur sentendo l'esigenza creativa, non riesca ad andare oltre il vago seppur pressante senso del bisogno, mancando quindi di intraprendere nuove attività creative, o abbandonandole appena iniziate, senza mai giungere alla soddisfazione del compimento. Una frustrazione che finisce con il cercare, e spesso trovare, sfogo in attività meno creative, generalmente più violente.
Chi non riesce a creare finisce, inevitabilmente, con il cercare di rompere.
Uno dei più importanti insegnamenti che ho appreso da un professore è un detto inglese che recita:
First class people hire first class people. Second class people hire third class people.
le persone di prima classe assumono persone di prima classe, le persone di seconda classe assumono persone di terza classe.
La massima ha evidenti radici in ambito aziendale, e si applica con semplicità ed immediatezza ad altri ambienti che dell'azienda spesse volte rispecchiano alcuni meccanismi e strutture chiave, come quello accademico. Ma a ben vedere è uno di quei gifts that keep on giving, un regalo eterno; in effetti, non smetto di trovare occasioni dove queste semplici parole offrono una chiave interpretativa che nell'incisività della massima riassumono un pensiero che, benché non raro, rischia troppo di appartenere a quel famoso senso comune che tanto comune, purtroppo, non è.
La considerazione che si ha di una persona nasce generalmente da una di due grandi linee valutative (o più raramente da una loro commistione):
da un lato, abbiamo un principio valutativo che potremmo definire ereditario, in cui il primo strumento del valore di una persone è legato alla sua appartenenza: nascere in una famiglia nobile (appartenente appunto all'aristocrazia) piuttosto che nel popolino, nascere in una nazione piuttosto che in un'altra, appartenere ad una certa razza piuttosto che ad un'altra; in questa cultura del valore di classe, esistono insormontabili barriere, sicché il più miserabile dei cadetti sarà sempre e comunque una spanna sopra il più abile ed onesto degli stallieri;
dall'altro, abbiamo invece una cultura del valore che potremmo definire individualista; in questa prospettiva, il valore di una persona è legato alle sue azioni, alle sue parole, al suo pensiero piuttosto che alla sua appartenenza;
dalla commistione dei due criteri nascono contrasti legati alla discrepanza tra le presunte qualità degli appartenenti ad una categoria e le effettive qualità dell'individuo, conducendo a famosi paradossi come quelli del vero scozzese1, o difese del tipo «è un prete, non può aver stuprato quelle ragazzine».
La massima sulle persone di prima seconda e terza classe presenta una prospettiva diversa, per molti versi ortogonale (e quindi indipendente) dagli usuali criteri di valutazione, ma che comunque offre un giudizio di valore sulle persone; un giudizio basato non più solo sul valore individuale (né tantomeno su quello della categoria), ma sulla rete di rapporti che la persona costruisce con altre persone, e sul valore di queste.
Nel suo ambiente naturale, la massima riconosce facilmente come il successo di Google sia fortemente legato non solo alla genialità dei suoi fondatori, ma anche al loro desiderio di investire pesantemente sulle capacità dei dipendenti. Con uguale facilità, la stessa massima riconosce la piccolezza (non solo in termini estensivi o di mercato) delle aziende costruite su nepotismo, baciapilaggio e soprattutto la “non minacciosità” dei dipendenti verso i superiori (se il superiore pensa che il dipendente sia più bravo di lui e che pertanto costituisca una minaccia per il suo posto di lavoro, gli rende la vita un inferno).
La stessa massima ha però una flessibilità sorprendente, permettendo di leggere nella stessa nuova chiave situazioni in qualunque campo. I risultati non sono necessariamente nuovi o inusuali, ma possono comunque essere preziosi.
Un esempio banalotto di applicazione nel sociale è quello classico della ragazza non brutta che preferisce circondarsi di ragazze meno belle in modo da spiccare per le proprie qualità estetiche: un atteggiamento di seconda classe, che tale sarebbe se anche la bellezza della ragazza fosse eccezionale.
E come per la bellezza, così per l'intelligenza, la cultura: cerchi compagnia che ti arricchisca culturalmente, o intellettualmente stimolante? Prima classe. Ti circondi di gente che puoi schiacchiare con l'estensione del tuo sapere o con la tua sagacia? Seconda classe.
In realtà, ogni pensare ‘sociale’ può essere letto in questa chiave, anche per relazioni indirette o atteggiamenti generali, andando quindi oltre l'entourage della persona. Lavori perché la cultura raggiunga gli angoli più remoti della società? Prima classe. Studi per quel senso di appartenenza all'élite che si distingue dalla massa e dalla sua crassa ignoranza? Seconda classe.
Perché la classe di una persona non è il sangue che gli è capitato né l'abito che porta, ma l'ambiente: e non l'ambiente da cui ha avuto il caso di provenire, ma quello che contribuisce a costruire.
all'italiana, la cosa funziona come segue. Un efferato omicidio viene commesso da uno straniero; un italiano legge la notizia e commenta: «un italiano non farebbe mai una cosa del genere.». Il giorno dopo il giornale riporta la notizia di un omicidio ancora peggiore commesso da un italiano. La reazione dell'italiano che legge la notizia non è «avevo torto, anche gli italiani commettono siffatti crimini», ma «un vero italiano non farebbe mai una cosa del genere». Il paradosso nasce dall'enumerazione delle cose che un vero italiano non farebbe mai, per poi scoprire che ciascuna delle cose è stata fatta da almeno un italiano. Ovviamente il discorso si può ripetere per qualunque raggruppamento (scozzese come nell'originale, italiano, cristiano, musulmano, biondo, bruno, alto, basso). ↩
Introduzione
Sorvoliamo per il momento sulla necessità (o meno) dell'esistenza di un codice di leggi (positive) perché una società funzioni; sorvoliamo perché, prima ancora di arrivare ai moderni anarchici, già secoli fa Tacito osservava che
plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges
e valgono più lì i buoni costumi che altrove le buone leggi
Caius Cornelius Tacitus, De Origine et situ Germanorum
Sorvoliamo anche sulla possibilità che, o meglio sulle condizioni necessarie (e ancor di più su quelle sufficienti) affinché le leggi vengano rispettate; sorvoliamo anche perché sarebbe quasi doloroso parlarne in un contesto dove la legislazione, l'applicazione delle leggi e l'eventuale persecuzione delle violazioni sono da più d'un decennio sottoposte ad immonde manipolazioni per venire incontro agli interessi di un singolo individuo entrato in politica per evitare le conseguenze del proprio mancato rispetto delle leggi.
Vorrei invece prendere in considerazione i processi coinvolti nella formazione e nella modifica di un corpus di leggi, con particolare attenzione ad alcuni aspetti quali la tracciabilità, l'autenticazione e la gestibilità delle modifiche.
Nomic, ovvero del gioco delle regole
Ricordo di aver letto, credo nella pagina di Wutki1 di un Linus di parecchi2 anni fa, di un gioco di cui ho molta vaga memoria, ma che ricordo avere come elemento costitutivo la possibilità di cambiare le regole. Lunghi minuti di ricerche su Internet mi portano a scoprire che il gioco (o se si vuole la famiglia di giochi) prende il nome di Nomic ed ha persino un sito dedicato.
Il Nomic ha un insieme di regole iniziali, alcune mutabili altre immutabili, che stabiliscono modalità e condizioni per la creazione, la modifica e l'abrogazione di regole. Al proprio turno (ci sono regole anche per i turni, ovviamente, e come tutte le regole possono essere modificate) il giocatore propone una nuova regola o la modifica o l'abrogazione di una regola esistente, e prende o perde punti a seconda che la proposta si concretizzi (in una nuova regola o in un emendamento) o che essa venga invece bocciata (dopo eventuali discussioni e proposte di cambiamento). Il gioco termina con un vincitore, deciso secondo opportune regole (anche queste, ovviamente, modificabili).
Per sua natura, il Nomic modella quindi alcuni aspetti fondamentali di ciò che potremmo dichiarare una ‘democrazia ideale’: tutti i giocatori possono proporre, tutti i giocatori devono votare sulle proposte, etc. In quanto tale, il Nomic è un'ottima piattaforma su cui sperimentare in gioco il frutto delle mie riflessioni sull'argomento della gestione di un corpus di leggi, ovvero di regole.
Limiti delle gestioni attuali
Sia detto subito che nella ricerca dei limiti degli attuali sistemi di legislazione (dove per ‘attuali’ credo si possa risalire almeno fino al primo corpus iuris formalizzato nell'antica Roma) non mi interessa indagare approfonditamente le cause di questi limiti, le motivazioni che spesso risultano essere di carattere pratico o logistico. E le motivazioni non verranno indagate a fondo non tanto perché io le ritenga insignificanti in sé, quanto piuttosto perché ai fini delle proposte che andrò ad analizzare più avanti esse risultano decisamente poco rilevanti rispetto ai limiti stessi.
I due principali limiti riscontrabili nei sistemi legislativi auttali sono, a mio prare, il problema della paternità e la forma normativa degli emendamenti.
Il problema della paternità
Salvo poche e pertanto famose eccezioni, per ciascuna norma in vigore è tutt'altro che immediato sapere chi l'ha proposta e da chi è stata votata; ancora più difficile è trovare i promotori di ciascun emendamento, o dell'abrogazione di una norma3.
Anche quando queste informazioni sono disponibili (ad esempio attraverso le trascrizioni dei dibattiti parlamentari), infatti, esse non sono in genere di agevole estrazione, e certamente non sono raccolte in alcuna base dati (almeno di mia conoscenza) che le renda accessibili con strumenti di ricerca più o meno raffinati.
Laddove in un gioco come Nomic la paternità normativa è utile solo ai fini del calcolo del punteggio, e può quindi essere ‘dimenticata’ al turno successivo, in sistemi legislativi reali essa è una componente fondamentale della responsabilità del legislatore.
Regole ed emendamenti
Una questione più sofisticata è quella della distinzione tra regole ed emendamenti. Tanto in Nomic quanto nei sistemi legislativi correnti, infatti, gli emendamenti a norme esistenti seguono il medesimo processo di registrazione delle norme stesse; di più, sono regole essi stessi, regole il cui contenuto è peraltro spesso criptico, limitandosi ad asserire le variazioni del testo della norma emendata, contribuendo così a rendere ancor meno agevole la lettura di testi che già per loro natura sono di non immediata comprensione. Un discorso analogo vale anche per le abrogazioni.
Se da un punto di vista logistico l'equazione tra emendamenti e norme è comprensibile, dal punto di vista applicativo essa causa confusione, e dal punto di vista concettuale viola la sostanziale differenza tra la natura dell'emendamento e quella della norma.
Version control systems: l'esperienza del programmatore
Chiunque abbia lavorato ad un grosso progetto (una tesi di laurea, un romanzo, una suite informatizzata per ufficio, un wok) si è quasi inevitabilmente trovato nella condizione di tenere (o di aver desiderato di aver tenuto) vecchie copie dell'opera, prima di una grande modifica: una riscrittura, l'escissione di un brano, una revisione completa.
Uno dei vantaggi offerti dai computer è la facilità con cui si possono
creare copie, sicché ci si ritrova facilmente con tesi.doc,
tesi.doc.old, tesi.doc.old1, tesi.doc.prima-del-prof,
tesi.doc.19982605, etc. È abbastanza evidente che dopo l'ennesima
revisione si comincia ad avere qualche difficoltà (1) a ricordare quale
file era quale e (2) a trovare nomi significativi per le copie di
riserva.
Per questo i programmatori hanno inventato una intera classe di programmi che prendono il nome generico di version control system (vcs) e che hanno appunto lo specifico obiettivo di rendere più semplice la gestione delle revisioni.
I vcs distinguono chiaramente tra lo spazio di lavoro (l'insieme dei file gestiti, che può essere un singolo file come un complesso sistema con ad esempio una cartella per ogni capitolo della tesi, contentente i relativi documenti di testo e le immagini, più un documento centrale) e la sua storia, la sequenza di cambiamenti di cui tiene traccia.
Ogni cambiamento registrato nel vcs (in linguaggio tecnico, ogni commit) contiene una ‘fotografia’ dello spazio di lavoro al momento della registrazione, con associate informazioni di corredo quali (come minimo) l'autore, la data, ed un messaggio (generalmente utilizzato per descrivere le modifiche dalla ‘fotografia’ precedente, ovvero il lavoro svolto).
Un altro aspetto importante dei vcs è la possibilità di creare ramificazioni nella storia di un progetto. Per lo sviluppo di software, questa capacità viene sfruttata ad esempio per sperimentare, senza disturbare il ramo di sviluppo principale, l'aggiunta di una nuova funzione o la correzione di un problema che richiede modifiche molto complesse: quando la nuova funzione è stata implementata con successo, o il problema risolto, le modifiche effettuate vengono poi integrate nel ramo di sviluppo principale.
{ Approfondire }
Version control systems per i sistemi legislativi
Dovrebbe ormai essere abbastanza evidente dove voglio andare a parare: perché non prendere gli elementi strutturali dei vcs ed applicarli ai processi di creazione, modifica ed eliminazione delle leggi?
Non è difficile tracciare paralleli: il corpus di leggi correnti corrisponde alla più attuale ‘fotografia’ dello “spazio di lavoro”, i cui cambiamenti vengono registrati nella storia del corpus come modifiche, siano esse la scrittura di nuove leggi, l'emendamento di leggi esistenti o la loro abrogazione. Il risultato dei cambiamenti è una nuova ‘fotografia’ con aggiunti i testi delle nuove leggi, eliminati quelli delle leggi abrogate, e modificati quelli delle leggi emendate: non spunterebbero articoli di legge il cui contenuto indichi una differenza tra la precedente e la nuova versione del testo.
I commit corrispondenti alle modifiche avrebbero una chiara indicazione del chi, del quando, magari pure del perché. L'intero iter di ciasuna modifica potrebbe essere sviluppato in una ramificazione, mantenendo così la storia dei vari passaggi fino alla ratifica definitiva, corrispondente all'integrazione nel tronco principale.
L'intera storia del corpus sarebbe liberamente accessibile (in lettura) da qualunque cittadino, permettendo a chiunque non solo di consultare le leggi correnti, ma anche (agli storici o a chiunque altro fosse interessato) di studiare l'evoluzione delle leggi stesse, nonché di determinare facilmente chi e quando ha proposta ciascuna modifica.
{ Metadati extra rispetto ai classici vcs (es. risultati dettagliati delle votazioni) }
{ Costruire una variante di Nomic come esempio }
sconvolgente: c'è ben poco su Wutki in rete ↩
nel campo delle abrogazioni stanno ad esempio invece facendo molto rumore le leggi letteralmente date alle fiamme dal ministro della Semplificazione, Calderoli, che avrebbe forse fatto meglio a moderare il proprio entusiasmo e verificare cosa stesse facendo. ↩
e per parecchi intendo non meno di una venti-trentina ↩
Vi sono almeno quattro aspetti fondamentali del “caso Berlusconi”:
Benché chiaramente distinti l'uno dall'altro, essi sono fortemente intrecciati in una rete di interdipendenze che ha raggiunto un tale radicamento da rendere pressoché impossibile prescindere da uno qualunque di essi per studiare l'altro. In alcuni casi la cosa è fortemente voluta (come gli evidenti legami tra la questione politica e quella giuridica); per altri, bencé sia possibile vedervi una strategia di lunghissimo termine progettata da una mente sopraffina, si trovano spiegazioni talmente semplici negli angoli più infimi della natura umana da non richiedere ricerche più complottistiche.
Il caso Berlusconi non nasce tanto dalle singole questioni che esso tocca, perché singolarmente esse non sono nulla di nuovo (nella storia dell'umanità si trovano innumerevoli esempi di ciascuna); piuttosto, il suo cuore è proprio quel loro solido intreccio che ha trasformato in beceri tribalità una nazione con potenziali doti da élite.
La questione giuridica
I problemi giudiziari di Berlusconi e delle sue aziende cominciano nel lontano 1979, con un'ispezione della Guardia di Finanza i cui agenti decidono però di non procedere nonostante le anomalie riscontrate; coincidentalmente, uno degli agenti appartiene alla loggia massonica P2 di cui fa parte anche Berlusconi, l'altro passa a lavorare per Berlusconi stesso pochi mesi dopo l'ispezione, finendo in seguito comunque nei guai per depistaggio delle indagini (in un'altra inchiesta) e favoreggiamento.
Negli anni a seguire Berlusconi si ritrova coinvolto in processi che orbitano principalmente intorno a questioni economiche (dal falso in bilancio al finanziamento illecito ai partiti) a questioni più personali (dalla corruzione alla falsa testimonianza). Alcuni di questi si risolvono in maniera naturale in sentenze di assoluzione, ma i più interessante sono quelli i cui procedimenti vengono interrotti: dapprima intervengono amnistie concesse dal Partito Socialista Italiano (coincidentalmente, lo stesso partito illecitamente finanziato dalle aziende di Berlusconi) ed in seguito, con il crollo della cosiddetta prima repubblica e l'entrata in politica di Berlusconi stesso, alcuni per prescrizione ed altri per depenalizzazione dei reati contestati.
Coincidentalmente, sia la riduzione dei termini di prescizione sia le depenalizzazioni che permettono a Berlusconi di evitare le sentenze di condanna sono opera di governi guidati da Berlusconi stesso. Volendo sorvolare sulle perplessità che queste coincidenze dovrebbero sollevare in una mente sana, l'aspetto più interessante di questi risultati è che anche quando le sentenze indicano chiaramente la colpevolezza dell'imputato e l'aborto del procedimento per intervenuta prescrizione, l'onda della scarsa o cattiva informazione (discussa più avanti per quanto riguarda la questione sociale) riesce a trasformare la percezione del risultato in una piena assoluzione, contribuendo a rafforzare l'idea della persecuzione giudiziaria nei confronti del tuttavia riconosciuto colpevole Berlusconi.
Ma la questione giudiziaria del caso Berlusconi ha nella sua storia processuale soltanto le proprie radici. Sono invece le implicazioni a medio e lungo termine proprio di quegli interventi legislativi che nella seconda fase berlusconiana (ovvero in seguito alla sua entrata in politica) hanno casualmente avuto l'effetto collaterale di salvare Berlusconi, a costituirne l'infrastruttura, completata da una mirata sottrazione di risorse e l'aggiunta di quanti più ostacoli possibili a ben determinati procedimenti d'indagine.
La questione si manifesta con sintomi quali la quadruplicazione del numero di processi terminati per prescrizione nel giro di qualche anno o l'aumento dell'evasione fiscale (ai fini della quale il falso in bilancio è uno dei principali strumenti per le grandi aziende), risultati opportunamente taciuti per evitare che una forza politica che ha costruito parte del proprio consenso sulla lotta al crimine si manifesti come talmente poco attenta (per non dire peggio) ai crimini ‘bianchi’ da mettere a rischio anche la persecuzione di quelli ‘neri’ su cui è costruita la paura dell'elettorato.
Proprio questa trappola delle eccessive conseguenze ha impedito la realizzazione di leggi castranti per quei procedimenti d'indagine che si dimostrano utili non solo per i più classici reati berlusconiani, ma anche per quelle lotte su cui i suoi governi hanno costruito la loro propaganda politica1. Almeno finora.
La questione politica
La questione politica di Berlusconi comincia con quella che potremmo definire “fase craxiana”, in cui Berlusconi opera come imprenditore, ma viene favorito a una serie di interventi di governi guidati da Bettino Craxi e dal suo Partito Socialista Italiano, interventi che vanno dalle agevolazioni fiscali (permettendo elusioni fiscali e camuffamento del debito con giochi delle tre carte tra le varie aziende berlusconiane) a mirate amnistie giudiziarie, passando per leggi atte a concedere a Berlusconi il sostanziale monopolio della comunicazione televisiva privata.
Con il crollo della cosiddetta prima repubblica e l'approssimarsi della bancarotta (4 mila miliardi di lire di debito), nel 1993 Berlusconi decide di “scendere in campo” con un proprio “movimento” (quota d'iscrizione: centomila lire) che arriverà al governo nel 1994, in una coalizione che comprende Alleanza Nazionale e la Lega Nord: proprio quest'ultimo alleato farà cadere il governo 8 mesi dopo, e Bossi e Berlusconi si dichiareranno acerrimi nemici (salvo ricucire cinque anni dopo, nonostante le campagne della Lega a base di “Berlusconi mafioso”).
Il partito di Berlusconi viene fondato sulla menzogna: per mesi dopo la sua fondazione, Berlusconi continuerà a negare di voler scendere in politica. Tra i suoi fondatori spiccano nomi quali quello di Cesare Previti (tutore della minorenne proprietaria della villa San Martino ad Arcore venduta a Berlusconi per una cifra ridicola, e condannato per corruzione nei processi IMI-SMIR e lodo Mondadori) e Marcello Dell'Utri, condannato per frode fiscale nonché per concorso esterno in associazione mafiosa (ovvero per il suo operato di intermediario tra la mafia e Silvio Berlusconi), e famoso per la sua accorata difesa di Vittorio Magnano, noto mafioso pluriomicida e spacciatore nonché stalliere nella succitata villa.
La discesa in campo permette a Berlusconi una aggressiva strategia di “difesa politica”, con risvolti attivi e passivi.
La difesa politica passiva si concretizza nel trasformare in questione politica tutto ciò che non lo è, implicando che i problemi cui Berlusconi va incontro non si sarebbero presentati se egli non fosse stato un politico. Esempi clamorosi:
- tutti i procedimenti giudiziari a carico di Berlusconi diventano magicamente una persecuzione politica, un tentativo di (parte della) magistratura di sovvertire la democrazia, etc; per poterci credere occorre ovviamente ignorare la lunga storia giudiziaria di Berlusconi; coincidentalmente lo stesso Dell'Utri, cofondatore di Forza Italia, ha candidamente ammesso di non essere interessato alla politica se non per difendersi dai procedimenti giudiziari, confermando che più che di un caso di uso politico della giustizia sarebbe più opportuno parlare di uso giudiziario della politica;
- quando il gruppo Fininvest, per riguadagnare liquidità ed allontanare il pericolo bancarotta, venderà la Standa, Berlusconi darà la colpa alle giunte di centrosinistra che gli avrebbero negato le autorizzazioni per l'apertura di nuovi punti vendita, piuttosto che riconoscere che i problemi risallisero a ben prima della sua entrata in politica e fossero quindi piuttosto legati alla cattiva amministrazione, ed evitando così di sfatare la propria immagine di grande imprenditore su cui costruisce le proprie promesse elettorali.
Si può invece parlare di difesa politica attiva con i vari interventi con cui i governi Berlusconi hanno introdotto norme ed atti per favorire lo stesso, vuoi riducendogli i guai giudiziari, vuoi creando condizioni particolarmente favorevoli per le aziende di Berlusconi o ostacolandone la concorrenza.
Quando l'azione politica di Berlusconi va oltre la semplice difesa dei propri interessi, non procede mai nella direzione che ci si aspetterebbe prestando fede all'immagine di “nuova destra, destra liberale” con cui Berlusconi è sceso in campo, immagine usata per distinguerlo tanto dai famigerati nemici comunisti quanto dall'esistente destra conservatrice.
Da una destra liberale ci si aspetterebbe una riduzione della burocrazia, un ‘dimagrimento’ del carico amministrativo dai livelli più alti (Stato) a quelli più bassi (comuni), una (magari consequenziale) riduzione del carico fiscale, la rimozione dei paletti che impediscono una sana concorrenza, magari persino qualche stimolo alla piccola e media imprenditoria.
Se si va invece a studiare l'operato dei governi Berlusconi, si scopre che le azioni sono spesso andate invece in direzioni opposte; in alcuni casi con motivazioni facilmente indovinabili, come per esempio la creazione di ostacoli ai principali competitori delle aziende berlusconiane, altre volte invece inspiegabilmente, come per il sensibile aumento della spesa pubblica in quest'ultimo governo, nonostante i massacranti tagli a istruzione e ricerca e il carico fiscale sostanzialmente invariato, anzi impercettibilmente (qualche punto per mille) più elevato; arrivando alla situazione paradossale che è più facile trovare interventi liberali nell'operato degli altri governi, additati da Berlusconi quali comunisti fedeli alle proprie radici nonostante le apparenze.
Più che con la destra liberale, il progetto di riforme perseguite da Berlusconi e non direttamente riconducibili alla propria difesa presentano, piuttosto, sorprendenti somiglianze con il cosiddetto “piano di rinascita democratica2” della loggia massonica P2 di cui, coincidentalmente, Berlusconi stesso era membro.
{ Approfondire }
La questione sociale
L'impatto sociale in Italia del caso Berlusconi affonda le sue radici nella sua posizione dominante nel campo della comunicazione televisiva privata, posizione peraltro ottenuta e mantenuta illegamente (dalla trasmissione su scala nazionale, proibita ma “provvisoriamente” sanata da decreti craxiani fino alla legalizzazione con la legge Mammì, all'occupazione abusiva delle frequenze di Europa 7 ad opera di Rete4).
La ‘rivoluzionaria’ rottura dalle reti pubbliche con cui Berlusconi presenta i propri canali televisivi si concretizza in un operato di adescamento, sfaldamento qualitativo e decadimento culturale che con la scusa dell'accessibilità universale spianano la strada per una propaganda del culto dell'immagine, dell'intrattenimento e della vacuità, una riforma culturale che piace a tutte le forme di potere e solleva solo qualche fiacco tenativo di contrasto, spesso più di forma che di sostanza.
In una dozzina d'anni il terreno è fertile abbastanza da permettere a Berlusconi di “scendere in campo” con gran clamore di folle ed invocazioni all'“unto del Signore” e di assumere il controllo anche delle rete televisive pubbliche, cui segue una lenta ma inesorabile espulsione di tutte le figure la cui voce discorda da quella del padrone.
La riforma sociale procede nel frattempo con gli effetti collaterali della difesa politica attiva di Berlusconi, principalmente la creazione di sostanziosi ostacoli al perseguimento dei “crimini dal colletto bianco” (evasioni fiscali, truffe, corruzioni, concussioni), che si traduce in un loro fattuale favoreggiamento, laddove non si arrivi ad un plateale incoraggiamento (più volte Berlusconi ha indicato la via dell'evasione fiscale come “disobbedienza civile” eticamente corretta).
In tema di crimini, viene attuata una metodica manipolazione dell'informazione, dandovi grande rilevanza durante i governi di centrosinistra e passandoli invece sottotono (quando non sotto silenzio) durante i governi Berlusconi; si preferiscono inoltre i reati commessi da immigrati (o i cui principali indiziati siano immigrati) a quelli commessi da italiani (o i cui effettivi colpevoli si rivelino poi essere italiani). Il tutto aiuta a coltivare i sentimenti xenofobi e razzisti su cui fa leva il principale alleato di Berlusconi (la Lega Nord) e l'illusione di maggiore sicurezza durante i governi di centrodestra (miglioramento purtroppo non confermato dai fatti).
Il ruolo fondamentale che la (dis)informazione svolge nella consistenza sia del potere berlusconiano che nella pervicacia della sua influenza sociale è evidente nelle accanite difese attuate per il mantenimento del monopolio comunicativo televisivo (a discapito del fantomatico liberalismo di cui i partiti berlusconiani si fanno araldi) ed agli ostacoli posti alle forme più nuove di comunicazione (internet in particolare).
Un ulteriore significativo aspetto dell'impatto sociale di Berlusconi è legato alla questione morale e si manifesta nella particolare alleanza con la Chiesa Cattolica.
Da un lato, il centrodestra si presenta infatti come il paladino dei valori cristiani (e cattolici in particolare), che si manifesta con azioni molto d'impatto (ad esempio minacciando violenza a chi oserà togliere i crocifissi dagli edifici pubblici laici tipo scuole e tribunali, od organizzando Family Day in difesa della famiglia cattolica) e poco di sostanza.
Dall'altro, andando a guardare più da vicino, questi paladini si scoprono essere (pluri)divorziati, puttanieri, pedofili, aggrappati quasi disperatamente al potere temporale, poco francescani nell'approccio ai beni terreni, razzisti ed in generale poco esemplari come modelli di comportamento per i valori cristiani.
Ogni manifestazione e pubblicizzazione della loro scarsa valorizzazione cristiana si traduce in un rimbrotto più o meno serio da parte degli organi di stampa ufficiali ed ufficiosi del Vaticano, cui consegue qualche favore alla Chiesa Cattolica3, per evitare che l'elettoralo cattolico venga dirottato altrove, minacciando la ricostruzione del centro.
Ci ritroviamo così ad esempio con il perdurare di trattamenti economici di favore per le attività commerciali della Chiesa, con tagli a dir poco drastici all'istruzione pubblica che però miracolosamente non toccano i finanziamenti alle scuole private (principalmente cattoliche) né i dipendenti che alla scuola pubblica vengono imposti dalla Chiesa (ovvero i professori di religione), ed il vuoto legale su temi che vanno dalle unioni civili a questioni bioetiche come l'eutanasia. Il tutto propugnato in nome di valori cristiani imposti a tutti i cittadini, ma non seguiti dai loro più vocali sostenitori.
La Chiesa appoggia quest'uomo di potere che ha fatto della superficialità, dell'immagine, del materialismo, della lussuria (stringiamo: di tutti i peccati capitali) il proprio modus vivendi proprio per la sua ricattabilità sociale al minimo scandalo.
Ma ben più grave di come la Chiesa possa sfruttare la facilità con cui Berlusconi si rende ricattabile è come proprio questo modus vivendi (che la Chiesa verbalmente condanna salvo poi appropinquarcisi essa stessa appena possibile) sia diventato un modello sociale vincente.
La più profonda sindrome dell'impatto sociale di Berlusconi non si rispecchia tanto in coloro che credono alla falsità delle (documentate) accuse, ma molto più in coloro per cui quelle stesse accuse non rappresentano un problema4, coloro per i quali il suo comportamento non è riprovevole, anzi.
Sono quelli per i quali chi disprezza Berlusconi lo fa per invidia, forse perché non riescono a non proiettare sugli altri la propria invidia sublimata in ammirazione. Sono quelli che di fatto vivono nel desiderio di poter anche loro fare i vecchi bavosi puttanieri e pedofili costruendo un impero di falso, corruzione, egotismo, sfruttamento, ingordigia: un regresso sociale al sogno di trimalchionici fasti da patroni circondati da clientes.
La questione morale
Proprio questa nuova etica sociale, con lo sdoganamento del puttaneggio, del clientelismo, dell'abuso di potere, rappresenta il ‘piede pubblico’ della questione morale del caso Berlusconi. In un tuonare ipocrita contro il fancazzismo ed a favore della meritocrazia, si premiano poi servilismi e nepotati.
Si è arrivati al punto che chi critica questi atteggiamenti e questi comportamenti viene tacciato di ‘moralismo ipocrita’ (colmo dell'ironia), sottintendendo (ma anche affermando apertamente) che avendone l'opportunità anche il criticone approfitterebbe. Che ci sia (purtroppo sempre meno) gente ancora dotata della dignità di incazzarsi per aver ricevuto a propria insaputa una raccomandazione non sembra nemmeno credibile.
Ma la questione morale del caso Berlusconi ha anche un (ultimamente sempre più evidente) risvolto privato, nei confronti della quale si possono assumere quanto meno due attegiamenti diametralmente opposti.
Un atteggiamento, che viene presentato come il più rispettoso della privacy, sostiene che chiunque, nel privato della propria domus, abbia (e debba avere) piena libertà di fare ciò che vuole, senza doversi preoccupare di inquisizioni.
L'atteggiamento diametralmente opposto è invece quello sostenuto da Augusto Minzolini per larga parte della propria carriera. Sosteneva Minzolini nel 1994:
un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. Il rinnovamento del Parlamento italiano è un fenomeno anche sociologico di cui la stampa deve dare conto: io non dimentico mai che il mio referente è il lettore e non il politico e che il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni
e ancora:
Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia.
ed infine:
La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico.
(Questo, ovviamente, quando era ancora giornalista a La Stampa e non il magister della simulazione e dissimulazione informativa a favore di Berlusconi cui è stato ridotto il telegiornale della prima rete RAI.)
Senza scegliere alcuna delle due posizioni, si potrebbe osservare che l'interesse pubblico per la vita privata di qualcuno (a prescindere dal rilievo sociale e politico del qualcuno stesso) sia strettamente legata alle conseguenze che tale vita privata avrebbe sulla res publica stessa.
Se ad esempio io tengo rinchiusa mia figlia in cantina per vent'anni, stuprandola quotidianamente, difficilmente potrei trovare qualcuno disposto a sostenere che io possa fare ciò che voglio nel privato della mia casa. La libertà d'azione domestica è quindi comunque limitata da regole, legali5 o morali che siano. Se ho rapporti sessuali a pagamento con una minorenne, sono implicato in un reato (prostituzione minorile, per i quali si è colpevoli anche come semplice ‘utilizzatore finale’). Se sono un politico importante e telefono in questura mentendo sull'identità di una minorenne e scavalco l'autorità del suo giudice tutelare per evitare che vengano fuori i crimini suddetti, commetto un altro reato (concussione). Ma questi sono aspetti che pertengono alla sfera giuridica, non quella della morale privata.
Nel caso di persone che rivestono ruoli istituzionali intervengono inoltre questioni legate alla sicurezza nazionale. Un capo del governo che lasci casa propria aperta a cagne e porche senza alcun controllo di sicurezza, lasciando la propria persona aperta a rischi di ricatto6 o, peggio, assassinio, è un irresponsabile nei confronti della propria nazione. L'irrilevanza internazionale dell'Italia diventa così la sua fortuna, perché se qualche nazione (o, per dire, una mafia o una camorra qualsiasi) l'avesse voluto far fuori per la sua scomodità, non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad infiltrare una bella gnocca assassina nell'entourage delle sue feste. Ma questi sono aspetti che pertengono alla sfera politica, non a quella della morale privata.
Ma entrando più specificamente nel merito della questione morale, il punto chiave per la morale privata dei politici è la sua aderenza a quella che essi stessi pretendono di imporre alla nazione. Il nodo cardine non è la divergenza tra la morale di chi critica e quella di chi fa, ma tra quella dichiarata da chi fa e quella secondo cui lo stesso agisce. Vuoi combattere la prostituzione? Mi sta bene: ma non puoi farlo se è la tua principale fonte d'intrattenimento senza essere tacciato di ipocrisia. Vuoi batterti per la meritocrazia? Ottimo: ma non puoi farlo mentre regali carriere (in politica, nello spettacolo, nell'imprenditoria) a gente che come unico merito ha quello di averti tenuto compagnia per una o più notti, senza essere tacciato di ipocrisia.
Una conclusione
Nonostante il battage da mania persecutoria con cui Berlusconi addita magistrati e giornali supposti comunisti come responsabili dei suoi problemi giudiziari e politici, è molto interessante notare come, di fatto, sia stato egli stesso il fautore del proprio infagamento. (Anche) per questo non concordo con chi ha voluto tracciare un parallelo tra la carriera criminale di Al Capone terminata con una banale condanna per evasione fiscale, e la carriera politica di Berlusconi, disastrosa per l'Italia e (nelle speranze di chi fa il paragone) terminabile con il “caso Ruby”. La prima, infatti, sopraggiunse per un minuzioso (e sanguinoso) lavorìo di indagine, laddove Berlusconi si è praticamente fatto cogliere (diciamo metaforicamente) con le braghe calate.
Un po' di storia
A Berlusconi piacciono le giovani e belle ragazze. La cosa mi sembra indiscutibile: lo dice lui stesso, lo sostengono i suoi sostenitori (preferendolo anche per questa sua viril virtù ai culattoni stile Vendola), e lo sostengono (comprovatamente) i suoi avversari. È anche naturale che uno a cui piacciano le giovani e belle ragazze se ne circondi quando può, come può.
Con Berlusconi, la gratitudine per la piacevole compagnia si manifesta in varie forme, alcune delle quali (come la candidatura alle elezioni europee) non è piaciuta nemmeno alla sua (seconda) moglie, Veronica Lario, che dopo avergli suggerito pubblicamente di darsi una calmata, ha proceduto avviando una causa di divorzio prendendo spunto dalla visita offerta da Berlusconi alla festa dei 18 anni dell'angelica Noemi Letizia dopo che lo stesso aveva mancato di presenziare le analoghe feste dei propri figli con la Lario stessa.
Fin qui si tratterebbero di semplici beghe di famiglia (modulo la candidatura alle europee di giovani pulzelle la cui unica referenza sembrava essere la bella presenza). Dove Berlusconi ha toppato è stata nella costruzione di fragili castelli di menzogne e bugie intorno alla sua conoscenza della ragazza in questione (Noemi Letizia). Menzogne dalla cui creazione deriva spontanea la domanda: perché mentire? Cosa aveva di tanto scomodo la verità da essere più pericolosa dal farsi scoprire a mentire?
Il secondo passo dirama da una questione che non solo non riguardava Berlusconi, ma che anzi era incentrata più sulla sua opposizione, nascendo da un'indagine su intrecci tra imprenditoria, politica (di sinistra) e mafia nella sanità barese. Da quell'indagine, che continua per la sua strada, viene fuori (stralciato) anche un giro di prostituzione in cui Berlusconi risulta essere ‘utente finale’ (questione morale), ma per il pagamento dell'usufrutto del quale si profinalo reati di corruzzione e concussione: tu mi dài la gnocca, io ti faccio avere permessi, agevolazioni, etc. Ma non sono solo i ‘fornitori’ di gnocca a ricevere benefici vari: il giro è anche un modo per le donne stesse di avvicinare il soggetto per chiedere favori personali.
Il terzo tempo è quello di Kareem Abdul-Jabbar Karima
el Marug, che viene arrestata per un tentativo di furto. E nuovamente, è
Berlusconi a creare un caso che altrimenti non esisterebbe, mentendo
sull'identità della minorenne ed abusando della propria posizione per
scavalcare la decisione del giudice tutelare della stessa. È proprio
questo suo goffo tentativo di difesa che fa scattare la frana che adesso
lo travolge: dalla concussione scaturisce un'indagine che scoperchia
aspetti del già notato giro di prostituzione che hanno anche, grazie
alla legge contro la prostituzione minorile varata dal suo stesso
governo, risvolti criminali.
Circondato da adulazione e servilismo, abituato ad usare con successo il proprio denaro ed il proprio potere per corrompere e spianare, Berlusconi non ha mai sviluppato alcuna finezza nel nascondere e proteggere i propri vizi (che ad occhio e croce direi essere lussuria, superbia ed avidità).
Interrogativi
Ad esempio: perché un ultrasettantenne ricco possidente (nel proprio Paese come all'estero) sceglie di governare un Paese conducendolo allo sfascio totale piuttosto che di godersi un meritato riposo disteso sui propri sfarzosi cuscini?
Oppure: fino a che punto Berlusconi crede all'immagine di sé che gli piace cercare di proiettare in pubblico, del magnate fattosi con le proprie mani, dal cuore d'oro ed amato dalla gente, ma perseguitato dai comunisti?
Se anche potessimo chiederlo a lui direttamente, non so quanto affidabili possano essere le sue risposte: dopo tutto, lui sostiene di essere entrato in politica per difendere l'Itali ai comunisti, e se fosse vero direi che l'unico modo in cui ci sta riuscendo è stato di demolirla e renderla quindi totalmente inappetibile a qualunque concorrente.
Il sospetto che vado maturando è che la sua entrata in politica possa essere stata motivata non solo dall'esigenza di proteggersi dalle imminenti condanne per evasione fiscale e corruzione, nonché dall'approssimarsi della bancarotta, e di sfuggire quindi dalla altrimenti limitata scelta tra il carcere e l'espatrio
Mi ha sorpreso infatti una delle sue recenti dichiarazioni con cui ha cercato di non-difendersi attaccando i soliti magistrati comunisti, presentando l'idea che il loro scopo fosse quello di raggiungere il Quirinale. Perché proprio il Quirinale? Poi uno guarda all'ammirazione che Berlusconi non nasconde di provare per leader come Qaḍḍafi o Putin (ammirazione che trascende i meri interessi economici7) e viene il sospetto che Berlusconi abbia interesse a trasformare l'Italia nel proprio feudo personale: gli mancano solo una riforma per il presidenzialismo, facendo coincidere così finalmente il capo di Stato con il capo del governo (ricorda qualcosa?) e la propria candidatura.
Così lontano, così vicino …
I difensori
Sociologicamente parlando, il fenomeno più interessante del caso Berlusconi sono i suoi sostenitori. Non parliamo qui di coloro che hanno un interesse diretto nella sopravvivenza del potere del soggetto, ovvero dei suoi vari collaboratori e dipendenti, ma del grande popolo che lo ama, lo stima, gli crede (grande popolo che, se i risultati delle elezioni sono un indice di qualcosa, non raggiunge nemmeno un quarto della popolazione nazionale con diritto di voto, ma comunque un numero ragguardevole).
Come già accennato, i sostenitori di Berlusconi si dividono sostanzialmente in due macrocategorie, non perfettamente distinte, che potremmo definire ‘creduloni’ e ‘sagaci’.
Il sostenitore sagace è quello ben conscio del fatto che Berlusconi sia sostanzialmente un truffatore che va avanti a suon di corruzioni, abusi di potere e raccomandazioni date e ricevute, ma che non vedono in ciò nulla di male, ed anzi lo ammirano per essere riuscito.
È quello che, se gli chiedesse se è vero che sua figlia è la fidanzata di Berlusconi, risponde «Magari!», conscio di quanta strada potrebbe fare non solo la figlia, ma tutta la famiglia con lei, contando sull'appoggio del potentato.
È quello che ascrive ad invidia il disprezzo di chi Berlusconi non lo venera, non riuscendosi a capacitare del fatto che si possa essere disgustati dalla disonestà e dalla sciatteria dell'individuo e di tutto ciò che lo circonda, piuttosto che desiderare di emularlo.
È quello che crede di beneficiare dall'“effetto Berlusconi”, senza rendersi conto di quanto il disastro culturale, politico (nazionale ed internazionale), sociale, morale e giuridico in cui è stata affossata l'Italia sia dannoso per lui come per tutti.
Il sostenitore credulone, per contro, è quello che subisce le campagne disinformative su cui Berlusconi ha costruito la propria immagine. È quello che crede alle città più sicure perché in televisione si smette di parlare di problemi di sicurezza quando c'è lui al governo, è quello che crede alla teoria del complotto giudiziario perché non ne conosce la storia e non comprende la differenza tra prescrizione ed assoluzione, è quello che nel peggiore dei casi dice che Berlusconi non è cattivo, anzi è talmente buono e si fida tanto che la gente cattiva se ne approfitta e lui ci va di mezzo.
La fede di questi ultimi è incrollabile, e ricorda il caso (di cui parlarono ad esempio Le Iene) del prete documentatamente stupratore difeso dal paese perché «è un sant'uomo! voi non potete capire!»
I due profili non sono ovviamente distinti: un sagace ad esempio può comunque credere al Berlusconi liberale che ci protegge dai comunisti, anche quando a conti fatti il cosiddetto centrosinistra ha avuto più iniziative da destra liberale del centrodestra.
Ma la cosa più interessante dei creduloni è che, anche ammettendo che Berlusconi sia un uomo talmente buono da lasciarsi infinocchiare da sciami di sanguisughe e sciacalli, rimane comunque qualcuno cui solo un suicida affiderebbe la guida della propria nazione.
discorso a parte meriterebbe l'ipocrisia del definire “democratico” un impianto che distrugge due dei pilatri fondamentali di una democrazia sana (informazione e separazione dei poteri) con il controllo dei mezzi di comunicazione e la sottomissione del potere giudiziario a quello esecutivo. ↩
tipo gli investimenti di Berlusconi nel gas, accompagnati da ‘vantaggiosi’ trattati con cui l'ENI compra a prezzo bloccato in un momento in cui il prezzo del gas crolla vertiginosamente. ↩
Chiesa sull'ipocrisia della quale si potrebbero spendere infinità di parole, partendo ad esempio dalla ‘sorpresa’ del Papa Benedetto XVI alla scoperta della diffusione del fenomeno della pedofilia tra i ranghi dei preti, fenomeno che egli stesso, quando ancora semplicemente Ratzinger, contribuì pesantemente ad insabbiare piuttosto che risolvere. ↩
la situazione si complica quando esistono che proibiscono certi tipi di relazioni tra adulti consenzienti; è il caso ad esempio del sesso anale proibito per legge in alcuni degli Stati Uniti. ↩
si parla ovviamente delle intercettazioni e della loro utilità contro la criminalità organizata e la pedofilia. ↩
come è successo per esempio con Marrazzo, caduto in una trappola ricattatoria costruita sul suo vizio di andare a transessuali. ↩
ricorda un po' la questione del nazismo e dei campi di sterminio: sono peggio quelli che “l'Olocausto non è mai accaduto, è un'invenzione degli Alleati per discreditare l'Asse”, o quelli che “peccato che i nazisti non siano riusciti a finire l'opera di pulizia?” ↩
Una visione forte della scienza parte dal presupposto che l'intero universo (o almeno la sua parte fenomenica, quella da noi osservabile, direttamente o indirettamente) segua leggi ben precise, e si pone come obiettivo quella di arrivare a conoscere dette leggi. (Con il piccolo inconveniente che non è detto che tali leggi siano conoscibili dall'uomo.)
Per inciso esiste anche una visione più debole della scienza che invece si ‘accontenta’ di trovare modelli che descrivano l'universo, senza da questo trarre conclusioni ontologiche sulla natura dell'universo stesso (dopo tutto, la mappa non è il territorio): una sottile differenza concettuale che si manifesta più nei dibattiti filosofici che nella pratica.
Le leggi presupposte a fondamento dell'universo vengono generalmente assunte deterministiche, con alcune implicazioi interessanti. Ad esempio, se fosse nota con esattezza la configurazione dell'universo intero in suo qualunque istante, e fossero note (nuovamente con esattezza) le sue (deterministiche) leggi, sarebbe possibile determinare la configurazione dell'universo in ogni altro istante.
Tra le altre cose, questo esclude la possibilità dell'esistenza di enti sovrannaturali, o quantomeno la possibilità che essi possano manifestarsi nel fenomenico: se infatti tali enti sovrannaturali (quindi: non iscrivibili all'interno delle presunte deterministiche leggi cosmiche) potessero intervenire nel fenomenico, esisterebbero tempi e/o luoghi in cui l'universo non seguirebbe (in virtù appunto della manifestazione di tali enti) le suddette deterministiche leggi cosmiche.
Il presunto determinismo delle presunte leggi dell'universo esclude però qualcosa che ci tocca molto più da vicino: il libero arbitrio. Se ogni istante dell'universo può essere dedotto da ogni suo istante precedente o successivo, è evidente che non c'è alcunché che noi si possa fare per alterare il corso degli eventi —in effetti, non c'è alcunché che noi si possa fare, per il semplice fatto che il nostro agire non è frutto di attività cosciente o subcosciente, ma è un semplice passo della normale evoluzione del cosmo lungo le proprie leggi; ogni cosa che ci riguarda, inclusa la nostra coscienza, i nostri pensieri, sono semplici illusioni frutto della particolare configurazione del cosmo negli istanti e nei luoghi in cui ci ritroviamo —persino il ritrovarci, in effetti, è una questione puramente incidentale ed illusoria.
Un dubbio che mi piacerebbe sciogliere è se, nel combattere l'interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, Einstein et al. fossero coscienti della portata delle implicazioni di una asserzione quale «Dio non gioca a dadi», con alcuni simpagici paradossi che ne derivano. Tipo: se non gioca a dadi, Dio non esiste. Oppure: senza libero arbitrio, perché scrivere una lettera a Roosevelt per invitarlo ad accelerare la ricerca sul nucleare, visto che la lettera non avrebbe alterato il corso degli eventi1?
La meccanica quantistica è invero una delle più stimolanti branche della fisica, sollevando problemi non indifferenti persino quando ci si voglia limitare ad un suo uso debole (shut up and calculate), senza scivolare nelle disquisizioni ontologiche legate al cercare di interpretare la natura incerta e probabilistica del modello.
Quando si sceglie invece un approccio forte, ci si trova davanti a possibilità che possono risultare sgradevoli per motivi diversi; da un lato, la succitata interpretazione di Copenaghen afferma che la probabilistica incertezza associata ai fenomeni quantici è intrinseca nella natura dell'universo, e contribuisce così alla distruzione del sogno positivista del determinismo delle leggi su cui la natura è fondata; dall'altro, interpretazioni quali quella delle variabili nascoste riportano alla ribalta l'illusiorietà della coscienza e del libero arbitrio.
L'aspetto interessante dell'interpretazione di Copenaghen è che pur essendo scientificamente forte (nel senso di passare dal modello ad una questione ontologica), con la perdita del determinismo riammette la possibilità di ciò che il determinismo escludeva2. Possibilità, ovviamente, che è ben lontana dall'essere una prova, e che potrebbe in realtà essere nient'altro che uno spostamento da un'illusione cristallizata nel tempo ad una che istante per istante dipenda dal caso.
La più trascurata delle interpretazioni della meccanica quantistica è forse la più interessante dal punto di vista filosofico. Benché essa ‘goda’ di un alone di scarsa serietà in ambito scientifico (forse per via della palatabilità per la letteratura fantascientifica e parascientifica), l'interpretazione è ben fondata sulle radici matematiche dell'incertezza della meccanica quantistica e ne trova una soluzione non probabilistica senza ricorrere a veli di maya.
I drammi interpretativi della meccanisa quantistica nascono da due concetti, uno molto semplice ed intuitivo, l'altro alquanto paradossale (nel senso di non intuitiva comprensione). Il concetto molto semplice è quello di osservazione (generalmente una misura); l'altro, per il quale è diventato famoso il gatto di Schrödinger, è quello della sovrapposizione di stati, condizione in cui si ritrova ogni sistema che possa trovarsi in più di uno stato finché non viene osservato. L'osservazione causa il cosiddetto “collasso della funzione d'onda” del sistema, fissandone lo stato in maniera univoca, ed i contrasti tra le interpretazioni sorgono tutti dal tentare di dare un significato alla condizione di sovrapposizione di stati ed al ruolo dell'osservazione (e quindi dell'osservatore) nella sua determinazione.
Se si
lascia il concetto di sovrapposizione di stati tale e quale, senza
farlo diventare un concetto probabilistico e senza supporre che la
presunta sovrapposizione sia semplicemente dovuta alla nostra
ignoranza, si scivola verso quella che viene comunemente chiamata
interpretazione a molti mondi, secondo cui l'universo
esiste in una sovrapposizione di stati e l'osservazione che ne
determina uno non esclude dall'esistenza le osservazioni che ne
determinano gli altri, ma si separa da esse con una divergenza, una
biforcazione della realtà come da noi comunemente intesa, che le
isola irrimediabilmente, in un infinito gioco di Rami.
L'aspetto interessante di questa interpretazione è che essa non elimina il determinismo, e pur conservando l'incertezza che caratterizza la meccanica quantistica, in un certo senso la sposta sulle spalle dell'osservatore; l'incertezza non è più su “in quale stato si trova il sistema prima dell'osservazione?”, ma diventa “in quale ramo della biforcazione si trova l'osservatore dopo l'osservazione?”
In realtà la domanda cesserebbe persino di avere senso, poiché l'osservatore stesso si troverebbe biforcato seguendo entrambi i rami di realtà, senza però poter avere (rullo di tamburi) coscienza che del singolo ramo nel quale può (ri)costruire la propria continuità.
In qualche modo, questo potrebbe spiegare perché, laddove nelle tre direzioni dello spazio abbiamo una mobilità ed una visione in un certo senso complete, nella direzione del tempo abbiamo un verso ‘preferenziale’, rispetto al quale definiamo il futuro (verso cui ci ‘muoviamo’) ed il passato (che possiamo ‘vedere’): una circostanza invece difficilmente inquadrabile per quelle filosofie della scienza che prediligono il determinismo: se la realtà è una scultura prederminata, da cosa avrebbe infatti origine l'illusione dello scorrere del tempo?
Nell'interpretazione dei molti mondi, invece, il verso preferenziale del tempo è determinato dalla struttura delle biforcazioni; benché questo in realtà non cancelli veramente il determinismo, e non possa reintegrare il nostro libero arbitrio, ci permette di formulare qualche scenario ipotetico incompatibile con il marmoreo determinismo delle meccaniche classiche o relativistiche.
Se la nostra coscienza, invece di sdoppiarsi ad ogni biforcazione, proseguisse la propria esistenza in uno solo dei casi, potremmo forse cercare di (pre)vedere il futuro. E se la scelta alle biforcazioni fosse in nostro potere, potremmo parlare di libero arbitrio.
In mancanza di ciò, rimane solo l'illusione di poterci autodeterminare per coloro di noi che in questo istante (ed in questo, in questo, in questo, …) si ritrovano coscienti delle ramificazioni future che avrebbero scelto, ciascuna volta, in base al loro passato.
un ente soprannaturale potrebbe infatti manifestarsi influenzando un fenonemeno quantistico che avesse conseguenze macroscopiche. Ugualmente, volontà, coscienza e libero arbitrio della mente umana potrebbero essere ‘nascoste’ nei fenomeni quantistici del nostro cervello: il probabilistico indeterminismo teorico sarebbe così la membrana di transizione tra natura e sovrannaturale, tra fenomenico e metafisico. ↩
risposta: perché, in assenza di libero arbitrio, anche Einstein non poteva ‘fare’ altrimenti. ↩
Se si guarda con occhio disincatato alle relazioni sociali che gli esseri umani costruiscono, sia su scala microscopica (il singolo individuo in relazione ad altri singoli individui), sia su scala macroscopica (le genti in relazione con altre genti) non è difficile notare i fin troppo evidenti paralleli con analoghe strutture e comportamenti che si riscontrano nel mondo animale.
A seconda della scala della messa a fuoco, del luogo e del tempo analizzato, diventa quindi facile paragonare i nuclei umani ora al formicaio, ora al branco di canidi, ora al gregge di ovini, ora a questo o quel volatile. In effetti, benché non credo si possano ritrovare tutti i comportamenti umani in quelli di una singola altra specie, mi viene molto difficile non trovare, per un qualsiasi comportamento umano, un altro animale in cui lo si riscontri1.
A ben pensarci, mi viene in mente un unico comportamento per il quale non riesco a trovare riscontri al di fuori degli esseri umani, ed è il caso del sadismo nei confronti di membri della propria specie, dove per sadismo si intenda il (‘gratuito’) procurare dolore ad altri (della propria specie) per il proprio piacere: non rientrerebbero quindi in questa categoria né le aggressioni ‘territoriali’ abbontantemente diffuse nel regno animale, né quei ‘giochi alimentari’ di cui si dilettano ad esempio i felini domestici.
Si potrebbe osservare che allo stesso modo anche le capacità artistiche dell'uomo sono uniche in natura, non essendo confrontabili con, ad esempio, i canti degli uccelli o le danze per l'accoppiamento, la cui somiglianza con gli omonimi umani sarebbe più che altro lessicale, e forse solo appena vagamente fenomenica, ma che certo confonde atti creativi (dell'uomo) con atti istintivi (dell'animale).
Avremmo quindi che per distinguere (il comportamento del)l'uomo dal (comportamento del) (resto del) regno animale è opportuno, anzi forse necessario, ‘trascendere’ dal mero fenomeno, dall'osservabile, ed andare a studiare le cause di tali comportamenti, i loro motori, impulsi, motivazioni, emozioni, pensiero, istinto, etc. A distinguere l'uomo sarebbero allora certe sue funzioni (spesso dette ‘superiori’) quali razionalità, arbitrio, capacità d'astrazione; o certe sue caratteristiche ancora più astratte, metafisiche, spirituali.
Ma cosa ci può portare a sostenere di avere effettivamente tali doti o caratteristiche? Ed in secondo luogo: cosa ci può portare a sostenere che esse siano nostra prerogativa, che esse ci contraddistinguano?
Se l'unico modo per trovare o provare o scoprire queste nostre doti o caratteristiche è frutto vuoi di meditazione, vuoi di introspezione, vuoi di qualunque altra via interiore o comunque non (fenomenicamente) manifesta, se non vi è quindi alcuna possibilità esteriore di verificarne l'esistenza, non avremmo nulla per sostenere che esse siano proprie solo degli esseri umani —ed in verità non potremmo sostenere nemmeno che esse siano proprie di tutti gli esseri umani: non le potremmo dedurre in alcun altro essere che in noi stessi, per riconoscerle in altri solo proiettando questa conoscenza interiore (e sorvolando sulla possibilità che sia ingannevole) di noi stessi sui nostri simili.
Ma anche ammesso che questa conoscenza di noi stessi, di ciò che ci rende “non dei semplici animali”, si possa correttamente estrapolare ai nostri simili (quali simili, peraltro?), se le nostre precipue caratteristiche che ci distinguono sono esclusivamente interiori, se non si manifestano, gli esseri umani potrebbero essere tranquillamente sostituiti da “semplici animali” che si comportino allo stesso modo e nessuno noterebbe la differenza.
E allora siamo o non siamo ‘semplicemente’ degli animali? Se non lo siamo, da cosa lo si capisce?
La differenza tra il ritrovare tutti i comportamenti in una singola altra specie e poter determinare, per ciascun comportamento, una specie in cui lo si ritrovi, benché sottile, è tutt'altro che trascurabile. ↩
Some cardsets for Kongai inspired by movie series, other games, etc.
Uno dei modi in cui si manifesta la mia nerditudo è l'interesse per le varianti, che rasenta il malato al punto che mi viene da chiedermi quali varianti si possano fare di un gioco prima ancora di aver capito bene le regole del gioco stesso. Suppongo lo si possa far facilmente risalire ad una classica domanda di menti inquisitive: “e se invece …?”
Un caso del genere mi è successo poco dopo aver acquistato un set per il Mah Jong, gioco cinese reso famoso dal solitario (al computer) fatto costruendo una piramide con le tessere del gioco per poi eliminarle a coppie.
Il gioco del Mah Jong (quello vero) è invece un gioco della famiglia del ramino, della Scala 40: si chiude componendo un certo numero di combinazioni (ma invece di scale, tris e poker abbiamo chow, pung e kong) ed in base al tipo di combinazioni ed alle carte impiegate si fanno punti.
Immediatamente, e come dicevo prima ancora di aver capito bene tutti i meccanismi del Mah Jong, mi sono chiesto: ma si potrebbe creare un gioco che stia al Mah Jong come il Machiavelli sta alla Scala 40?
Non ho dubbi sul nome che un tale gioco dovrebbe avere: Sun Tzu, il famoso generale e filoso presunto autore dell'Arte della Guerra. La transizione dal Mah Jong al Sun Tzu è però tutt'altro che banale.
Dalla Scala 40 al Machiavelli si passa con le seguenti mutazioni di regole:
- si può calare sempre (non c'è limite minimo di punteggio per l'apertura)
- non c'è pozzo su cui scartare / da cui pescare
- si pesca solo se non si cala, e se si pesca non si cala
- le combinazioni calate possono essere riarrangiate a piacimento
Il quarto punto è quello che dà maggior fascino al Machiavelli, e sarebbe il più interessante da replicare nel Sun Tzu. È, ovviamente e purtroppo, anche quello che presenta maggiori problemi.
In primo luogo, infatti, nel Mah Jong non esiste il concetto di ‘calata’. In un certo senso, tutte le chiusure avvengono ‘in mano’, anche se le combinazioni ottenute con lo scarto di un alto giocatore devono essere dichiarate. Nel Mah Jong, ad esempio, non si può attaccare una propria tessera ad una combinazione di un altro giocatore: l'unica combinazione che può essere estesa è il pung (tre tessere uguali, per seme e colore) a cui si può aggiungere la quarta tessera; l'operazione può essere compiuta solo dal giocatore che ha in mano il pung (coperto o scoperto che sia) e l'unico intervento che possono compiere gli altri giocatori è di ‘rubare il kong’, ovvero fare mahjong (chiudere la propria mano) prendendo la quarta tessera del kong nel momento in cui viene dichiarato.
Ma il problema della calata può essere facilmente risolto introducendo il concetto anche nel Sun Tzu: invece di combinazioni coperte e scoperte si hanno combinazioni calate, ed una volta calate non sono più di dominio del giocatore che le ha calate. In conseguenza si adottano dal Machiavelli ance le regole su pescaggio e scarto: non si pesca se si cala, e non si scarta più (ciò che si pesca si tiene in mano fino alla giocata).
Il vero problema nel Sun Tzu è invece l'introduzione del riarrangiamento delle combinazioni giocate; infatti, le tessere del Mah Jong e le combinazioni previste dal gioco sono molto meno flessibili.
Nel Machiavelli le carte disponibili sono divise in quattro scale complete (dall'asso al re) di quattro semi diversi, in doppia copia; le combinazioni possibili sono tris e poker (3 o 4 carte con lo stesso valore ma di seme diverso) e scale (almeno tre carte dello stesso seme con valore sequenzialmente crescente, con eventualmente la possibilità di andare ‘a capo’ dal Re all'Asso): vi sono quindi combinazioni monocromatiche e combinazioni eterocromatiche, combinazioni a lunghezza fissa e combinazioni a lunghezza variabile.
Nel Mah Jong le cose cambiano molto: un set di Mah Jong ha solo tre scale complete (dall'1 al 9) con solo tre semi diversi, a cui si aggiungono tre draghi e quattro venti; ciascuna tessera è presente in quadruplice copia (ignoriamo per ora le tessere bonus —fiori e stagioni— che sono opzionali e non rientrano nelle combinazioni). Le combinazioni che possono essere formate sono tutte monocromatiche e di lunghezza fissa: chow (tre tessere con valore consecutivo —sono quindi esclusi draghi e venti— dello stesso seme), pung (tre tessere uguali) e kong (quattro tessere uguali).
Se il Machiavelli nasce grazie alla possibilità di utilizzare le scale come ‘depositi monocromatici’ a cui aggiungere o da cui prelevare carte singole, e se i tris possono essere rimaneggianti sostituendo carte di un colore con carte di altro colore, queste possibilità svaniscono nel Mah Jong, dove le scale hanno lunghezza fissa e non esistono gruppi eterocromatici. A questo si aggiunge l'esistenza di tessere in cui il concetto di scala non è sensato, benché si possa stabilire un ordine sia per i venti —est sud ovest nord, in accordo con la disposizione dei giocatori e della sequenza dei venti prevalenti in una partita di Mah Jong— sia per i draghi —rosso verde bianco.
Diciamocelo. Per chiunque abbia una minima cultura nei giochi da tavola, il più famoso (protetto da copyright) è anche il più noioso: tatticamente e strategicamente appena più interessante del Gioco dell'Oca, il Monopoli potrebbe benissimo venir rinominato in Noiopoli o Monotoni.
Forse per questo il Monopoli, che per moltissimi è il primo approccio al gioco da tavola, è anche uno dei giochi del quale esistono il maggior numero di varianti (dal raddoppio dell'incasso quando ci si ferma al Via! all'impossibilità di costruire quando non ci si ferma su un proprio terreno): nessuna di queste varianti però (tranne quella del ‘premio di consolazione’ per chi fa 2 ai dadi) tocca l'aspetto più stocastico del gioco, ovvero il lancio dei dadi, ed il movimento dei giocatori che ne consegue: in particolare, nessuna delle varianti altera la probabilità di distribuzione delle caselle (è ben noto ad esempio che il secondo trittico del lato carcere-posteggio è il più probabile).
Il modo più semplice per inserire un po' di varietà all'interno del gioco è di dare la possibilità di scegliere, prima del lancio del dado, se andare avanti o indietro. Ovviamente, per impedire spensierati andirivieni sul Via! si impone anche che una marcia indietro che attraversi la famosa casella costi quello che normalmente rende. La cosa su cui si potrebbe discutere è invece: cosa fare in caso di doppietta? È ammesso un cambiamento di marcia per il secondo (ed eventualmente per il terzo) lancio, o bisogna mantenere la stessa rotta? La possibilità di alterare la marcia è ovviamente molto conveniente, mentre obbligare alla prosecuzione nella stessa direzione può essere rischiosa (se si è a meno di metà del tabellone si rischia di andare a capo, pagando la tassa di attraversamento del Via! e rischiando una fermata su un terreno di lusso).
Volendo, si potrebbe anche scegliere di cambiare dado: dopo tutto, ogni buon giocatore di giochi di ruolo ha a propria disposizione dadi a 4, 6, 8, 10, 12, 20 facce; perché quindi limitarsi a una coppia di d6?
In realtà, si può fare qualcosa di più; in tutti i giochi in cui sono coinvolti i dadi si va normalmente a guardare o al singolo valore o alla somma dei valori (l'unica eccezione è l'uso di due d10 per simulare un d%, ovvero un dado a 100 facce), per un motivo abbastanza ovvio: garantire una distribuzione ben equilibrata delle probabilità per ciascun valore nell'intervallo di quelli possibili; ad esempio, con due dadi (classici a 6 facce) si possono ottenere tutti i valori da 2 a 12, con frequenze che crescono dal 2 al 7 per poi decrescere simmetricamente:
Così, l'idea che mi è venuta oggi è stata: che succede se invece della somma dei dadi si usa il prodotto? I risultati sono molto interessanti:
Innanzi tutto, ovviamente, benché si possano ottenere 1 (minimo) e 36 (massimo), solo 18 (ovvero la metà dei) valori sono permessi: da 1 a 6, da 8 a 10, e poi sempre più sporadicamente 12, 15, 16, 18, 20, 24, 25, 30, 36 (mancano in particolare i primi maggiori di 6 ed i loro multipli). Abbiamo quindi 6 numeri da 1 a 6, poi 6 numeri da 7 a 16, poi 6 numeri da 17 a 36: una partizione bilanciata dei valori ammissibili è data da 1, 6, 16, 36, con intervalli che vanno raddoppiando: 5, 10, 20. I primi nove valori ammessi vanno da 1 a 10 (inclusi), i successivi da 11 a 36 (benché l'11 in sé non sia ammesso), quindi con estremi che distano di 9 e 25, entrambi quadrati. Un'ultima interessante divisione usa invece 6 (che dà un terzo dei valori, ovvero 0.3…), 12 (che dà un terzo dei restanti due terzi, ovvero due noni, ovvero 0.2…) e 36 (che dà i restanti due terzi di due terzi, ovvero quattro noni, ovvero 0.4…)
Queste considerazioni non tengono conto del fatto che i valori ammissibili hanno probabilità molto diverse, e distribuite in maniera molto meno organica:abbiamo due picchi (6 e 12 sono i valori statisticamente più probabili) e cinque minime probabilità (1, 9, 16, 25, 36, ovvero i quadrati escluso il 4), lasciando undici valori intermedi con la stessa frequenza escluso il 4: il 4 è anomalo poiché può essere ottenuto sia come quadrato sia come prodotto misto (1, 4). A causa di questa anomalia non è possibile una partizione standard che dia percentuali interessanti di probabilità (né in terzi né in metà né in quarti).
Se ne può però trovare una anomala, che prenda 2…5, 6…10, 11…18, 19…1 (andando cioè “a capo” dopo il 36), che dà un quarto di probabilità a ciascun gruppo, ma è anche interessante per la distribuzione dei valori (un nono per i primi tre, un terzo per l'ultimo gruppo); ovviamente, 2…10 e 11…1 si possono prendere per avere 50% di probabilità. Inoltre, nell'intervallo 2…12 sono ammessi 9 valori contro gli 11 disponibili sommando: mancano il 7 e l'11, i due valori più importanti nel Craps.
Diventa allora più interessante confrontare le distribuzioni per somme e prodotti:
e si nota subito un'altra peculiarità: 3 e 4 hanno la stessa probabilità in entrambi i casi. Gli altri valori sono più facili da ottenere sommando (ove possibile), con l'eccezione degli estremi: il 2 e soprattutto il 12.
Si vede bene a questo punto che vi sarebbero interessantissimi questioni numerologiche sulla distribuzione dei numeri nel prodotto di due dadi, ma i fattoidi suenunciati sono già sufficientemente interessanti per proporne l'uso in giochi da tavola come il Monopoli: la scelta (ovviamente da effettuare prima del lancio) di poter utilizzare il prodotto invece della somma dei dadi altera significativamente tattica e strategie di gioco, giacché rende meno favorevoli molte delle caselle normalmente considerate preziose.
L'uso classico del prodotto è il tentativo di percorrere grandi distanze, ad esempio per evitare di finire sui famigerati Viale dei Giardini e Parco della Vittoria; eppure, dando un occhio alla distribuzione di probabilità nel prodotto si vede subito che benché la probabilità vi sia, è più difficile fare più di 12 passi che farne meno (36.11% contro il 63.89%); e la probabilità di fare 6 al massimo (ovvero il punteggio di un solo dado) è del 38.89%, la fetta più grande:
Ecco quindi le regole del Monopoli il libera uscita:
- si gioca come nel Monopoli normale (o, se si vuole una qualunque altra variante), con l'unica eccezione del lancio del dado;
- prima di lanciare il dado al proprio turno, il giocatore può dichiarare che vuole correre: nel qual caso il punteggio dei dadi verrà moltiplicato e non sommato;
- il giocatore, sempre prima di lanciare il dado, può altresì dichiarare di voler andare all'indietro: nel qual caso farà retrocedere la sua pedina del punteggio (sommato o moltiplicato) dei dadi;
- se si passa dal Via! retrocedendo, si paga il valore che normalmente si otterrebbe passandolo normalmente;
- è consentito correre e/o andare all'indietro solo dopo aver completato il primo giro, ovvero dopo essere passati dal Via! almeno una volta (finire in prigione non conta come passare dal Via!)
- le regole per i dadi doppi rimangono invariate, ma si può scegliere passo e direzione prima di ciascun lancio;
- si può correre o retrocedere uscendo di prigione.
Le ultime due sono forse un po' troppo favorevoli, e per ridurre i tempi di gioco si potrebbe imporre che i lanci successivi al primo, all'interno dello stesso turno, debbano avere la stessa direzione e lo stesso passo, e che dalla prigione non si possa retrocedere, ma si possa camminare.
Altre idee?

